I SANTI TIMOTEO E TITO (I secolo)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Timoteo fu testimone delle sofferenze e delle fatiche sostenute dai due ardimentosi missionari (Paolo e Barnaba). Al fine della vita l’apostolo gli scriverà: “Tu poi hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i progetti, la fede, la longanimità, la carità, la perseveranza, le persecuzioni, le sofferenze che mi sopravvennero ad Antiochia, a Iconio, a Listra. Quali persecuzioni ho subito!” (2 Tim. 3,10 s.).
S. Tito fu uno dei più cari e generosi collaboratori di S. Paolo nella propagazione del Vangelo tra i gentili. Non è improbabile che sia nato ad Antiochia, dal momento che là ha fatto conoscenza con S. Paolo e si è messo alla sua sequela. Con certezza possiamo affermare soltanto che era pagano (Gal. 2,3).

S. Timoteo dal libri del Nuovo Testamento appare come uno dei più grandi discepoli e collaboratori di S. Paolo. Questi lo chiama “Figlio diletto e fedele nel Signore” (I Cor. 4,17), perché lo aveva convertito al vangelo e battezzato insieme con sua madre e sua nonna (1 Tim. 1,5) durante la prima missione in Asia (45-49). Dagli Atti degli Apostoli si deduce con relativa certezza che fosse nativo di Listra.
S. Luca dice infatti che S. Paolo nel secondo viaggio apostolico (50-53) “pervenne a Derbe e a Listra. Qui c’era un discepolo per nome Timoteo, figlio di una giudea convertita, ma di padre greco. Era tenuto in alta considerazione dai fratelli di Listra e d’Iconio (cioè di tutta la regione della Licaonia). Paolo volle che egli partisse con lui e, presolo con sé, lo fece circoncidere per riguardo ai giudei che si trovavano in quelle zone, poiché tutti sapevano che suo padre era un greco” (Atti 16,1-3).
Il giovanetto era stato educato nel timor di Dio e nello studio delle Scritture, dalla madre Eunice e dalla nonna Loide (2 Tim. 1,5; 3,15). Quando Paolo e Barnaba giunsero al suo paese la prima volta, suo padre doveva già essere morto. Timoteo fu testimone delle sofferenze e delle fatiche sostenute dai due ardimentosi missionari. Al fine della vita l’apostolo gli scriverà: “Tu poi hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i progetti, la fede, la longanimità, la carità, la perseveranza, le persecuzioni, le sofferenze che mi sopravvennero ad Antiochia, a Iconio, a Listra. Quali persecuzioni ho subito!” (2 Tim. 3,10 s.). Alla scuola di tanto maestro il discepolo comprese subito che era necessario entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni (At. 14,22).
Nel suo secondo viaggio missionario, S. Paolo se lo volle aggregare come discepolo e compagno d’apostolato, al posto di Giovanni Marco che si era imbarcato alla volta di Cipro con il cugino Barnaba (Ivi 15,40). Secondo diversi tratti delle lettere pastorali, fu lo Spirito Santo che lo designò in qualche assemblea liturgica alla funzione di apostolo mediante la voce di profeti (1 Tim 1,18). S. Paolo gli impose le mani insieme con i presbiteri della regione (2 Tim. 1,6). Da quel momento egli rimase sempre, eccetto vari intervalli, a fianco dell’apostolo, servendogli da segretario nella redazione delle lettere. Per facilitargli il ministero presso i giudei S. Paolo aveva voluto che Timoteo fosse circonciso. Diversamente, come avrebbe potuto entrare e parlare liberamente nelle sinagoghe? Irreprensibile davanti a Israele, egli poté mettersi cosi al servizio del Vangelo e dell’apostolo dei gentili, come un figlio dietro al padre (Fil. 2,22). Ogni tanto si separerà da lui per incarichi di fiducia, brevi assenze, benché non vi si sentisse incline per la timidezza del carattere (1 Cor. 16,10), le frequenti infermità (1 Tim. 5,23) e la prontezza alle lacrime (2 Tim. 1,4). Nonostante i loro temperamenti opposti (irruente S. Paolo, riservato S. Timoteo), l’accordo tra loro fa sempre completo e la dedizione alla causa del regno di Dio assoluta.
S. Timoteo lavorò assiduamente alla fondazione di molte chiese: Filippi, Tessalonica, Berea, Corinto, Efeso. Durante la seconda missione dell’apostolo (50-53), egli collaborò soprattutto allo stabilimento e allo sviluppo delle comunità di Macedonia. Egli restò per un po’ di tempo a Tessalonica dopo la violenta espulsione di Paolo e di Sila (Atti 17,10). “Non appena i giudei di Tessalonica seppero che Paolo aveva annunziato la parola di Dio anche a Berea, accorsero pure là per agitare e spingere alla ribellione la folla. I fratelli allora fecero partire subito Paolo, perché raggiungesse il mare, mentre Sila e Timoteo rimasero nel luogo. Gli uomini di scorta accompagnarono Paolo fino ad Atene e, ricevuto l’incarico di riferire a Sila e Timoteo di raggiungerlo al più presto, se ne tornarono indietro” (Atti, 17,13-15).
Per due volte l’apostolo tentò di ritornare tra i Tessalonicesi per completare la loro formazione spirituale, ma ne fu impedito da Satana. “Per questo, scrisse ad essi, siccome non resistevamo più, abbiamo preferito di restare ad Atene soli, per mandare da voi Timoteo, fratello nostro e collaboratore di Dio nell’annunciare il Vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella nostra fede.. .per prendere notizie circa la vostra fede, nel timore che il tentatore vi avesse tentati e il nostro lavoro fosse andato a vuoto”. (1 Tim. 3,1-5). Timoteo raggiunse con Sila il suo maestro a Corinto, dove si era stabilito in casa di Aquila e Priscilla, fabbricanti di tende come lui. “Ma come vennero dalla Macedonia Sila e Timoteo, Paolo si dette tutto alla predicazione, attestando ai giudei che il Messia è Gesù” (Atti 18,5). I tre operai evangelici rimasero almeno diciotto mesi nella capitale dell’Acaia, e vi consolidarono una fiorente comunità.
Al termine del secondo viaggio missionario Sila rimase nella sua chiesa d’origine, Gerusalemme. Timoteo, invece, prese parte al terzo viaggio dell’apostolo (53-58). Durante i tre anni del suo soggiorno ad Efeso, egli non si allontanò dalla metropoli d’Asia che per una missione in Macedonia con Erasto (Atti, 19, 22) e un’altra a Corinto. Ai cristiani di quella chiesa Paolo aveva scritto: “Se viene Timoteo, badate che stia fra voi senza timore, perché egli accudisce all’opera del Signore, come faccio io stesso. Nessuno, dunque, lo disprezzi, ma accompagnatelo in pace, perché torni da me, che lo aspetto coi fratelli” (1 Cor. 16,10 s.). Lo aveva incaricato di ristabilire la pace in quella comunità divisa da fazioni, ma timido per temperamento e poco amante della lotta, non raggiunse lo scopo.
Quando S. Paolo scrisse la sua seconda lettera ai Corinti “il fratello Timoteo” si trovava con lui in Macedonia (2 Cor. 1,1). Lo accompagnò nella sua terza visita alla cristianità di Corinto rappacificata dopo la missione di Tito. Durante i tre mesi che vi rimase l’apostolo scrisse la lettera ai Romani. Tra i saluti non mancano quelli di Timoteo, suo “collaboratore” (Rom. 16,21). In compagnia del discepolo S. Paolo fece poi ritorno a Gerusalemme (Atti 20,4). Da questo momento S. Luca non parla più di lui, ma le lettere della prigionia suppliscono in parte al brusco silenzio.
Con molta probabilità Timoteo seguì S. Paolo da Gerusalemme a Cesarea, e da Cesarea a Roma. Durante la prima prigionia romana (62-63) gli fu accanto perché figura nelle lettere in quel tempo scritte dall’apostolo ai Colossesi, a Filemone e ai Filippesi. A quest’ultimi confidò: “Spero nel Signore Gesù d’inviarvi al più presto Timoteo, affinchè io pure possa stare di buon animo conoscendo le vostre notizie. Non ho infatti alcuno pari a lui che possa prendere sinceramente a cuore le vostre cose, tutti gli altri infatti ricercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. Voi conoscete le prove date da lui: come figlio dietro il padre, con me si è messo al servizio del Vangelo. Lui dunque spero di mandare appena avrò intravisto la piega delle mie cose” (2,19-23).
Quando S. Paolo fu liberato dalla prigionia, non sappiamo se Timoteo l’abbia accompagnato nel viaggio in Spagna. Con lui ritornò invece ad Efeso (65-66). E quando l’apostolo s’incamminò di nuovo verso Roma passando per la Macedonia, l’Acaia, l’Epiro, raccomandò al discepolo “di rimanere ad Efeso per ingiungere a certuni di non insegnare dottrine estranee, e di guardarsi da favole e genealogie senza fine, le quali portano a contese piuttosto che al disegno di Dio nella fede” (1 Tim. l, 3s.). Dalla lettera agli Ebrei sappiamo che fu prigioniero e poi rilasciato (13, 23). Timoteo rimase in Asia, luogotenente di Paolo, finché questi, alla vigilia di una condanna certa, gli scrisse: “Affrettati a venire da me al più presto perché Demas mi abbandonò… e solo Luca è con me. Prendi Marco e conducilo con tè perché è utile per il ministero… Venendo, porta il mantello che ho lasciato a Troade, presso Carpos, e i libri, soprattutto le pergamene… Nella mia prima difesa nessuno mi fu vicino, ma tutti mi abbandonarono. Non sia loro imputato. Il Signore, però, mi ha assistito e reso forte, affinchè, per mezzo mio, il messaggio venisse pienamente proclamato e l’ascoltassero tutti i gentili… Affrettati a venire prima dell’inverno” (2 Tim. 4,9,21). Si ritiene che Timoteo abbia assistito l’apostolo negli ultimi giorni di vita, e abbia raccolto, in deposito, l’eredità del suo zelo e dei suoi preziosi insegnamenti. Pare che ad Efeso abbia trascorso il resto della vita, e vi sia rimasto anche dopo la venuta di S. Giovanni evangelista. Secondo la tradizione sarebbe stato martirizzato a colpi di clava e di pietre nel 97 sotto l’imperatore Nerva, nel tentativo di opporsi a feste popolari degeneranti in orge e crudeltà. Le sue reliquie sotto Costanzo II furono trasportate a Costantinopoli (356). Nel secolo XIII i Crociati le trafugarono, L’11-5-1945 è stata rinvenuta sotto l’abside del duomo di Termoli una cassetta lignea coperta da lastra di marmo con epigrafe del 1239 indicante che essa conteneva il corpo di S. Timoteo discepolo di S. Paolo.
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S. Tito fu uno dei più cari e generosi collaboratori di S. Paolo nella propagazione del Vangelo tra i gentili. Mentre l’apostolo lo nomina più volte nelle sue Lettere, è strano che S. Luca non faccia mai menzione di lui nei suoi scritti. Per questo, diversi studiosi hanno voluto identificarlo, senza fondamento, con altri noti personaggi. La forma latina del suo nome non ci fornisce nessuna indicazione sulla sua provenienza. C’è chi lo dice originario di Creta; secondo S. Giovanni Crisostomo sarebbe nato a Corinto; secondo gli atti di Tecla a Iconio.
Non è improbabile che sia nato ad Antiochia, dal momento che là ha fatto conoscenza con S. Paolo e si è messo alla sua sequela. Con certezza possiamo affermare soltanto che era pagano (Gal. 2,3). Fu probabilmente convertito e battezzato dall’apostolo stesso, perché nella lettera che gli scrisse, lo chiama “genuino figlio secondo la comune fede” (Tito 1,4). Compare in scena per la prima volta con Paolo e Barnaba al Concilio degli Apostoli (49-50), come vivente espressione del Vangelo libero dalla legge di Mosè.
S. Paolo e gli antiocheni provenienti dal giudaismo ellenistico non giudicavano necessario imporre particolari condizioni ai pagani desiderosi di entrare nella Chiesa, tranne la fede in Cristo e il battesimo. I giudei palestinesi, invece, pretendevano che accettassero la circoncisione per essere incorporati alla nazione erede delle promesse di Dio. La questione fu affrontata dalle supreme autorità della Chiesa: gli apostoli e gli anziani di Gerusalemme. S. Paolo, in colloqui privati, ottenne dai maggioranti l’approvazione del “suo Vangelo”. Ma i partigiani delle osservanze giudaiche denunciarono che Tito, il giovane compagno di Paolo, non aveva ricevuto la circoncisione. Come tollerare che in tale stato egli prendesse parte ad assemblee cristiane, insieme con gli scrupolosi osservanti della legge di Mosè? Si circoncidesse dunque, e tutto sarebbe stato regolare. La questione, più che al caso singolo, si riferiva al principio generale, e Paolo che più tardi farà circoncidere Timoteo per non creare intoppi alla predicazione del Vangelo, in questo caso fu intransigente. Scriverà ai Galati: “Neppure Tito che era con me, benché greco, fu obbligato a farsi circoncidere. Tutto per causa degli intrusi falsi fratelli i quali vennero di soppiatto a spiare la nostra libertà, che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intento di farci schiavi. Ad essi non cedemmo per deferenza neppure un momento, affinchè la verità del Vangelo rimanesse ferma presso di voi…A me i notabili non imposero cosa alcuna” (2, 3-6).
Pare che Tito abbia seguito S. Paolo nel suo terzo viaggio missionario (53-58), e lo abbia caodiuvato nella fondazione di tante chiese. Va incluso anche lui nella frase che l’apostolo usa nell’intestazione della Lettera ai Galati da lui scritta da Efeso nel 57: “Tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia”. Si suppone infatti che Tito abbia soggiornato a lungo in quell’importante centro dell’Asia Minore con Timoteo e gli altri collaboratori dell’apostolo dei gentili.
Da Efeso S. Paolo dovette seguire le tristi vicende della comunità di Corinto perturbata da varie fazioni. Dapprima inviò Timoteo, il quale non riuscì a riappacificare gli animi nonostante che l’apostolo avesse cercato di rafforzarne la missione con l’invio di una lettera. Paolo stesso fece una breve visita a quella comunità, ma con tristezza, perché fu pubblicamente svillaneggiato da un cristiano, ripreso forse per i cattivi costumi. Scrisse loro “con molte lacrime” (2 Cor. 2,4) una lettera, che è andata perduta, e a riscontrare l’effetto che produsse nei cuori mandò Tito con un altro fratello (Ivi 12,18), con l’ordine al ritorno di seguire la via di terra e di fermarsi ad aspettarlo a Troade. Il tumulto degli argentieri costrinse Paolo a partire da Efeso improvvisamente (Atti 19,23 ss). Quando giunse a Troade, Tito non era ancora giunto a portargli notizie della guasta comunità. Per questo non ebbe pace, e allora la sua ansia per le notizie di Corinto lo spinse a proseguire il viaggio per la Macedonia allo scopo di anticipare rincontro sospirato con il discepolo.
“Da quando siamo arrivati in Macedonia, confiderà più tardi Paolo ai Corinti, la nostra carne non ha avuto un momento di riposo, ma abbiamo patito tribolazioni sotto ogni aspetto: lotte al di fuori, apprensioni al di dentro. Ma colui che consola gli umili, Dio, ci ha consolati con l’arrivo di Tito; e non soltanto con la venuta di lui, ma anche con la consolazione che egli stesso aveva provato a vostro riguardo; riportandoci il vostro desiderio per me, il vostro pianto, il vostro affetto ardente per me, così che io mi sono più che mai rallegrato. Perciò, anche se vi ho rattristati con quella lettera, non me ne pento, e se anche ne fossi pentito, al vedere che quella lettera vi rattristò, quantunque per poco tempo, adesso ne godo: non perché vi siete rattristati, ma perché la tristezza vi ha condotti al ravvedimento… Nella nostra consolazione ci siamo ancora più grandemente rallegrati per la gioia di Tito, perché il suo spirito è stato da voi tutti confortato. E se mi sono un po’ gloriato di voi con lui, non sono rimasto confuso; ma, come avevamo con voi detto la verità in ogni cosa, così anche il vanto che io mi ero dato di voi con Tito è risultato verità. Ed egli più svisceratamente vi ama nel ricordare l’ubbidienza di voi tutti, e come l’avete ricevuto con timore e tremore: Godo di potere contare su di voi in ogni cosa”. (2 Cor. c. 7).
I fratelli della Macedonia, sebbene poverissimi, avevano fatto una colletta per i santi di Gerusalemme. S. Paolo avrebbe voluto che i Corinti gareggiassero in generosità con i macedoni. Comunicò perciò loro: “Abbiamo pregato Tito che, come l’ha incominciata, cosi conduca a termine anche tra voi quest’opera di carità… Non ve lo dico per darvi un ordine, ma per mettere alla prova, con la premura verso gli altri, la sincerità della vostra carità… Siano rese grazie a Dio che mette la medesima sollecitudine per voi nel cuore di Tito; egli, infatti, non solo ha accolto la nostra esortazione, ma, spinto da zelo ancora più ardente, spontaneamente è partito per venire da voi”. In quella missione di carità Paolo volle che Tito fosse accompagnato da due altri fratelli. Di essi testimonierà: “Per riguardo a Tito, egli è mio compagno e aiutante presso di voi, e i nostri fratelli sono apostoli (cioè ministri) delle chiese, gloria di Cristo” (2 Cor. c. 8).
In seguito, di S. Tito si farà memoria soltanto dopo la prima cattività romana di S. Paolo (62-63). Senza l’ausilio delle Lettere pastorali si sarebbe persa del tutto la traccia di uno degli operai evangelici più dinamici e intelligenti del Nuovo Testamento. La lettera che l’apostolo scrisse a Tito ci manifesta, in particolare, che dopo la liberazione dalla prigionia egli andò a Creta, evangelizzò parecchie città dell’isola, e lasciò Tito a continuare l’opera intrapresa. Gli scriverà difatti: “Per questo ti lasciai a Creta, affinchè tu continuassi a mettere in ordine ciò che resta da fare e costituissi in ogni città dei presbiteri, come io ti ordinai” (1,5). Lo zelante suo luogotenente incontrerà nell’isola vere resistenze, soprattutto da parte dei numerosi giudei vanitosi e seduttori, ma ad essi s’ingegnerà “di chiudere la bocca, poiché sconvolgono interi casati, insegnando ciò che non si deve per amore di guadagno illecito ” (1,11). Il suo maestro gli ha infatti prescritto: “Di questo parla ed esorta e riprendi con tutta autorità; nessuno ti disprezzi” (2,15). La lettera si chiude con un’esortazione: “Quando invierò Artemas presso di te o Tichico, affrettati a venire da me a Nicopoli, giacché colà ho deciso di svernare” (3,12).
È probabile che quando l’apostolo fu improvvisamente arrestato dalla polizia imperiale che lo andava cercando fin dalla sua scomparsa da Roma, Tito lo abbia raggiunto. Nel 66, per motivi di apostolato, si recò nella Dalmazia, ma sembra con dispiacere di Paolo, rimasto solo con Luca. L’apostolo scrisse infatti a Timoteo: “Affrettati a venire da me il più presto perché Demas mi ha abbandonato… Crescente è andato in Galazia e Tito in Dalmazia” (2 Tim. 4,9 s).
Secondo Eusebio e S. Girolamo, tornato a Creta, il Santo sarebbe vissuto a lungo in perpetua verginità. Non lasciò nessuno scritto. Per molti secoli il suo corpo fu conservato a Cortina, capitale di Creta, poi fu trasferito a Venezia nella basilica di San Marco. Con intenti ecumenici nel 1966 fu restituito agli ortodossi dell’isola.
 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 319-325.
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