I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Peccato mortale (II)

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

21. Il peccato mortale ruba all\’uomo ogni bene: 1° Gli toglie la grazia; 2° Deturpa la bellezza dell\’anima; 3° Spoglia l\’anima della sapienza e della vita; 4° Priva di tutti i meriti.
 22. Il peccato mortale attira sull\’uomo tutti i mali: 1° Lo rende vile e spregevole; 2° Lo acceca; 3° Lo rende schiavo; 4° Uccide il corpo e l\’anima; 5° Attira la maledizione di Dio; 6° Conduce ad una cattiva morte e all\’inferno; 7° Fà dell\’uomo un demonio; 8° Produce di per se stesso tutti i mali.
 23. Il peccato mortale è un mistero d\’inferno.
 24. Stato spaventoso di chi si trova in peccato.
 25. Sorgenti del peccato.
 26. Diverse maniere di peccare.
 27. Difficoltà e miracolo della giustificazione.
 28. Il peccato dev\’essere punito.
 29. Che cosa si richiede perché un peccato sia mortale?
 30. Bisogna evitare il peccato.

21. IL PECCATO MORTALE RUBA ALL\’UOMO OGNI BENE: 1° Gli toglie la grazia . – Il peccato mortale fa perdere all\’anima la grazia santificante che è il più prezioso dei tesori…
La grazia è il principio della gloria… Dice Gesù Cristo: «Chi berrà dell\’acqua, che gli darò io, non avrà mai più sete in eterno; ma l\’acqua che io gli darò, si farà per lui fonte di acqua viva che sale alla vita eterna» (IOANN. IV, 13-14). Gesù dà alla sua grazia il nome di acqua zampillante, di acqua viva, perché ella viene dal cielo che è la vita e vi conduce. Sia di natura sua, sia per la sua destinazione, per la promessa di Dio, la grazia è il seme che produce la gloria. Dio si comunica all\’anima per mezzo della grazia e mediante questa comunicazione innalza l\’anima fino a se stesso, la trasforma in sé, la divinizza..
Gesù Cristo cammina su le onde, sostiene Pietro, calma la tempesta, e in un, istante fa approdare la barca alla spiaggia. Con la sua grazia, il Salvatore opera in noi simili prodigi: ci aiuta a rinunziare al secolo, calma le tempeste della concupiscenza e delle tentazioni, ci guida al porto dell\’eterna salute. Quando Iddio scende in un\’.anima con la luce della sua grazia, quest\’anima si scioglie come neve al sole, piange i suoi traviamenti, s\’infiamma di zelo, diventa dolce e si abbandona interamente nelle braccia del celeste sposo. Allora in lei si appianano i monti dell\’orgoglio, scompaiono i colli dell\’ambizione e della vanità, e non vi rimane traccia delle scure valli
della viltà, del timore, della tepidezza, dell\’accidia… La grazia rende meritorie le opere buone.
Ah se conoscessimo il prezzo della grazia e tutti i suoi vantaggi! con quale ardore la brameremmo e come, invece di esporci a perderla, lavoreremmo a procurarla, a conservarla e aumentarla! Come ogni altra cosa e grandezza, e ricchezza ci sembrerebbe vile e spregevole, in confronto di essa!… La grazia 1) scaccia ogni peccato mortale; 2) rende l\’uomo accetto a Dio; 3) gli conferisce la rettitudine e la santità; la sua mente, la sua volontà, tutte le facoltà stanno soggette a Dio e alla sua legge, in una parola essa rende l\’uomo somigliante a Dio e quale era Adamo prima della sua caduta; 4) fa di noi altrettanti figli di Dio, suoi eredi, coeredi e membri di Gesù Cristo; 5) porta con sé tutte le virtù e i doni dello Spirito Santo; 6) assicura il possesso della gloria; 7) è il principio e la causa della soddisfazione per le colpe commesse e ci premunisce contro le cadute…
La grazia ha per frutto, la pace…, la speranza della gloria…, la grandezza d\’animo e la gioia nelle contrarietà… Paragonati alla grazia, tutti i diamanti dell\’Oriente, tutte le corone dei re, tutti i tesori dei ricchi, tutto il denaro del mondo, non valgono nulla, dice il Savio (Sap. VII, 9)… Ora, un solo peccato mortale basta a sciupare, a distruggere, ad annientare questa grazia di così inestimabile valore!… O Dio, che perdita!… Che disgrazia!…
Deturpa la bellezza dell\’anima. – Che cosa ha fatto in cielo, il peccato mortale, del più felice, del più splendido, del più riccamente dotato degli Angeli? Ne ha fatto il più misero, il più schifoso, il più povero dei demoni. Quale sarà dunque lo stato in cui riduce l\’anima dell\’uomo! Bisogna esclamare piangendo con Geremia: «Ogni bellezza scomparve dalla figlia di Sion» (Lament. I, 6).
Che cosa vi è di più bello che l\’anima creata a immagine di Dio, capace di conoscere, amare, servire il suo Creatore e di possedere la gloria eterna? Finché si mantiene nello stato di grazia abituale, è più splendida del sole. Se potessimo vedere la sua incomparabile bellezza, ne saremmo rapiti e la crederemmo una divinità, perché vestita della bellezza medesima di Dio. Ma quando ha la disgrazia di cadere in un peccato mortale, che spaventoso cambiamento avviene in lei!… Ogni sua beltà scompare in un battere d\’occhio; ella diventa agli occhi di Dio più laida e più stomachevole di quanto può essere agli occhi dell\’uomo civile, il più schifoso e barbaro selvaggio. Ma che dico? E mille volte più orribile a vedersi che un cadavere corroso dai vermi. Se si potesse vedere, farebbe morire di spavento.
Spoglia l\’anima della sapienza e della vita. – Lo Spirito Santo ci avverte che la sapienza non entra in un\’anima dedita al male, non abita in un corpo schiavo del peccato, e lo Spirito del Signore si allontana al giungere dell\’iniquità (Sap. I, 4-5)… Se la sapienza regna in un\’anima esente da peccato mortale, bisogna dire che la follia, l\’insensatezza domina colui che vi si abbandona.
Che cosa è il corpo privo dell\’anima e ridotto a cadavere? E’ la più vile e ributtante cosa del mondo. Tale è l\’anima che ha perduto, per il peccato mortale, la vita… Dio è per l\’anima quello che l\’anima è per il corpo; come l\’anima è la vita del corpo, così la grazia è la vita dell\’anima. Quando l\’anima si separa dal corpo, la vita cessa; quando Dio si separa dall\’anima, questa muore e non ha più calore di vita. Ora, soltanto il peccato mortale produce questa funesta separazione… O peccato mortale, quanto. sei dannoso!
Priva di tutti i meriti. – Supponete che una persona sia adorna di tutte le virtù; che da venti, trenta, cinquant\’anni sia cresciuta in perfezione; che insomma abbia toccato l\’apice della santità; un solo peccato mortale le rapisce il merito di tutte le preghiere, elemosine, mortificazioni, confessioni e comunioni, in una parola, di tutti gli atti di virtù; di modo che se morisse in tale stato, nulla di tutto ciò le gioverebbe punto; sarebbe esclusa dal cielo e condannata all\’inferno. E questa una verità chiaramente esposta nei Libri santi: «Se il giusto si ritirerà dalla via della giustizia e commetterà il peccato, dice Iddio per bocca di Ezechiele, io scaverò dinanzi a lui una fossa; egli morrà nel suo peccato, e di tutte le opere sante che avrà fatto non rimarrà memoria» (EZECH. III, 20).
Di più; tutto il bene che fa l\’uomo in istato di colpa grave va interamente perduto e non gli sarà computato per il cielo. Rimanga il peccatore dieci, venti, cinquant\’anni in tale stato, tutte le sue preghiere ed ogni altra opera santa che faccia, non gli sono punto di merito per la vita eterna. Per meritare la gloria e un accrescimento di gloria, bisogna avere la grazia santificante. Odi, peccatore che non ti arresti in faccia al peccato mortale ed osi vantarti che sei ricco e che non manchi di nulla, odi quello che ti risponde il Signore: «Tu non ti accorgi che sei misero, infelice, povero, cieco e nudo» (Apoc. III, 17).
Se è così, dirà forse taluno, tanto vale, dopo commesso un peccato mortale, lasciare affatto la preghiera, la mortificazione, la elemosina, la confessione, e darsi alla disperazione. Anzi conviene applicarvisi più di proposito; perché sebbene tali opere fatte in peccato mortale non ricevano ricompensa nel cielo, avranno tuttavia l\’insigne vantaggio di disporre il peccatore a convertirsi, e ottenergli misericordia; beni immensi ch\’egli non otterrà certamente se rimane nel peccato e non fa nulla per uscirne, tanto peggio poi se dispera.
Riguardo ai meriti acquistati in istato di grazia e perduti in conseguenza di un peccato mortale, essi ci saranno resi interamente quando saremo ritornati nella grazia e nell\’amicizia di Dio. Importa dunque sommamente al giusto che è caduto, il rialzarsi presto, e non cessare dalle opere buone anche in istato di peccato, per tenersi aperta la porta alla riconciliazione con Dio, e rientrare al possesso di tanti tesori da lui accumulati, e che altrimenti andrebbero per esso eternamente perduti.
A tutto ciò se si aggiunge che un solo peccato mortale basta a dare il crollo alle virtù ed alle ricchezze spirituali; a recidere l\’amor di Dio, a togliere la felicità, l\’innocenza, a impedire una buona morte; a chiudere la porta del cielo; a privare del trono, della corona, della gloria celeste, della vista, del possesso, del godimento di Dio in eterno, tu vedi che ladro e assassino sia il peccato mortale, che dopo di averti rubato ogni più invidiabile ricchezza, ti opprime di mali e ti sprofonda in un abisso di sciagura.

22. IL PECCATO MORTALE ATTIRA SULL\’UOMO TUTTI I MALI: 1° Lo rende vile e spregevole. – Il peccato è il sommo della degradazione dell\’uomo, come la prostituzione è la più profonda degradazione della vergine, togliendole il pudore, la verginità, l\’onore: cosicché al peccatore si può applicare il detto di Geremia: «O quanto vile e spregevole sei divenuta, Gerusalemme!» (IEREM. II, 36). A questo proposito scrive S. Agostino: «L\’eccellenza e il bene della natura principalmente si manifesta in ciò che le è dato di potersi appigliare alla natura del sommo ed inamovibile bene. Ma se essa vi si rifiuta, si priva del bene assoluto, ed è questa la somma sua disgrazia; perché, per la giustizia di Dio, essa cade rapidamente nell\’ignominia e nei patimenti. Che cosa vi può essere di più orrendo, e degno di disprezzo, che il voler trovare il bene nell\’abbandono del vero bene? Accade talvolta che non si sente il male della perdita di un bene superiore, quando si possiede il bene inferiore che si ama. Ma è proprio della giustizia divina il disporre che colui il quale perde di suo volere quel che avrebbe dovuto amare, cioè Dio, perda anche con dolore quello che ha amato» (De Civit. Dei). Il peccatore, tutto terra e materia, non sente quanto sia degradante il peccato e quanto avvilisca l\’uomo; e Dio, affinché lo senta, gli manda i dolori del castigo.
Lo acceca. – San Paolo dice nella persona del peccatore: «Non intendo quello che fo» (Rom. VII, 15). Infatti il peccatore non intende, in primo luogo, tutta la malizia del peccato; ché se la comprendesse non lo commetterebbe giammai… In secondo luogo non comprende bene quello che fa quando pecca, perché opera contro il giudizio della sua coscienza e della sua ragione.
«Non partecipate, dice il medesimo Apostolo, alle opere sterili delle tenebre, ma biasimatele; perché quello ch\’essi fanno in segreto, sono cose vergognose a dirsi» (Eph. V, 11-12). Il peccato è chiamato opera delle tenebre: 1° perché essendo opera vergognosa, il peccatore odia la luce e cerca le tenebre…; 2° perché acceca l\’intelligenza e la ragione… Il peccato ha sempre origine o dall\’errore, o dall\’imprudenza, o dal difetto di esame e di riflessione. E un errore pratico, l\’errore della vita e dei costumi, come si legge nei Proverbi: «Quelli che fanno il male sono nell\’errore» (XIV, 22). A chi lo commette fa misconoscere la legge che è la guida sicura della coscienza e della saviezza. Dopo che è conosciuto, addensa più ancora le tenebre in cui già l\’anima si trova affondata.
O peccatore cieco che dormi nel tuo stato, continua l\’Apostolo, sorgi ed esci di mezzo ai morti, e Gesù Cristo t\’illuminerà (Eph. V, 14). «Il peccatore sta oziando, dice il Crisostomo, e non fa azione degna di lode; non può presentarne nessuna e non comprende le cose della salute; si direbbe un uomo che dorme. Anzi, un uomo che sogna piaceri fantastici; egli è veramente un uomo addormentato (Hom. ad popul.)». Essi dormirono, dice il Salmista, e tutti questi peccatori che reputavansi ricchi, non trovarono nulla nelle loro mani (Psalm. LXXV, 5). «Non cadete in peccato, dice S. Agostino, e il sole di giustizia non andrà per voi al tramonto; ma se voi cadete, scomparirà come il sole nell\’occaso. Se volete essere illuminati, siate voi medesimi luce: perché se amate le tenebre e le tenebrose passioni, ne resterete accecati (In Psalm.)».
Molta analogia vi è tra le tenebre ed il peccato: 1° Come le tenebre privano l\’uomo della luce, così il peccato lo priva della grazia, che è la luce celeste… 2° Chi va al buio non vede nulla e spesso inciampa; il peccatore non vede nulla di ciò che dovrebbe vedere, e dà in frequenti cadute… 3° Gli uccelli notturni non possono soffrire il chiarore del giorno; i peccatori fuggono la luce della ragione e della grazia; essa li irrita e stanca, secondo quelle parole di Cristo: «Chiunque fa male, odia la luce, e non vi si espone, affinché non gli vengano rimproverate le opere sue » (IOANN. III, 20)… 4° I peccati sono opere del demonio principe delle tenebre… 5° La maggior parte delle colpe si commettono nelle ombre… 6° I peccati hanno per cagione le tenebre; derivano dall\’accecamento volontario che porta il peccatore ad abbandonarsi ad una passione fugace a scapito del suo riposo, della pace di sua coscienza, della felicità eterna, del possesso di Dio: il che è certamente la più grande, la più nocevole delle follie; e più che follia, è rabbia e furore… 7° Il peccato acceca lo spirito in modo portentoso… 8° Conduce alle tenebre dell\’inferno.
I grandi peccatori sono così ciechi, che non trovano nulla in sé da rimproverare; più colpe hanno e meno ci pensano. O ciechi che sono! dovrebbero ricordare quelle parole di S. Giovanni: «Se diciamo di non avere peccato, noi c\’illudiamo, e la verità non è in noi» (I IOANN. I, 8), e queste altre di S. Giacomo: «Tutti noi manchiamo in molte cose» (IAC. III, 2). Ricordino ancora quelle sentenze del Profeta: «Chi sa pesare i traviamenti dell\’uomo? Ah, Signore! mondatemi dalle colpe occulte» (Psalm. XVIII, 12). «I miei peccati mi hanno trascinato in un baratro profondo, in un luogo di tenebre, tra le ombre di morte» (LXXXVII, 6). «Il peccato, mio nemico, mi ha cacciato nel più orrido buio, come i morti» (CXLII, 3). Se è vero che chi dimora in Dio, non pecca, è anche vero, che chiunque pecca non vide né mai conobbe Dio (I 10ANN. III, 6).
L\’uomo che vuole peccare è talmente cieco, che ripete a se stesso il linguaggio tenuto già dal serpente ad Eva. Perché tale proibizione? Perché non sarà permesso prendersi questo diletto? Quella cosa non è poi così brutto male come la gente dice; nel giudicarne così strettamente si esagera… E chi potrà mai credere sul serio che per il godimento di un istante, vi sia un inferno eterno! questo non può essere (Gen. III, 1, 4). Ad esempio di Eva, egli pensa che questo o quell\’altro frutto dev\’essere buono al gusto, bello alla vista; lo coglie e se ne ciba; e in quel punto gli si aprono gli occhi, si trova nudo, spogliato della grazia e dell\’amicizia di Dio. Il frutto dell\’orgoglio, della voluttà, della gola, dell\’amore del mondo, sembra buono e bello al peccatore, perché ha la vista torbida, il gustoso depravato, il cuore infermo; se ne pasce e gli tocca la sorte di Adamo e d\’Eva… «Il castigo apre gli occhi chiusi dal peccato », dice S. Gregorio (In Gen.); ma è troppo tardi; bisognava aprirli prima della caduta…
Che cosa fa l\’uomo peccando? Abbandona Dio fonte di acqua viva, risponde Geremia (II, 13), per seguire le creature, cisterne areno se che non possono contenere l\’acqua. Ora che cecità, che accecamento inaudito, non è mai quello di abbandonare Dio, solo e sommo bene, per un nulla, per cosa che è meno di nulla? «Quanto e quale bene sia Dio, evidentemente si rileva anche da ciò, dice S. Agostino, che nessuno di coloro che da lui si allontanano è felice; infatti quegli stessi che si abbandonano al piacere non possono schermirsi dal timore di qualche patimento. E anche quelli che non sentono il male di aver abbandonato Dio non possono nascondere internamente la loro miseria (In Genes.)». E infatti, siccome in Dio solo è la vera felicità, il peccatore che lo scaccia da sé, si espone per questo solo ad ogni amarezza. Dopo di aver abbandonata la sorgente della vita, egli si attacca, voglia o non voglia, alla sorgente della morte, dell\’infelicità, della miseria. Non è questo il sommo dell\’accecamento?..
«Una densa nube tu hai posto tra te e Dio, la quale intercetta la tua preghiera», dice Geremia (Lament. III, 44). I peccati sono chiamati nuvole: 1° perché sono densi e neri vapori che esalano da un Cuore corrotto come da limacciosa pozzanghera; 2° perché privano l\’anima della luce e del calore del sole eterno che l\’avrebbe resa bella e feconda; 3° perché se
la folgore e la grandine ci vengono dalle nubi, la collera ed i castighi di Dio ci derivano dal peccato; 4° perché come le nubi separano la terra dal cielo e impediscono all\’occhio di penetrare fino all\’azzurro firmamento, così i peccati dividono l\’uomo dai Santi, dagli Angeli, da Dio, e non gli lasciano vedere né il giudizio che l\’attende, né l\’inferno che si spalanca per inghiottirlo.
Lo rende schiavo. – Il peccatore è gittato dal suo peccato in oscura prigione, o per meglio dire, il peccato si fa esso medesimo prigione al peccatore; di maniera che questi può applicare a se stesso quelle parole di Geremia: «Ha edificato intorno a me, perché più non esca; ha appesantito le mie catene» (Lament. III, 7).
«Il peccato mortale, dice S. Agostino, mette in prigione chi lo commette; la ricaduta chiude la porta del carcere; l\’abitudine la mura» (De Morib. Ecclesiae). E che diremo poi della prigione dell\’inferno in cui il peccato mortale precipita chi lo commette? Ma non c\’è da meravigliare, perché non è forse effetto del peccato cambiare l\’anima da tempio di Dio in dimora di Satana? Il demonio, come ci assicura il grande Apostolo, tiene nei suoi lacci i peccatori, a suo talento (II Tim. II, 26). Essi somigliano ad un uccello che un ragazzo tiene legato per un filo; vola, ma non è libero.
«I peccatori, scrive Bossuet, sono schiavi di colui che si è dichiarato l\’antagonista di Dio; schiavi di Satana, di quello spirito nero, tenebroso, furioso e disperato, il quale non respira che odio, dissensione, invidia; schiavi di quello spirito superbo, ingannatore, geloso, che sprofondatosi nell\’abisso senza speranza di uscita, di altro non è più capace che di quella sinistra gioia che prova un furfante nell\’avere dei complici, un invidioso nell\’avere compagni d\’infortunio, un orgoglioso abbattuto nel trascinare altri nella sua rovina; schiavi del demonio, il cui odio è implacabile. E notate che quest\’odio del diavolo contro. i peccatori è tale, che si diletta non solamente di crucciarli, ma di macchiarne e degradarne l\’anima. Più gode di corrompere che di tormentare; di togliere l\’innocenza, che il riposo; più di rendere malvagio, che infelice. Quando questo vincitore crudele si è insignorito di un\’anima, vi entra furibondo, la saccheggia, la malmena, la diserta, la viola; e la viola non tanto per soddisfare a se stesso, quanto per disonorarla ed avvilirla. Egli la porta ad abbandonarsi a lui, la insozza, e poi se ne prende giuoco; la tratta come si trattano quelle donne che divengono lo scherno di coloro ai quali si sono indegnamente e vilmente prostituite».
«Ecco, dice Isaia, che voi siete stati venduti in mezzo alle vostre iniquità, e venduti per un nulla» (L, 1), (LII, 3). Dio vende i peccatori, cioè li abbandona al demonio; perché di per sé il demonio non ha nessun diritto su l\’uomo, anche peccatore: ma Dio gliela abbandona come un essere vile, dispregevole, reo di lesa maestà; gliela consegna come la giustizia umana consegna un condannato al carnefice, perché lo torturi.
Il peccatore è schiavo del demonio, ma anche della concupiscenza, delle passioni, del peccato: «Sbarazziamoci, dice S. Paolo, di ogni peso, e del peccato che ci avviluppa» (Hebr. XII, 1). 1) La concupiscenza ci avviluppa, movendo ci guerra continua ed accanita e ponendoci ostacoli a fare il bene. 2) Il peccato ci avviluppa cioè c\’incatena e impedisce la libertà dei nostri movimenti. 3) Ci avviluppa, cioè si stringe a noi fortissimamente.
Il peccatore, secondo la frase di S. Paolo, è venduto sotto il peccato (Rom. VII, 14). La forza di questa espressione si comprende se si ricorda come gli antichi Romani usassero coronare di fiori i prigionieri di guerra, che mettevano in vendita, il che si chiamava vendere, venundare sub corona. Perciò venundari sub peccato significa letteralmente essere venduto o abbandonato da Dio al demonio, con in capo, quasi terribile corona, il peso dei peccati commessi.
S. Bernardo, commentando quel passo dell\’Esodo, dove si narra che gli Ebrei oppressi da Faraone venivano impiegati alla fabbricazione di mattoni con fango, per la cottura dei quali il re forniva loro una data misura di paglia (Exod. I e V), dice: «Sotto il giogo, di Faraone si fanno opere di fango; Faraone, il demonio, ci somministra la paglia, cioè i pensieri dissipati e colpevoli. La paglia presto si accende ed è consumata in un istante; i cattivi pensieri suggeriti dal demonio producono rapidamente nello spirito un fuoco che è nutrito dalla carne corrotta. Con la paglia accesa si fa cuocere il fango, o terra stemprata, per fabbricarne mattoni; con la paglia della compiacenza, i cattivi pensieri, raffigurati dal fango, si scaldano, si cambiano in fatti e in abitudini, che poi s\’induriscono e diventano solidi come l\’argilla cotta nella fornace (In Exod.).
«Guai a voi, dice Isaia, che vi trascinate dietro l\’iniquità con i suoi legami di vanità, ed il peccato come le sbarre di un carro» (ISAI. V, 18). « Il Profeta, commenta qui S. Gerolamo, dà al peccato il nome di laccio di vanità, perché in brevissimo tempo è ordito, non ha più consistenza che una tela di ragno; ma quando tentiamo di liberarcene, ci troviamo stretti da fortissimi lacci (In Isaia)».
Sansone è accalappiato dalle moine di Dalila; perde la sua forza, diventa fiacco, è vinto, consegnato ai Filistei che gli cavano gli occhi e lo costringono a girare, come giumento, una macina. Che cosa è Dalila, se non la concupiscenza? E che cosa sono i Filistei, se non le passioni sfrenate dell\’anima? Quando pertanto l\’uomo si abbandona al peccato, perde le sue forze e tosto il demonio, la carne, il mondo lo afferrano; lo legano, gli cavano gli occhi dell\’intelligenza e lo rendono schiavo al pari di un giumento attaccato alla macina di un molino… Il peccatore diventa schiavo delle sue passioni; e diventa soggetto a tanti tiranni, quante sono le passioni a cui cede… L\’Evangelo dice del figliuol prodigo, che si fece schiavo di un padrone avaro e crudele;
più infelice del prodigo, il peccatore si fa schiavo di una truppa di padroni crudeli e fieri oltre ogni credere.
Uccide il corpo e l\’anima. – «Lo stipendio del peccato è la morte» – dice S. Paolo (Rom. VI, 23). Stipendio malaugurato! «Il pungolo del peccato, scrive il medesimo Apostolo, è il peccato» (I Cor XV, 56). Stimolo terribile, pungolo atroce!… Dio aveva creato l\’uomo immortale di anima e di corpo, ma il peccato gli fece perdere questa immortalità e il Signore gliene diede annunzio con quelle tremende parole: «Tu sei polvere, ed in polvere ritornerai» (Gen. III, 19). Chi mai, considerando le stragi orribili che mena la morte, non comprenderà l\’enormità del peccato mortale?… Egli entra nel mondo, e la morte lo segue!…
«Chi non ama Dio e i suoi fratelli, rimane nella morte» – dice S. Giovanni (I, III, 14). Ora chi pecca mortalmente, cessa di amare Dio, cessa adunque di vivere. La morte dell\’anima avviene per la privazione della grazia santificante e l\’abbandono di Dio. Quando l\’anima è separata da Dio, incontra la sorte che tocca al corpo quando è separato dall\’anima… Dio è la vita dell\’anima; quando si allontana da lei, essa muore. «L\’anima che pecca, dice Ezechiele, morrà» (XVIII, 20). «Il peccato, consumato che è, genera la morte», soggiunge S. Giacomo (IAC. I, 15); quindi il Signore nell\’Apocalisse dice al peccatore: «Io conosco i fatti tuoi; sembri vivo, ma in realtà sei morto» (Apoc. III, 1), e S. Agostino scrive: «Si sa che molti portano anime morte in corpi viventi» (De Verb. Domin.). Ah sì! il peccato è la morte dell\’anima immortale, morte che lascia vivere l\’uomo, morte alla quale non mettono fine né la morte del corpo né l\’eternità.
Attira la maledizione di Dio. – Geremia proclama a nome del Signore che maledetto è colui il quale si affida alla creatura, ed il cuore del quale si allontanò da Dio (XVII, 5). Davide poi esprime con energiche frasi il modo e la forza con cui questa maledizione divina si attacca al peccatore ostinato. Egli ha amato la maledizione e verrà sopra di lui, non ha voluto la benedizione e si allontanerà da lui. Si è vestito della maledizione come di un mantello; è entrata come acqua nelle sue viscere, penetrò come olio nelle sue midolle. Diventi essa il suo abito per sempre, e sia il cingolo delle sue reni. Questa è la paga che Dio riserva ai suoi nemici (Psalm. CVIII, 18-19). Se terribile è la maledizione di un padre sui figli, che sarà la maledizione di Dio?..
Conduce ad una cattiva morte e all\’inferno. – «La morte dei peccatori è pessima» – dice il Salmista, e «spaventosissima», soggiunge il Savio (Eccli. XXVIII, 24); perché «a quel punto egli vedrà e infurierà, digrignerà i denti e si consumerà di rabbia; il desiderio degli empi andrà in fumo» (Psalm. CXI, 9).
La morte nel peccato e nell\’impenitenza finale è una morte disperata, una morte irreparabilmente infelice, è la morte dei reprobi, che dall\’inferno del rimorso li trascina nell\’inferno del fuoco; infatti il peccatore quando pecca mortalmente, accende in se medesimo il fuoco eterno. Chi pecca, dice S. Ambrogio, lavora per la seconda morte, cioè per l\’inferno (Serm. III). «Il peccatore, leggiamo nell\’Apocalisse, berrà del vino della collera di Dio, e sarà tormentato dal fuoco e dallo zolfo. Il fumo dei loro tormenti salirà nei secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte» (Apoc. XIV, 10-11).
Perciò S. Agostino dice: «Se non temete il peccato, temete almeno la morte eterna. O infelicità dei peccatori! lasciano morendo l\’oggetto che li ha spinti al peccato, e portano con sé i loro peccati, principio di un\’eterna dannazione. Non vi è morte peggiore di quella che conduce dove la morte non muore. Disgraziati peccatori! quello che essi vogliono non c\’è, e quello che non vogliono esiste, vorrebbero per sempre il piacere del peccato, e questo subito passa; non vorrebbero la pena del peccato, e questa non solamente c\’è, ma se non si convertono a tempo, durerà eterna (Homil XLII, in L)».
Fa dell\’uomo un demonio. – Se resistiamo al peccato mortale, sconfiggiamo la potenza di Satana; ma se cediamo al peccato, esso chiamerà su di noi il demonio, o piuttosto ci trasformerà in demoni. Chi possiede Dio è in certo qual modo trasformato in Dio; chi porta in cuore il demonio, diventa interiormente egli medesimo un demonio e porta su di sé impresso il marchio del dragone infernale: «Quando l\’uomo vive a suo capriccio dice S. Agostino, e non secondo la legge di Dio, diventa simile al demonio: poiché perfino. l\’Angelo, se volle dimorare nella verità, dovette vivere non secondo l\’Angelo, ma secondo Iddio (Lib. I Retract.)».
A cagione del peccato, l\’Angelo divenne diavolo; per il peccato l\’uomo incorre nella medesima sorte… «Chi pecca, dice apertamente S. Giovanni, appartiene al demonio, perché il demonio pecca fin da principio… e i peccatori sono figli del demonio» (I IOANN. III, 8-10). E ammaestrato da lui, S. Ignazio martire scrive che il peccato mortale è un germe di Satana, che trasnatura l\’uomo in demonio (Epist.).
Produce di per se stesso tutti i mali. – S. Cirillo chiama il demonio principe del peccato, e padre di tutti i mali (Hom.). Infatti donde vennero tutti quegli infiniti mali di cui l\’uomo è la preda in questo e nell\’altro mondo.? Non forse dall\’invidia di Satana, e dal peccato di Adamo?… Per conoscere che cosa è il peccato, gettate l\’occhio. su la disobbedienza del primo uomo e considerate quante malattie, quanti patimenti, quante angosce e miserie essa ha portato a milioni di uomini che da circa seimila anni passano lacerandosi tra le spine della terra; e quanti tra questa folla sono discesi per tutta l\’eternità negli abissi dell\’inferno? Considerate che per espiare questa disobbedienza, il Figlio di Dio ha dovuto morire crocifisso tra due ladroni, e voi comprenderete che male sia un solo peccato! Allora se la passione vi solletica, voi le risponderete: Non voglio per cosa così da poco, far nascere in me dei rimorsi che potrebbero essere inutili ed eterni.
Ecco le infermità principali che genera in noi il peccato mortale, e contro le quali lo Spirito Santo ci dà forza…; 1° Le malattie, le avversità e vari generi di mali inflitti al corpo ed all\’anima… 2° L\’ignoranza nell\’intelletto… 3° La debolezza nella volontà… 4° L\’oblio della memoria… 5° La poca fermezza e durata dei nostri desideri i quali sovente non resistono allo stimolo della carne… 6° Il fuoco della concupiscenza… 7° La pena che sentiamo nell\’intraprendere opere eroiche… 8° La difficoltà che proviamo nel perseverare nel fervore e nel servizio di Dio… 9° Gli sforzi che dobbiamo fare per pregare Dio.
Quante volte un\’anima pecca, dice Origene, tante ferite riceve; se il peccato è mortale, anche la ferita è mortale. Oh! se potessimo vedere come l\’uomo interiore è continuamente ferito in noi da ogni maniera di peccati! Le opere che costituiscono il peccato mortale, lacerano, sbranano e mettono a pezzi l\’anima. Se potessimo vedere lo stato in cui allora si trova l\’anima, noi resisteremmo al peccato, ce ne dovesse costare la vita; ma traviati dalle cupidigie del secolo, inebriati dai vizi, noi non possiamo né risentirci né accorgerci della gravità e della moltitudine dei colpi che all\’anima nostra portiamo peccando (Hom. VIII, in Num.).
Un emblema delle sciagure che semina nel mondo il peccato mortale lo abbiamo in quel cavallo bianco, veduto da S. Giovanni nell\’Apocalisse, sul quale sedeva un cavaliere chiamato La morte, e dietro al quale veniva l\’inferno: e a lui fu data potestà su le quattro parti della terra: potestà di uccidere con la fame, con la peste, col ferro e con le belve (Apoc. V, 8).
Dieci piaghe travagliarono successivamente l\’Egitto: il cambiamento dell\’acqua in sangue; le rane; i moscerini; le mosche; la strage degli animali; le ulceri; la grandine; le cavallette; le tenebre; la morte dei primogeniti. Ora queste piaghe sono la figura di quelle che attirano sopra di loro i peccatori; cioè, la discordia, i litigi e i tumulti, gli affanni che li pungono; la collera e gli odi che li infiammano, la perdita dei beni temporali o l’invidia di quelli di cui mancano, i rimorsi della coscienza, l\’ostinazione nel male, la tirannia delle passioni che li divorano, l\’accecamento nel quale dormono, la morte e la dannazione della loro anima. Su le loro labbra stanno benissimo quei gemiti del Salmista: «L\’anima mia è abbeverata di mali; e la mia vita già presso la soglia della morte. La vostra collera, o Signore, si è aggravata su le mie spalle, le onde del vostro furore si accavalcarono sul mio capo» (Psalm. LXXXVII, 3, 7).
Adamo ed Eva cadono, ed ecco venire la concupiscenza, la vergogna, la cognizione della loro nudità, il timore, la cura di nascondersi, la scusa, la cacciata dal paradiso, i dolori del parto, l\’assoggettamento della donna all\’uomo, la maledizione della terra e del lavoro, i sudori, le spine, la sterilità, la morte, la corruzione, la perdita di Dio e della felicità eterna, l\’inferno, ecc… In Adamo ed Eva colpevoli, notate ancora cinque funesti effetti del peccato: 1° la scienza del male…; 2° la perdita dei. beni che possedevano…; 3° la confusione…; 4° i rimorsi della coscienza. ..; 5° la loro fuga da Dio di cui temono i rimproveri e la sentenza che sta per pronunziare… In loro cominciò la sentenza di S. Bernardo: «Col peccato passa la gioia che più non ritorna, e rimane il rimorso che più non parte» (In Psalm.).
Sei castighi furono decretati da Dio contro Adamo e la sua schiatta; castighi che corrispondono ai diversi peccati da lui commessi. Il primo. peccato fu la disobbedienza, in pena della quale egli sentì nascere in sé la ribellione della carne e dei sensi. Il secondo fu la gola, e in punizione di questo, fu condannato alla fatica ed al lavoro. Il terzo fu il furto del frutto vietato, e per questo fu assoggettato alla fame, alla sete, al freddo, al caldo, alle malattie, ecc. Il quarto fu l\’infedeltà che lo trasse a non prestar fede alla parola del Signore, per credere a quella del serpe, e questa fu castigata con la morte. Il quinto fu l\’ingratitudine, e per castigo ebbe la privazione delle cose necessarie all\’esistenza e il decreto di doversene ritornare in polvere. Il sesto fu l\’orgoglio, e in punizione di questo gli fu tolto il paradiso, la società degli angeli, il possesso di Dio, e si vide condannato all’inferno.
«Iddio pose un marchio su Caino», leggiamo nella Scrittura (IV, 15). Ecco i castighi del secondo peccato commesso nel mondo: 1° tremito delle membra; 2° fuga ed esilio; 3° timore e costernazione; 4° rivolta delle creature contro Caino» 5° vagabondaggio… In punizione di nuovi e più universali peccati, Dio seppellisce il mondo intero in un diluvio di acque; annienta Sodoma e Gomorra sotto una pioggia di fuoco e zolfo, ecc…
«La giustizia fa prospere le nazioni, aveva detto il Savio, e il peccato le rende misere» (Prov. XIV, 34); e la verità di questa sentenza è provata dalla storia di tutti i popoli: «La sterilità e la vedovanza sopra di te in un punto», disse Iddio al colpevole popolo di Giuda (XLVII, 9); ed ecco questo popolo gridare con Tobia: «Perché non abbiamo obbedito ai tuoi ordini, o Signore, siamo stati abbandonati al saccheggio, alla cattività, alla morte, e divenuti il ludibrio delle nazioni» (TOB. III, 4).
Ammaestrati a questa scuola, tutti i santi padri vedono nelle calamità pubbliche la giustizia di Dio che punisce i peccati dei popoli, delle città, dei regni; S. Gerolamo tra gli altri, toccando dello sfacelo in cui cadeva l\’impero romano devastato da orde barbariche, dice: «I peccati nostri sono quelli che dànno forza ai barbari» (Epl. ad Heliod.). Terribili e numerose sono le disgrazie e le miserie che il peccato attira sul capo delle nazioni: ribellioni, ingiustizie, fame, peste, guerre, sedizioni, anarchia, vergogne, disfatte… I peccati fanno scomparire la dignità, la carità, la fede, il culto divino, la religione, le virtù, i re, i regni, i popoli, le famiglie.
Raccogliete e ponderate i seguenti assiomi, e potrete comprendere la malizia e la gravità del peccato mortale.
1° Il peccato è il peggiore di tutti i mali che sono, furono e saranno sotto il sole. Chi ha mutato un angelo in demonio? Il peccato. Chi ha cacciato Adamo e i suoi posteri dal paradiso terrestre, e li ha dispersi in questa terra di miserie? Il peccato.
2° Un solo peccato, anche veniale, è più gran male che tutti gli altri mali presi insieme, perché solo il peccato assale Iddio. Il peccato è l\’unico male, l\’unico disordine; tutti gli altri mali, castighi del peccato, sono un atto di giustizia ed il ristabilimento dell\’ordine distrutto dal peccato.
3° Paragonati al peccato, .gli altri mali non solamente non sono più mali, ma si meritano il nome di beni, come effetto della giustizia vendicativa che rimedia al peccato con la pena, e riconduce per tal modo il disordine all\’ordine.
4° Il peccato è un deicida; è la sola spada che potrebbe dare morte a Dio se potesse morire.
5° Il Figlio di Dio ha consentito ad incarnarsi, a patire, a morire, anziché lasciare il peccato senza espiazione. Chi ha crocifisso Gesù, se non il peccato?
6° Se tutti gli Angeli buoni e cattivi, tutte le creature ed il Creatore medesimo insieme convenissero ai danni di un uomo, e a tutto loro potere lo tormentassero, l\’opprimessero, non potrebbero fargli tanto male quanto se ne fa egli, commettendo un solo peccato veniale.
7° La malvagità del peccato non trova compenso in nessun bene creato; di maniera che non sarebbe permesso commettere un solo peccato veniale per convertire il mondo intero, ovvero per liberare dall\’inferno tutti i dannati. Si può dire in tutta verità che la malizia del peccato è infinita. A ragione pertanto i martiri e i santi resistettero al peccato fino al punto di preferire la morte ad una colpa…O colpevole figlia di Sion! o anima macchiata di peccato mortale, a chi ti paragonerò io? chi mai somigli? (Lament. II, 13).
Ecco una sentenza di Sant\’Agostino, degna di essere sempre ricordata: «Vi, è un sommo bene, Dio; e un sommo male, il peccato. Quello, in ragione del quale dobbiamo desiderare tutti gli altri beni, ma lui per se stesso; questo, per cagione del quale dobbiamo schivare tutti gli altri mali, ma lui per se stesso (Sentent.)».
I peccatori possono dire con Geremia: «Ricordati, o Signore, di quello che ci è accaduto: guarda e osserva l\’obbrobrio nostro. La nostra eredità passò in mani straniere; le nostre case furono occupate da estranei, e noi siamo divenuti come orfani, senza padre… La gioia del nostro cuore si è spenta, i canti si sono cambiati in singhiozzi; cadde la corona dal nostro capo; guai a noi perché abbiamo peccato» (Lament. V, 1-2, 15-16).

23. IL PECCATO MORTALE È UN MISTERO D\’INFERNO. – Si può dire del peccato mortale: «Il mistero d\’iniquità si compie» (II Thess. II, 7); su la sua fronte porta scolpita quell\’iscrizione, che S. Giovanni Evangelista vide su la fronte della prostituta dell\’Apocalisse: Mistero (Apoc. XVII, 5). E infatti che l\’uomo non si sottometta a qualunque patimento piuttosto che abbandonarsi al peccato, così abominevole in se stesso, così detestato da Dio, così fortemente condannato dalla legge divina, dalla coscienza, dalla ragione; al peccato che ruba ogni bene, e genera ogni male; è tale accecamento che sa del prodigio; è veramente. un mistero infernale: – Mysterium.
«Per me non posso comprendere, diceva S. Tommaso, come un uomo il quale giaccia in peccato mortale, possa ancora ridere e divertirsi» (De Peccat.). Una vergine di Gesù Cristo confessava in punto di morte, di non aver mai potuto intendere come mai una creatura fatta ad immagine di Dio, capace di conoscerlo, amarlo, servirlo e vederlo nella beata eternità, possa commettere avvertitamente un solo peccato mortale contro il suo Creatore e Redentore.

24. STATO SPAVENTOSO DI CHI SI TROVA IN PECCATO. – A farvi un\’idea dello stato in cui si trova un\’anima macchiata di peccato mortale, figuratevi: 1° Una città presa d\’assalto e messa a ruba, a ferro e fuoco. 2° Un vasto incendio; con questa differenza che in un incendio si chiama soccorso, e il vicinato si affretta a portarlo, invece l\’anima cui si è appreso il fuoco infernale del peccato, sta muta, e si lascia investire e divorare senza gridare a Dio e implorarne aiuto e protezione. 3° Un formidabile e spaventoso naufragio. 4° I saccheggi, le stragi che accompagnano una guerra implacabile. 5° I tormenti cagionati dalla fame e dalla peste. 6° Immaginatevi anche una persona, la quale in luogo solitario, in fondo a cupa, sterminata foresta, tra le tenebre di caliginosa notte, incappa nei ladri e negli assassini; 7° ovvero un infelice alle prese con una bestia feroce; 8° o un prigioniero chiuso in tenebrosa prigione formicolante di vipere e di scorpioni; 9° o un paziente tra le mani di arrabbiati carnefici; 10° o finalmente un cadavere steso in un sepolcro e abbandonato alla corruzione ed ai vermi.

25. SORGENTI DEL PECCATO. – Il peccato nasce da noi medesimi; dall\’intelletto, dalla volontà, dall\’immaginazione, dall\’ignoranza, dagli abiti cattivi, dalla concupiscenza.
1° La volontà è la causa immediata dell\’atto colpevole, ossia del peccato mortale: essa lo vuole… 2° L\’intelletto lo propone alla volontà, le consiglia di assicurarsi un preteso bene sensibile, abbandonando il bene reale e disobbedendo alla legge divina che vieta di. amare quel bene… 3° L\’immaginazione rappresenta vivamente alla volontà le dolcezze di questi falsi beni e si sforza di ottenerne il consenso… 4° L\’ignoranza va alla stessa meta alla quale tende l\’immaginazione, celando alla volontà la bruttezza e la malizia del peccato… 5° L\’abito cattivo, poggiando su la frequenza stessa del consenso che la volontà ha dato al peccato, la trascina a volerlo ancora… 6° Finalmente la concupiscenza è la causa propria e potente della tentazione, e per conseguenza del peccato. Essa muove l\’intelligenza, l\’immaginazione, la volontà, e la sollecita a peccare. Essa dà origine all\’irriflessione, all\’ignoranza, alla passione; cagiona le ricadute e l\’abito cattivo; nasconde la malizia del peccato prodigando promesse di una felicità la quale di felicità non ha che l\’apparenza. Perciò a buon diritto si chiama principio, arsenale, focolare del peccato e, secondo la frase di S. Paolo, la legge delle membra che combatte la legge dello Spirito e soggioga l\’uomo alla legge del peccato che è nelle membra (Rom. VII, 23). «La concupiscenza, dice S. Giacomo, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, consumato che è, genera la morte» (IAC. I, 15). Quindi S. Agostino scrive: «La concupiscenza alza il capo? e tu non darle retta; t\’invita? tu non seguirla: essa è illegittima, licenziosa, infame, rende l\’uomo nemico di Dio (Confess.)».

26. DIVERSE MANIERE DI PECCARE. – La prima maniera con cui si pecca, è, secondo S. Gerolamo, di pensare a ciò che è cattivo; la seconda è di fermarsi in tale pensiero; la terza è di passare dal pensiero all\’azione; la quarta è di non fare penitenza dopo il peccato e compiacersene (Epl. VIII). Il primo passo al peccato si fa, dice Ruperto Abate, aprendogli l\’adito alla volontà: allora il peccatore è morto nella propria casa; il secondo si fa passando dal volere al fatto: e qui il peccatore già morto è portato a seppellire; il terzo si compie contraendo l\’abito del male e per questo il peccatore è sepolto; il quarto è di compiacersi nel peccato e resistere a Dio che chiama a penitenza; è lottare per orgoglio contro la legge divina la quale fa dei rimproveri, e questo grado si può paragonare alla putrefazione. Chi fa così, si abbandona in piena balia del demonio, mostra che è risoluto di restarsene impenitente e ribelle; difende il suo delitto. Quindi una tal colpa diventa assolutamente indegna di perdono e quasi irremissibile (In Evang.).

27. DIFFICOLTÀ E MIRACOLO DELLA GIUSTIFICAZIONE. – I Santi Giovanni Crisostomo, Agostino e Tommaso insegnano che è più difficile e si richiede più grande potenza per rendere giusto un peccatore, che non per creare il cielo e la terra… Infatti ben più lontani, opposti e ripugnanti sono tra di loro il peccato e la grazia, il peccatore e Dio, che non il niente e l\’esistenza. Dio e il peccato sono due estremi, due contrari a un grado infinito. Inoltre niente resiste a Dio, se non la volontà del peccatore. Finalmente, la grazia e la giustificazione sono di un ordine soprannaturale e divino; ci vuole un sommo sforzo di potenza acciocché il peccatore degradato e caduto, a cagione del suo peccato, al di sotto delle creature e perfino del nulla, venga innalzato al di sopra delle creature tutte fino alla giustizia, e divenga l\’amico di Dio, il suo figlio adottivo e partecipe in qualche modo alla natura divina.
«I perversi difficilmente si correggono», leggiamo nell\’Ecclesiaste (I, 15). La ragione è questa: 1° perché essi peccano; ora il peccato è la più dissennata delle follie; poiché peccare equivale a preferire i sensi alla ragione, la passione alla virtù, la creatura al Creatore, cioè un centesimo ad un milione, un grano di frumento ad una copiosissima messe, una goccia d\’acqua all\’Oceano, un granello di sabbia all\’universo, la morte alla vita, l\’inferno al cielo, la somma ed eterna infelicità alla somma ed eterna beatitudine: ora chi si regola di questa guisa, non sembra incorreggibile?… 2° I perversi raramente si, correggono, perché la durano protervi nel peccato, se ne dilettano, nulla vi trovano di condannevole, e sovente lodano se medesimi, biasimando i buoni… 3° Difficilmente si correggono, perché non soffrono che altri li riprenda o corregga, ma scherniscono quelli che loro insegnano il bene e li invitano a praticarlo: perciò la Sacra Scrittura dice che il cuore degli empi è vile piombo e che costoro morranno in una grande indigenza di cuore; cioè in una grande privazione d\’intelligenza e di ragione (Prov. X, 20-21)… 4° Difficilmente si correggono, perché fuggono la luce, e loro mette i brividi il pensare a diventare migliori.

28. IL PECCATO DEVE ESSERE PUNITO. – «Iddio deve punire il peccato, scrive S. Agostino, perché lo scettro del suo impero è scettro di giustizia. Il peccato dev\’essere punito, altrimenti non sarebbe più peccato. Prevenite Dio col punirvi voi medesimi, se non volete che egli vi castighi; perché o da voi o da lui, bisogna che il peccato abbia il suo castigo. Riconoscete e confessate la vostra colpa, affinché esso ve la perdoni. Voi perdonate, o Signore, a colui che confessa le sue
iniquità; voi perdonate, ma solamente a colui che si punisce. Così restano soddisfatti i diritti della misericordia e della giustizia; la misericordia trionfa, perché l\’uomo è liberato dal giogo che l\’opprime, la giustizia è salva, perché il peccato è punito (In Psalm. XLIX)». «Ogni peccato, come osserva altrove il medesimo Padre, è un disordine. Sotto un Dio giusto, ogni disordine va represso; ma per fare ciò, bisogna punire l\’autore: ora l\’autore del peccato è il peccatore medesimo» (In psalm. XLIV).

29. CHE COSA SI RICHIEDE PERCHÈ UN PECCATO SIA MORTALE? – Per tre gradi cammina la tentazione. Primo, la suggestione e il pensiero della cosa malvagia che ordinariamente non costituisce un peccato, perché spesso è suscitata dal demonio senza che vi sia colpa, o v\’intervenga consenso per parte nostra. Secondo, la compiacenza che ha luogo quando l\’anima, trascurando di respingere la suggestione, le apre così un po\’ l\’adito nel cuore con un piacere imperfetto, e allora non c\’è che peccato veniale. Terzo, il consenso volontario e deliberato; e in questo caso, se al consenso va congiunta la gravità della materia, vi è peccato mortale… Perciò disse S. Isidoro: «Per questi fomenti, come per altrettanti gradini, il peccato tocca alla sua mèta; la suggestione produce il diletto; il diletto genera il consenso; il consenso partorisce l\’azione, da questa l\’abito; dall\’abito la necessità (Lib. Sentent.)».

30. BISOGNA EVITARE IL PECCATO. – «Come mai, dice l\’Apostolo, potremo vivere ancora nel peccato, noi che al peccato siamo morti?» (Rom. VI, 2). Noi siamo morti al peccato per mezzo del battesimo, della nostra vocazione alla vita cristiana, ecc. Dobbiamo dunque fare il possibile per evitare ogni peccato e cercare di uscirne se per disgrazia ci siamo caduti… Eppure che cosa fanno quasi tutti i peccatori? Quando bisognerebbe tenersi in piedi, cadono, e quando bisogna rialzarsi, giacciono e marciscono…
Per non cadere in peccato mortale, o per uscirne, bisogna:
In primo luogo temere il peccato. Avendo l\’imperatrice Eudossia minacciato il Crisostomo, i cortigiani medesimi le dissero: «Invano vi studiate, o principessa, d\’intimidire il Crisostomo; egli nulla teme eccetto il peccato» (Stor. eccles.). «Già ho imparato a conoscere la fermezza di Ambrogio, diceva l\’imperatore Teodosio; il timore della maestà imperiale non lo piegherà mai a trasgredire la legge divina» (Stor. eccles.). «Qualora mi vedessi da un lato il peccato, dall\’altro l\’inferno e dovessi scegliere tra i due, preferirei l\’inferno. Amerei meglio gittarmi tutto puro nelle fiamme infernali, anziché entrare in cielo macchiato di colpa (De Similit. c. CXC)». Queste parole di S. Anselmo dovrebbero essere su le labbra di ogni uomo alle prese con la tentazione.
In secondo luogo bisogna guardarsi da tutto ciò che sa di peccato: «Fuggi, dice lo Spirito Santo, dal peccato come fuggiresti alla vista di un serpente; perché se lo avvicini, ti prende. Ha denti come di leone; essi uccidono le anime» (Eccli. XXI, 2-3). «Astenetevi, dice l\’Apostolo, non solamente dal male, ma anche da ciò che ha sembianza di male (I Thess. V, 22). Ricordiamo l\’avviso di S. Bernardo: «Se noi non calpestiamo i peccati, essi ci calpesteranno; se non li freniamo, ci opprimeranno» (Serm. in Psalm.).
In terzo luogo è necessaria la preghiera. Dobbiamo esclamare col Salmista: «Venite, o Dio, in mio soccorso; affrettatevi, o Signore, a portarmi aiuto» (Psalm. LXIX, 1).
In quarto luogo, dobbiamo preferire la morte piuttosto che commettere un solo peccato mortale. Se l\’ermellino inseguito dai cacciatori, non vede innanzi a sé altra via di scampo che quella di traversare una palude fangosa, si lascia prima prendere ed uccidere, che imbrattarsi, come se dicesse: – Preferisco di essere ucciso, piuttosto che macchiarmi. – Questa dovrebbe essere la divisa del cristiano.
Fin dai suoi più verdi anni, S. Luigi, re di Francia, imparò da Bianca, sua piissima madre, ad anteporre la morte al peccato mortale. S. Edmondo, arcivescovo di Cantorbery, diceva: «Amerei meglio essere gittato in una fornace ardente, che commettere di proposito un solo peccato» (In Vita). Osservate Giuseppe, Susanna, Daniele, il santo vecchio Eleazaro ed infiniti altri… I pagani medesimi ci lasciarono in ciò memorabili detti: Diogene Laerzio, per esempio, attribuisce ad Aristotele quelle parole: «È meglio morire, prima che violare le leggi delle virtù in qualche cosa (LAERT. In Arist.)». Quand\’io sapessi, lasciò scritto Seneca, che gli uomini sarebbero per ignorare e Dio per perdonarmi qualche colpa, non la commetterei tuttavia a cagione dell\’intrinseca turpitudine che è nel peccato». Che cosa è il peccato? Non è forse un\’ulcera, una lebbra, una cloaca avvelenata, un mostro delle intelligenze, un delitto di lesa maestà divina, il focolare del fuoco infernale, la bava di Satana, il padre della morte?
In quinto luogo, giova assai ricordare la presenza di Dio: «Signore, esclamava il Salmista, voi avete messo le nostre iniquità innanzi al vostro cospetto, e la vita nostra fu rischiarata dallo splendore del vostro volto» (Psalm. LXXXIX, 8). «Dove andrò io per sottrarmi al vostro sguardo? dove fuggirò e mi nasconderò che non mi vediate?» (Psalm. CXXXVIII, 6). Il casto Giuseppe disse per tutta risposta all\’infame donna che lo sollecitava al male: «Come potrò io fare questo male e peccare alla presenza di Dio?» (Gen. XXXIX, 9).