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Cap. 17 L'Italia nell'età del predominio spagnolo

     L'area del Mediterraneo entrò nel XVII secolo in una fase di recessione: le sue rive erano popolate e il commercio proseguiva intenso, ma gli Stati che traevano i maggiori benefici erano le potenze del Nord, Gran Bre­tagna e Province Unite, in luogo di Genova, Venezia, Napoli. Uni­ca eccezione fu Livorno, un porto franco voluto dai granduchi di Toscana per attirare il commercio del Levante esentando le merci da ogni tipo di controllo e di diritti doganali. Livorno divenne una specie di magazzino che permetteva alle potenze del Nord di stivare le proprie merci e di venderle un poco alla volta per non far crollare i prezzi del mercato. La presenza costante della pirateria promossa da Algeri, Tunisi e Tripoli, oltre alle guerre tra Turchi e Veneziani, rendeva i com­merci sempre meno redditizi.

     La decadenza del Mediterraneo fu accompagnata anche dalla decadenza della sua agricoltura, soprattutto perché il grano coltivato nelle pianure del Nord e della Russia co­stava meno del grano mediterraneo. In Italia, a Firenze, Genova, Venezia, Milano fiorivano le attività bancarie, sotto forma di prestiti alla corona di Spagna, mentre decadevano le attività ma­nifatturiere, la produzione di panni di lana e di seta, di sapone e di articoli di lusso, promossa nel­l'Europa settentrionale da governi forti, in grado di investire grandi somme in quelle produzioni. Il denaro ritirato dalle atti­vità industriali fu investito nell'acquisto di terre da mette­re a coltura in modo più razionale, ossia gran parte della socie­tà italiana si incamminò nella direzione inversa a quella sboccata nella rivoluzione industriale, in una sorta di rifeudalizzazione,  più dura di quella medievale perché i mezzi di controllo sui contadini erano  più ef­ficienti.

     La guerra dei Trent'anni non fu combattuta in Italia, tranne nel breve periodo della guerra di Mantova, ma portò anche qui le pestilenze, come quella del 1630, che in molte zone provocò il dimezzamento della popolazione con ristagno sociale ed economi­co. Per tutto il secolo XVII l'attività edilizia fu intensa e le nostre principali città hanno un impianto urbanistico che risale all'età barocca, ma non fu un segno di vitalità economica, bensì un modo di investire il denaro sottratto ad attività più lucrose.

17. 1 La cultura italiana tra XVI e XVII secolo

     Intorno al 1530 le grandi voci che avevano animato il Rina­scimento italiano si erano spente: nel giro di un decennio, mori­rono Machiavelli, Guicciardini, Ariosto, Castiglione, Raffaello. Fino al 1564 rimase operante Michelangelo, ma ormai erano venute meno le condizioni sociali che avevano favorito quella fio­ritura.

La stagione del manierismo Iniziava la stagione del manierismo che si può spiegare come un tentativo di conservare la grande le­zione tecnica del passato, ma in un contesto mutato, privo di vi­ta, di invenzione, di temi adeguati da celebrare. Infatti il Va­sari, il Pontormo, il Parmigianino e numerosi altri pittori ebbe­ro la possibilità di impegnarsi in grandi progetti, ma i tempi erano divenuti inquieti, insicuri. Per il resto del XVI secolo solo Venezia poté offrire alla pittura un ambiente favore­vole: con Tiziano, con Tintoretto, col Palma e col Veronese il colorismo veneto dispiegò le sue potenzialità.

L'arte sacra dopo il concilio di Trento Con la conclusione del concilio di Trento, avvenne una profonda riforma della vita reli­giosa italiana e la Chiesa, che era ancora la massima committente di opere d'arte, volle che gli artisti evitassero nelle loro ope­re ciò che appariva paganeggiante, natura­listico. I quadri destinati al culto dovevano promuovere la pietà e riaffermare i contenuti dottrinali presenti nei documenti del concilio.

La letteratura Anche nella letteratura finì per affermarsi que­sta nuova esigenza, e nulla appare più significativo di un con­fronto tra l'Orlando furioso dell'Ariosto e la Gerusalemme libe­rata del Tasso: il primo è la più complessa favola mai racconta­ta, senza alcuna preoccupazione per messaggi morali o religiosi da accreditare; la seconda, invece, sente il dovere di giustifi­care la presenza dell'elemento fantastico e cavalleresco - di eva­sione - con l'assunzione di un tema storico ed edificante. Detto in altri termini, in poco più di cinquant'anni nella cultura ita­liana avvenne un profondo mutamento di prospettiva: fino al 1530 la cultura rinascimentale, avanzata sull'onda portante dell'uma­nesimo, sembrava poter spazzare via ogni resistenza; dopo quella data, o forse meglio dopo il sacco di Roma del 1527, subentrò un'ondata di riflusso: all'ottimismo circa le possibilità della natura umana seguì la consapevolezza che esistono resistenze e forze oscure in grado di soverchiare le capacità dell'uomo, e che ogni creazione della cultura è precaria, ossia non si trasmette in eredità come avviene per le cose materiali.

Il sacco di Roma spartiacque tra due epoche Il sacco di Roma del 1527 non fu un episodio passeggero. Iniziata a maggio, l'occupa­zione della città durò otto mesi costellati da feroci trattative per il riscatto delle persone prese in ostaggio. A parte le di­struzioni materiali, il danno maggiore va cercato nella disper­sione di un brillante gruppo di artisti e umanisti che, lavorando insieme, avevano dato vita a una stagione mirabile dal punto di vista culturale. Il sacco di Roma depresse le corti italiane, rendendole insicure: chi poteva, doveva profondere i suoi denari nella costruzione di fortezze e cannoni, per assoldare mercenari e spie per conoscere le intenzioni degli avver­sari.

Provincialismo della cultura italiana Nel 1530 avvenne a Bologna la solenne incoronazione di Carlo V, per mano del papa Clemente VII. Fu l'ultima incoronazione alla presenza del papa di un impe­ratore tedesco che si dichiarava successore di Carlo Magno. Dopo la partenza dell'imperatore, gli Stati italiani s’accorsero di esser divenuti provincia, d'aver perduto il primato culturale, politico ed economico trasferito nelle corti delle grandi potenze dell'Europa atlantica. I fenomeni di questo tipo sono lenti, sono linee di tendenza, ma agiscono all'interno di una società in sen­so dinamico, espansivo se la linea di tendenza è positiva; in senso depressivo se la linea di tendenza è negativa. La tendenza a rendere provinciale l'Italia proseguì nella seconda metà del XVI secolo e per tutto il XVII, reso manifesto anche dal fat­to che le guerre europee ebbero il loro epicentro nei Paesi Bassi e in Germania o sull'Atlantico dove si giocò la partita per l'e­gemonia europea, perché l'Italia e il Mediterraneo erano divenuti un settore secondario.

Egemonia della Spagna in Italia I governi dei vari Stati italia­ni, troppo piccoli e deboli per contare qualcosa nel corso di quella gigantesca lotta, si tennero sotto l'ombrello protettivo della Spagna che fin verso il 1626 rimase la massima potenza mi­litare europea, ma avviata anch'essa al declino, divenuto palese con la sconfitta militare subita a Rocroi (1643).

La cultura italiana nell'età barocca La storia della cultura italiana nell'età barocca, tuttavia, è assai più complessa ed è un errore limitare l'esame agli aspetti meramente letterari. Esi­ste infatti una grande architettura che col Bernini e il Borromi­ni raggiunge vette di primaria grandezza e una inesausta creati­vità in molti altri architetti. Esiste una pittura che col Cara­vaggio seppe cogliere le possibilità di una illuminazione dramma­tica e un realismo in qualche caso insuperato. Ma soprattutto esiste una musica che da Giovanni e Andrea Gabrieli, passando at­traverso Claudio Monteverdi e Jacopo Carissimi, arriva fino ad Alessandro e Domenico Scarlatti, per citare solo i compositori più noti. La musica italiana dell'età barocca raggiunse tutte le corti, le chiese e i teatri d'Europa, suscitando ovunque consensi e inducendo altri compositori europei a emulare le creazioni ita­liane. Anche il tanto bistrattato teatro delle maschere fu una creazione dell'età barocca che conquistò la Francia e l'Inghil­terra: il suo limite, come in parte per la musica, va cercato nel fatto che l'esecuzione da parte di veri e propri virtuosi faceva passare in secondo piano il testo letterario, ridotto a semplice canovaccio, a favore dell'improvvisazione estemporanea da parte degli attori, ossia a favore di qualche cosa che non si può ripe­tere.

La filosofia italiana in un vicolo cieco Nel campo della filoso­fia e della scienza in Italia proseguì a lungo la tradizione ri­nascimentale illustrata da Telesio, Bruno e Campanella. Costoro tuttavia approfondirono una tradizione platonico-esoterica, in qualche modo idealistica, inadatta a percorrere il cammino aperto dalla fisica-matematica e dal metodo sperimentale. C'è la figura grande, ma anche isolata di Galileo Galilei, il cui valore fu pienamente riconosciuto anche dai contemporanei, ma che non ebbe continuatori, non tanto a causa del discusso processo, quanto dell'assenza di una richiesta sociale di nuova scienza da parte di una società in fase di chiusura conservatrice, di contrazione degli orizzonti, di sazietà culturale. Le università rimasero an­corate alla tradizione, diffidenti verso le novità del Nord che turbavano schemi considerati adeguati alle necessità del presen­te. Una società che non crea nuova cultura, ben presto diviene obsoleta. Olanda, Francia, Inghilterra nella seconda metà del XVII secolo elaborarono nelle loro acca­demie la scienza nuova che ben presto apparve sconvolgente quando venne messa a punto una tecnologia in grado di accelerare la pro­duttività del lavoro umano. I motivi per cui l'Italia si scoprì nel XVII secolo non solo provinciale ma anche arretrata in nume­rosi settori, alimentarono una esterofilia spesso ingenua e acri­tica che si cercherà di analizzare nei successivi paragrafi.

17. 2 La crisi strutturale del XVII secolo

     Prima di accennare alle principali vicende politiche dei territori sottoposti direttamente al dominio spagnolo, è opportu­no fare un quadro della crisi economica italiana del XVII secolo che ha radici indipendenti dal dominio politico esercitato dalla monarchia iberica.

Crescente importanza dei traffici atlantici Il primo è la sempre crescente importanza del commercio atlantico e circumafricano che relegò in una posizione di secondo piano il commercio mediterra­neo. Non si deve pensare che tale decadenza del Sud d'Europa sia stata istantanea: Venezia, Genova, Napoli e Messina rimasero per tutto il XVI secolo porti attivissimi, ma gli affari avevano la tendenza a decrescere rispetto a Siviglia, Lisbona, Bordeaux, Am­sterdam e Londra. Infatti, la crescente potenza dei Turchi, che nel 1517 avevano conquistato Siria ed Egitto stabilendo stretti rapporti con gli Stati barbareschi di Tripoli, Tunisi e Algeri, impegnò le flotte cristiane del Mediterraneo in estenuanti guerre che per Venezia, anche quando erano vittoriose, comportavano per­dite territoriali, come avvenne per Cipro, nel 1570, non rioccupata neppure dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto. Genova, invece, fin dal 1528 si unì in un rapporto stabile con la Spagna, dive­nendo la principale base navale atta ad alimentare quella vitale linea di comunicazione tra l'Italia e i Paesi Bassi che, passando attraverso il ducato di Milano, la Valtellina e i Grigioni, giun­geva fino alla valle del Reno. Per oltre un secolo, Genova (o il Banco di San Giorgio) fu il principale banchiere della mo­narchia spagnola alla quale venivano anticipate ingenti somme di denaro fino all'arrivo dei galeoni del tesoro dall'America. Se l'argento non arrivava in misura sufficiente, i banchieri genove­si ricevevano l'appalto della riscossione delle tasse o altri lu­crosi uffici. A Piacenza, tra il 1579 e il 1621, si teneva la più importante fiera dei cambi d'Europa dove era­no scambiati titoli di credito che riducevano la necessità di trasferire il denaro in contanti, un evento sempre pericoloso. A partire dal 1621 Amsterdam divenne il più importante centro ban­cario, relegando le banche italiane in posizione secondaria.

Declino dell'industria italiana Il secondo evento di decisiva importanza fu il declino delle attività industriali italiane che per secoli avevano avuto un primato europeo, per esempio i tessu­ti di lana e di seta o le armi di Milano e di Brescia. Nel XVII secolo si accrebbe la produzione e la tessitura di seta in Fran­cia perché la moda capricciosa del tempo voleva tessuti e modelli francesi. La produzione di bozzoli di seta ha sempre rivestito notevole importanza per le campagne italiane, perché le famiglie contadine, al termine della primavera, potevano vendere i bozzo­li, ricevendo subito il denaro necessario per vivere fino al rac­colto dell'autunno. La lavorazione della seta richiedeva molta manodopera nelle filande: il declino di quell'attività spinse molti operai in città, alla ricerca di occupazioni di ripiego co­me servitori o cocchieri nelle famiglie nobili, un'attività che non produce ricchezza. Fin dall'inizio del XVII secolo, perciò, si andò accentuando la tendenza, a causa del declino del commer­cio e dell'industria, a spostare la ricchezza verso investimenti agricoli, proprio nel momento in cui avveniva una diminuzione della rendita fondiaria, producendo la stagnazione economica e un diffuso pauperismo. Il famoso "spagnolismo" del tempo, la ricerca di titoli nobiliari e di feudi per i quali si cercava di ottenere l'indivisibilità mediante un decreto di maggiorascato, permetteva di vivere di rendita senza esercitare un'attività lavorativa, ma tutto ciò non era causa bensì effetto della depressione eco­nomica dominante nel Seicento.

Esigenze finanziarie della Spagna Il governo spagnolo, per le sue esigenze di guerra, era perennemente a corto di denaro e non trovò altro espediente che ricorrere alla vendita ai privati, dietro versamento di una forte somma, del diritto di riscossione dei tributi, dei diritti daziari, dei diritti sulle acque e sul sottosuolo. Questi contratti erano chiamati nel regno di Napoli "arrendamenti" e divennero veri e propri titoli di rendita che si potevano trasmettere in eredità o anche cedere a terzi. Nello Stato della Chiesa erano messi in vendita uffici, spesso solo onorifici, che davano diritto a rendite vitalizie. In tutta Ita­lia il debito pubblico dei vari Stati si gonfiò a dismisura, me­diante l'istituzione dei cosiddetti "monti", ossia prestiti dei privati allo Stato che emetteva titoli chiamati "luoghi di monte" e che fruttavano interessi più o meno elevati. Il denaro accumu­lato nei secoli precedenti dalla borghesia dell'età comu­nale venne perciò in gran parte investito nell'acquisto di feudi, di regalie, di uffici, di luoghi di monte, di arrendamenti, e il pagamento dei loro interessi finiva per gravare, sotto forma di tasse indirette, sulla popolazione proprio quando diminuivano i posti di lavoro in quelle attività che pro­ducono ricchezza.

Crisi della borghesia Scompare perciò in gran parte la borghesia imprenditoriale, quella che aveva attitudine per le attività di rischio, in modo speciale nell'Italia meridionale, ma anche nell'Italia settentrionale e in Toscana, dove i Medici alla fine del Seicento si erano trasformati in grandi proprietari terrieri, mostrando anche fisicamente la loro degenerazione: Gian Gastone de' Medici, ultimo rappresentante diretto della famiglia, divenne tanto pigro e obeso da rinunciare ad alzarsi da letto.

Sviluppo di Livorno Unica eccezione di questo panorama così fo­sco fu lo sviluppo della città e del porto di Livorno. Nel 1530 c'erano solo 2000 abitanti, divenuti circa 10.000 verso l'anno 1600 per arrivare a 30.000 verso l'anno 1700. Nel 1675 i grandu­chi di Toscana decretarono per la città il privilegio di porto franco, con l'intenzione di sostituire Pisa come polo di sviluppo armatoriale e commerciale della Toscana. Ma il già accennato processo di involuzione dell'industria colpì anche quella regione, e Livorno prosperò solo trasformandosi in una specie di deposito di merci per le flotte inglese e olandese e anche per i pirati barbareschi che trovarono nei banchieri ebrei i mediatori dei loro affari. Livorno divenne il porto più at­tivo della penisola, ma fungeva più da stanza di compensazione de­gli interessi delle grandi potenze commerciali del Nord che da polmone dell'asfittica economia della Toscana.

La peste Il XVII secolo conobbe le ultime manifestazioni massic­ce della peste bubbonica, quella del 1630 e quella del 1656 che falcidiarono la popolazione. Per il resto del secolo la popola­zione italiana rimase attestata intorno a undici milioni di abi­tanti: anche il mancato accrescimento della popolazione impedì lo sviluppo economico perché vennero meno le tensioni sociali che favoriscono l'intraprendenza industriale.

Attività edilizia I vuoti creati dalla peste e dalle carestie nelle città furono colmati dall'inurbamento di una parte della popolazione delle campagne: questo fenomeno favorì l'attività edilizia con la costruzione di palazzi fastosi che emulavano le grandi costruzioni d'oltralpe, ma come manifestazio­ne di ben altra vitalità economica.

Crisi dell'agricoltura granaria Infine, anche l'agricoltura del XVII secolo non conobbe sostanziali progressi. Il prezzo sostenu­to del grano fece estendere in Sicilia quel tipo di coltivazione anche in zone montagnose che furono disboscate. Per qualche anno i raccolti furono buoni, ma poi comparve il fenomeno dell'erosio­ne del suolo con perdita  di humus, il clima si fece me­diamente più asciutto, i fiumi mutarono il loro regime, divenendo fiumare rovinose all'epoca delle piogge e greti sassosi nell'epoca asciutta.

Proprietà assenteista I baroni che avevano avuto licenza di di­sboscare e di erigere villaggi di contadini sulle loro terre non si rendevano conto del progressivo peggioramento dei loro feudi perché abitavano nelle città profondendo somme favolose in palaz­zi, abbigliamento, ricevimenti e feste, dando lavoro a numerosi artisti e artigiani che fecero di Palermo una delle città più belle d'Europa, ma a prezzo dell'impoverimento del re­sto dell'isola. Spesso i lontani feudi erano affittati ad ap­paltatori locali che praticavano un'agricoltura di rapina, ossia ottenere due o tre raccolti senza aver fatto alcuna spesa di mi­glioria fondiaria come concimazioni, rotazioni agrarie, ecc.

Crisi sociale Il crescente squallore delle campagne produsse violenze e sopraffazioni: l'abigeato (furto di bestiame), le estorsioni, il brigantaggio condussero a forme di tutela privata della proprietà come la mafia che sempre si è autodefinita "ono­rata società" in grado di far valere tra gli associati alcune ferree leggi di comportamento. Non esistendo polizia rurale e or­gani statali efficienti che facessero trionfare il diritto e la parità davanti alla legge, si formò una rete di collusioni a di­fesa di interessi settoriali: chi era potente lo divenne ancor più, chi era debole avvertì ancora più la sua debo­lezza.

Il brigantaggio Il brigantaggio divenne una sorta di disperata ribellione che accresceva la sofferenza dei deboli. La carriera del brigante durava qualche mese, finché interveniva l'esercito che infliggeva pene durissime. In qualche caso i briganti si uni­rono a contadini disperati dando vita a rivolte abbastanza estese che per qualche settimana o qualche mese davano l'illusione di essersi scrollati di dosso il potere dei baroni e dello Stato, come avvenne in Calabria tra il 1559 e il 1563 con la rivolta di re Marcone, il bandito Marco Berardi, o nel 1599 con la rivolta ingenuamente promossa anche da Tommaso Campanella che per il 1600 aveva previsto, su basi astrologiche, un gran rivolgimento della società, ma quelle rivolte, anche quando erano sostenute dalla speranza di un regno di giustizia e di pace, erano la pre­messa di un'oppressione ancora più feroce.

La rivolta di Masaniello A Napoli, nel 1647, un improvviso au­mento della gabella sulla frutta fresca provocò un tumulto, ben presto capeggiato da un pescivendolo do­tato di capacità oratorie, Tommaso Aniello detto popolarmente Masaniello. Il viceré, il duca d'Arcos, si affrettò ad abolire la gabella, arrivando ad attribuire al Masaniello la carica di Ca­pitano generale della fedelissima città, ossia di governatore di Napoli. Masaniello, giunto così al potere, tentò di abbattere il malgoverno dei funzionari spagnoli e dei notabili locali, pur riaffermando la fedeltà al re di Spagna Filippo IV. Bastarono po­che settimane ai ceti spodestati per riprendere il potere. Nel luglio 1647 Masaniello fu ucciso.

La vicenda di Gennaro Annese Tuttavia i tumulti ripresero sotto la guida di un armaiolo, Gennaro Annese, che nell'ottobre dichia­rò decaduto il potere spagnolo e la nascita della repubblica. An­nese si pose sotto la protezione della Francia. Subito l'amba­sciatore francese a Roma, Enrico di Guisa, si trasferì a Napoli e a dicembre assunse il potere col curioso titolo di Duca della Repubblica. Ma Francia e Spagna, in quel pe­riodo, avevano interesse a non far scoppiare nel Mediterraneo la guerra che stavano chiudendo in Germania con le paci di Vestfa­lia. Gennaro Annese, tradito dai Francesi, prese accordi coi ba­roni per scacciare Enrico di Lorena. Infine, nell'aprile 1648 ar­rivò a Napoli la flotta spagnola che imprigionò il duca di Lorena e giustiziò l'Annese.

La rivolta di Palermo Anche a Palermo, nel maggio 1647, si veri­ficò un'insurrezione rapidamente stroncata, ma che riprese vigore non appena giunse notizia della rivolta napoletana di luglio. Analogamente a quanto era avvenuto a Napoli, anche a Palermo un popolano, Giuseppe Alessi, fu proclamato Capitano del popolo, ma pochi giorni dopo fu ucciso nel corso di un tumulto promosso dai baroni impegnati a salvaguardare i loro privilegi.

Problemi monetari Un ultimo rilievo generale prima di esaminare più in dettaglio le regioni sottoposte al dominio spagnolo. Fino al 1626 la Spagna aveva coniato monete di ottima qualità, ricercate ovunque e immediatamente tesaurizzate: i do­bloni (monete d'oro di circa 7 grammi di fino) e le piastre ovve­ro i reali da otto (monete d'argento di circa 25 grammi di fino). Finché durarono le rimesse di metalli preziosi dall'America fu possibile al governo spagnolo acquistare all'estero ciò che era necessario ai suoi eserciti e alla sua politica di gran­de potenza. Per mantenere costante l'arrivo di metalli preziosi sa­rebbe stato necessario inviare in America enormi quantitativi di derrate alimentari (olio, vino) e di merci di lusso (tessuti di seta, sapone, vetro ecc.), armi e macchinari industriali. La cre­scente potenza delle flotte delle Province Unite e dell'Inghil­terra, in alleanza con i pirati ugonotti, condussero al declino del commercio estero spagnolo, prontamente sostituito dal  contrabbando da parte delle potenze dell'Europa del Nord. Il governo spagnolo decise perciò di passare all'emissione di monete di biglione (rame con una piccola quantità di argento) che aveva­no corso forzoso all'interno della penisola iberica. L'oro e l'argento  servirono da quel momento solo per i pagamenti inter­nazionali legati alla politica estera e non più per la circolazio­ne interna. Il fatto comportò il tracollo delle attività bancarie di Genova, Milano, Napoli, Palermo e, indirettamente, anche di Venezia e di Firenze perché a partire dalla riforma monetaria il governo spagnolo esigeva il pagamento dei tributi in moneta buo­na, invertendo il flusso di metalli preziosi che per oltre un se­colo era andato dalla penisola iberica all'Italia, donde riparti­va per l'Oriente, mentre ora andava dall'Italia alla penisola iberica. Se l'Italia avesse avuto una grande produzione manifat­turiera o un'abbondante produzione agricola avrebbe potuto pagare in natura i suoi tributi, ma come abbiamo visto, così non era, e alla stagnazione economica si aggiunse anche la rarefazione delle monete.

17. 3 L'Italia sotto il diretto dominio spagnolo

     L'Italia direttamente sottoposta al dominio spagnolo si può dividere in tre parti: le grandi isole di Sicilia e Sardegna; il regno di Napoli; il ducato di Milano.

Il parlamento siciliano In Sicilia esisteva l'antico parlamento di origine normanna con una funzione abbastanza simile agli Stati generali francesi. Il ceto preminente era quello della nobiltà che possedeva gran parte della terra. La nobiltà era concentrata nella città di Palermo, una delle più popolose del Mediterraneo. Il viceré di Sicilia non poteva governare contro la volontà dei baroni i quali perciò furono decisamente filospagnoli, facendo fallire tutti i moti come quello di Palermo (1647), già esaminati.

La produzione granaria in Sicilia La Sicilia era pro­duttrice di grano e intratteneva stretti rappor­ti con la Spagna che era importatrice. Il grano, tuttavia, era una merce che risentiva troppo gli eventi climatici, con al­talena di prezzi che impedivano di far previsioni da un anno all'altro. Per di più, il frumento esaurisce il terreno e i baroni erano raramente agronomi così saggi da reinvestire i profitti delle annate buone in migliorie dei terreni. Non essendoci allevamento di bestiame non esisteva concime naturale e perciò si ricorreva solo alla ro­tazione col prato naturale o con le fave. La Sicilia era perciò un paese a monocoltura, senza un ceto medio che sviluppasse atti­vità commerciali e industriali, e perciò la sua società appariva statica, ripetitiva, un po' fuori del tempo.

La Sardegna Analogo discorso vale per la Sardegna con la varian­te che essendo più montagnosa, l'attività prevalente era l'alle­vamento di pecore che alimentavano una buona produzione di for­maggio e di lana.

Il governo di Napoli A Napoli il governo era diretto da un altro viceré che aveva giurisdizione su Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Abruzzi. A differenza di Palermo, i viceré non erano in balia della nobiltà che si sforzavano, con successo, di te­nere in pugno, obbligandola a vivere in Napoli per meglio con­trollarla. Il viceré aveva una flotta e un piccolo esercito per­manente ai suoi ordini per dare un certo peso alle sue decisioni. Certamente Napoli, una delle più popolose città del Mediterraneo, poteva creare grandi problemi in caso di carestia, come avvenne nel 1647 con la rivolta di Masaniello e di Gennaro Annese, ma in genere non poneva insuperabili difficoltà di governo. L'agricoltura era l'attività di gran lunga prevalente, ma nel regno di Napoli non si produceva solo grano come in Sicilia.

Allevamento di pecore Esisteva un grande allevamento di pecore che d'estate pascolavano sulle montagne abruzzesi e d'inverno si trasferivano nel Tavoliere di Puglia. La produzione di seta grez­za era notevole e per tutto il XVII secolo alimentò una sostenuta esportazione in Francia che si aggiungeva all'olio e al vino. Ma anche a Napoli mancavano i capitali e la sicurezza sociale per impiantare una buona produzione industriale. Il brigantag­gio, in molti luoghi, era endemico; mancavano strade; le coste erano esposte alle incursioni dei pirati barbareschi e turchi. Napoli aveva una buona università, ma appena fuori Napoli le condi­zioni precipitavano.

Milano A Milano c'era un governatore perché, giuridicamente, il ducato era un feudo imperiale e non un regno. Esisteva un Senato che difendeva le autonomie e i privilegi di un territorio che per secoli era apparso tra i più ricchi e industriosi. L'agricoltura aveva carattere intensivo perché fin dai tempi dei Visconti una fitta rete di canali portava l'acqua del Ticino e dell'Adda in quasi tutta la pianura. La provincia di Como e, in genere, la parte alta della pianura aveva estese coltivazioni di gelsi per la produzione di seta che nel XVII secolo mostrava, tuttavia, la tendenza a regredire. Le condizioni dei contadini peggioravano perché la crisi del commercio e dell'industria riversavano sulla terra tutto il prelievo fiscale dello Stato.

La peste del 1630 La peste del 1630 inferse un colpo durissimo alla vita dello Stato che impiegò molto tempo per riprendersi. La vicinanza della Germania, il conflitto sempre latente tra Francia e Spagna per il controllo della Valtellina, la presenza di una notevole guarnigione di soldati spagnoli erano fonti di turbativa cui si aggiunsero per qualche anno le spoliazioni, le razzie della guerra intorno a Mantova e nel Monferrato.

17. 4 La Repubblica di San Marco

     Quando, dopo la vittoria di Lepanto del 1571, gli attenti e disincantati reggitori della Repubblica di San Marco fecero i lo­ro conti economici, essendosi accorti che il commercio di Venezia con l'Oriente era crollato e che il danno rischiava di divenire irreparabile, decisero la pace separata con l'impero turco, ab­bandonando ogni pretesa su Cipro, nella speranza di riprendere i contatti commerciali.

Il regime oligarchico veneziano La politica veneziana era guida­ta da una ristretta oligarchia di grandi famiglie nobili che difendevano forti posizioni bancarie, commerciali e terriere, e perciò aliena da una politica che difen­desse ideali astratti. Insomma, se col diavolo si potevano fare buoni affari, bisognava accordarsi col diavolo.

Ripresa veneziana dopo Agnadello Ad Agnadello, nel 1509, dopo la rovinosa sconfitta delle truppe mercenarie di fronte alle truppe della Lega di Cambrai, Venezia  prese atto del fallimento della sua politica. I vincitori vennero alle mani tra loro e Venezia, ce­dendo qualcosa a ciascuno degli avversari, riconquistò Padova, conservando il suo potere. Dopo la batta­glia di Pavia del 1525, Venezia comprese che il padrone d'I­talia era Carlo V.

La flotta veneziana Verso quella data la flotta veneziana,  pur sem­pre rispettabile, appariva inferiore rispetto alle flotte turca e spagnola. Il nuovo problema politico era se con­veniva allearsi con la Spagna, a rischio di scomparire assorbita dal colosso iberico, o praticare una rigorosa neutralità, mante­nendo viva la minaccia di far pagare caro qualunque attacco all'integrità del territorio veneziano.

I pericoli dell'alleanza con la Spagna Nel corso del XVI secolo due sole volte Venezia si fece irretire dall'alleanza con la Spagna: una prima volta nel 1536 al tempo di Carlo V, e la seconda tra il 1570 e il 1574 al tempo di Filippo II. In entrambi i casi Venezia si tirò indietro dall'alleanza stipulando una pace sepa­rata coi turchi, la prima volta dopo la sconfitta di Prevesa (1538) dove le navi veneziane si trovarono isolate di fronte a un nemico che segretamente trattava con gli spagnoli; la seconda volta, dopo la battaglia di Lepanto, Filippo II e il papa Pio V avrebbero voluto che lo sforzo alleato proseguisse fino al col­lasso politico dell'impero turco, ma il governo veneziano non accettò nel timore di trovarsi solo di fronte all'egemo­nia assoluta della potenza iberica. Le ostilità tra spagnoli e Turchi durarono fin verso il 1580 e per tutti quegli anni le navi veneziane furono in balia sia dei pirati turchi sia dei pirati cristiani, che confiscavano il carico delle navi veneziane cattu­rate sotto pretesto che rappresentasse un vitale aiuto prestato al nemico.

Decadenza della marineria veneziana Dopo il 1580 il commercio veneziano si riprese rimanendo sostenuto fin verso la fine del secolo, ma in quegli anni apparve in modo netto l'infe­riorità delle costruzioni navali veneziane e la minore abilità professionale dei veneziani rispetto ai marinai dell'Europa set­tentrionale.

I problemi dell'Arsenale di Venezia L'Arsenale di Venezia trova­va sempre maggiori difficoltà a reperire legno di quercia a basso costo. Mentre i cantieri in­glesi e olandesi potevano attingere legname in Scandinavia e nel­le altre regioni del Baltico, provvedendo a farlo stagionare in depositi costruiti in modo razionale, i Veneziani, al contrario, potevano rifornirsi di legname in boschi protetti da utilizzare solo in casi di grave necessità. I costi di costruzione delle navi veneziane era­no di un terzo superiori a quelli delle navi olandesi, ma soprattutto erano molto più lunghi i tempi di consegna. Dopo la battaglia di Lepanto nell'arsenale di Venezia per alcuni anni non furono costruite navi nuove.

Problemi tecnici Ma ancora più grave il fatto che i Veneziani insistessero nella costruzione di galere, sottili o grosse, navi di scarsa velatura che avevano bisogno di numerosi rematori. Per qualche tempo, dopo Lepanto, gli schiavi turchi furono messi al remo, ma più tardi non si riuscì più a reperire un'adeguata quantità di rema­tori. Anche per le azioni di pattu­gliamento del mare le galere si dimostrarono superate, perché po­tevano venir impiegate solo nella buona stagione: d'inverno, i rematori e l'equipaggio si ammalavano con facilità. Nei mari del Nord, al contrario, oltre a tempi di costruzione più celeri, ol­tre ai premi di assicurazione più bassi per l'assenza di pirati, si era sviluppata la costruzione di navi tonde, caracche e galeo­ni, dotate di grande velatura e governate da un piccolo numero di marinai. Quelle navi potevano tenere il mare anche d'inverno, ma richiedevano grande abilità tecnica da parte del personale di bordo.

Venezia perde il primato commerciale Il risultato di tutto ciò fu che, dopo il 1602, Olandesi e Inglesi si impadronirono anche del commercio mediterraneo: ai Veneziani conveniva far tra­sportare le loro merci da stranieri in luogo di provvedere di­rettamente. La galera difesa da un buon numero di cannoni serviva solo a tenere a bada i pirati uscocchi e narentani che, appostati nelle isole della Dalmazia, rendevano insicuro anche l'alto Adriatico.

Politica estera di neutralità  Dopo la guerra di Cipro e la pe­stilenza del 1575-1577, Venezia scelse una politica estera poco avventurosa, cercando di mantenere una rigorosa neutralità. La Francia, naturale alleata di Venezia, era dilaniata dalla guerra civile, mentre le due monarchie absburgi­che, Spagna e impero, si rafforzavano. La Spagna dominava Milano e gli Absburgo d'Austria si trovavano in Ungheria e in parte del­la Croazia. Venezia, posta nel mezzo, impediva la contiguità ter­ritoriale. Molto timorosa di questi pericolosi e potenti vicini, Venezia fortificò le sue città e le sue basi navali, dotandole di buona artiglieria, specie nel periodo in cui l'impero turco si trovò impegnato nelle sue guerre ai confini con la Persia.

Venezia e l'equilibrio europeo Nel XVII secolo Venezia vide il declino del suo commercio e dei suoi trasporti marittimi, ma al­cuni settori dell'industria e l'agricoltura conobbero un buon in­cremento fino alla metà del secolo. I mutamenti della strut­tura economica indussero Venezia a far cadere ogni atteggiamento bellicoso e a orientare la politica europea verso una pace fondata sull'equilibrio: il governo veneziano fu il pri­mo a riconoscere Enrico IV come legittimo re di Francia e influì sul papa Clemente VIII per indurlo a riammettere l'eretico nella Chiesa cattolica, sostenendo che una forte mo­narchia francese avrebbe fatto da contrappeso allo strapotere ab­sburgico.

Conflitto tra "vecchi" e "giovani" Tra il 1580 e il 1630 in Ve­nezia si sviluppò un interessante dibattito che aveva luogo nel salotto di palazzo Morosini. Andrea Morosini, storico ufficiale della Repubblica veneta, intratteneva in casa sua un certo numero di personaggi della cultura veneziana che vennero chiamati i "giovani", intendendo così un gruppo di persone senza potere po­litico, ma che tentavano di influenzare i "vecchi" che l'avevano. Parteciparono a quelle riunioni informali personaggi co­me Galileo Galilei (fino al 1609), Paolo Sarpi, il frate servita che sosteneva tesi ostili al papato, Leonardo Donà che si avviava a esser eletto doge. Il cosiddetto "partito dei giovani" lottò in Venezia per limitare i poteri del Consiglio dei dieci, la terri­bile magistratura che vigilava sulla sicurezza dello Stato e che ai "giovani" sembrava espressione di un potere oligarchico in declino. In effetti, il Consiglio dei dieci fu ridimensionato a vantaggio del Senato.

Orientamento filofrancese di Venezia Il "partito dei giovani" accusava il governo e la sua politica di ossequio eccessivo nei confronti della Spa­gna, mentre essi guardavano alla Francia, all'Inghilterra, alle Province Unite e anche al calvinismo, da contrapporre al cattoli­cesimo che, secondo essi, si identificava con la Spagna.

Politica ecclesiastica di Venezia L'esame dei rapporti tra la Repubblica di San Marco e la Chiesa cattolica è del massimo inte­resse e meriterebbe un accenno meno fugace. Una costante politica di Venezia fu il controllo su tutti gli atti della Chiesa veneta. Il modello seguito era quello bizantino che va sotto il nome di cesaropapismo. Nella prima metà del secolo XVI, Venezia si mostrò molto tollerante verso gli ere­tici: i mercanti tedeschi nel loro fondaco, gli studenti dell'Eu­ropa settentrionale a Padova non furono mai discriminati. Alla Signoria andava bene il progetto di Lutero di affidare tutto il potere ai prìncipi, di limitare o distruggere ogni dipendenza dalla Chiesa romana. Dopo il concilio di Trento, la Repubblica  osteggiò qualunque riforma che rafforzasse il potere del papa e la sua possibilità di intervento all'interno del territorio vene­ziano. La Signoria accettò la presenza del Tribunale dell'Inqui­sizione, ma solo a patto che esso agisse in presenza di tre mem­bri laici, i Savi contro l'eresia che esaminavano ogni possibile conseguenza politica degli atti dell'Inquisizione: se Giordano Bruno fu consegnato all'Inquisizione romana a causa delle sue idee eretiche circa la Trinità, ciò si dovette soprattutto all'ac­cusa di un nobile veneziano di esser stato imbrogliato dall'ex frate napoletano circa la possibilità di apprendere l'arte della memoria.

La questione dell'interdetto Nel 1605 la Signoria di Venezia venne ai ferri corti col papa Paolo V: la disputa ebbe risonanza europea conducendo la Francia accanto a Venezia, e la Spagna accanto a Paolo V. La tensione divenne acuta tanto che fu mobilitato l'esercito e la flotta veneziana per parare un possibile attacco spagnolo. Si ar­rivò al compromesso con la mediazione dell'ambasciatore france­se: l'interdetto fu revocato, Venezia consegnò gli ecclesia­stici colpevoli alla Francia che li fece consegnare al tribunale di Roma.

Paolo Sarpi Il più deciso difensore delle tesi venezia­ne fu il frate Paolo Sarpi che  fino alla morte (1623) restò un irriducibile oppositore di ogni potere del papa sulla Chiesa veneziana. I Gesuiti che avevano dovuto favorire la causa papale, fu­rono espulsi dai territori della Repubblica (tornarono nel 1656 come prezzo politico pagato da Venezia per avere l'aiuto della Santa Sede nella guerra contro i Turchi). In questo contesto si inseri­scono i contrasti di Venezia con gli Absburgo d'Austria sfociati nella guerra di Gradisca; la guerra col viceré di Napoli Osuna, e la misteriosa congiura di Bedmar.

Vittoria del partito dei giovani Verso il 1620 il "partito dei giovani" poteva ritenere d'aver  vinto su tutta la linea: Venezia aveva resistito all'interdetto; aveva tenuto testa al governatore spagnolo di Milano; aveva allontanato, in seguito alla guerra di Gradisca, i pirati uscocchi dalle sue rotte; aveva riaffermato il dominio sull'Adriatico contro il viceré di Napoli Osuna e, infi­ne, aveva fatto allontanare l'ambasciatore Bedmar da Venezia.

La guerra per la successione di Mantova Ma il decennio successi­vo fu terribile: durante la crisi di Mantova, scoppiata nel 1628 alla morte dell'ultimo Gonzaga, gli Absburgo sostennero un candi­dato, la Francia e Venezia un altro. Un esercito imperiale scese dalle Alpi, sconfisse i Veneziani e saccheggiò orribilmente Man­tova. Venezia fu salvata solo dalla laguna e dalle vittorie di Gustavo Adolfo che costrinsero le truppe tedesche a ritornare al Nord, lasciando la nota pestilenza che fece perire un terzo della popolazione veneziana.

Tracollo militare ed economico La peste rese drammatico il tra­collo militare ed economico di Venezia. Il debito pubblico comin­ciò a crescere: anche il fronte dell'oligarchia nobiliare cominciò a incrinarsi perché ora c'erano nobili ricchi e nobili poveri. Il tentativo del "partito dei giovani" di creare una dialettica all'interno dell'oligarchia era fallito proprio mentre ricominciavano le guerre coi Turchi.

Riprendono le guerre contro i Turchi Intorno al 1644, del grande impero veneziano dell'Egeo rimaneva solo l'isola di Creta. I Tur­chi, in rappresaglia per la cattura di alcune navi che trasporta­vano una parte dell'Harem del sultano da Alessandria a Costanti­nopoli, decisero uno sbarco su Creta assediando la for­tezza di Candia che, se perduta dai Veneziani, li avrebbe esclusi dall'Egeo. La popolazione di Creta dimostrò poco desiderio di combattere per Venezia e nel corso di quella lunghissima guerra, durata 25 anni, i Veneziani riuscirono a vincere quasi tutte le battaglie navali, ma alla fine dovettero cedere l'isola, indifendibile se non si intercettavano le flotte turche che portavano aiuto agli assedianti. Le vittorie veneziane nell'Egeo centrale (1651) e allo stretto dei Dardanelli (1655 e 1656), ridettero gloria alla marina veneziana, ma non fu possibile bloccare in permanenza lo stretto dei Dardanelli e impedire il passaggio dei convogli turchi. A Creta, la fortezza di Candia resistette per vent'anni all'assedio turco. Nel 1669, dopo una sortita vittoriosa dalla fortezza, il comandante Francesco Morosini trattò la resa con onore dell'eser­cito veneziano.

17. 5 Lo Stato della Chiesa

     Nel XVI e XVII secolo la Chiesa cattolica assunse una decisa impronta monarchica e il papa divenne una specie di vescovo uni­versale che esigeva la subordinazione delle Chiese locali alla Chiesa romana.

Riorganizzazione dello Stato della Chiesa Lo Stato della Chiesa comprendente il Lazio, l'Umbria, le Marche, la Romagna con Ferra­ra dal 1597, fu organizzato da una personalità energica come fu Sisto V (1585-1590) per fungere da supporto materiale per un'a­zione religiosa che doveva avere respiro mondiale. Tale Stato fu amministrato né meglio né peggio degli altri Stati europei. Cer­tamente i papi avevano di mira progetti come quello di arrestare l'espansione del protestantesimo in Europa e del potere dei Tur­chi nell'Europa orientale, profondendo somme notevoli in quei progetti. Roma fu ricostruita quasi completamente, furono salvati i monumenti antichi divenendo la grande città che i pontefici immaginarono come lo scenario de­gno della funzione internazionale che essi sostenevano.

La cultura a Roma nell'età barocca Per tutto il XVII secolo Roma fu sede di una vivace fioritura culturale: l'Accademia dei Lincei non fu un'istituzione vuota, e neppure la tanto criticata Arca­dia: la musica che fiorì a Roma fu grande musica e così la pittu­ra, la scultura, l'architettura che non conobbero periodi di de­cadenza. È vero che fuori di Roma l'ambiente si faceva diffici­le, ma occorre ricordare lo spopolamento determinato dalla peste, l'impaludamento di vaste estensioni dell'agro romano infestato dalla malaria, il brigantaggio diffuso nelle zone montagnose adatte a quel fenomeno, la depressione economica comune a tutta l'Italia del XVII secolo, le guerre continue che ingoiavano enor­mi quantità di denaro. Nel XVIII secolo, soprattutto dopo il 1730, lo Stato della Chiesa appariva bisognoso di radicali  rifor­me.

17. 6 L'assolutismo in Toscana e in Piemonte

     Per gran parte del secolo XVI il ducato di Savoia era stato occupato dalla Francia. Il ritorno all'indipendenza si dovette al duca Emanuele Filiberto di Savoia che con la vittoria di San Quintino, al comando delle truppe di Filippo II di Spagna, si era guadagnato il diritto di riavere il ducato libero dalla presenza dei soldati francesi.

Emanuele Filiberto di Savoia L'accoglienza riservata a Emanuele Filiberto fu entusiastica, confermando il positivo rapporto tra i piemontesi e i loro duchi. Il Parlamento accordò al sovrano en­trate cospicue per cui egli poté finanziare un esercito efficiente. Libero da opprimenti necessità finanziarie, Emanuele Filiberto, memore anche dell'esperienza fatta in qualità di go­vernatore dei Paesi Bassi, finì per fare a meno del Parlamento, e il suo regime divenne assolutista.

Trionfo dell'assolutismo I nobili erano fortemente indebitati e le città piemontesi apparivano rovinate dagli effetti della lunga dominazione francese. L'amministrazione delle città fu affida­ta a funzionari che rispondevano solo al duca, mentre i nobili furono allettati con incarichi a corte, a patto di rinunciare a qualunque interferenza nei loro feudi.

Fiscalismo oppressivo Dopo aver dato al paese questa struttura di governo, Emanuele Filiberto aumentò il prelievo fiscale in una misura che sarebbe apparsa scandalosa in qualunque altra parte d'Italia. Le entrate salirono da 90.000 a mezzo milione di du­cati l'anno, non compensate da un effettivo miglioramento della produzione industriale che non aumentò per la mancan­za di un mercato interno di consumatori. Il Piemonte assunse così quel tono grigio e un poco oppressivo conservato a lungo e che lo fece apparire simile alla Prussia: le spese per l'esercito apparivano tollerabili solo perché assicuravano al paese l'indipendenza.

Carlo Emanuele I Il successore di Emanuele Filiberto fu il fi­glio Carlo Emanuele I (1580-1630). Costui mantenne il dispotismo interno, ma in luogo di dimostrarsi cauto quanto il padre in po­litica estera, compì  una serie di tentativi volti a rivendicare il regno del Portogallo, della Boe­mia, della Sicilia e perfino della Francia dopo la morte di Enri­co III. Tutta questa fantasiosa fioritura di progetti fece svani­re la possibilità più concreta di impadronirsi di Ginevra che po­teva essere un obiettivo accessibile.

La Ragion di Stato Carlo Emanuele di Savoia è noto soprattutto per aver incarnato quel tipico atteggiamento dinastico che va sotto il nome di Ragion di Stato, secondo cui si devono effettua­re tutte le alleanze o i rovesciamenti di alleanza atti a far progredire l'ingrandimento del proprio Stato: la casa di Savoia divenne famosa in questo senso. Se Piemonte e Savoia rimasero in­dipendenti, lo si dovette alle grandi potenze che mantennero quello Stato cuscinetto per non entrare in contatto diretto.

I Medici duchi di Toscana Anche in Toscana, nel 1530, i Medici riuscirono a realizzare un potere assoluto aiutati dalle armi di Carlo V: la repubblica fiorentina fu can­cellata. Alessandro de' Medici e poi Cosimo I trasformarono la repubblica in ducato, il cui governo era altrettanto dispotico di quello dei Savoia in Piemonte, ma meglio amministrato perché i Medici erano a capo di un organismo finanziario che ave­va vaste ramificazioni in Europa. L'aristocrazia toscana fu trasformata in nobiltà di corte e a partire da quel momento si accentuò l'abbandono delle attività di rischio legate al commer­cio e all'industria, per impiegare il denaro in attività finan­ziarie o immobilizzandolo in poderi coltivati a mezzadria.

Stagnazione culturale La brillante cultura fiorentina decadde e sembrava che col nuovo governo non accadesse nulla nello Stato: gli intrighi dei cortigiani non potevano far sorgere storici della qualità di un Machiavelli, di un Guicciar­dini. L'attività creativa dei fiorentini si orientò verso la musica e lo studio delle scienze naturali. A Firenze nacque il melodramma in quella "camerata fiorentina" com­prendente Jacopo Peri, Vincenzo Galilei, Jacopo Rinuccini e altri che si possono considerare gli ispiratori immediati di Claudio Monteverdi.

La Toscana nella sfera d'influenza spagnola I Medici furono per tutto il secolo oculati banchieri riuscendo a mantenere una certa indipendenza dalla Spagna: nel 1557, tuttavia, la Spagna occupò alcuni punti della costa toscana come Orbetello, Talamone, Piom­bino ecc. (Stato dei Presidi) che dovevano garantire la rotta delle navi spagnole da Napoli a Genova. Nel 1570 il duca Cosimo I ottenne il titolo di granduca dal papa.

Orientamento filoimperiale Il figlio Ferdinando I (1574-1587) si trovò nella necessità di far riconoscere il nuovo titolo dall'im­peratore e perciò finì per orientare l'azione politica del suo Stato in senso favorevole agli Absburgo. Il successore Ferdinando II (1587-1609) ebbe maggiore libertà d'azione e a somiglianza di Carlo Emanuele di Savoia cercò di divenire attivo anche in poli­tica estera, ma senza risultati apprezzabili.

Declino della Toscana Anche in Toscana, tuttavia, la crisi strutturale del XVII secolo mise in luce i limiti di un piccolo Stato con popolazione insufficiente per produrre ricchezza, com­merci, trasferimenti di tecnologia ecc. Del porto di Livorno si è già parlato, ma bisogna aggiungere che esso finì per venir fre­quentato principalmente da navi inglesi e olandesi.

17. 7 Cronologia essenziale

1527 Il sacco di Roma disperde la brillante società che ha dato vita alla cultura del Rinascimento.

1530 Carlo V è incoronato imperatore a Bologna dal papa Cle­mente VII.

1570 L'isola di Cipro è occupata dai Turchi. Invano un presi­dio veneziano resiste nella fortezza di Famagosta.

1571 La battaglia di Lepanto, anche se vittoriosa, non risolleva le sorti navali di Venezia.

1580 Venezia riprende i commerci con i Turchi pur avvertendo l'inferiorità dei propri mezzi navali.

1605 Esplode un grave conflitto di giurisdizione tra Venezia e la Santa Sede. Venezia è colpita con interdetto.

1626 Grave crisi monetaria in Spagna dove è deciso il corso forzoso della moneta per i pagamenti interni.

1644 Inizia la guerra di Creta durata 25 anni e terminata con la perdita dell'isola da parte dei veneziani.

1647 Grande rivolta a Napoli condotta da Masaniello.

1648 Riprende la rivolta a Napoli, guidata da Gen­naro Annese.

17. 8 Il documento storico

     Nei primi anni del Seicento inizia a formarsi il giudizio negativo sulla dominazione spagnola in Italia. Iniziatore di tale polemica fu Alessandro Tassoni, il poeta della Secchia rapita, per alcuni anni segretario di Carlo Emanuele I di Savoia, che fe­ce pubblicare due Filippiche contro gli spagnoli, facendole cir­colare presso le corti dei principi italiani. Nel primo Ottocento la polemica fu ripresa dal Manzoni, severo contro tutte le do­minazioni straniere e quindi anche contro quella austriaca, su­bentrata alla dominazione spagnola nel XVIII secolo. La polemica, nobilissima sul piano ideale, non teneva presente che la presenza spagnola in Italia, ossia quella di una grande potenza, di fatto sostenne gli oneri della politica estera italiana nei confronti dell'impero turco, rimasto temibile per tutto il XVII secolo.

     "Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantag­gio, non regnano in Italia perché vagliano più di noi, ma perché abbiamo perduto l'arte del comandare; e non ci tengono a freno perché siamo vili e dappoco, ma perché siamo disuniti e discordi. Non durano, insomma, in Italia perché siano migliori de' France­si, ma perché sanno meglio occultare le loro passioni e i disegni loro: pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui stati; avari e rapaci, se il suddito è ricco; insolenti s'egli è povero; insaziabili in guisa che non basta loro né l'Oriente né l'Occidente; infestano e sconvolgono tutta la terra cercando mi­niere d'oro; corseggiano tutti i mari, tutte le isole mettono a sacco. Indarno si cerca mitigare la loro superbia con l'umiltà; le rapine chiamano proveccio (guadagno), la tirannide ragion di stato; e saccheggiate e disertate che hanno le province, dicono di averle tranquillate e pacificate. Però se una volta ci darà il cuore di sottrarre il collo da questo giogo, di affrontare questa catoblepa (serpente), che, se non uccide con lo sguardo, del re­sto è animale pigrissimo e pusillanime, quelle armi italiane che ora combattono per loro, si volteranno contra di loro; riconosce­ranno i Napolitani e i Lombardi gli strazi e le gravezze che pa­tiscono sotto a' ministri regi; tiranneggiati e taglieggiati ogni giorno dall'insaziabile ingordigia della soldatesca spagnola, ap­plicheranno l'animo alla causa comune, anzi alla causa propria, e da sì crudel servitù si sbrigheranno. Facciamo noi cuore, mentre abbiamo l'occasione in pronto; noi, dico, che siamo ancora intat­ti dal superbo contagio, perciocché abbiamo già veduto a che gon­fiezza può salire questo torrente, che calerà quanto prima.

     Questo è stato l'ultimo sforzo della potenza spagnola per atterrire l'Italia ed inghiottirsi un principe contumace, che al primo saggio è riuscito aspro di sorta che per molti anni se ne sentirà il signor Governatore di Milano inaspriti i denti. Né già abbiamo da temere di nuovi eserciti, di nuovi capitani; per­ciocché quivi tutto è raccolto il fiore della milizia reale, e indarno di Spagna s'aspettano più soldati, più capitani, essendo restate quelle province, dopo la cacciata dei Moreschi, non sola­mente senza soldati, ma senza abitatori. Noi siamo in casa no­stra, la giustizia è per noi; e questa provincia ha più armi, più soldati, che alcun'altra del mondo! Se abbiamo cacciati i Goti, gli Eruli, i Vandali, gli Unni, i Longobardi, i Saraceni, i Gre­ci, i Tedeschi e i Francesi, perché non cacceremo ancora gli Spa­gnoli? Meschino e infelice è colui che si reputa tale: se ci met­tiamo in cuore di non voler essere più soggetti a' popoli stra­nieri, e di volerci eleggere i principi del nostro sangue, nati e allevati con i comuni nostri d'Italia, tutta Europa insieme, non che tutta la Spagna, non ci farà violenza".

Fonte: A. TASSONI, Filippiche contro gli Spagnuoli, Colombo, Roma 1945, pp. 18-20.

17. 9 In biblioteca

     Per la storia del granducato di Toscana si consulti di E. FASANO, Lo Stato mediceo di Cosimo I, Sansoni, Firenze 1975.

 Interessanti anche di G. COZZI, Repubblica di Venezia e Stati italiani, Einaudi, Torino 1982; e di W. BOUWSMA, Venezia e la difesa delle libertà repubblicane. I valori del Rinascimento nell'età della Controriforma, il Mulino, Bologna 1977.

Per approfondire la figura del doge Donà si legga di F. SENECA, Il doge Leonardo Donà. La sua vita e la sua preparazione politica prima del dogato, Antenore, Padova 1959.

Sul problema delle rivolte antispagnole si consulti di R. VILLARI, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), Laterza, Bari 1976.


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