Il beato Gaetano Catanoso fondatore delle suore Veroniche del Volto Santo.

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Immagine del Buon Pastore nel mondo contemporaneo


Il beato Gaetano Catanoso fondatore delle suore Veroniche del Volto Santo


ANTONIO MAURO Arcivescovo titolare di Tagaste


Il padre Gaetano Catanoso, apparso sulla scena di questo mondo nella borgata montana di Chorio appartenente alla Chiesa reggina il 14 febbraio 1879, lasciò questa terra per il cielo il 4 aprile 1963. La sua figura si potrebbe presentare all’occhio di un osservatore profano e superficiale come una delle tante figure di pastori d’anime che si sono, sì, sforzati di adempiere con abnegazione e costanza il loro mandato di salvamento, ma che tuttavia non si sono affatto discostati dagli schemi consueti dell’attività pastorale. La realtà è invece ben altra!
Per misurare, in quanto possibile, l’autentica statura soprannaturale e le dimensioni spirituali di questo provvidenziale collaboratore di Dio nell’annuncio del mistero della salvezza, occorre abbandonare le apparenze esteriori, addentrarsi nel santuario della sua anima, scrutare con diligenza le sorprendenti ricchezze in essa racchiuse e insieme raffrontarle con la cospicua messe di evangelici frutti da lui raccolta. Come ognuno sa, il servo di Dio Gaetano Catanoso, nel dare applicazione alla sua multiforme e risoluta azione pastorale entro l’ambito di responsabilità confidatogli, per inscrutabile disegno della Provvidenza, avvertì l’ispirazione, egli estremamente attento a cogliere le voci che gli pervenivano dall’alto, di prodigare una parte preminente delle sue cure al culto della Passione di Cristo Signore nella sublime e insieme drammatica espressione del suo Volto, convinto che in questo modo sarebbe più efficacemente riuscito a conquistare larghi manipoli di anime. Per anni interi infatti, si potrebbe dire per il più notevole e laborioso periodo della sua missione santificatrice, egli, da sé solo, senza collaboratori e senza mezzi, ma con «l’assillo quotidiano» dell’apostolo Paolo, che non accordava tregua al suo spirito, curò e diffuse ovunque un pubblico foglio, dedicato appunto al Volto Santo, in cui venne via via esprimendo semplici ma ispirate e sostanziose elevazioni ascetiche, e a un tempo promovendo benefiche iniziative intese soprattutto a sovvenire i giovani chierici poveri nella loro preparazione ai compiti del sacerdozio. Avviandosi con irrevocabile determinazione sul terreno della Passione del Signore Gesù, il padre Catanoso si trovò di conseguenza nel cuore del mistero dell’Incarnazione redentrice, sospinto dalla sua fede irradiante a fare alimento vitale della propria opera pastorale ed apostolica le parole programmatiche che il Figlio di Dio pronunciò entrando nel mondo: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo — poiché di me sta scritto nel rotolo del libro — per fare, o Dio, la tua volontà». Così che egli, inserito ormai nel dinamismo del mistero pasquale verso cui gravita la creazione nuova e perfetta dell’uomo mediante la grazia divina che da esso fluisce, spesse volte dovette, sulle orme dell’apostolo Paolo, anch’egli provare la misteriosa ebbrezza soprannaturale sorgente dalle parole: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».


 

Apostolo della devozione riparatrice


Una speciale forma di devozione, di cui si rese promotore e divenne infaticabile apostolo fu quella della riparazione, intesa a risarcire in qualche misura e con l’efficacia che ne deriva alla pietà e alla fede, le irriverenze e i dispregi cui, con inspiegabile e troppo superficiale frequenza, era fatto segno il Figlio di Dio nella sua umanità tribolata ed oppressa.

Atleta e missionario del mistero della salvezza, aveva avuto modo di notare, durante le sue incessanti corse apostoliche per le città, le borgate e i paesi della Regione calabra, afflitta più che altre dalla trascuratezza, dall’abbandono e dall’ignoranza, che si erano a poco a poco introdotti ed era divenuta pressoché tradizionale nel popolo la consuetudine di dare momentaneo sfogo all’ira provocata da circostanze avverse mediante espressioni che, indirizzate al Signore, alla Vergine e ai santi, sonavano appunto contumelia, oltraggio e vilipendio.

Del pari egli aveva con somma pena riscontrato che nugoli di bambini sovente rimanevano soli sulle strade a trastullarsi, esposti al pericolo dell’ignoranza, del vizio e della corruzione, senza che alcuno si prendesse cura di loro. Sapeva inoltre il servo di Dio, per personale esperienza, che non pochi parroci dei versanti montani della Chiesa reggina, dislocati lontano dal centro della città, vivevano senza collaborazione e spesso in deprimente, sterile solitudine. Sorse perciò nel suo grande spirito l’audace disegno di dar vita ad una comunità di vergini consacrate che, impegnandosi in specifiche opere di misericordia, si adoperassero, sotto la sua sapiente e sperimentata guida, di coadiuvare i parroci più bisognosi nell’azione evangelizzatrice delle anime ad essi commesse, in modo principale di quelle dei bambini poveri e abbandonati. Non vi è, d’altro canto, chi non conosca che uno degli episodi che maggiormente avevano colpito l’attenzione del magnanimo araldo di Cristo Salvatore, mentre questi ascendeva carico della croce sulla via del Calvario, fu il gesto intraprendente della donna di nome Veronica che, investita da un irrompente impulso interiore di pietà femminile, sfidò le ire della scorta accompagnatrice e riuscì ad asciugare con un pannolino il sudore di Gesù che, in premio, vi lasciò impressa l’effigie del suo Volto Santo.

Per il padre Catanoso una tale donna, a parte la questione dell’autenticità storica della sua figura e del suo gesto, seppe con ciò stesso dimostrarsi un modello di perfezione evangelica. Per questo egli non dubitò di chiamare i membri della nuova comunità religiosa da lui fondata «Veroniche del Volto Santo», cioè restauratrici del Regno di Cristo e di Dio nel fedele, generoso e costante compimento dell’arduo ufficio di missionarie della sofferenza trasformatrice e riparatrice del Figlio di Dio. Non ricade nell’ambito del nostro studio, né certamente sarebbe ora opportuno dare una qualsiasi valutazione dell’istituto delle Suore Veroniche del Volto Santo, né comunque pronunciare giudizi intorno a un’impresa, le cui dimensioni si protendono lungo l’arco di cinquant’anni e la cui vita va esaminata e ponderata con particolare prudenza e cura.

Sia tuttavia lecito a colui che scrive, il quale, oltre alla conoscenza del fondatore, ebbe la ventura di notare le prime origini e il successivo alternarsi dei laboriosi sviluppi del caro istituto, esprimere, nell’invocante preghiera, il fervido auspicio ch’esso, superando con il superno ausilio l’ora difficile che la vita consacrata in generale oggi attraversa, possa felicemente adeguarsi alle sempre più stringenti esigenze dei nuovi tempi.

Documento primario, da cui traluce il carattere essenzialmente pasquale, che conferì un’amorosa, insondabile ansia di salvamento alla spiritualità interiore e allo zelo apostolico del padre Catanoso nella sua azione restauratrice del Regno di Dio, è costituito dallo scritto intitolato Ora eucaristica sacerdotale, che, da lui pubblicato nel 1915, fu con ispirata idea ristampato al compiersi del sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, che ricorse nel 1962.

 

 

«Sacerdote eucaristico» e vessillifero dell’Eucaristia


In questo scritto, che l’Arcivescovo Giovanni Ferro, essendo nel 1962 Pastore della Chiesa reggina, definì «aureo libretto», il servo di Dio seppe offrire alla pietà dei suoi confratelli nel sacerdozio una serie di riflessioni e di pensieri così traboccanti di luce superna e di ardore soprannaturale, che nessuno certamente dubiterebbe di attribuire a uno dei più intimi confidenti di Cristo, centro vivificante e ricapitolazione di tutto e di tutti nel sacramento dell’Eucaristia.

È pertanto per noi utile ripercorrere, sia pure di volo, talune di queste penetranti ed illuminanti riflessioni. Posta la premessa che i ministri di Cristo sono «le sentinelle del tabernacolo», con inusitato vigore scrive: «Sentiamo forte, potente il bisogno di tributarti qui, in questo sacro cenacolo, la nostra più profonda adorazione… e poi ritornare tutto fuoco alle nostre parrocchie». Ascendendo quindi verso la più alta vetta della santità dove si trova la Vergine Maria, non ha timore di esclamare: «Ti adoriamo… come Ti adorò la madre tua e mamma nostra Maria Santissima, allorquando T’incarnasti nel suo seno verginale». Passa poi con spontaneo pensiero alla cugina della Vergine, Elisabetta, e, quasi rapito da una scena celestiale includente sublimi concetti teologici, soggiunge: «Ti adoriamo… come ti adorò Santa Elisabetta quando da Maria Santissima fosti portato nella sua casa. Tu allora riempisti quella pia donna di Spirito Santo, concedendole il dono della profezia, e santificasti il di lei figliuolo Giovanni Battista, ancora rinchiuso nel seno materno».

Colmo di stupita riconoscenza nel cuore, ribadisce: «Col sacerdozio Tu… ci hai dato poteri che ci fanno maggiori di tutti i più grandi della terra… e gli stessi spiriti celesti hanno in somma venerazione la nostra eccelsa dignità». Trasferito il raffronto alla Madre stessa del Redentore, come se compisse un’estasiante scoperta, si lascia sfuggire dalla penna la sorprendente osservazione: «La tua Madre medesima, sebbene la più eccelsa di tutte le creature, aprì una sola volta il cielo e ti trasse nel suo seno verginale, ma noi possiamo chiamarti ogni giorno dal cielo in terra». Preso successivamente da incontenibile trasporto soprannaturale, scioglie il suo animo nella seguente aspirazione, che riecheggia le effusioni dei grandi mistici della Chiesa: «Potessi avere tanti cuori e tante lingue quante foglie vi sono negli alberi, quante gocce di acqua nel mare, quanti atomi nell’aria per lodarti e ringraziarti tanto quanto meriti».

Il mirabile dialogo non potrebbe avere epilogo più eloquente e avvincente insieme, se non con il ripetuto, intrepido impegno, che rivela la più verace e significante identità soprannaturale del servo di Dio e a un tempo lo scopre nella emblematica figura del «sacerdote eucaristico», emulo degli ardimentosi vessilliferi dell’Eucaristia Francesco Borgia, Giuseppe Benedetto Labre e Giovanni Battista Vianney.

Come non domandarsi a questo punto se non abbia egli assunto, nel corso della formulazione delle sue riflessioni, ispirazione e slancio dall’evangelista Giovanni che, come si sa, ebbe, egli vergine, il privilegio di ascoltare i palpiti cocenti del Cuore di Cristo durante la Cena del supremo commiato?

 

 

Eccelso protagonista dei consigli evangelici


Dalle suaccennate considerazioni balza chiaro agli occhi dell’osservatore esperto che nell’anima dell’intrepido missionario di Cristo eucaristico e del suo Volto Santo erano profondamente radicate le virtù della castità, della povertà e dell’obbedienza. Ma il fatto che egli, vincolato da uno speciale rapporto d’intima partecipazione alla Passione del Signore, giunse a diventare fondatore e padre di una nuova comunità religiosa, suppone già che egli, sitibondo come pochi di perfezione cristiana, era anche un eccelso protagonista dei consigli evangelici.

A darne illuminante conferma potrà valere un semplice sguardo all’atmosfera dell’infanzia spirituale da cui era pervasa la sua anima. La semplicità del bambino, che caratterizzava i suoi gesti, trasferita nel mondo soprannaturale, non è forse una forma di castità consacrata, totale e irrevocabile, simile a quella della Vergine Maria? La prerogativa della povertà, che la madre Agnese di Gesù, sorella di Teresa di Lisieux, ritrova nel bambino, non parla forse con un’eloquenza travolgente del sacro impegno, con cui l’intemerato araldo del mistero della salvezza, spogliatosi assolutamente di tutto come il Serafico Patriarca d’Assisi, scuoteva e conquistava al cielo le anime di quanti ebbero la ventura d’incontrarlo? Infine la dipendenza che lega completamente il bambino al volere dei suoi genitori, non fu il segnacolo splendente dell’obbedienza che, identificando i pensieri e la volontà del Signore Gesù (cfr. Fil 2, 5), suscitava, secondo quanto attesta il padre Basilio Guzzo, dei Frati Minori, che ebbe il privilegio di vivergli accanto e di assisterlo nel periodo finale della sua permanenza sulla terra, in un opuscolo pubblicato all’indomani della sua pia scomparsa, l’ammirata edificazione di coloro che ricorrevano a lui per lumi e consiglio?

 

 

Edificante interprete e vigilante maestro dell’infanzia spirituale


Quanti invero ebbero la sorte di conoscere intimamente il padre Catanoso e di studiarne quindi il carattere, non durarono certamente fatica ad accorgersi che sotto le sembianze di un uomo adulto, portato per vocazione ai rigori della penitenza e dell’austerità e sempre accompagnato da un grave ma illuminante pensiero di compatimento delle miserie e delle debolezze umane, si nascondeva una psicologia che gli conferiva i tratti propri del bambino.

Il padre Basilio Guzzo, nel menzionato opuscolo, probabilmente senza volerlo, non fece che confermare questo assunto, cioè che il servo di Dio Gaetano Catanoso, sia pure in campo diverso e con ministeri essenzialmente distinti da quelli della giovane carmelitana di Lisieux, mentre costantemente procurò di effondere la sua commovente pietà verso l’«Uomo dei dolori», il «giusto Servo» di Dio «trafitto per i nostri delitti», incamminato sulla via della suprema prova giustificatrice, della dottrina circa l’infanzia spirituale, in modo singolare applicata da Teresa di Lisieux e radicata nel Vangelo, fu edificante interprete e straordinario maestro.

Spesse volte infatti nelle pagine dell’opuscolo del padre Guzzo si legge — come d’altronde quanti ebbero rapporti con lui si poterono facilmente accorgere — che il suo comportamento preferito era quello di un bambino. Anzi, a proposito del suo «totale abbandono in Dio», dopo la nota che «in questo, sembrava un bambino che crede e si fida ciecamente del papà suo», si osserva non senza una interiore ammirazione: «Bambino! fu e si mantenne tale fino alla morte. Semplice, buono, senza malizia, incapace di giudicare male, di offendere chiunque». E in particolare: «Anche lo sguardo era quello di un bambino! Oh! i suoi occhi, il suo sorriso luminoso, non erano di questa terra!». Queste ed altre, molte — ahimé! —, troppo rapide e sintetiche enunciazioni dello zelante religioso, pur rammentando evidentemente che l’atmosfera entro la quale il servo di Dio visse e condusse a compimento la sua missione salvatrice, era l’atmosfera dell’infanzia spirituale, non permettono tuttavia di scendere nel cenacolo della sua anima per cogliere almeno talune delle linee principali della sua personalità interiore soprannaturale, di fissarne un certo profilo spirituale e di stabilire così quale posto sia da assegnargli nella comunità degli eletti. A questo scopo sembra venire incontro la madre Agnese di Gesù, allorché, durante la sua deposizione al processo apostolico di beatificazione e canonizzazione della sorella, con ponderata diligenza, rivela che la piccola via dell’infanzia spirituale «è semplicemente una via di umiltà che riveste un carattere speciale di abbandono e di fiducia in Dio, che richiama alla memoria ciò che si vede nei bambini più piccoli i quali sono di per sé dipendenti, poveri e semplici in tutto». Ora chi non sa che fu proprio la virtù fondamentale dell’umiltà che soprattutto contraddistinse la figura e l’opera del servo di Dio Gaetano Catanoso, conferendogli una sua propria identità ed una sua propria fisionomia fino a diventarne la sua seconda natura?

La virtù dell’umiltà infatti di questo «perfectus homo Dei» (2 Tm3, 17), che, secondo i maestri di spirito, estende la sua sfera d’influenza a tutta la vita interiore soprannaturale e, per una sua duplice qualità primaria, nell’ordine intellettuale s’identifica con la verità, e in quello morale con la giustizia, fece sì ch’egli si sia potuto indeclinabilmente mantenere al proprio posto, consapevole e beato della grandezza del proprio «nulla» a confronto di quella infinita del Creatore. Altre virtù fondamentali, di cui rifulse l’infanzia spirituale del padre Catanoso, che trovano appunto analogia e risonanza nelle prerogative proprie del bambino, sono la fede e la carità. Per ben comprendere la potenza fascinatrice e l’incommensurabile vastità della sua fede, per sé basterebbe riflettere sulla pagina della lettera agli Ebrei (c. 11), nella quale l’apostolo Paolo, dopo aver rievocato le più strepitose gesta del popolo eletto, tesse l’encomio più alto della virtù della fede, per la quale era stato possibile realizzare le gesta medesime.

È superfluo, d’altro canto, ricordare che tutta la storia della salvezza ha nella fede il suo primo cardine sostanziale. Astraendo i caratteri della natura del bambino che per se stessi contraddistinguono il suo abbandono e la sua fiducia nei propri genitori, e trasferendoli nell’ordine della grazia, è facile discernere la fede che fu propria dell’infanzia spirituale del servo di Dio Gaetano Catanoso, e che, come si può desumere dai particolari della sua straordinaria avventura temporale, fu una fede totale, cieca, indefettibile e rivestita di splendente candore. A proposito della carità che alimentò la vita interiore, animò e sostenne le incessanti, sorprendenti iniziative del moderno annunciatore del mistero della salvezza, sarà sufficiente, come pare, per individuare la sua specifica qualificazione, considerare che il bambino, come tale, rappresenta la più sublime e commovente immagine di Dio, e che Dio stesso, secondo la rivelazione dell’evangelista Giovanni, è, nella sua insondabile trascendenza, carità.

Fu pertanto naturale che il tipico figlio della Chiesa reggina, non diversamente dall’apostolo prediletto di Cristo Signore, nell’evocare un simile pensiero, si sentisse il cuore traboccare di gioia, e insieme bruciare d’insaziabile fervore nel ricercare, in ogni istante della sua esistenza, l’instaurazione del Regno di Cristo e di Dio sulla terra.

 

 

Sulla scia della più grande mistica dei tempi moderni


È noto che la più grande mistica dei tempi moderni, Teresa di Lisieux, com’ella stessa narra nella storia della sua vita, ha desiderato chiamarsi in religione Teresa di Gesù Bambino, perché, essendo la sua anima attratta da una tenerissima devozione verso l’infanzia del Signore, si era appunto offerta al Bambino Gesù per essere «il suo piccolo giocattolo».

Dobbiamo peraltro alla chiaroveggente perspicacia e saggezza della sorella, la madre Agnese di Gesù, la specificazione delle ragioni per cui la santa ha altresì assunto, in un momento successivo alla professione religiosa, l’appellativo, comunemente meno conosciuto ma non per questo meno importante, del Volto Santo. La madre Agnese infatti che, per aver avuto più di ogni altro familiarità con la sorella, è stata la principale testimone nel processo di beatificazione e canonizzazione della serva di Dio, a tale riguardo depone: «La devozione al Volto Santo fu l’attrattiva speciale della Serva di Dio. Per quanto tenera fosse la sua devozione al Bambino Gesù, essa non può essere paragonata a quella ch’ella ebbe per il Volto Santo. È al Carmelo che, nel momento delle nostre così grandi prove relative alla malattia al cervello del nostro padre, si affezionò maggiorente al mistero della Passione, è allora ch’ella ottenne di aggiungere al suo nome quello del Volto Santo. Ella medesima dice dove ha attinto l’idea di questa devozione. Scrive: “Queste parole d’Isaia: ‘Egli è senza splendore, senza bellezza, il suo volto era come nascosto, e nessuno l’ha riconosciuto hanno fatto tutta l’essenza della mia devozione al Volto Santo, o, per meglio dire, l’essenza di tutta la mia pietà. Anch’io desideravo essere senza splendore, senza bellezza, sola a pigiare il vino nel frantoio, sconosciuta a tutte le creature”».

È del pari noto che la madre Agnese di Gesù nel corso della sua chiara, logica, documentata deposizione al processo apostolico ha presentato tre documenti particolarmente importanti, dei quali è interessante qui riassumere per sommi capi il secondo, che rappresenta una vera e propria sintesi del messaggio dottrinale della serva di Dio sulla via dell’infanzia spirituale che conduce alla vetta della santità. «La Serva di Dio — annota tra l’altro la madre Agnese di Gesù in questo documento — fu in modo assai particolare attirata dallo Spirito Santo a seguire quella ch’ella ha chiamata “la sua piccola via”, desiderando ch’essa sia conosciuta da tutti, perché era “il precetto del Maestro”, perché, per lei, la verità era là tutta intera. «Questa piccola via è semplicemente una via di umiltà, che riveste un carattere speciale di abbandono e di fiducia in Dio, che richiama alla memoria ciò che si vede nei bambini più piccoli i quali sono di per sé dipendenti, poveri e semplici in tutto. Ella fondava “la sua piccola dottrina”, com’ella diceva, sulla dottrina stessa di Nostro Signore, e faceva la sua meditazione preferita e le sue delizie di queste parole del Vangelo ch’ella approfondiva incessantemente: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”». Quindi la madre Agnese di Gesù, dopo aver riportato altri analoghi brani evangelici, che più sollecitavano la riflessione della sorella e insistenti nella medesima dottrina, scende a precisare le note distintive della via dell’infanzia spirituale implicanti, con il totale abbandono e la totale fiducia in Dio, la totale dipendenza da Dio stesso, la totale povertà e semplicità di quanti la percorrono. In sostanza, «restare bambini» davanti al Signore, attesta l’avveduta «piccola Madre», citando le parole della santa, «significa riconoscere il proprio nulla, attendere tutto dal buon Dio come un bambino attende tutto da suo padre. Significa non preoccuparsi di nulla, non accumulare ricchezze».

Chi, come colui che scrive — e con lui tanti altri membri del clero e del laicato reggino — ebbe la ventura di ammirare lo spirito d’incantevole umiltà che contrassegnò la vita e l’opera di padre Gaetano Catanoso, alla lettura dei dati suesposti, non può certamente non avvertire come un arcano impulso che lo induce a intravedere riflesse nella luce palpitante di questi dati le connotazioni proprie della figura del servo di Dio che la Chiesa calabra del nostro secolo ha potuto annoverare tra i suoi figli più degni e benemeriti. Esultanti pertanto, alla luce della beatificazione di Gaetano Catanoso, «il primo Sacerdote diocesano calabrese a salire alla gloria degli altari», siamo stimolati a concludere che egli fu per noi un uomo essenzialmente evangelico; un uomo cioè che, ben consapevole delle pressanti istanze del mondo contemporaneo, visse in pienezza il mistero della Chiesa, sapientemente congiungendo alla più intima comunione con Cristo l’ardore dell’apostolato esterno, e superando in tal modo ogni distacco tra la dimensione specificamente contemplativa e quella specificamente attiva, ambedue miranti alla conquista del maggior numero di fratelli alla causa della salvezza.