I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: La vanità

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

 1. La vanità è errore e menzogna.
 2. La vanità è segno di leggerezza, una vergogna e una stoltezza.
 3. Quanto sono ciechi quelli che amano la vanità. ­
 4. La vanità è segno della nudità dell\’anima.
 5. La vanità è una grave ingiuria a Dio.
 6. La vanità è nemica del pudore.
 7. Pericoli e danni della vanità.
 8. Castighi della vanità.
 9. Il vero ornamento della donna.

1. LA VANITÀ È ERRORE E MENZOGNA. – Vanità, secondo l\’espressione medesima del vocabolo, significa cosa vana, futile, inutile, di nessun valore; cosa che svanisce… La vanità è cosa vuota, che non può piacere se non alle persone vane le quali perciò sono misero giuoco dell\’errore e della menzogna.
«Fallace è l\’avvenenza e la bellezza», dicono i Proverbi (XXXI, 30). La grazia esteriore è chiamata dallo Spirito Santo bugiarda, falsa, ingannatrice e vana, per­ché 1° dura poco e non dà merito a chi la possiede; 2° perché alletta e seduce e trae a rovina principalmente le donne che se ne lasciano vincere; questa le rende orgogliose, capricciose, smodate, le riempie di pericolose voglie, di cattivi desideri. Le femmine vanitose rara­mente sono caste; si tentano da se stesse; tentano gli insensati; sono tentate dai cuori perversi.
Che cosa sono la bellezza, l\’avvenenza, la grazia, gli acconciamenti che della vanità sono tanta parte ed origine? Rispondano per me i filosofi e i Padri. La vanità è un inganno, dice Teofrasto (ANTON. In Meliss., c. LX): è cosa triste e disgraziata, dice Euripide (In Helena): è un fuoco che brucia le persone che ne sono dominate e quelle che loro si avvicinano, dice Senofonte (Lib. de Amore). Esopo ci avverte di non guardare la forma esteriore, ma l\’anima (Ita Maxim. serm. XLIV): perché le anime semplici, dice Proculo, ignorando dove si trovi la vera bellezza, ammirano le forme fisiche e fanno naufragio (Lib. de Anima). Socrate vede nella vanità il tiranno della gioventù e raccomanda di fuggire le persone che ne sono prese, come la morsi­catura di animali velenosi (ANTON. In Meliss., c. LX).
La bellezza, da cui si trae tanto argomento di vanità, è un fiore che sboccia il mattino, e la sera cade appassito; è cosa passeggera, dice Tiraquello, che rapidamente ci fugge, che cade, che passa come il fulmine; che corre a precipizio come un torrente; che scompare in quel punto medesimo in cui si mostra (Lib. II, Connub., c. II); è ludibrio alle malattie ed al tempo (GREGOR. NAZ. Orat. XXXI); secondo la sentenza di San Gerolamo, ha per effetto di far dimenticare la ragione (ANTON. In Meliss., c. XL). Uno solo è il colorito che ci deve piacere, scrive il citato Nazianzeno, ed è quello che viene dal pudore; una sola bian­chezza è stimabile, ed è quella che produce l\’astinenza (Orat. II de Laud. Gorgon.).
«Non vantarti mai del tuo abbigliamento» – leggiamo nell\’Ecclesiastico (XI, 4); perché, come spiega S. Giovanni Crisostomo, quelli che vanno superbi, inorgogliscono di una cosa che i vermi producono e divorano (Homil. ad pop.). I vestimenti sono le cicatrici del peccato. Quando l\’uomo vestiva il ricco e pre­zioso indumento dell\’innocenza, questa veste gli bastava… Inorgoglirsi delle spoglie animalesche di cui siamo costretti a coprirci, è un gloriarsi del proprio peccato, della propria onta e degradazione… «Se cammino nella vanità, diceva Giobbe, il mio piede sdrucciola tosto nell\’errore e nell\’inganno» (IOB. XXXI, 5).

2. LA VANITÀ È UN SEGNO DI LEGGEREZZA, UNA VERGOGNA E UNA STOLTEZZA. – Noi chiameremmo pazzo o scemo, scrive Seneca, colui che comperasse un cavallo solo guardando alla briglia, alla sella e ai finimenti, senza considerare ed esaminare la struttura, la robustezza del corpo; tale è colui che non bada se non agli abiti e stima l\’uomo solo dalle vestimenta. E un re? può essere schiavo (Lib. II, Epist. XXXVII). Quindi assennatissimo è quel detto di Platone a uno dei suoi discepoli che curava troppo l\’abbigliamento del corpo: «E quando, o misero, cesserai tu dal costruirti una prigione? (Dial. III)».
Il pavone è vestito di splendide piume, ma ha la testa piccolissima; così la persona vanitosa mostra di avere uno spirito piccolo ed una testa vuota. «Andarono dietro la vanità, e tutto presso di loro è va­no» (IV Reg. XVII, 15). «E fino a quando, o figli degli uomini, avrete il cuore stupido? Perché amare la vanità e abbracciare la menzogna?» (Psalm. IV, 3). Insensati! voi vi gloriate di un\’ombra; il culto della carne toglie la bellezza all\’anima; un corpo che splende aduggia e fa opaca l\’anima. Quanto più un\’anima è bella, tanto più vede schi­foso il suo corpo, e lo disprezza… Se una donna è veramente bella, osserva il Crisostomo, i troppi ornamenti e le vanità ne oscurano l\’avvenenza; se è brutta e deforme, la ricercatezza negli abbigliamenti la fa schifosa, e ne rende più visibile la deformità; diventa oggetto di risa e il mondo non si occupa della sua acconciatura se non per metterla più in ridicolo (Lib. de Virg.).
E poi, che vergogna, esclama S. Bernardo, non è per un cristiano cercare le false delicatezze, mentre vede Gesù coronato di spine? (Serm. V, in fest. Omn. Sanct.). Questo dimostra che non si ha né ragione, né sentimento, né vista, né udito, né cuore, né religione, né compassione… «E’ una pazzia, diceva già Clemente Alessandrino, cingere la testa di fiori, mentre sappiamo che il Signore nostro è coronato di spine; questo è un in­sulto alla veneranda sua Passione (Paedag. 1. II, c. VIII)».

3. QUANTO SONO CIECHI QUELLI CHE AMANO LA VANITÀ. – Da quanto si è detto già si vede quanto sono ciechi coloro che amano la vanità, perché essi si attaccano ad un filo d\’erba, ad un fiore del prato la cui vita, è di un giorno (IAC. I, 10). Che cosa ridicola e sciocca il prendere motivo di vanità dalle vestimenta, e credersi perciò qualche cosa di grande o stimare che sia tale chi va riccamente vestito! Infatti 1° come già abbiamo notato, il vestimento è la pena e l\’indumento del peccato. Adamo, nello stato felice di inno­cenza, non aveva che quest\’innocenza per mantello, e com\’era ricco e splendido! Un re che fosse giustamente tra i ceppi non sarebbe punto onorato, ma anzi più disprezzato, se fosse legato con catene d\’oro; eccetto che fosse pazzo, non si vanaglorierebbe di simili catene; perché, quantunque d\’oro, sarebbero sempre catene, anzi appunto perché d\’oro gli ricorderebbero più al vivo e con maggior dolore l\’antica sua sovranità e la disgrazia di essere caduto da sì alto posto in così vile stato, al punto di essere imprigionato, torturato, privato della libertà, della gloria, della luce. Così chi veste abiti ricchi ed eleganti, deve arrossire e rattristarsi, perché quegli abiti non sono che il testimonio della sua caduta, il velo della sua vergognosa nudità, della concupiscenza, il simbolo del pudore e della bellezza perduti, un continuo ricordo ed un crudele castigo della sconfitta datagli dal demonio… Spesso ancora sotto ricche stoffe di seta, sotto braccia­letti, monili, diamanti, e ornamenti preziosissimi, si nascondono gran­di brutture, laidissime ignominie, iniquità enormi. I delicati profumi possono non di rado essere indizio d\’ignominiose passioni, secondo quel detto: – Odora di peccato, chi sempre olezza di profumi.
2° Il primo vestimento che coprì Adamo dopo la sua caduta era fatto di semplici foglie d\’albero, e semplici ancora furono gli abiti che Dio medesimo diede ad Adamo ed Eva, dicendo il Genesi: «Il Signore Iddio fece ad Adamo ed alla donna di lui tuniche di pelle, e le pose loro indosso» (Gen. III, 21); per insegnare all\’uomo che solamente per necessità e non ad argomento di vanità gli veniva dato il vestimento il quale era e sarebbe stato per sempre l\’umiliante simbolo della colpa, della penitenza, della mortalità.
3° Il vestire dei Patriarchi, dei Profeti, di Gesù Cristo, dell\’Immacolata Vergine Maria, di Giovanni Battista, degli Apostoli e di tutti i Santi in ogni tempo e luogo e condizione, fu sempre semplice e mo­desto.
4° Gli ornamenti con cui si fregiano gli abiti per vanità sono cosa effeminata, indizio certo di leggerezza, di debolezza, di povertà di carattere…; lo riconobbero i pagani medesimi. Diogene chiamava un ricco altrettanto vuoto di spirito quanto adorno di splendide vesti, una pecora, un vello d\’oro (LAERTIUS, c. VI); e Demonaco, ad un tale che si pavoneggiava del suo ricco abbigliamento, disse: Povero cieco, la pecora ha portato prima di te questo vestimento, eppure non era niente più che una pecora (Ibid.): «Tu chiami buona una spada, scriveva Socrate, non perché ha il cingolo d\’oro e la guaina tempestata di diamanti, ma se è di buon acciaio e bene affilata. In un regolo si guarda che sia diritto, non già che sia elegante. Un insetto sarà sempre piccolo, anche in cima d\’un monte; un colosso manterrà sempre la sua grandezza, anche in un pozzo (Lib. X, epist. LXXXVII)».
Perché ornare ed azzimare tanto un corpo che tra poco sarà pastura dei vermi? un essere che è quasi simile a nulla, i cui giorni passano come l\’ombra? (Psalm. CXLIII, 4). Perché tanto coltivare un\’om­bra, un sogno, un corriere che fugge veloce? (CHRYSOST. Homil ad pop.). Con ragione il Salmista pregava il Signore che non gli lasciasse vedere la vanità (Psalm. CXVIII, 37). Lo splendore, il lusso nei vestimenti, è lebbra che divora il corpo, l\’anima, le sostanze, la virtù, la sanità, la salvezza.
Nelle vesti bisogna cercare il riparo dal freddo e dalla nudità, e non il colore, l\’eleganza, lo sfoggio; bisogna badare al bisogno e non alla vanità; all\’utilità, non alla forma: «Non andate dietro alle cose vane, dice lo Spirito Santo, che non possono né giovarvi, né libe­rarvi, appunto perché vane» (I Reg. XII, 21): «perché, dice S. Bernardo, imbelletti e curi tanto quella carne che fra pochi giorni sarà pasto dei vermi nel sepolcro? (Epist.)».

4. LA VANITÀ È SEGNO DELLA NUDITÀ DELL\’ANIMA. – La vanità è sempre stata e sarà sempre il segnale di un\’anima bassa, vile e dominata da laide passioni; e un\’anima tale non merita forse disprezzo? «Quan­to più una donna s\’ingegna di acconciarsi ed abbigliarsi con lusso per fare mostra di sé, tanto più Dio la disprezza», scrive S. Ambrogio (Exhort. ad Virgin.); ella è infatti qualche cosa di esoso e di spregevole e agli occhi di Dio e agli occhi degli uomini sensati. A quelli che si fanno schiavi della vanità si possono rivolgere quelle invettive d\’Isaia: «Mettetevi alla macina; scopritevi gli omeri; la vostra ignominia sarà messa al nudo e il vostro obbrobrio sarà fatto palese; io mi vendicherò, dice il Signore, e chi potrà resistermi? (ISAI. XLVII, 2-3). La troppa cura della vanità produce e fa vedere ad un tempo un grande oblio, una deplorevole negligenza, un’assoluta nudità dell\’anima. Per­ciò S. Paolo ci ammonisce di non carezzare la carne nelle sue voglie (Rom. XIII, 14). «Lo studio nell\’adornare il corpo indica, secondo S. Giovanni Crisostomo, una deformità interiore; e l\’amore di questo studio manifesta la carestia e l\’indigenza spirituale; la sontuosità, il lusso del vestire prova la nudità dell\’anima. Infatti è impossibile che si prenda qualche cura dell\’anima, chi ha tutto il cuore nel procurare la bellezza e l\’orna­mento del corpo (Hom. XXXVII, in Gen.) ».
«Figliuolo dell\’uomo, disse un giorno Iddio ad Ezechiele, rompi il muro e osserva le turpi laidezze che là entro si commettono. Ed essendo io entrato, vidi immagini di ogni sorta di rettili e animali, l\’abominazione, ed ogni generazione d\’idoli, dipinti tutto all\’intorno del muro»
(EZECH. VIII, 8-10). Vi è lo stato di un\’anima la cui occupa­zione è la vanità… Essa somiglia ad un sepolcro bene ornato che racchiude putredine, insetti, ossa spolpate e cenere… È una bella statua di gesso vuota, nel cui interno si annidano rettili schifosi… È il Dio Bel che Nabucodonosor adora, ma che Daniele gli mostra non essere al di dentro che un masso di fango.
S. Gerolamo osserva che finché la Maddalena fu cortigiana, vestiva con sfarzo e vanità; ma lavata che fu nelle sue lagrime, ai piedi di Gesù Cristo, non si adornò più di nessun vano abbigliamento. Ma quanto più compariva trascurata negli abiti, tanto più era bella interiormente. Un vano ornamento non viene dal Signore, ma cela un ne­mico di Cristo (Epl. ad Furiam). «Tu orni il tuo corpo, scriveva S. Bernardo, e non ti dài pensiero di ornare con buone opere l\’anima tua che deve essere presentata a Dio dagli Angeli in cielo? Perché vilipendere la tua anima e preferire a lei la carne? Enorme abuso è che la padrona serva, e la serva comandi (Epist.)». S. Gregorio dice: «Noi non ci occuperemmo tanto di abbellire questo miserabile corpo, se l\’anima non fosse vuota di virtù!» (Moral.).
«L\’abbigliamento del corpo, leggiamo nell\’Ecclesiastico, e il riso e il portamento dell\’uomo dànno a conoscere chi è» (Eccli. XIX, 27). La vanità prova il vuoto del cuore, attesta che l\’anima ha perduto tutte le sue ricchezze. «Gli esteriori ornamenti quanto più sono desiderati, tanto maggior danno recano all\’interiore, dice S. Ago­stino; quanto meno sono cercati i bei costumi, tanto più l\’uomo se ne adorna (Serm. XVIII, de Verbo Apost.)». E come mai potrebbe l\’anima non essere dimenticata, trascurata, quando non si pensa che alla vanità, mentre questa passione è la nemica di tutte le virtù? L\’amor di Dio, la carità, l\’u­miltà, la pazienza, la prudenza, l\’obbedienza ecc., non trovano più luogo in un cuore tutto occupato dalla vanità… Come potrebbe mai una persona vana attraversare il fiume del tempo senza naufragare, caricata com\’è del peso degli ornamenti profani? Chi vuole navigare facilmente, non si carica di oro e di abiti…

5. LA VANITÀ È UNA GRAVE INGIURIA A DIO. – Al vedere le persone tutte imbellettate, azzimate, ornate, si è quasi tentati di dire che Dio, facendo l\’uomo, non sapesse quello che si faceva, perché costoro vogliono rifarsi. «Vi sono certuni, dice S. Gregorio, che stimano non esservi peccato nell\’amore alla vanità ed al lusso nell\’abbiglia­mento. Ma se non ci fosse nessun male, certamente Gesù Cristo non si sarebbe data la pena di informare i che il ricco il quale gemeva in fondo all\’inferno, andava ogni giorno vestito di porpora e di bisso. Infatti nessuno cerca le vesti preziose, se non per vana gloria (Homil. in Evang.)». La vanità è una specie di apostasia… È una doppia idolatria; l\’uomo vano adora se stesso e vuol essere adorato.
Se un pittore valente dipingesse un quadro, ed un guastamestieri cercasse di rifarlo con altri colori, il pittore si offenderebbe di questa insolenza. E Dio che ha creato l\’uomo a sua immagine e somiglianza, non si sdegnerà col vanitoso che vuole cambiare l\’opera di lui, e non lo castigherà severamente?… Si vuol essere più abili di Dio. Povera umanità! E da ciò che ne risulta? Dio non riconosce più l\’opera sua, la disprezza, la rigetta, la maledice… Il serpente per il primo volle mettere la mano su l\’immagine formata da Dio in Adamo ed Eva; cancellò i tratti del pennello divino che erano i lineamenti dell\’in­nocenza; e voi sapete che cosa divenne quell\’immagine…

6. LA VANITÀ È NEMICA DEL PUDORE. – Troviamo nella Scrittura un emblema delle persone dominate dalla vanità, e possiamo giudicare che cosa valgono in fatto di pudore, di modestia, di continenza. Nell\’Apocalisse, al capo XVII, leggiamo che un Angelo trasportò S. Giovanni in un deserto e quivi gli mostrò una donna seduta su una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, con sette teste e dieci corna. E quella donna era ammantata di porpora e di scarlatto, coperta d\’oro, di gemme e di diamanti, e teneva in mano una coppa d\’oro, piena delle abominazioni e delle fornicazioni della sua impurità: portava scolpita in fronte la parola: Mistero (I, 3-5). Le persone vanitose stanno nel deserto, perché spoglie di virtù, lontane da Dio, dagli Angeli, dai Santi, abbandonate dalla grazia… Vanno in groppa alla vanità, bestia à sette teste, perché facilmente dalla vanità si trascorre ai sette vizi capitali; a dieci corna, perché la vanità cal­pesta i dieci comandamenti di Dio… Una tale anima è un vaso riboccante d\’impurità e di abominazioni… Porta il nome di Mistero, perché il cuore schiavo della vanità è un mistero d\’impurità che non bisogna scandagliare… La vanità è il fumo dell\’impurità; e come il fumo precede e segue il fuoco, così la vanità precede e accompagna l\’incontinenza. Queste due passioni, la vanità e la lussuria, sono due sorelle nate insieme e inseparabili.
La donna si abbiglia e si azzima per vanità; essa vuole uguagliare la magnificenza degli altari, dice il Salmista (Psalm. CXLIII, 12)… E a qual fine? Per sedurre, allettare, corrompere i cuori e farsi adorare; per farsi guardare e desiderar dagli uomini. Ora S. Paolo dice: «Di chi cerco io l\’approvazione? Forse degli uomini e non di Dio? A chi cerco io di piacere? forse alla gente? Se tuttavia cercassi di piacere alla gente non sarei servo di Gesù Cristo» (Gal. I, 10). Dunque, per sen­tenza dell\’Apostolo, dal momento che uno vuole piacere alla creatura, dispiace al Creatore… Tutto ciò che si adopera per alimento della vanità, è per l\’ordinario un indizio della dissolutezza dei costumi… Se vi piace andare profumati, dice il Crisostomo, ungetevi del celeste profumo delle virtù. Cosa impura è lo studiarsi di profumare il corpo, perché i profumi del corpo e delle vestimenta fanno sospettare che l\’anima sia infetta e corrotta. Quando il demonio ha empito un\’a­nima della lordura della vanità, la porta a lisciare con unguenti il proprio corpo (Concion. 1, de Lazaro). Diogene a un tale che spendeva il suo tempo a profumarsi, diceva: Bada che l\’odore del tuo capo non scopra il lezzo della corruzione della tua vita (Ita LAERT. c. XVI). Oh! a quante donne si potrebbe fare il rimprovero che già faceva il Crisostomo ad una tale che andava alla chiesa tutta adorna di vezzi e di fiori: «Vai tu al tempio per danzare, o per dare spetta­colo di te stessa? (In Moral.).
«Non fermare l\’occhio su donna vanamente abbigliata», ci dice lo Spirito Santo (Eccli. IX, 8). La donna imbellettata è idolo impuro. Dice S. Cipriano: «Gli abbigliamenti di lusso e le vane acconciature sono cose da cortigia­ne… Le vergini attillate mettono nausea e ribrezzo; quelle che por­tano vesti di porpora e di seta non si possono vestire di Gesù Cristo; quelle che splendono d\’oro, di gemme, di monili, hanno perduto gli ornamenti del cuore e dell\’anima… Le donne, quando vogliono riformare e trasformare quello che ha fatto Dio, stendono l\’insolente mano su Dio medesimo; e non sanno, le meschine!, che opera di Dio è tutto ciò che nasce, e opera del demonio è ogni cambiamento che vi si apporta. Il Signore dice: Non potete fare un capello bianco o nero, e voi, a dare una smentita alla sua parola, vi credete di fare meglio di lui? Non temete, voi che fate così, che nel giorno della risurrezione il vo­stro Creatore non vi riconosca e vi rigetti dall\’avere parte alle sue promesse ed ai suoi premi? Non temete che, con severità di censore, vi dica: Questo lavoro non è mio, questa immagine non è nostra! Avete impiastrato la pelle con feti di unguenti, tinti i capelli di un colore falso, camuffato la faccia con la menzogna, avete corrotto la figura con strane fogge; il vostro volto mi è sconosciuto! Non potrete vedere Iddio, perché i vostri occhi non sono quelli che fece Dio, ma quelli che il demonio ha profanato (De disciplina et habitu Virgin.)».
Finché un\’anima è pura e casta, non bada, anzi disprezza gli ab­bigliamenti esteriori; macchiata che è, cerca di ornare il corpo. Quando un\’anima è adorna di virtù, il corpo è meno coltivato, va più semplicemente e modestamente vestito; quando il corpo è vestito sfarzosamente, l\’anima va trascurata e coperta di cenci. Gli ornamenti abituali dell\’anima e del corpo sono incompatibili tra di loro, come la luce con le tenebre. Qui si può dire: « Nessuno può servire a due padroni» (MATTH. VI, 24). Non si può ornare l\’anima e il corpo insieme. O si pensa a quella, e si trasanda questo; o si fa conto di questo, e si dimentica quella. Or­nare la propria carne, vuol dire amarla, e amare la carne vuol dire amare l\’impurità; amare il corpo è dunque un odiare l\’anima e la virtù, suo più bello ornamento.
Era questo anche il sentimento di alcuni pagani. L\’imperatore Augusto diceva: «Un abbigliamento splendido ed effeminato è lo stendardo dell\’orgoglio, il nido della lussuria (SVETON. In Vita)». Presso i Lacede­moni le donne oneste vestivano dimesse e senza sfoggio; l\’uso delle vesti ricche e sfarzose era permesso solo alle cortigiane…

7. PERICOLI E DANNI DELLA VANITÀ. – Le persone che amano di abbigliarsi e sfoggiare in vanità, ordinariamente sono prodighe e scialacquano il loro avere in spese eccessive, inutili, rovinose. Guai al marito di una donna amante delle mode! Guai ai genitori i cui ragazzi seguono le vanità del secolo! Tali famiglie saranno in pochi anni ri­dotte alla miseria. Plauto dice che una donna vanerella ed una nave, non sono mai abbastanza equipaggiate: chi dunque cerca occupazioni e cure, sposi donna amante del lusso, o corredi un bastimento (ANTON. In Meliss.). La vanità è una benda su gli occhi; una catena ai piedi, un vischio alle ali; dà la volta al cervello, indebolisce il vigore dell\’anima, finché cade e muore. È un ladro domestico che toglie la for­tuna e il sonno; genera l\’affanno, il cruccio, il disonore, i tormenti della coscienza… La femmina vanitosa uccide sé e gli altri; e tante volte si uccide, quante cerca sacrificare gli altri a se stessa… Ella attenta alla pace, alla tranquillità, al benessere della famiglia; di­strugge l\’unione, la forza, la concordia, la sanità, la coscienza, la virtù, la riputazione, l\’anima, la società, la casa; fa perdere la salute, il cielo, Dio, l\’eternità; getta se stessa e trae gli altri in braccio alla morte del corpo e dell\’anima, del tempo e dell\’eternità.
Tertulliano inveisce fortemente contro il lusso dèl vestire e lo smodato uso di ornamenti vani e superflui. Egli insegna: 1° che la purità non consiste tutta nell\’integrità della carne, ma ancora nel vestire semplice e modesto…; 2° che il lusso è un indizio di coscienza macchiata e incentivo a tentazioni per gli spettatori…; 3° che la vanità sfigura, corrompe, trasforma l\’immagine di Dio, e rimprovera in certo
qual modo Iddio quasi che si sia ingannato nell\’opera sua…; 4° che i colori degli abiti, l\’oro e le gemme con cui si ricamano, sono inven­zioni del demonio…; 5° che un tale culto è cosa da pagani e da schiavi di Satana…; 6° che tutti questi vani, ornamenti sono la mostra della prostituzione…; 7° che i cristiani sono chiamati non alla mollezza e al lusso, ma alla penitenza, alle tribolazioni, alle prove. Dice ancora che dovrebbero le donne, nei loro abiti, piangere ed espiare l\’igno­minia e il peccato di Eva loro madre (Lib. de Cultu foeminar.). In altro luogo il medesimo autore così le apostrofa: Voi, o donne vane e leggere, porte per le quali entra il demonio, voi siete le prime a di­sertare dalla legge divina, voi siete i carnefici e gli assassini dell\’uomo, voi date la morte al Figliuolo di Dio. Con le vostre accon­ciature, voi invitate al peccato; voi siete una spada sterminatrice. Come mai osserverete voi la legge di Dio, mentre ne disprezzate le minacce e i giudizi? Risusciterete voi con questa seta, con questa porpora, con questi. strascichi, con questi gingilli? Il tempo è breve e prezioso, dice l\’Apostolo, perché sciuparlo in vanità e leggerezze? (De Habitu mul.).
Già S. Paolo lamentava ai suoi giorni che alcune donne si erano, a cagione della vanità, traviate e ritornate alla sequela di Satana (I Tim. V, 15). «Bada, scriveva S. Gerolamo, che camminando tu carica d\’oro, non incappi nel ladro» (Epistol.). Le donne amiche della vanità sono schiave del demonio; infatti è il demonio, dice S. Cipriano, che insegnò loro a comporre unguenti, belletti, leggiadrie, braccialetti, ed ogni sorta di vani ornamenti (De Discipl. et Habitu Virg.). La donna vanitosa non è una donna, ma un carbone ardente che accende il fuoco della concupi­scenza nei cuori degli inesperti.
La donna vana va abbigliata da meretrice, dicono i Proverbi, ha il cuore pieno di raggiri, è leggera, lusinghiera, cianciatrice, non può stare ferma in casa sua. Ora nelle strade, ora su le piazze, ora nei vicoli stende le sue reti, allaccia con i suoi discorsi, alletta con le sue galanterie; trae con leggiadri modi nei ceppi; è saetta che tra­passa il cuore; molte vittime abbandona ai dolori; abbatte anche i più gagliardi. Ella bazzica per le vie dell\’inferno, discende negli antri della morte (Prov. VII). La femmina amante della vanità si adorna più di quanto comporti la sua condizione e fortuna; indossa talora vesti trasparenti, indecenti, spiranti lussuria; non bada al pu­dore, calpesta la modestia; si copre insomma, direbbe il Salmista, di un manto d\’iniquità (Psalm. LXXII, 6). Le mode immodeste delle donne sono spine che insanguinano le anime, sono ami che adescano chi li guarda, li incatenano, li trasci­nano nella più laida e degradante schiavitù. Una tale creatura è pre­parata a bella posta da Satana per dare la caccia alle anime ed ucciderle. La sua lingua, la sua leggerezza, il suo vestire scandaloso, il suo portamento immodesto, i suoi sguardi maliziosi, il suo sorriso seducente, tutto in lei è pericoloso, tutto è diabolico e dà la morte. La sua intenzione, la sua volontà è di fare quante più può vittime…Fuggite questo serpente insidioso!… Vedendo il santo Vescovo Nonno, come Pelagia attirasse a sé tutti gli occhi della città, e cercasse se­durre col suo lusso sfrenato proruppe in dirotto pianto; chiestone del perché, rispose: Due pensieri mi cavano questo pianto dagli occhi; l\’uno è la perdita di questa donna e di quelle anime che restano se­dotte; l\’altro è che portando io il nome di cristiano, non cerco tanto di piacere a Dio con la mia innocenza, quanto studia questa donna di ingraziarsi gli uomini con i suoi vergognosi artifizi. Pelagia, con­vertita per le lagrime e le preghiere di questo gran Santo, divenne ella pure una gran santa. Donne vanitose, Pelagie peccatrici e carnali, imitate nella sua conversione Pelagia, e fatevi sante (Ap. Iacob. diacon.)… Ricordiamoci tutti che nel giorno del nostro battesimo, alla domanda del sacro ministro: Rinunzi tu a Satana, alle sue va­nità, alle sue pompe? – abbiamo risposto: Rinunzio. È questa una sacra promessa fatta per noi dai padrini, che ci stringe obbligo sacro e rigoroso di mantenere.

8. CASTIGHI DELLA VANITÀ. – Iddio ci assicura, per bocca di, Davide, che egli odia e abomina gli adoratori delle vanità, del niente (Psalm. XXX, 7); protesta per bocca di Sofonia, che visiterà nella sua collera quelli che indos­sano vesti straniere (SOPH. I, 8); e fa loro annunziare da Ezechiele che li abbando­nerà in mano agli stranieri, i quali ne faranno quell\’uso che si fa di roba sudicia; ed egli volgerà da loro lo sguardo (EZECH. VII, 20-22). E già nel Deuteronomio aveva detto: «Essi mi provocarono e m\’irritarono con le loro vanità; or bene, io per castigarli ho acceso nel mio sdegno un fuoco che li brucerà fin nelle viscere dell\’inferno. Adunerò su di loro un cumulo di mali e vuoterò contro di essi il turcasso delle mie saette» (Deuter. XXXI, 21-23).
Isaia, dopo di avere minacciato guai a coloro che si trascinarono dietro l\’iniquità per mezzo delle lunghe catene della vanità (V, 18), dice: perché le figlie di Sion si gonfiano di orgoglio e di vanità, perché camminano pettorute e altere, affettate negli sguardi, battendo il calcagno e movendo a cadenza il passo, il Signore scoprirà la loro fronte superba, e le spoglierà della loro capigliatura. Toglierà loro gli ornamenti dei calzari e le lunette; e i vezzi di perle, e i monili, e i braccialetti, e le cuffie; le corone, le gambiere, le catenelle, gli orecchini, gli anelli, le galanterie pendenti sulla fronte; e i vasetti di odori, e le mute degli abiti, e le mantellette, e i candidi veli, e gli spilloni, e gli specchi, e i lini finissimi, e le bende, e le vesti da estate. E invece di odori soavi avranno fetore; e per cintura una corda, e in cambio dei capelli ina­nellati, la calvizie; e per fascia pettorale il cilizio (Id. III, 17-24). Ri­torna altra volta il Profeta ad annunziare in nome di Dio alla donna vana e amante del lusso e degli abbigliamenti, che sarà svelata la sua ignominia, fatto pubblico il suo obbrobrio; che due mali a un punto su di lei piomberanno, la sterilità e la vedovanza, né potrà con prestigi o incantesimi difendersene. Il male la colpirà, senza ch\’ella si accorga donde venga, la calamità le piomberà sul capo e non potrà stornarla (Id. XLVII, 1-3, 8-13).
O che terribile conto non avranno da rendere a Dio quelle disgra­ziate figlie del demonio, che si studiano con la colpevole loro vanità di sedurre le anime, di disertare la vigna del Signore, di annientare i buoni effetti del sangue di Gesù Cristo!…

9. IL VERO ORNAMENTO DELLA DONNA. – S. Paolo insegna quale deve essere l\’abbigliamento delle donne cristiane: «Voglio che le femmine vadano vestite convenientemente, ornate con pudore e modestia, non, coi capelli inanellati, con abiti di sfarzo, tempestati d\’oro e di dia­manti» (I Tim. II, 8-9). Tertulliano dice: Mostra­tevi vestite degli ornamenti degli Apostoli; prendete dalla semplicità il suo candore, dalla purità la sua riservatezza; dipingetevi gli occhi col colore della modestia; ascoltate in silenzio la parola di Dio; in­dossate per mantello il giogo di Gesù Cristo. Copritevi i capo di me­riti e avrete una magnifica acconciatura. Lavorate con le vostre mani la lana, il lino, e occupatevi in ogni altro lavoro donnesco; fermate i piedi vostri in casa, ornatevi con la seta e con la porpora della probità, e vi assicuro che sarete e più eleganti e più preziose che non se foste coperte di oro (De Habitu mul.). Infatti, osserva S. Cipriano, «la pudicizia non sì occupa di ornamenti; ella è ornamento a se stessa. Essa è l\’onore dei corpi, l\’ornamento dei costumi, la santità dei sessi, il vincolo del pudore, la sorgente della castità, la pace della casa, il principio della concordia (De Bono Pudicitiae)».
«La vera bellezza è quella dell\’anima», dice S. Gregorio Nazian­zeno (ANTON. In Meliss. c. LX). «Non nell\’eleganza delle forme corporali consiste la bellezza, scrive S. Giovanni Crisostomo, ma sta tutt\’intera nei buoni e modesti costumi» (Id. ibid.). «Il vero ornamento dei cristiani e delle cristiane, sono, dice S. Agostino, i buoni e puri costumi» (Epl. XXXVII, ad Possid.); S. Clemente Alessandrino esorta gli uomini a diffondere l\’odore di probità, non di profumi: vuole che le donne ab­biano il profumo di Cristo, non di unguenti (De Poedag. lib. II, c. VIII). Gli abiti, l\’oro, l\’argento vanno soggetti al deperimento e alla distruzione, osservava già il Crisostomo; ma chi è vestito di virtù, possiede un abito che non può essere danneggiato né dai vermi né dalla morte. E a buon diritto, poiché le anime hanno la loro origine dal cielo (Homil. XL VII, ad pop.).
«Le figlie di Babilonia, dice S. Bernardo, vestono porpora e seta, ma lurida e fecciosa è la loro coscienza; splendono di gemme, ma sono sporche di costumi. Al contrario le figlie di Sion vestono alla semplice, ma splendono per integrità di costumi (Serm. in Cant.)».
Lo specchio delle femmine dev\’essere la vita della Beata Vergine Immacolata, nella quale brillano, secondo la frase di S. Ambrogio, la bellezza della castità e il fulgore di tutte virtù (Exort. ad Virgin.).
«Lo specchio delle donne, dice S. Gregorio, sono i comandamenti di Dio, nei quali le sante anime tengono sempre, l\’occhio fisso; e se qualche neo vi è in loro, tosto lo scoprono e se ne correggono; perché vedono chiaramente quello che piace e spiace agli occhi del celeste sposo (Lib. Moral.)». Ester, dovendo presentarsi al re Assuero, non cercò di abbellirsi con ornamenti donneschi: (ESTH. II, 15); ed Ester piacque al re, più che tutte le altre pomposamente abbigliate, e fu da lui scelta in isposa… Donne cristiane, volete voi piacere al Re dei ree divenire sue spose quaggiù per la sua grazia, e nel cielo, per una eternità di gloria? lasciate gli ornamenti mondani, le livree di Satana, e rivestitevi della virtù e di Gesù Cristo. La donna casta veste modestamente; ha un portamento che invita gli altri alla modestia e al pudore; il suo esteriore è senza affettazione, senza incentivo; ella si ammanta di umiltà, scrive S. Bernardo, spande l\’olezzo della pietà; la sua grazia sa di celeste, la sua presenza impone il rispetto, il suo sguardo riempie il cuore di santa gioia, reca dovunque il buon esempio e l\’edificazione (Serm. in Cant.).
La donna forte e saggia fa consistere i suoi ornamenti non nell\’eleganza e nell\’avvenenza sua, ma nel timor di Dio, che dura per i secoli dei secoli ed ella si assicura la grazia e la gloria eterna del cielo… Sono vane e colpevoli la bellezza e la leggiadria che sospirano le donne mondane; la vera grazia e vera bellezza stanno nella virtù che produce il timor di Dio. L\’oro, la seta, i profumi, non aggiungono nulla di più alle donne che nutrono nobili sentimenti; il loro ornamento è la probità, e la bellezza di una condotta irreprensibile; loro ornamento è rimanersene in casa, pregare, attendere agli affari domestici, vigilare su la servitù. Lasciato da parte il vile peso del fieno, che sono i superbi abbigliamenti, vestite l\’ornamento delle virtù celesti, conchiude S. Giovanni Crisostomo; questo è l\’ornamento della Chiesa, quello è da teatro; il primo è degno dei cieli, il secondo conviene ai cavalli e ai muli; l\’uno si adopera anche coi morti, l\’altro è proprio dell\’anima nella quale abita Cristo (ANTON. In Meliss. c. LX).