I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Giudizio temerario.

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

1. Nessuno ha diritto di giudicare gli altri. 

2. Si giudica senza cognizione di causa. 

3. Chi giudica è giudicato.

4. Chi è senza colpa, lanci la prima pietra. 

5. Si è severi con gli altri e indulgenti con se stessi. 

6. Quanto s’inganni chi giudica temerariamente. 

7. Bisogna giudicare con prudenza.

8. Bisogna scusare il prossimo.

9. Invece di condannare chi sbaglia, avvertitelo caritatevolmente.

10. Chi è innocente non deve inquietarsi dei giudizi degli uomini.

1. NESSUNO HA DIRITTO DI GIUDICARE GLI
ALTRI. – «Chi sei tu che porti giudizio sull’altrui servo?», domanda S. Paolo,
e soggiunge: «Sappi che tocca al suo padrone il vedere se cade o se si tiene in
piedi» (Rom. XIV, 4). «E in quanto al fratello, perché ti arbitri di
giudicarlo?»  (Ib.
10). Egli è tuo simile, non tocca a te darne sentenza…
   Non meno chiaro paria a questo proposito S.
Giacomo: «Vi è un solo legislatore e giudice il quale abbia potere di
condannare e di assolvere. Ora tu chi sei, che giudichi il prossimo?» (IACOB.
IV, 12-13).
   Sentenziare senza cognizione di causa e
senza mandato è un’iniquità; sovente è un’ingiustizia e talvolta anche
irreparabile…
 
   2. SI GIUDICA SENZA COGNIZIONE DI CAUSA. –
Voi non conoscete punto colui che giudicate: non ne penetrate l’interno; non
sapete quale intenzione l’abbia mosso, intenzione che forse lo giustifica. E
dove il delitto suo sia manifesto, può ben essere che se ne penta, o che già se
ne sia pentito; e chi sa che abbia ad essere uno di quelli che formeranno la
gloria del cielo? «Non giudicate adunque», dice Gesù
Cristo  (MATTH. VII, 1).

   3. CHI GIUDICA È GIUDICATO. – Quegli che
giudica gli altri sarà giudicato; chi condanna sarà condannato… «Inescusabile sei, o uomo, chiunque tu sia, dice S. Paolo,
che vuoi giudicare gli altri; sappi che in quello di che tu giudichi un altro
qualunque, te stesso giudichi e condanni» 
(Rom. II, 1). Sì, voi che temerariamente giudicate del prossimo,
portate di vostra propria bocca sentenza di condanna contro voi medesimi…
   E prima dell’Apostolo, già apertamente aveva
detto il Maestro: «Non giudicate e non sarete giudicati. Poiché quel giudizio
che voi farete degli altri, sarà fatto di voi; e sarete trattati come avete
trattato gli altri (MATTH. VII, 1-2).
  Voi che siete facili al giudicare, badate a
quella sentenza del Savio: «Lo stolto, perché è stolto, pensa che tutti gli
altri siano stolti e battano la sua medesima via» (Eccle.
X, 3). Voi giudicate, e sentenziate degli altri come cattivi ed insensati, e
non vi accorgete che altrettanto si pensa di voi. È la pena del taglione. Si ha
il castigo che agli altri s’infligge… Ora qual vantaggio viene a voi dalla
sentenza che portate contro gli altri, se condannando gli altri condannate voi
stessi? Non giudicate adunque e non sarete
condannati.. .
 
   4. CHI E’ SENZA COLPA, LANCI LA PRIMA
PIETRA. – Gesù chiuse la bocca a coloro che gli avevano condotto innanzi la
donna adultera, e li rimandò scornati dicendo: «Chi di voi è senza peccato, le
getti contro la prima pietra» (IOANN. VIII, 7). Così si dovrebbe rispondere a
coloro che fanno da giudici del prossimo. Ah, non occupiamoci a
giudicare
e condannare gli altri; piuttosto giudichiamo e condanniamo noi medesimi.
   Ci stia in mente che la carità sincera è
paziente, benigna, non altezzosa, non invidiosa, non imprudente, non sguaiata,
non impaziente; non disprezza, non s’adombra, non cerca il proprio utile, non
prende nulla in mala parte; non gode dell’iniquità, ma si rallegra della
verità. Sopporta tutto, tutto crede, tutto spera, tutto soffre. La carità non
si arresta né si stanca per ostacoli (I Cor. XIII, 4-8).
   Ignorate voi come nascono nel vostro cuore i
peccati? Vi nascono come i vermi in una carne corrotta. Sono concepiti nelle
piaghe inveterate della nostra natura, nel fondo sventuratamente troppo melmoso
e fecondo della nostra corruzione originale. Quindi, dato anche che non abbiate
commesso mai le colpe che in altri rimproverate, è pur sempre vero che tali
colpe e vizi esistono, impercettibili al presente se volete, ma in potenza
nell’interno focolare della vostra corruzione; e chi vi assicura che un giorno
non li traduciate in fatti, foss’anche solo con un
pensiero di affetto? e allora non avrete voi, condannando il vostro fratello,
dato sentenza contro di voi medesimi? E dato anche che non aveste mai a cadere
nel misfatto che giudicate, voi non potete però chiamarvi scevro da certe
debolezze e da certi falli ugualmente condannati dalla suprema verità, dal cui
tribunale dipende la condotta dell’uomo. Poiché colui che ha detto: Tu non
ucciderai, ha pure proibito di essere orgoglioso, vendicativo, impuro, di fare
giudizi temerari…
   «Non si è mai commesso peccato così enorme
da un uomo, dice S. Agostino, che ogni altro uomo non lo possa commettere, dove
gli manchi l’assistenza del Creatore» (Confess.).

   5. SI È SEVERI CON GLI ALTRI E INDULGENTI
CON SE STESSI. – I due vizi più comuni e più universalmente sparsi tra gli
uomini, sono un eccesso di severità verso gli altri e un eccesso d’indulgenza
verso di noi, come già osservava S. Agostino, ed energicamente esprimeva con
quella sentenza: «Gli uomini sono una razza curiosa dei fatti altrui e
spensierata di provvedere ai propri (De Civit. Dei)».
   «Perché vedi tu, dice Gesù Cristo, il fuscellino nell’occhio del fratello e non ti accorgi della
trave nel tuo? E come hai tu faccia di dire a tuo fratello: Lascia ch’io ti
cavi dall’occhio questa festuca, mentre porti nel tuo una scheggia? Ipocrita,
togli prima la scheggia dall’occhio tuo, poscia trarrai la festuca dall’occhio
di tuo fratello» (MATTH. VII, 3-5). Non si poteva tratteggiare più al vivo i
due grandi difetti di cui trattiamo: giudicare a tutto rigore il prossimo e
perdonare ogni cosa a se stesso; scorgere un moscerino nell’occhio altrui e non
vedere il calabrone nel proprio; pavoneggiarsi della propria virtù, censurando
indiscretamente le altrui azioni e coprendo con indulgenza i propri vizi; consecrare tutto lo zelo ad addentare il prossimo e
procedere verso di sé con colpevole rilassatezza…
   Nei giudizi che portiamo sul nostro
prossimo, in due modi 

pecchiamo:
1° sospettando che vi siano negli altri quei difetti che dobbiamo rimproverare
a noi stessi; 2° trovando i vizi altrui più biasimevoli dei nostri. Da una
parte noi affibbiamo al prossimo i nostri vizi, dall’altra li vediamo più
enormi in esso che in noi. Nulla perdoniamo agli altri, tutto scusiamo in noi
medesimi.
    La più dannosa ipocrisia è quella di menare
le sferza su tutti. Si aspira a farsi nome di uomo incorruttibile che non adula
e non risparmia persona; e non si bada a correggere se medesimo. Si notano i
più leggeri difetti degli altri e si lasciano correre, senza neppure darsene
per intesi, i più enormi vizi che deturpano noi medesimi. Non c’è persona più
tenera e indulgente verso i suoi propri torti, di quei critici severi che non
perdonano nulla agli altri.
    Quanto è comodo per molti il lasciar
dormire la propria coscienza nei peccati e prendersela contro le colpe degli
altri! tutt’occhi in quello che non li riguarda, sono poi ciechi per quello che
vi è in loro. perché ciò? perché è usanza comune cercare le colpe vere od
immaginarie del prossimo, dirne male e intanto mettersi dopo le spalle i propri
difetti per non vederli, né condannarli e quindi non emendarsene.

   6. QUANTO S’INGANNI
CHI GIUDICA TEMERARIAMENTE. – Per qual ragione mai lacerarsi scambievolmente
con ingiusti sospetti? È un mostrarsi schiavo della più insolente curiosità, e
non volesse Dio, che si prendessero tanti granchi e non si urtasse in tanti
scogli, quante sono le indagini che si fanno e i giudizi che si recano!
Ciascuno pretende di vedere ciò che è nascosto e decidere delle intenzioni.
Questa smania di mettere bocca negli affari altrui, fa sì che si inventa su
quel che non si vede; e siccome si ha la pretesa di non sbagliare mai, il
sospetto diventa ben presto certezza; e si chiama convinzione quello che al più
potrebbe sembrare una congettura. Quindi noi applaudiamo all’invenzione del
nostro spirito e smisuratamente la sviluppiamo. Se, alimentata dai sospetti e dai
giudizi temerari, la nostra collera si accende, noi non cerchiamo punto di
spegnerla; perché, come nota S. Agostino, «a nessuno la sua collera pare
ingiusta (De Morib. Eccl.)».
Quindi l’inquietudine ci assale, e spinti da questa e dalla nostra diffidenza,
ci attacchiamo spesso a un’ombra e assaliamo e combattiamo la verità per
un’ombra. Scagliamo il colpo per timore che altri ci ferisca e già vendichiamo
un’offesa che ancora non esiste, dice il medesimo padre (Ibid.). Vedete
dove ci conducono l’errore e l’ingiustizia… .
 
   7. BISOGNA
GIUDICARE CON PRUDENZA. – Nel giudicare del prossimo bisogna camminare a piè di
piombo, non sentenziare a caso, ma ponderatamente. Quegli che voi credete
caduto, può essere in piedi e quegli di cui tenete come certa e vicina la
caduta, forse non inciamperà neppure… Quel tale di cui sospettate ogni sorta
di colpe, potrà forse trovarsi collocato al di sopra di voi nel cielo; poiché,
dato anche che sia veramente colpevole, conoscete voi la grazia che Dio gli
riserva? Ponderate quella parola del Salvatore: «Vi dico in fede mia che i
pubblicani e le cortigiane avranno su di voi la precedenza nel regno di Dio»
(MATTH. XXI, 31). Bisogna andare cauti e lenti nei giudizi: 1° perché il mondo
è molto maligno…; 2° è molto facile alla calunnia…; 3° inventa difetti…;
4° li aumenta e li trasforma…; 5° molte volte è ingiusto…; 6° opera per lo
più per odio, per vendetta, per invidia, per capriccio, per malizia… Si
osservi che Dio, parlando dei Sodomiti, per ammonirci di non essere troppo
frettolosi a credere qualunque diceria, disse: «Io discenderò e vedrò»  (Gen. XVIII, 21).
   Non è raro che la malignità dia origine a
una fama ingiusta e cattiva; la cattiveria la ingrandisce e la presenta come
pura verità; è dunque agire da persona prudente. il non precipitare il giudizio
su gli assenti, su l’avvenire, su l’incerto, ma riflettere seriamente,
schiarire per quanto è possibile la cosa, e giudicare con grande assennatezza;
perché gli occhi ci dànno ben altra certezza che non
le orecchie, indotte sovente in errore da vani rumori. Bisogna interrogare
testimoni giusti, coscienziosi, incorruttibili, come appunto faceva Giobbe il
quale poté dire di se stesso: «Fino da fanciullo io cercava il vero; e con
grande attenzione esaminava la causa che non conoscessi abbastanza».
   «Dio, agli occhi del quale tutto è nudo,
scrive S. Gregorio, punisce i delitti dei Sodomiti, non per averne udito
parlare, ma dopo di averli veduti (Moral.)». E
noi sentenzieremo del prossimo dietro le ciarle di un maligno o di uno sciocco?
«Non giudicate, dice il Crisostomo, fidati ad un sospetto; senza prima
assicurarvi della cosa; non condannate persona prima di aver imitato Dio che
disse: Io discenderò e vedrò (Homil. ad
pop.
)».

   8. BISOGNA SCTTSARE IL PROSSIMO. – Non ci
sfugga mai di mente il sensato ammaestramento di S. Bernardo:
«Dove ti sia impossibile scusare l’azione, scusa almeno l’intenzione: supponi o
ch’egli non abbia saputo, o che sia stato tratto in inganno, od abbia sbagliato
per caso. Se poi la colpa è così certa che esclude ogni dubbio e non si può
capire anche allora studiati di scusare il colpevole, dicendo a te stesso: La
tentazione è stata troppo violenta. Chi sa quale scempio avrebbe fatto di me,
se mi avesse assalito con la stessa violenza! (Serm.
XL, in cantic.
)».
   Furibondi contro Atanasio andarono un dì gli
ariani, guidati da Lucio, dall’imperatore Gioviano,
per calunniare e, possibilmente, per far condannare quel valoroso campione
della fede. «Non mi parlate contro Atanasio, rispose loro l’imperatore; appunto
perché le accuse datano da vent’anni, già si sarebbero dovute dimenticare; io
so, del resto, e come e perché fu accusato la prima volta». Gli eretici
ritornarono più volte all’assalto, ed una fra le altre giunsero a dire che, se
Atanasio fosse ritornato alla sua Sede, la città sarebbe perduta. «Io mi sono
accuratamente informato di tutta la faccenda, rispose Gioviano,
e mi consta che Atanasio è ortodosso e ammaestra rettamente il suo popolo». –
Questo è vero, replicarono gli accusatori; quel che dice è buono, ma nasconde
nell’anima sentimenti perversi. – «Se voi medesimi, soggiunse l’imperatore,
ammettete che egli non insegna nulla che non sia buono, questo ci basta; tocca
a Dio giudicare del cuore; noi uomini dobbiamo giudicare dalle parole». – Ma,
Signore, egli chiama noi eretici e novatori. – « Bene sta, è suo dovere, come è
dovere di tutti quelli che vegliano alla conservazione della sana dottrina,
opporsi alla novità». Lucio volle insistere; ma il principe, che era di buon
umore, terminò l’udienza con una facezia e disse: «Lucio, in qual modo siete
venuto?» – Per mare, maestà, e in mezzo a mille rischi. – «Ebbene, perché non
abbiate a correre uguali e forse peggiori pericoli, ritornate a casa per terra»
(Storia Eccles. ).
   Vedete un tale che è licenzioso, un altro
che è ingiusto e violento; condannate pure la loro condotta, voi non la
condannerete da temerari, perché anche la legge divina la condanna; ma se voi
li guardate come, infermi incurabili, dice S. Agostino, se voi li sentenziate e
li trattate come peccatori incorreggibili, voi fate ingiuria a Dio e aggravate
il rigore dei suoi giudizi. Voi avete vedute alcune persone abbandonarsi ad
atti pericolosi; biasimate pure tali fatti, poiché la Scrittura li biasima; ma
quando voi giudicate della vita presente dai disordini della vita passata;
quando dite col fariseo: Ah! se sapeste che razza di donna è costei! e al pari
di quello non pensate che quelle tali persone possono già essere in
quell’istante medesimo cambiate dalla penitenza in tutt’altri uomini, voi non
giudicate più secondo Iddio. Dovete, al contrario, da buon cristiano, credere
che colui il quale per disgrazia è caduto, abbia peccato per debolezza, per
sorpresa, per ignoranza, e che già si è pentito o si pentirà, si emenderà, e
otterrà da Dio il perdono  (Cont. Secund.).
   «Basta a ciascun giorno la propria
pena»   (MATTH. VI, 34), disse Gesù
Cristo. Similmente, quando qualche scandalo offende i vostri occhi, invece
d’ingrossarlo e di divulgarlo con mille piagnistei, od oltraggiare i
disgraziati fratelli con crudeli invettive ed amare ironie, sperate piuttosto
in un tempo migliore e in una condotta più regolare.
   Se dobbiamo essere riservatissimi nelle
nostre sentenze contro le colpe conosciute e manifeste, con quanta prudenza non
dovremo procedere quando si tratta di fatti nascosti e dubbiosi?
Particolarmente in questo caso dobbiamo sospendere ogni giudizio, scusare, non
applaudire ai detrattori e, fino a miglior prova, dire che la cosa non può
essere come suona.

   9. INVECE DI CONDANNARE CHI SBAGLIA,
AVVERTITELO CARITATEVOLMENTE. – Quando Giuseppe si fece conoscere dai suoi
fratelli, e rivolse loro quelle parole: – Io sono Giuseppe vostro fratello, che
voi avete venduto ai negozianti d’Egitto, – essi furono colpiti da grande
spavento; conobbero e sentirono al vivo quanto si erano resi colpevoli con
quella vendita e ne provarono di più il rammarico quando lo videro abbracciarli
ad uno ad uno e piangere con essi (Gen. XLV, 3-8), I rimproveri più
acerbi con cui avrebbe potuto guarirli, non avrebbero certo inspirato loro
tanto orrore del delitto commesso. quanto ne inspirarono le carezze e le
lagrime di un fratello oltraggiato, e tuttavia così buono, così tenero e
benefico… Osservate ancora in qual modo Gesù Cristo tratta la donna
adultera… Ascoltate il nome che dà a Giuda: chiama amico colui che sta per
tradirlo…

   10. CHI È INNOCENTE NON DEVE INQUIETARSI DEI
GIUDIZI DEGLI UOMINI. – Chi sa di essere innocente della colpa di cui viene
accusato e condannato, non deve punto inquietarsi dei giudizi e delle accuse
degli uomini. Ripeta con S. Agostino: «Pensate e dite di me quello che vi
talenta; ad una sola cosa io bado, ed è che non mi accusi la coscienza mia
presso Dio (Cont. Secund.
Manich.
)». Che cosa ci deve importare dei giudizi
degli altri, quando non sono fondati? Ancorché tutto il mando ci condannasse
come colpevoli, se noi siamo innocenti, se Dio non ci condanna, perché
affannarci e inquietarci? Al contrario, quando tutti gli uomini ci giudicassero
santi e perfetti, e Dio pensasse di noi diversamente, allora dobbiamo temere e
tremare… Se tutti gli uomini fossero d’accordo per collocarci in cielo, e Dio
ce ne escludesse, no; non vi metteremo ma; piede; e quando tutti ci dannassero
all’inferno, se Dio non vi ci condanna. non vi cadremo giammai. Viviamo
piamente, cristianamente, santamente, e i giudizi del
mondo saranno per noi meno che un nulla, come già diceva il grande Apostolo:
«Per me, poco o nulla m’importa d’essere giudicato da voi o da qualsiasi altro
giudice umano; chi mi deve giudicare è il Signore» (1 Cor. IV, 3-4).
   Non dobbiamo fare nessun conto dei giudizi
degli uomini, se non quando giudicano secondo verità, e per la nostra cattiva
condotta ci meritiamo di essere da loro giudicati e condannati. In questo caso
facciamone pro; la loro sentenza è la voce di Dio.