Il Nuovo Mondo e la sua colonizzazione

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 6. 1 Il viaggio di Magellano. 6. 2 La conquista del Messico. 6. 3 La conquista del Perù. 6. 4 Spezie e problemi navali. 6. 5 L’oro americano arriva in Europa. 6. 6 Primi tentativi di amministrazione coloniale. 6. 7 Cronologia essenziale. 6. 8 Il documento storico. 6. 9 In biblioteca


Cap. 6 Il Nuovo Mondo e la sua colonizzazione



 


La scoperta del passaggio a Sud-Ovest e il completamento del progetto di Colombo di raggiungere le isole delle spezie attraverso una rotta volta sempre a Occidente, furono attuati da Ferdinando Magellano tra il 1519 e il 1522. Magellano fu ucciso e delle cinque navi partite una sola tornò in porto. A bordo c’era il cronista ufficiale del viaggio, il vicentino Antonio Pigafetta il cui diario è quanto mai interessante. Negli stessi anni Hernán Cortés compì la famosa spedizione di conquista che travolse l’impero azteco di Montezuma e permise di mettere le mani su una favolosa quantità d’oro.


L’arrivo dei metalli preziosi continuò per tutto il secolo in misura crescente, ma giungeva in una Spagna sempre più impoverita di abitanti i quali avevano bisogno di armi, cavalli, navi e altre merci per assolvere due compiti nettamente superiori alle forze spagnole: sostenere lo slancio colonizzatore e permettere la politica europea di Carlo V, perennemente impegnato dalle guerre di egemonia sul vecchio continente. La Spagna non poté industrializzarsi, limitandosi ad acquistare col suo oro merci nei Paesi Bassi e in Italia che perciò accrebbero le loro attività manifatturiere.


Ma, come solo più tardi si comprese, l’arrivo dell’oro e dell’argento americano contribuì a produrre inflazione, ossia la crescita dei prezzi dei beni di consumo, specialmente il frumento. Si calcola che tra il 1520 e il 1530 il prezzo del frumento sia cresciuto di sei volte il prezzo iniziale nei territori che si affacciano sull’Atlantico. L’inflazione sconvolse non solo la vita economica, ma anche la struttura sociale, premiando i ceti emergenti ricchi di iniziative di tipo capitalistico, mentre rimasero depressi i ceti tradizionalisti che non seppero adattarsi alla nuova situazione.


In Europa era ancora numerosa la classe feudale dei cavalieri, troppo orgogliosi per dedicarsi al commercio o allo sfruttamento intensivo delle loro terre: mentre il mondo cambiava essi continuavano a occuparsi di cani, cavalli e romanzi d’avventura. L’incontro tra continenti diversi comportò mutamenti profondi, ma solo lentamente gli uomini del Cinquecento se ne resero conto.



6. 1 Il viaggio di Magellano



Ferdinando Magellano era portoghese, appartenente alla piccola nobiltà. Fece le sue prime esperienze di navigatore in India. Dopo un breve ritorno in patria, prese parte a una spedizione in Africa, ma alcune critiche al suo operato giunsero fino a corte sicché, quando chiese un comando personale, ricevette un rifiuto.


Magellano ricerca il passaggio a Sud-Ovest Risentito, concepì l’idea di raggiungere le Molucche, un gruppo di isole nell’attuale Indonesia famose perché producevano i chiodi di garofano, seguendo una rotta occidentale. Aveva saputo che un geografo tedesco sosteneva l’esistenza di un passaggio a Sud-Ovest del continente americano. Dopo aver cercato qualche collaboratore e finanziatore, si recò in Spagna e nel 1517 ebbe udienza dal giovane re Carlo V cui presentò il progetto: qualche mese dopo fu stipulato il contratto. Ci furono opposizioni da parte del governo portoghese, ma il progetto fu realizzato ugualmente.


Inizia il viaggio di Magellano La flotta era composta di 5 navi e 265 uomini d’equipaggio. La partenza ufficiale avvenne il 10 agosto 1519. La flotta si diresse alle isole Canarie per imbarcare acqua e legna da ardere. Due mesi dopo Magellano mise l’ancora in Brasile all’altezza del Capo Sant’Agostino. Quando entrarono nel Rio de la Plata, largo alla foce circa 160 chilometri, credettero d’aver trovato il passaggio verso il Mare del Sud, ma poi si accorsero che l’acqua era dolce e che dunque si trattava di un fiume. Fallirono i tentativi di stringere relazioni con gli indigeni. Dopo una breve sosta nel Porto Deseado proseguirono la navigazione fino al porto San Giuliano dove si fermarono cinque mesi anche a causa di dissensi tra i capitani, perché il Magellano si mostrava duro e sospettoso nei confronti degli spagnoli. Le cose andarono sempre peggio al punto che ci fu un ammutinamento da parte di una quarantina di marinai. Fu convocato il tribunale e i colpevoli giustiziati. Una nave mandata in esplorazione si smarrì. Motivo dell’ammutinamento era il terrore dei marinai per la latitudine estremamente alta, per la neve, il ghiaccio e i venti furiosi che spiravano dal fondo del continente americano.


Lo Stretto di Magellano Un poco alla volta, con una difficile navigazione durata 39 giorni, sempre con velatura ridotta e usando continuamente lo scandaglio per non finire sugli scogli, fu scoperto il passaggio, lo Stretto di Magellano che mette in comunicazione gli Oceani Atlantico e Pacifico. Il capitano poté osservare anche le costellazioni australi e la famosa nebulosa che porta il suo nome. Una seconda nave, approfittando della confusione, disertò.


La navigazione nell’Oceano Pacifico Quando cominciò la navigazione nel Pacifico, così chiamato perché non ebbero tempeste, la flotta era ridotta a tre navi. Le numerose isole che si trovano davanti alla costa cilena risultarono disabitate. La flotta, trasportata dalla corrente di Humboldt, continuò a navigare verso Nord, nella speranza di trovare rifornimenti. La traversata del Pacifico durò tre mesi, sempre con tempo buono, ma resa dura dalla fame, dalla sete e dallo scorbuto. Morirono di scorbuto 19 uomini, prima di poter prendere terra alle isole Marianne. In seguito la piccola flotta si diresse alla volta delle isole Visayas al centro dell’arcipelago filippino. Finalmente i navigatori poterono approdare nell’isola di Cebu dove il Magellano, implicato in una guerra locale in cambio di viveri, rimase ucciso. Il comando fu assunto da Sebastian el Cano che, costeggiando il Borneo, giunse finalmente alle Molucche. Qui fu sacrificata una delle due navi rimaste per riarmare l’unico scafo in grado di tenere il mare. Poi iniziò il viaggio di ritorno passando attraverso l’Oceano Indiano, il Canale di Mozambico e il capo di Buona Speranza, fino a giungere in porto il 6 settembre 1522: per ironia della sorte, il carico di spezie fu confiscato dai portoghesi, perché la nave percorreva una rotta che essi consideravano riservata alle loro navi. I superstiti erano solo 15 tra cui il Pigafetta: avevano dimostrato che gli oceani della terra sono tutti in comunicazione tra loro.



6. 2 La conquista del Messico



Qualche mese prima della partenza del Magellano, Hernán Cortés, il più intelligente e colto dei conquistatori spagnoli, aveva lasciato le coste di Cuba per dirigersi sul continente americano.


La conquista del Messico Cortés apparteneva a una famiglia nobile, conosceva il latino e aveva iniziato gli studi di diritto. A 19 anni, abbandonando il primitivo progetto di arruolarsi nell’esercito che combatteva in Italia, se n’era andato nelle Indie. Dapprima tentò la carriera del colono e dello scrivano pubblico a Haiti, poi, a partire dal 1511, partecipò alla conquista di Cuba in qualità di segretario e tesoriere di Diego Velasquez, governatore di Cuba, il quale stava organizzando una grande spedizione sulla terra ferma. Il comandante doveva essere il Cortés che peraltro cominciò a brigare per avere carta bianca e trasformare la spedizione per conto del Velasquez in una spedizione tutta sua, con la conseguenza che, se fossero stati conquistati territori nuovi, ne sarebbe stato il governatore autonomo.


Conflitti di competenza Quando il Velasquez dette l’ordine di arrestare il Cortés era troppo tardi, perché la spedizione aveva ormai lasciato le acque di Cuba (febbraio 1519). Sbarcarono nell’attuale Stato di Tabasco, dove avvennero scontri con gli indigeni. Fatta la pace, i caciques locali si dichiararono sudditi del re di Spagna e offrirono doni al Cortés, tra cui una donna azteca di nobile condizione, Malinche, che gli spagnoli chiamarono Marina. Costei divenne concubina e interprete del Cortés aiutandolo nei momenti critici. Gli Aztechi seguivano con preoccupazione i movimenti degli uomini bianchi e barbuti: a Montezuma erano stati mostrati disegni che raffiguravano gli uomini giunti dal mare, le loro navi, i loro cavalli, le loro armature e credette che si stesse realizzando l’antica profezia di Quetzalcoatl, il dio dall’aspetto di serpente piumato, secondo cui sarebbero giunti uomini bianchi a dominarli. Questo fatto spiega perché Montezuma abbia mandato una delegazione a Cortés, invece di affrettarsi a scatenare la guerra, che avrebbe impedito agli spagnoli di rafforzarsi. Da parte sua il Cortés affermò che erano giunti solo per commerciare. In seguito arrivò un’altra ambasceria con doni e con l’invito ad andarsene. I doni, tuttavia, erano di tale qualità da affrettare la penetrazione degli spagnoli nel Messico.


Fondazione di Veracruz Cortés prese due decisioni importanti: la fondazione di una città, Villa Rica de la Veracruz, con governo proprio al quale rassegnò tutti i poteri, ricevendo dal governo appena insediato il comando della spedizione verso l’interno; la seconda fu di proibire la cattura degli indigeni da parte dei suoi soldati con la richiesta di riscatto ai famigliari, una pratica odiosa che avrebbe guastato i rapporti coi messicani. Cortés scrisse subito una lettera a Carlo V firmata da lui e dai suoi ufficiali per giustificare il loro comportamento e legittimarlo.


Abilità politica del Cortés Cortés dimostrò grande abilità politica, nel dividere le forze del nemico, come nel caso dei Totonechi di Cempoala, attirati dalla sua parte con la promessa di liberazione dal dominio azteco. Infine fece incendiare le navi per far capire ai soldati che non c’era possibilità di ritorno: o si vinceva o si moriva. L’unica possibilità era di raggiungere sull’altopiano la valle del Messico, e il lago di Texcoco al cui centro sorgeva la città di Tenochtitlan, capitale della confederazione azteca. A Veracruz rimase una piccola guarnigione di soldati per controllare i movimenti del Velasquez e la sicurezza delle retrovie. Da Cempoala gli spagnoli marciarono su Tlaxcala con 400 soldati, 1000 portatori indigeni, 15 cavalli e 7 piccoli pezzi d’artiglieria.


Conquista di Cholula La tappa successiva fu Cholula, una specie di città santa con 300 templi o teocalli (piramidi a gradini con una cella per la statua della divinità sulla cima). A Cholula, Montezuma aveva circa 50.000 soldati. Dapprima Cortés fu bene accolto, poi seppe da Marina che si stava preparando un agguato. Decise allora un’azione preventiva mediante un massacro e un saccheggio che durò due giorni ai danni di Cholula, finché i suoi capi chiesero clemenza. Montezuma inviò al campo spagnolo altri ambasciatori con l’ordine di tornare indietro: Cortés, invece, decise d’avanzare fino a Tenochtitlan.


La spedizione arriva a Tenochtitlan La via da seguire era stata scoperta da Diego de Ordaz, salito fino alla cima del vulcano Popocatepetl per raccogliere all’interno del cratere lo zolfo necessario per confezionare la polvere da sparo di cui l’artiglieria aveva estremo bisogno: dall’alto del vulcano si poteva vedere la capitale azteca. Dopo aver costeggiato l’altro gran vulcano, l’Ixtaccihuatl, la cui sommità supera i 5000 metri, la spedizione arrivò in vista di Tenochtitlan, posta in mezzo al lago e collegata alle rive mediante terrapieni e ponti.


La cultura azteca La cultura azteca era caratterizzata da un misto di gentilezza e crudeltà: l’imperatore abitava un gran palazzo in cui c’era uno zoo con esemplari degli animali presenti nel suo grande impero; c’era il tesoro con l’amministrazione dei tributi delle popolazioni sottomesse; c’erano anche due templi a piramide nei quali avvenivano quotidiani sacrifici di giovani e di fanciulle che i popoli sottomessi dovevano consegnare per placare la sete di sangue degli dèi, in particolare di Huitzilopochtli, che gradiva il cuore ancora palpitante, estratto dai sacerdoti dal petto della vittima.


L’architettura azteca Le costruzioni degli aztechi sono ancora visibili, in genere templi a piramide senza interno perché il tempio era immaginato come un’immensa ara per sacrifici davanti alla cella con la statua del dio. Esisteva una scrittura pittografica, usata solo per scopi di culto. La misura del tempo aveva messo capo al calendario più preciso mai elaborato. Mediante piume di uccelli gli artigiani aztechi preparavano tessuti di eccezionale, anche se fragile, bellezza.


Struttura sociale della società azteca La struttura sociale era semplice: una gran massa di contadini assoggettati a tributi in natura che mantenevano una grande struttura militare e burocratica; poi c’era una classe di sacerdoti che dovevano assicurare la benevolenza degli dèi; alla testa di tutti c’era l’imperatore. L’oro e l’argento non servivano da moneta di scambio, una funzione assolta dai grani di cacao, usati da tutti i mercanti. I tributi dei contadini (mais, cacao, cotone, penne di uccelli ecc.) erano ammassati per i bisogni dell’aristocrazia e dell’esercito. La relativa sicurezza delle strade permetteva grandi spostamenti di truppe e materiali per una guerra di conquista che era continua, per incutere terrore alle popolazioni che perciò attendevano la prima occasione per liberarsi dagli oppressori.


Prima entrata degli spagnoli in Tenochtitlan Tornando alla spedizione di Cortés, la prima entrata degli spagnoli in Tenochtitlan fu pacifica. Essi furono accolti, all’interno del recinto fortificato, da Montezuma II: a Cortés fu concesso un palazzo per albergare le truppe. Quattro giorni dopo Montezuma fu arrestato per reagire all’attacco di truppe azteche ai danni di Veracruz, dove il comandante spagnolo rimase ucciso. Cortés chiese riparazioni e poi obbligò il Montezuma a prestare giuramento di vassallaggio nei confronti di Carlo V. Montezuma rimase come ostaggio nel campo spagnolo.


Conflitti tra spagnoli A Cortés fu annunciato lo sbarco di una spedizione inviata dal governatore di Cuba Velasquez e comandata da Panfilo de Narvaez con l’ordine di arrestare il Cortés e portarlo a Cuba per il processo. Cortés decise la più audace delle sue mosse: con pochi soldati ritornò a Veracruz e attaccò di sorpresa il Narvaez, sconfiggendolo, poi riuscì a tirare dalla sua parte l’esercito spagnolo appena arrivato, affermando che c’era oro e gloria per tutti se operavano congiuntamente. L’altra parte dell’esercito era rimasta a Tenochtitlan, al comando di Pedro de Alvarado. Gli aztechi seguivano le mosse degli spagnoli e conoscevano il conflitto esistente tra loro. Ritenendo sicura la sconfitta di Cortés a causa della debolezza delle forze con le quali si era recato sulla costa, a Tenochtitlan gli aztechi provocarono un’insurrezione generale per schiacciare il presidio spagnolo. Alvarado compì una mossa sbagliata quando catturò uno dei prìncipi considerato erede al trono. Il fatto provocò la ribellione aperta: gli spagnoli attaccarono il teocalli sul quale si stava celebrando una festa. A marce forzate, il Cortés ritornò a Tenochtitlan: il 24 giugno 1520 trovò il suo presidio assediato e affamato. Montezuma fu invitato a far valere la sua autorità e a parlare al popolo, ma essendoci ormai un nuovo imperatore, Montezuma fu preso a sassate e ucciso.


La notte triste Si rese necessario l’abbandono della città perché il combattimento in quella situazione era sfavorevole agli spagnoli che non potevano applicare la tattica favorita della carica di cavalleria e del bombardamento di artiglieria. Il 30 giugno 1520, la famosa notte triste, le truppe spagnole cominciarono a sfilare lungo il terrapieno di Tocuba: morirono 500 soldati spagnoli, 2000 alleati, 45 cavalli, il re di Texcoco e due figli di Montezuma sotto i colpi delle frecce degli aztechi montati su barche. Il giorno dopo, a Otuba, gli spagnoli riuscirono vittoriosi nel corso di una battaglia in ritirata vinta da Cortés mediante la superiorità dei suoi mezzi bellici.


Gli spagnoli assediano Tenochtitlan La ritirata si fermò a Tlaxcala, dove furono curate le ferite e preparati i piani del ritorno offensivo. Ma proprio in quel momento scoppiò in Tenochtitlan un’epidemia di vaiolo che, come abbiamo ricordato, fu la principale causa della distruzione degli indigeni: morì anche il nuovo imperatore. Cortés mise a profitto la lezione subita: fece costruire alcuni brigantini, trasportati a forza di braccia da Tlaxcala fino al lago Texcoco e qui varati. A bordo dei brigantini fece collocare le artiglierie che bombardavano le barche indigene; poi fece tagliare i ponti sui terrapieni perché Tenochtitlan non ricevesse alcun aiuto. Le forze di terra spagnole furono divise in tre distaccamenti per impedire l’arrivo di rifornimenti alla città, compresa l’acqua (il lago era salato e quindi l’acqua imbevibile).


Caduta di Tenochtitlan Quando anche l’ultimo comandante azteco fu catturato, la città si arrese. Il bottino fu favoloso: Cortés ne fece inviare un quinto alla corona di Spagna, nella speranza che l’oro legittimasse i suoi atti. Cortés si dedicò a completare la conquista del Messico; inviò luogotenenti nell’Honduras e nel Guatemala, ma quelle spedizioni risultarono infruttuose: niente oro e numerosi conflitti tra i capi in sottordine che cercavano di fare in proprio ciò che era riuscito così felicemente a Cortés.


Gli ultimi anni di Cortés Alla corte di Spagna la posizione del Cortés era difficile, le sue lettere non ottenevano risposta, l’oro non giunse tutto a destinazione perché una parte fu catturata dai pirati. Carlo V lo nominò governatore del nuovo territorio, ma si affrettò a inviare funzionari con disposizioni per limitare l’eccessiva indipendenza del conquistatore. Nel 1528 Cortés tornò in Spagna per spiegare la sua versione dei fatti. Fu creato conte della valle di Oaxaca, ma non più governatore generale. Tornò in Messico tra il 1530 e il 1540 per organizzare numerose spedizioni navali in direzione della California, ma con poco successo. In seguito Cortés tornò definitivamente in Spagna per difendere il suo onore e il suo operato. Amareggiato, morì nel 1547, chiedendo nel testamento di essere seppellito a Città del Messico.



6. 3 La conquista del Perù



L’oro del Messico fece salire la febbre di tutti gli Spagnoli residenti in America: ciascuno aveva la sensazione che la ricchezza fosse a portata di mano e che perciò bisognasse rischiare. Un titolo nobiliare o l’onore di fondare una nuova città esercitavano non minore attrattiva della ricchezza. Infine, l’evangelizzazione delle popolazioni incontrate completava le aspirazioni del conquistatore, un tipo umano piuttosto semplice, capace di sopportare fatiche e privazioni inimmaginabili, operante in condizioni climatiche e ambientali terribili, sempre sottoposto al rischio dello scacco più completo. La naturale simpatia per i vinti non deve far dimenticare le risorse umane cui dettero fondo i conquistatori che, accanto a momenti di crudeltà, seppero esprimere anche coraggio, intraprendenza, nobiltà d’animo.


Isolamento delle società precolombiane A noi sembra strano, eppure due grandi imperi come quelli azteco e inca, pur non essendo separati da incolmabili distanze, non sapevano nulla l’uno dell’altro.


L’impero inca Anche l’impero inca era fondato sulle conquiste: l’inca, figlio del sole, si proclamava signore delle quattro parti del mondo (Tahuantinsuyo): verso Nord le armate inca erano giunte fino a Quito nell’attuale Equador; a Sud avevano raggiunto il deserto di Atacama nel Cile; a Est erano giunte fino alle foreste pluviali che alimentano il Rio delle Amazzoni; a Ovest c’era il mare che gli inca, essenzialmente montanari, non affrontarono mai: il breve tratto costiero tra le Ande e il mare è desertico, perché le precipitazioni, a causa della corrente di Humboldt, si scaricano tutte in mare. Ciò spiega perché Magellano non incontrò nessuna città o villaggio durante la sua navigazione sottocosta, mentre è possibile che gli inca abbiano avuto notizia dell’arrivo di stranieri.


Assetto sociale degli inca L’assetto sociale dell’impero inca era semplice: una piramide al cui vertice c’era l’inca, figlio del Sole, che praticava il matrimonio sacro con una sorella, supremo sacerdote del suo popolo: era lui che stabiliva, ogni anno, l’inizio dei lavori agricoli, che comandava gli eserciti e le campagne militari da effettuarsi, che stabiliva i lavori pubblici da realizzare nei tempi morti della vegetazione. Al di sotto c’era la nobiltà che comandava gli eserciti e forniva i quadri della burocrazia; infine venivano i contadini, i soldati e i pastori di alpaca, lama e vigogne dalle quali si ricavava la migliore lana esistente. Il paese collocato tra i 2000 e i 4000 metri d’altezza era disseminato di magazzini e depositi a disposizione dell’inca e dell’esercito. La grande strada del Sole correva ad altezze vertiginose sulle Ande, punteggiata a intervalli regolari da stazioni di posta, larga spesso non più di ottanta centimetri, ossia quanti n’occorrono al passaggio di una persona che procede a piedi. Esistevano ponti sospesi formati da un grosso canapo collegato con due funi in funzione di corrimano per attraversare gli impressionanti burroni che tagliano trasversalmente le Ande. Non esistevano animali da traino, solo quei curiosi camelidi in grado di portare un carico non superiore a trenta chilogrammi che gli spagnoli chiamavano “pecore peruviane” (lama).


Assenza di tecnologia Gli inca non conoscevano l’uso dei metalli duri; l’oro e l’argento nativo veniva martellato e destinato al culto, non alla monetazione. Gli inca non conoscevano la scrittura, disponevano di un complicato sistema di cordicelle con nodi (quipu) per ricordare determinati concetti. Eppure sapevano costruire edifici impiegando massi di granito, che sapevano tagliare e adattare gli uni agli altri alla perfezione: le mura di Cuzco sono ancora in piedi.


L’armamento inca L’armamento dei soldati era composto di archi, lance e mazze: l’esercito operava solo manovre di sfondamento di massa o agguati nelle profonde gole montane. Gli spagnoli, oltre al superiore armamento, praticavano l’improvvisa carica di cavalleria che in genere provocava lo sbandamento dei peruviani. Dopo i primi scacchi iniziali, i peruviani elaborarono nuove tattiche di combattimento, ma di fronte all’implacabile aggressività degli spagnoli, non ebbero il tempo di metterle a punto: si tratta delle tecniche della guerriglia, delle trappole per cavalli, dello sganciamento dopo aver inflitto qualche perdita agli avversari, scomparendo sulle montagne o nelle foreste.


Francisco Pizarro Il protagonista della conquista del Perù fu Francisco Pizarro, aiutato dai fratelli, parenti di Cortés per parte di madre. Furono tutti uomini d’azione, poco colti, estremamente coraggiosi, ma anche rissosi, individualisti, poco diplomatici.


Una società per azioni per conquistare un impero Francisco Pizarro, dopo aver preso parte a numerose spedizioni, tra cui quella di Nuñez de Balboa, era divenuto un ricco e influente membro della comunità spagnola di Panama. Avuta notizia dell’esistenza dell’impero del Perù, costituì una società con Diego de Almagro e col prete Hernando de Luque per esplorare un paese di cui non si sapeva quasi nulla.


Falliscono i primi tentativi La società dapprima operò in perdita perché le prime due spedizioni fallirono: nella prima (1524) Pizarro ricevette sette ferite; nella seconda (1526) finì con i suoi uomini su un’isola deserta, salvati dal governatore di Panama che mandò navi a recuperare i resti della spedizione. Pizarro e altri tredici compagni rifiutarono di tornare indietro accettando solo di esser trasferiti su un’altra isola meglio provvista di acqua e cibo, dove rimasero per alcuni mesi. Finalmente furono raccolti da una nave che giunse nella città di Tumbes: qui Pizarro poté avere notizie precise sull’impero inca. Ritornati a Panama, nonostante la quantità di oro raccolto, il governatore di Panama non approvò il progetto di Pizarro, il quale decise di recarsi in Spagna per stipulare direttamente con la corona il contratto di conquista del Perù. Tornato a Panama alla fine del 1530, Pizarro iniziò il suo terzo viaggio nel Perù. Raggiunse per mare la baia di San Matteo e poi proseguì per terra. Gli spagnoli soffrirono i malanni del clima equatoriale, ma riuscirono vittoriosi in tutti gli scontri con gli indigeni. Finalmente raggiunsero il Perù dove fondarono la città di San Miguel de Piura.


Inizia la conquista del Perù Il 24 settembre 1532 Pizarro, al comando di circa 180 soldati, un terzo dei quali avevano il cavallo, prese la via delle Ande in direzione di Cajamarca, la città in cui risiedeva in quel momento l’inca Atahuallpa che si era ribellato con i soldati di Quito al fratellastro Huascar, il re legittimo di Cuzco. Atahuallpa dapprima aveva identificato Pizarro col dio barbuto Viracocha, ma poi aveva saputo mediante spie che Pizarro era solo un uomo, e aveva progettato un agguato a Cajamarca. Nei dintorni della città c’era un grande accampamento inca che fece tremare gli spagnoli. Senza esitazione, Pizarro fece mettere in posizione l’artiglieria, poi ordinò al fratello Hernando Pizarro di invitare l’inca Atahuallpa a un incontro in Cajamarca.


La cattura dell’inca Atahuallpa L’inca si mostrò agli ambasciatori in tutto lo splendore del suo apparato imperiale; promise di venire il giorno dopo nella piazza di Cajamarca a patto che gli spagnoli restituissero ciò che avevano occupato. Gli ambasciatori tornarono da Pizarro con la sensazione di non aver prodotto il terrore che si aspettavano. La notte fu trascorsa senza dormire nel timore di un attacco notturno. Pizarro elaborò il piano definitivo: nascose la cavalleria divisa in tre drappelli in tre edifici che si affacciavano sulla piazza. Egli stesso con due dozzine di fanti si nascose nel tempio al centro della piazza (13 novembre 1532). Dall’alto della collina su cui era collocata l’artiglieria si poteva osservare il campo dei peruviani che nel tardo pomeriggio entrarono nella gran piazza, poi giunse l’inca portato su una lettiga d’oro. Gli spagnoli non si mostrarono. Finalmente si alzò un gran mormorio e i soldati inca si aprirono per far passare fra Vicente de Valverde. Il frate cominciò un discorso, parlando di Dio, del papa e dell’imperatore. L’inca capì poco o nulla e mostrò segni di impazienza. Pizarro, interpretando il gesto come segno di ostilità, fece sparare un colpo di archibugio. Subito la cavalleria fece impeto contro l’esercito inca e l’artiglieria entrò in azione. I soldati dell’inca si dettero alla fuga: Atahuallpa fu catturato.


Divisioni tra le forze inca Il giorno dopo avvenne il saccheggio del campo inca, con migliaia di prigionieri che non fecero nulla per difendersi. Gli spagnoli non lo sapevano, ma quei soldati erano fedeli a Huascar, catturati dai partigiani di Atahuallpa e addetti al trasporto dei materiali. Atahuallpa, comprendendo che quei prigionieri potevano rivelare a Pizarro la sua situazione, decise di chiamare Pizarro proponendogli, in cambio della libertà, tutto l’oro e l’argento che volesse. Pizarro accettò subito, proponendo una quantità di metalli preziosi fantastica.


Il riscatto dell’inca Atahuallpa Furono presi accordi per l’ammasso: Hernando Pizarro con guide indigene fu inviato al tempio di Pachacamac, letteralmente coperto d’oro. Altri tre spagnoli furono inviati fino a Cuzco per conoscere la città e le strade di accesso. Atahuallpa ordinò ai suoi uomini l’assassinio di Huascar per togliere alle popolazioni quechua ogni guida politica. A Cuzco gli eserciti del Nord, provenienti da Quito, furono osteggiati dai quechua e privati di rifornimenti, perciò avevano deciso di tornare nel Nord per ricongiungersi con Atahuallpa.


Condanna a morte di Atahuallpa Gli spagnoli interpretarono quei movimenti di truppe come una mobilitazione generale contro di loro: Diego de Almagro propose la condanna a morte dell’inca, considerandolo reo di tradimento. Anche il Pizarro, a questo punto, decise che la sicurezza della sua spedizione era in pericolo: dopo un giudizio sommario il 26 luglio 1533 l’inca fu giustiziato. Dopo la morte di Atahuallpa, Pizarro nominò inca Tupac Huallpa, ben presto avvelenato da spie del partito di Quito. Pizarro giunse a Cuzco in mezzo all’entusiasmo dei partigiani di Huascar: fu nominato inca il fratello di Huascar, Manco Inca. Poi, Pizarro, dopo aver dato disposizioni per amministrare Cuzco secondo l’uso spagnolo, decise di fondare la nuova capitale nella valle del Rimac, chiamandola Ciudad de los Reyes (Lima): era l’anno 1535.


Ribellione di Manco Inca L’anno successivo avvenne la gran ribellione di Manco Inca che costò la vita a un centinaio di spagnoli: anche Lima fu assediata e solo la fame, generata dal crollo del sistema peruviano di rifornimento dei magazzini statali, fece togliere l’assedio. Inoltre, Diego de Almagro tornò da una infruttuosa spedizione in Cile in cui trovò solo fatiche, stenti e morte a causa delle terribili tribù araucane.


Guerra civile tra spagnoli Almagro, dopo il suo fallimento in Cile, pretendeva di suddividere il governo del Perù, esigendo Lima, Cuzco e Trujillo. I due partiti formati dai partigiani di Pizarro e Almagro, finirono per venire a battaglia a Salinas nel 1538 dove i seguaci di Almagro risultarono perdenti. Dopo la morte di Almagro, il Pizarro trascorse alcuni anni esercitando le funzioni di governatore generale con sempre minore interesse, anche se fondò alcune città che avevano il compito di dare un aspetto razionale all’amministrazione del gran paese. Pizarro morì assassinato dai seguaci di Almagro che non avevano accettato la loro sconfitta (1541). Solo dopo il 1548 terminarono i torbidi generati dalle gelosie dei conquistatori e dalla rivolta degli inca.



6. 4 Spezie e problemi navali



L’Europa ricevette molti doni dal Nuovo mondo, oltre i metalli preziosi. Il mais fu prontamente coltivato nel vecchio mondo e divenne alimento importante per i più poveri perché dà una produzione, per unità di terreno coltivato, superiore al frumento. La patata stentò alquanto prima di affermarsi, ma in seguito conquistò tutte le zone sabbiose e povere di humus. Il tacchino o pollo d’India si aggiunse agli animali da cortile allevati in Europa. Il legname americano delle zone della foresta pluviale offriva un ottimo materiale per costruzioni e a Cuba si aprirono cantieri di grande importanza per la flotta spagnola.


Rotta tra Acapulco e le Filippine Tra le Filippine e Acapulco nel Messico fu aperta una rotta regolare per trasportare spezie e prodotti orientali, trasferiti per via di terra fino a Veracruz per poi venir imbarcati verso l’Europa. Ben presto gli imponenti galeoni spagnoli furono bersaglio della pirateria organizzata in modo semiufficiale dai governi di Francia e Inghilterra e, più tardi, di Olanda, specie quando si trovavano in guerra con la Spagna, ossia molto spesso: erano evitati i costi di estrazione dei metalli preziosi e si poteva presentare l’impresa come un atto di patriottismo.


I compiti della flotta spagnola Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le costruzioni navali spagnole fino al termine del XVIII secolo furono tra le migliori; non altrettanto efficienti erano gli equipaggi e gli ammiragli perché i comandi supremi erano legati a una tenace mentalità continentale, ossia anteponevano le esigenze dell’esercito di terra, affidando alla flotta compiti subalterni come trasporto di soldati e rifornimenti. Prima il Portogallo poi l’Olanda e soprattutto l’Inghilterra svilupparono una mentalità insulare che affidava alla flotta il supremo compito di difesa della nazione, subordinando ad essa ogni altra considerazione. Questo dualismo tra mentalità insulare e mentalità continentale guidò il conflitto tra Spagna da una parte, Portogallo, Olanda e Inghilterra dall’altra, comportando la costruzione di costosi galeoni sempre più grandi per la Spagna, navi più leggere, più manovrabili e più veloci per gli avversari, e anche il diverso impiego della flotta: navigazione in convoglio e attacchi in massa da parte della flotta spagnola; azioni di guerriglia corsara, agguati isolati da parte delle potenze insulari. I compiti assegnati alla flotta spagnola finirono per nuocere alle sue qualità operative, perché non si poteva presidiare efficacemente il Mediterraneo, l’Atlantico e il Pacifico: neppure l’oro americano permetteva di mantenere sia un grande esercito sia una gran flotta con un teatro operativo comprendente tre continenti e i mari che li bagnano.


La questione delle spezie Il dualismo tra politica continentale e politica insulare spiega anche l’orientamento del Portogallo: fino al 1530 difese con ostinazione le sue rotte circumafricane per assicurarsi l’esclusiva del traffico delle spezie, ma aveva bisogno di una rete commerciale di distribuzione. I portoghesi si rivolsero a Venezia, che tuttavia preferì le spezie fornite dai Turchi, di migliore qualità, rispetto a quelle portoghesi. La distribuzione dei prodotti coloniali portoghesi passò così in mano di olandesi e inglesi. Il Portogallo rimase unito al regno di Spagna dal 1580 al 1640 per via di unione dinastica tra le famiglie regnanti, ma le esigenze e la logica del suo commercio lo indussero a recuperare anche la sua indipendenza politica, passando a una dipendenza di fatto dall’Inghilterra.



 


6. 5 L’oro americano arriva in Europa



Dopo il 1520, e fino alla fine del secolo, i metalli preziosi americani giunsero in misura crescente in Europa. Il bottino fatto in Messico fu ingente, quello fatto in Perù fu imponente. Il riscatto di Atahuallpa si poteva misurare in metri cubi. La corona aveva diritto a un quinto (20%) di tutti i metalli preziosi estratti o confiscati nel nuovo mondo, ma in Spagna giungevano anche le rimesse inviate ai parenti dei conquistatori. Molto abbondante l’arrivo di argento dal Messico dove furono scoperte alcune vene di impressionante ricchezza (San Luis Potosì) e dal Perù (Potosì, ora Bolivia).


Casa de contratación Tutti i traffici con l’America dovevano passare attraverso la mediazione della Casa de contratación di Siviglia, un ente di gestione per conto del governo spagnolo. I metalli preziosi erano ammassati e spediti a epoca fissa in Europa. Tra un arrivo e l’altro i banchieri di Genova (Doria, Spinola, Centurione ecc.) e di Augusta (Fugger, Welser) anticipavano somme enormi al re di Spagna ad alto tasso d’interesse. Se le tempeste o i pirati facevano fallire l’arrivo dei metalli preziosi, la monarchia doveva alienare importanti fonti di reddito come le estrazioni minerarie o i diritti di dogana.


Trasferimento dell’argento verso il Levante La relativa abbondanza di argento rispetto all’oro ne fece diminuire il valore: poiché in Oriente esisteva una relativa abbondanza di oro, si instaurò un commercio, condotto soprattutto dai Veneziani, che prevedeva il trasferimento in Oriente di argento in cambio di oro che poi rialimentava il movimento. L’argento occidentale raggiungeva un poco alla volta anche l’India e la Cina. Con l’argento la monarchia spagnola pagava il soldo dei suoi eserciti accampati nei Paesi Bassi e in Italia; pagava gli interessi dei suoi prestatori fiamminghi, italiani e bavaresi; pagava gli acquisti di armi, viveri e oggetti di lusso fabbricati nei Paesi Bassi e in Italia dove esisteva un fiorente artigianato che così aumentava il giro dei propri affari.


Drenaggio di metalli preziosi dalla Spagna La penisola iberica non riusciva perciò a evitare il drenaggio dei metalli preziosi di cui ebbe il monopolio. Questa fase dell’economia europea è stata definita metallismo, con cui si indica l’ingenua persuasione che si sia ricchi quando si possiede metallo prezioso. Solo più tardi si capì che la ricchezza dipende dal lavoro umano che aggiunge valore alla materia prima. Il lavoro umano, ossia numerosi artigiani, operai, industriali, che per lo Stato sono contribuenti, formano l’ossatura economica di un paese e gli offrono la possibilità di impostare una brillante politica internazionale, non il mero possesso di oro e argento. La Spagna tentò di assicurarsi il controllo politico dell’Italia e dei Paesi Bassi, importanti soprattutto questi ultimi, perché fornivano quasi tre quarti delle entrate fiscali ordinarie dello Stato spagnolo. Ma la rivolta, favorita dalla riforma protestante e dal tenace municipalismo fiammingo, condusse alla separazione e poi all’indipendenza delle Province Unite (Olanda) nella seconda metà del XVI secolo. Il miraggio di arricchire spinse numerosi spagnoli ad arruolarsi negli eserciti, invece di favorire un artigianato e a un’industria propria, tranne nella regione della Catalogna dove da secoli esisteva una fiorente industria tessile e nei Paesi Baschi dove la presenza di miniere alimentava un’industria siderurgica di una certa importanza.


Capitalismo e cattolicesimo in Spagna Al tempo di Carlo V e di Filippo II la potenza dello Stato spagnolo fu messa al servizio dell’ortodossia cattolica, generando una politica in conflitto con gli interessi economici del paese che da un’alleanza col capitalismo protestante avrebbe avuto tutto da guadagnare, tuttavia pochi spagnoli avrebbero accettato di barattare il cattolicesimo con la ricchezza.



6. 6 Primi tentativi di amministrazione coloniale



Esistono tenaci quanto infondati pregiudizi circa la validità dei sistemi amministrativi della Spagna nelle colonie d’America. Se si tiene presente che il territorio da controllare si estendeva dal Messico, comprendente allora anche la California, l’Arizona, il New Mexico, il Texas e la Florida, fino alla punta meridionale del continente, eccettuato il Brasile, si può affermare che l’amministrazione spagnola in America, durata fino al tempo della rivoluzione francese, è stata efficace, attirando definitivamente nell’orbita occidentale un intero continente. Solo la colonizzazione anglosassone ha saputo fare altrettanto, ma in un’area più ristretta e più tardi.


La sistemazione amministrativa dei nuovi territori Dopo il periodo della conquista, turbinoso e confuso, le Nuove ordinanze del 1542 produssero ovunque una sensibile regolarità di amministrazione, arrivando a difendere gli indigeni più efficacemente di qualunque altro regime coloniale posteriore. Di fatto, solo nei territori occupati dalla Spagna sopravvivono numerosi gli indigeni che, quando si sono mescolati agli spagnoli, hanno creato una vivace società di meticci, divenuti in seguito tenaci assertori della cultura indigena, senza produrre fratture con la cultura europea. A Città del Messico fin dal 1605 fu aperta un’università; a Lima un’altra università e una stamperia iniziarono a operare ancor prima.


Governo delle colonie Agli spagnoli non piaceva la vita di campagna perciò ben presto nell’America latina furono costruite città di pietra, con una grande piazza sulla quale si affaccia la cattedrale e il palazzo del governo civile. Le Ordinanze del 1542 istituivano alcuni vicereami: Nuova Spagna (Messico), Nuova Castiglia (Perù), Nuova Granada (Colombia), Rio de la Plata (Argentina, Uruguay e Paraguay). Il viceré rappresentava il sovrano a capo del governo locale insieme con giudici, uditori, ispettori ecc., ossia funzionari che dovevano far applicare le leggi. La Chiesa istituì diocesi corrispondenti alle province. Verso la fine del XVI secolo erano già stati fondati oltre 400 monasteri di Francescani, Domenicani e Gesuiti.



6. 7 Cronologia essenziale



1522 Si conclude il primo periplo della terra realizzato da Magellano dopo tre anni di navigazione.


1519-1521 Hernán Cortés sottomette l’impero azteco sconfiggendo Montezuma. Nel 1528 è completata l’occupazione del Messico che riceve il nome di Nuova Spagna.


1520-1530 Nel corso del decennio il prezzo del grano sui mercati europei aumenta di circa sei volte.


1532 Inizia la conquista del Perù da parte di una piccola spedizione al comando di Francisco Pizarro.


1542 Carlo V emana le Nuove ordinanze per istituire un’amministrazione più ordinata delle colonie americane, organizzate in quattro grandi vicereami.


1548 Terminano i disordini in Perù suscitati da conflitti tra spagnoli e dalla rivolta degli inca.



6. 8 Il documento storico



L’autore del documento che segue, El Inca Garcilaso de la Vega, era figlio naturale di uno dei conquistatori del Perù e di una principessa Inca. Questa circostanza gli permise di ammirare l’una e l’altra civiltà entrate in conflitto. I Commentari reali rappresentano una fonte stupenda per conoscere una civiltà per alcuni aspetti barbara, ma per altri raffinata, distrutta dalla fretta e dal dinamismo della società occidentale, incapace di cogliere le sottigliezze indigene. L’Autore descrive una delle mirabili costruzioni incaiche, il Tempio del Sole, costruito da popolazioni che non conoscevano l’uso dei metalli duri e della ruota per il trasporto di massi enormi che venivano tagliati a spigolo vivo con precisione millimetrica.



“Uno dei più grandi idoli dei re Inca e dei loro vassalli fu la città imperiale di Cuzco, adorata dagli indios come cosa sacra, perché fondata dal primo Inca Manco Capac, e per le innumerevoli vittorie da essa riportate nelle conquiste avvenute, e perché era la casa e la corte degli Inca considerati dèi. La sua adorazione era tale da apparire anche nei dettagli più insignificanti: per esempio, se due indios di pari condizione si incontravano per strada e uno andava a Cuzco e l’altro ne proveniva, costui era più onorato di quel che vi andava, come superiore di fronte a un inferiore, per il solo fatto di esser stato e provenire dalla città, e tanto più quanto era più vicino ad essa, e ancor di più se vi era nato. La stessa cosa accadeva a sementi e legumi, o a qualunque cosa portassero da Cuzco in altri posti; anche se la qualità non era superiore, per il solo fatto di esser di quella città erano più stimati di quelli di altre regioni e province. Da questo si potrà desumere ciò che avveniva a cose più importanti. Per conservarla in questa venerazione quei re la nobilitarono quanto più poterono mediante edifici sontuosi e palazzi reali, edificati in gran numero, come diremo nella descrizione di alcuni di loro; tra i quali il più favorito fu il Tempio del Sole, adornato di incredibili ricchezze, accresciute da ogni Inca in gara con ciò che si era fatto in passato. Furono tanto stupefacenti le dimensioni di quel palazzo che non oserei accennarvi se non l’avessero fatto tutti gli storici spagnoli del Perù; né ciò che essi dissero, né quel che dirò io, riesce a rendere l’idea di quel che furono. Attribuiscono la costruzione di quel tempio al re Inca Yupanqui, nonno di Huayna Capac, non perché l’abbia fondato lui, giacché era stato fondato dal primo Inca, ma perché ne aveva completato l’ornamentazione e perché vi pose quella ricchezza e quella maestà trovate dagli spagnoli.


Venendo alla pianta del tempio, bisogna sapere che la dimora del Sole era quella che ora è la chiesa di San Domenico, di cui non possiedo l’esatta larghezza e lunghezza e perciò non la dico; le pietre, per quanto riguarda le loro dimensioni, rimangono ancor oggi. Sono lavorate di taglio netto, molto grandi e pulite.


L’altare maggiore (diciamo così per intenderci, anche se gli indios non conoscevano la funzione degli altari) era situata a Oriente. Il tetto di legno era molto alto perché circolasse molta aria; la copertura era di paglia perché non arrivarono a completare l’edificio. Le quattro pareti erano rivestite dall’alto al basso di lamine e tavole d’oro. Nel tesoro che chiamiamo altare maggiore, era collocata la figura del Sole fatta di una lamina d’oro grossa il doppio delle lamine che coprivano le pareti. La figura appariva come un volto rotondo e con raggi o fiamme di fuoco, tutta d’un pezzo, né più né meno di come la dipingono i pittori. Era tanto grande che occupava la parte terminale del tempio da parete a parete. Gli Inca non ebbero altri idoli propri o di altre nazioni in quel Tempio del Sole, perché non adoravano altri dèi oltre il Sole, anche se non mancano alcuni che dicono il contrario.


Quella figura del Sole, quando gli spagnoli entrarono in quella città, finì per sorteggio nelle mani di un nobile che fu uno dei primi conquistatori di nome Mancio Sierra de Leguizamón, che io conobbi e lasciai vivo quando venni in Spagna, gran giocatore di ogni tipo di giochi che, pur essendo l’immagine tanto grande, la giocò e la perdette in una notte. Perciò possiamo dire, seguendo il padre M. Acosta, che nacque il proverbio : “Gioca il sole prima che albeggi”. Col passare del tempo, il consiglio comunale di quella città, vedendo quanto era sviato dal gioco quel gentiluomo, per liberarlo da quella passione lo scelse per un anno come sindaco, ed egli si pose al servizio della sua patria con tanta cura e diligenza, perché era cavaliere di molte buone qualità, che per tutto quell’anno non prese le carte in mano. La città, comprovato il fatto, tenne occupato Mancio Sierra un altro anno e poi molti anni seguenti in uffici pubblici, e costui con le continue occupazioni, dimenticò il gioco, e lo aborrì per sempre, ricordandosi del molto lavoro e delle necessità che ogni giorno l’occupavano. Da ciò si vede quanto l’oziosità favorisca il vizio e quanto sia favorita la virtù dall’intensa occupazione. Tornando alla nostra storia, da quel pezzo che fu assegnato a un solo spagnolo si può giudicare la grandezza del tesoro trovato in quella città e in quel tempio”.



Fonte: EL INCA GARCILASO DE LA VEGA, Comentarios reales, Espasa-Calpe, Madrid 1976, pp. 44-47.



6. 9 In biblioteca



Fonte importante per la storia della conquista del Messico è di H. CORTÉS, La conquista del Messico, Ist. Geogr. De Agostini, Novara 1961. Interessanti i due volumi di W.H. PRESCOTT, La conquista del Messico, Einaudi, Torino 1958 e La conquista del Perù, Le Maschere, Firenze 1959. Volendo approfondire la conoscenza degli aztechi si consiglia di G. VAILLANT, La civiltà azteca, Einaudi, Torino 1971. Interessante anche di C.A. BURLAND, Montezuma signore degli aztechi, Einaudi, Torino 1976. Si consulti anche di E. THOMSON, La civiltà maya, Einaudi, Torino 1974. Sempre per l’area azteca, si consulti di J. SOUSTELLE, Gli olmechi. La più antica civiltà del Messico, Rusconi, Milano 1982. Per una storia generale degli indiani si può consultare di Ph. JACQUIN, Storia degli indiani d’America (ex 1458), Mondadori, Milano 1976; L. SEJOURNÉ, L’America precolombiana, vol. XXI della Storia universale Feltrinelli, Milano 1978. Per la storia degli inca si consulti di A. METRAUX, Gli inca, Einaudi, Torino 1969; e di B. FAGAN, Alla scoperta degli imperi del sole, Newton-Compton, Roma 1976. Notevole di P. CHAUNU, L’America e le Americhe. Storia del continente americano, Dedalo, Bari 1969.