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Cap. 8 La Francia da Luigi XI a Francesco I

     Il regno di Luigi XI (1461-1483) assunse fondamentale importanza per la storia francese perché, nel corso di quegli anni, avvenne la scon­fitta delle forze feudali rimaste fin allora quasi indipendenti (Bretagna e Borgogna), e la monarchia divenne l'unico centro delle decisioni politiche.

     Durante i regni di Carlo VIII (1483-1498) e di Luigi XII (1498-1515) la Francia s’impegnò in guerre esterne, in Italia, anche per tenere impegnati i nobili al servizio del re. Il contatto con la civiltà del Rinascimento italiano produsse una gran fioritura architet­tonica e figurativa anche in Francia, favorita da una disponibi­lità di mezzi finanziari che rivelano la prosperità del regno.

     Nel 1515 divenne re di Francia Francesco I che subito iniziò un gran duello politico con Carlo V, segnato da nume­rose sconfitte del re di Francia, il cui potere, tuttavia, non fu scalfito. La strategia scelta fu di stabilire un'alleanza con Turchi in funzione antimperiale, e l'appoggio finanziario offerto ai protestanti perché non si componessero i conflitti re­ligiosi in Germania: al concilio di Trento i prelati francesi parteciparono solo alle ultime sessioni, dal 1561 al 1563, quando il governo francese si accorse che la riforma protestante si era diffusa anche in Francia che risulterà, a sua volta, pa­ralizzata da una guerra civile durata un quarantennio.

     Un modo per finanziare le ingenti spese dell'esercito fu la pirateria, esercitata ai danni dei galeoni spagnoli che tra­sportavano in Europa i metalli preziosi americani. Più tardi, l'e­sempio francese fu imitato dall'Inghilterra e dalle Province Uni­te (Olanda) che così bloccarono la possibilità d’egemonia della Spa­gna sul vecchio mondo. Le navi dei pirati inviate nel nuovo mondo proseguirono l'esplorazione delle coste americane, soprattutto nella parte settentrionale.

8. 1 Da Luigi XI a Luigi XII

     La monarchia di Francia riprese in pieno la sua funzione con l'ascesa al trono di Luigi XI (1461), il primo sovrano francese che abbandonò la tradizione feudale di governo, instaurando uno stile assolutista, tanto che il gran cronista di quest'età, il Commynes, dice di lui che il consiglio della corona si riduceva al suo ca­vallo.

 Luigi XI ed Enrico VI d'Inghilterra La guerra civile inglese fu sfruttata dai re francesi: Luigi XI finì per ap­poggiare Enrico VI di Lancaster, che nel 1470 sembrò trionfare, ma il successo fu corto. Il motivo di tale aiuto era di ottenere dal re inglese, in cambio dell'aiuto ricevuto, il tra­sferimento del commercio della lana inglese dalle Fiandre al ter­ritorio del re di Francia. Il tentativo fu bloccato: già nel 1471 Edoardo IV di York, sostenuto dai borgognoni, riprese il po­tere in Inghilterra; Carlo il Temerario, invece, impegnato in troppe guerre, perdette le città della Somme che difendevano a Sud il suo ducato.

Liquidazione della guerra dei Cent'anni Nel 1475 Edoardo IV d'Inghilterra sbarcò a Calais, pretendendo la sua eredità france­se. Carlo il Temerario, uomo dalle esitazioni cavalleresche nei momenti politicamente cruciali, non si fece trovare pronto a sferrare l'attacco definitivo contro il re di Francia e perciò Edoardo IV preferì accettare una tregua e l'offerta di una pensione annua da parte del re di Francia. A partir da quel momento Luigi XI non fece altro che attendere la ma­turazione degli errori di Carlo il Temerario, sconfitto due volte dagli svizzeri (1476).

Morte di Carlo il Temerario Nel 1477 l'irriducibile duca morì in battaglia, ma il re di Francia poté occupare con le sue truppe solo la Borgogna ducale (Digio­ne), la Piccardia, l'Artois e il Sud dello Hainaut, perché il re­sto delle Fiandre fu occupato da Massimiliano d'Absburgo che aveva sposato Maria di Borgogna, figlia del Temerario, rivendi­cando i diritti su tutto lo Stato appartenuto al Temera­rio.

Rapporti con i regni iberici Nei confronti dei regni iberici, Luigi XI riuscì a strappare all'Aragona la Cerdagna e il Rossi­glione, due piccole regioni importanti solo per il controllo dei passi di montagna sui Pirenei.

Morte di Luigi XI Alla morte di Luigi XI (1483) solo la Bretagna rimaneva ancora indipendente: la Francia aveva il migliore eser­cito d'Europa e un regolare sistema di tassazione dei sudditi che ne permetteva il mantenimento; la nobiltà maggiore era stata pie­gata e non aveva più pretesti per opporsi al potere centrale del re.

La Francia maggiore potenza europea La Francia era tornata la più potente nazione d'Europa, perché aveva raggiunto l'u­nità nazionale fondata sulla comunità d'origine, di lingua e di civiltà; perché era la nazione più popolosa con circa 15 milioni di abitanti, ossia aveva più soldati e più contribuenti di ogni altra monarchia. Le tasse erano elevate, ma erano pagate senza troppe difficoltà. La terra era buona, soprattutto nelle pianure del Nord dove erano state introdotte grandi migliorie che ne ave­vano aumentato la produttività; c'era una grande nobiltà che ten­deva a rendere indivisibile il patrimonio mediante decreto di maggiorasco (il titolo e il patrimonio è ereditato dal pri­mogenito); una piccola nobiltà indirizzata alle carriere militare e burocratica; una borghesia sempre più vivace perché allargava la sfera dei propri interessi commerciali e industriali. La maggior parte del­la popolazione era formata da contadini  alle di­pendenze dei grandi proprietari terrieri.

La politica italiana di Carlo VIII In quest'epoca di passaggio dalla concezione feudale del po­tere, col suo rissoso particolarismo, al nazionalismo promosso dal­la monarchia per riprendere il controllo politico su tutto il territorio francese, aveva grande importanza la concezione patri­moniale del potere del re. Il diritto feudale ignorava la di­stinzione tra diritto pubblico e diritto privato: il re legittimo era padrone di tutto lo Stato e l'erede lo riceveva così come si trasmette un patrimonio privato. Quando una dinastia si estingue­va, la successione era facilmente causa di guerra, perché i possibili eredi in genere sono molti.

Regno di Napoli e ducato di Milano Alla fine del XV secolo nei due Stati più importanti d'Italia, il regno di Napoli e il ducato di Milano, esistevano gli estremi per un intervento francese. A Napoli da due secoli il regno era conteso tra Angiò e Aragonesi. Quando morì Alfonso VI il Magnanimo, il regno di Napoli passò a Ferrante II, un figlio naturale e quindi, secondo il diritto feu­dale, privo di giusto titolo per regnare: la successione perciò poteva essere rivendicata da chi vantava giusti titoli.

Carlo VIII Carlo VIII, figlio di Luigi XI, non era un'aquila d'ingegno: a tredici anni, quando divenne re (1483), non aveva ancora imparato a leggere e scrivere. La reggenza fu assunta dalla sorella maggiore Anna di Beaujeu, diplomatica e autoritaria. Costei, dopo essersi liberata dei consiglieri del padre, piegò la grande nobiltà mediante la convocazione degli Stati generali che le permisero di far incoronare a Reims il fratello minorenne.

La Bretagna Durante la reggenza di Anna di Beaujeu fu posta l'ultima tessera che ancora mancava al mosaico preparato da Luigi XI, il vasto ducato di Bretagna. Su di esso aveva posto gli occhi Massimiliano d'Absburgo ricorrendo alla sua politica preferita: il matrimonio con l'erede unica del ducato Anna di Bretagna. La reggente di Francia Anna di Beaujeu si affrettò a ricorrere alla diplomazia e alla guerra: nel 1488 le truppe francesi entrarono in Bretagna sconfiggendo le truppe bretoni. Poco dopo fu stipulato un trattato di amicizia tra Fran­cia e Bretagna che escludeva la possibilità di matrimonio tra An­na di Bretagna e Massimiliano d'Absburgo. Anna di Bretagna accet­tò di sposare Carlo VIII di Francia (1491): nel contratto matri­moniale era previsto che i contraenti si cedessero reciprocamente titoli e patrimoni.

Inizia il regno effettivo di Carlo VIII Dopo il matrimonio del fratello, Anna di Beaujeu si tirò da parte, cedendo il potere a Carlo VIII, il quale ebbe così la possibilità di realizzare i suoi sogni di gloria militare: conquistare l'Italia e ricostruire l'impero d'Oriente dopo aver sconfitto i Turchi. Carlo VIII, tut­tavia, comprese che l'avventura italiana poteva aver successo so­lo se si assicurava le spalle, togliendo ai vicini motivi di in­tervento in Francia durante la sua assenza, applicando il princi­pio moderno della compensazione per gli eventuali acquisti di territorio effettuati: a Massimiliano d'Absburgo cedette l'Artois e la Franca Contea (trattato di Senlis); a Fernando e Isabella di Spagna cedette la Cerdagna e il Rossiglione (trattato di Bar­cellona); all'Inghilterra di Enrico VII confermò il pagamento della pensione annua per tenerlo neutrale. In Italia si guadagnò l'appoggio di Lodovico il Moro, riconoscendo l'usurpazione del ducato ai danni del nipote Francesco II Sforza.

La conquista d'Italia La conquista d'Italia (1494-1495) fu una parata di 30.000 uomini ben equipaggiati che passarono da una città all'altra, alloggiati splendidamente e riforniti di denaro e opere d'arte. Era il tipo di guerra che ogni soldato si augura, perché non si correvano pericoli e si facevano grandi conquiste. A Firenze i Medici furono cacciati dalla città e i francesi furono accolti come restauratori della libertà e punitori del vizio: Carlo VIII ebbe un incontro col Savonarola e comprese che in qualche modo il suo successo era stato preparato dalla predicazione del frate che gli suggerì fini più grandi di quelli fin allora intravisti, ossia la riforma della Chiesa. Alessandro VI fu costretto a lasciare libero il passo ai Francesi sul suo territorio, e perciò Carlo VIII poté giungere fino a Napoli senza difficoltà.

Venezia a capo della lega antifrancese Venezia, però, assunse ben presto l'iniziativa di una lega antifrancese (1495) compren­dente lo Stato della Chiesa, Genova, Milano, l'impero e la Spa­gna. Carlo VIII si risvegliò dal suo sogno cavalleresco: lasciò a Napoli 12.000 uomini e col resto delle truppe tornò in Toscana, passò gli Appennini affron­tando a Fornovo nella valle del Taro la lega dei coalizzati al comando di Francesco Gonzaga (1495). Pur avendo perduto buona parte dei carriaggi col bottino italiano, Carlo VIII riuscì a sfondare e a tornare in Francia con la gloria di una vittoria inutile. Infatti, il gran capitano Gonzalo de Cordova, al comando dell'esercito spagnolo, sconfisse l'esercito francese lasciato a Napoli, cancellando le conquiste italiane di Carlo VIII. Questi morì nel 1498, a 28 anni d'età, sbattendo il capo contro l'architrave di una porta troppo bassa nel castel­lo di Amboise. Il trono passò al duca di Orléans, Luigi XII, che si affrettò a sposare Anna di Bretagna.

Luigi XII Il nuovo re di Francia proseguì la politica del predecesso­re, forte della prosperità del regno, nonostante i suoi sforzi per rovinarlo mediante una serie di guerre mal condotte sul piano po­litico. Dal matrimonio con Anna di Bretagna nacque una figlia, Claudia di Francia che ancor giovanissima sposò un cugino di Luigi XII, Francesco duca di Angoulême, il successore.

Luigi XII rivendica il ducato di Milano Senza rinunciare ai di­ritti sul regno di Napoli, Luigi XII riaffermò i suoi diritti sul ducato di Milano in quanto pronipote di Valentina Visconti. Fu stipulato con Fernando d'Aragona un trattato che lasciava libero Luigi XII di impadronirsi di Milano: il disegno di Fernando era di tenere lontani da Na­poli i Francesi, concedendo loro il Nord d'Italia. L'occupazione di Milano (1499) non presentò difficoltà. Il duca di Milano Lodovico il Moro fu sconfitto a Novara (1500), fatto prigioniero e condotto in Francia dove morì nel 1508.

Luigi XII tenta la conquista di Napoli Riuscita l'impresa di Mi­lano, Luigi XII tornò ad avanzare pretese su Napoli, accettando una spartizione di quel regno tra Francesi e Spagnoli. Federico, ultimo sovrano della dinastia locale, fu sconfitto dalle forze congiunte franco-spagnole. Si poneva il problema della spartizione del regno di Napoli tra i vincitori. Francia e Spagna arrivarono ai ferri corti e gli Spagnoli, meglio guidati dal più grande generale del tempo, Consalvo di Cordova, sconfissero i Francesi a Seminara, a Cerignola e a Gaeta (1503-1504).

Lega di Cambrai Un effetto delle sconfitte francesi in Italia fu il pronto passaggio di Massimiliano d'Absburgo dalla parte fran­cese a quella spagnola. Più tardi ci fu un riavvicinamento tra impero e Francia mediante una serie di trattati firmati a Blois: in uno di questi, la Lega di Cambrai del 1508, l'impero si alleò con la Francia, con lo Stato della Chiesa, con la Spagna, con l'Inghilterra per impedire per sempre ogni espansione di Vene­zia sulla terraferma: le truppe veneziane furono sconfitte ad Agnadello (1509).

La Lega Santa Subito dopo, tuttavia, il papa Giulio II comprese il pericolo della preponderanza francese in Italia e perciò pro­mosse la Lega Santa (1511-1516) che univa Venezia, Spagna, Stato della Chiesa contro la Francia. Luigi XII reagì adottando un provvedimento pericoloso: riunì a Pisa alcuni vescovi in un con­cilio scismatico per colpire la forza spirituale del papa. Il problema è della massima importanza perché rivela da una parte la capacità del re di Francia di mobilitare anche le forze ecclesia­stiche; dall'altra rivela l'estrema confusione esistente tra po­tere spirituale e potere temporale nell'attività dei papi del Ri­nascimento, in quanto capi di uno Stato. Nel 1512 Luigi XII fu scomunicato. Enrico VIII d'Inghilterra ne approfittò per sbarcare in Francia e sconfiggere a Guinegate le truppe francesi: seguì la tregua di Orléans che costò parecchio denaro alla Francia. Poco dopo, nel 1515, sopraggiunse per il re francese la morte, dopo aver ricevuto dal papa Leone X l'assoluzione dalla scomunica.

Bilancio politico di Luigi XII La capacità personale di Luigi XII fu modesta. La politica interna francese fu favorita da un’efficiente burocrazia centralizzata in cui le principali cariche finanziarie erano affidate a borghesi che riuscivano a far affluire un co­stante gettito fiscale rastrellato in ogni angolo della Francia. Anche per questo motivo le altre potenze europee compre­sero che la Francia era il solo Stato in grado di stabilire una reale egemonia se avesse avuto la fortuna di trovare un'efficien­te guida politica.

8. 2 La politica religiosa del regno di Francia

     Poiché il problema religioso sarà centrale per la sto­ria di due secoli, il XVI e il XVII, è opportuno premettere qualche riflessione sul rapporto tra Chiesa e Stato in Francia.

Regno di Francia e Chiesa cattolica I re francesi portavano il titolo di "re cristianissimo"; la Chiesa di Francia era definita "figlia primogenita della Chiesa"; il cerimoniale dell'incorona­zione dei re di Francia assomigliava più a una cerimonia religio­sa che a una festa civile, perché avveniva all'interno della cat­tedrale di Reims, dove si procedeva a un'unzione col sacro cri­sma impiegato per la consacrazione dei vescovi. L'unione tra Chiesa cattolica e monarchia in Francia era dunque assai stretta. Risaliva alla conversione di Clodoveo, re dei Franchi, direttamente dal paganesimo al cattolicesimo, senza al­cuna contaminazione con l'eresia ariana, come avvenne alle altre monarchie romano-barbariche, sorte dopo la caduta dell'impero ro­mano d'Occidente. La Chiesa cattolica sancì il passaggio di dinastia dai Merovingi a Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, nell'VIII secolo, per averne protezione nel duplice conflitto con i Longobardi che in Italia cercavano di impadronirsi di Roma; e con la Chiesa d'Oriente che cercava di sottrarsi al primato di giurisdizione del papa di Roma. Carlo Magno unificò l'Europa sot­to il suo potere, ma fu il papa Leone III a introdurre la conferma religiosa di un evento politico che non era stato prodotto dalla Chiesa: Carlo Magno nel Natale dell'anno 800 accettò l'in­coronazione del Papa. La dinastia carolingia si estinse alla fine del IX secolo, e il Sacro Romano Impe­ro rinacque nella seconda metà del X secolo con la dinastia di Ottone di Sassonia. Verso la fine del secolo X nella regione dell'Île-de-France e della Champagne si mise in luce Ugo Capeto, il fondatore della più illustre dinastia d'Europa, i cui re riu­scirono a mantenere viva la precedente tradizione di stretta unione tra monarchia e cattolicesimo, culminando con la splendida personalità di Luigi IX il Santo, vera incarnazione della regali­tà e della fede, senza confusione tra i due ambiti della religio­ne e della politica.

Il nazionalismo francese Ma proprio un nipote di Luigi IX, Fi­lippo IV il Bello operò la distruzione di quel legame, fatto di equilibrio rispettoso tra Chiesa e Stato: di fatto, il suo con­flitto con Bonifacio VIII esaurisce il medioevo e inaugura l'età del nazionalismo e dell'assolutismo monarchico. Filippo il Bello avocò a sé con la forza il controllo della Chiesa di Ro­ma facendo trasferire in Francia, ad Avignone, la sede del papato e facendo eleggere per circa settant'anni papi francesi. Solo l'estrema debolezza della Francia nel corso della guerra dei Cent'anni e la minaccia di uno scisma che poi durò per al­tri quarant'anni, permise il ritorno della sede papale a Roma. Con la ripresa della monarchia francese, avvenuta al tempo di Luigi XI, era inevitabile che il problema riacquistasse tutta la sua violenza.

La Chiesa di Francia La Chiesa di Francia comprendeva la massa più numerosa di cattolici e aveva accumulato, col passare dei secoli, il patrimonio più vasto esistente in Francia. Tale pa­trimonio serviva al mantenimento del clero e del culto, all'assi­stenza, ossia scuole, ospedali, ospizi, dato che nessuno Stato di quel tempo aveva voci in bilancio per quelle attività; e infine serviva a finanziare per buona parte la curia di Roma, ossia l'insieme di tribunali, uffici e mi­nisteri che permettono al papa di esercitare la sua giurisdizione universale. Perciò, ogni anno una considerevole somma di denaro lasciava la Francia sotto forma di tasse per dispense ecclesia­stiche, di annate di sede vescovile vacante, di donativi ecc. Tuttavia, la prassi amministrativa più osteggiata dal governo francese era il diritto del papa di conferire a prelati stranie­ri, spesso italiani che rimanevano a Roma, alcuni grandi benefi­ci, ossia le rendite di abbazie e vescovati francesi.

Le rimesse di denaro a Roma Poiché l'inflazione era un fenomeno che interessava tutta l'Europa, anche in Francia si levarono proteste contro la presenza di stranieri nell'alto clero, o semplice­mente contro le rimesse di denaro all'estero. Per mantenere un grande esercito e un grande stuolo di avvocati, giudici e funzionari occorrono grandi somme di denaro; per tenere subordinata alla volontà regia la grande e piccola no­biltà occorreva che il re potesse concedere agli esecutori della sua politica stipendi tanto elevati da limitare il pericolo della corruzione e gli altri inconvenienti legati alla mancanza di de­naro.

Necessità finanziarie del regno di Francia I re di Francia ave­vano perciò enorme bisogno di denaro per tenere in piedi una po­litica aggressiva nei confronti del resto d'Europa: la tentazione di servirsi del patrimonio della Chiesa di Francia divenne irre­sistibile e per di più non mancavano i precedenti storici. I papi rinascimentali erano stati criticati per il tipo di vita condot­to. Il più famigerato tra loro era Alessandro VI, la cui azione politica, tuttavia, era stata molto efficace: egli cercava di trasformare lo Stato della Chiesa in un insieme statale unificato e subordinato ai papi, così come stava accadendo per le altre mo­narchie d'Europa. La Chiesa cattolica, con entrate ordinarie adegua­te, raccolte nel suo Stato, sarebbe stata meno vulnerabile di fronte alle aggressioni e ai ricatti delle grandi monarchie che proprio in quegli anni miravano alla creazione di Chiese naziona­li per incamerarne il patrimonio.

La riforma in Inghilterra e in Germania Non si deve dimenticare che la Riforma anglicana significò la confisca del patrimonio ec­clesiastico in Inghilterra e la sua alienazione a favore di no­biltà e borghesia. La riforma luterana significò l'acquisizione da parte dei prìncipi di enormi estensioni di terreno; la secola­rizzazione dell'Ordine Teutonico trasformò il Gran Maestro dell'Ordine nel più forte dei prìncipi tedeschi con giurisdizione sulla Prussia orientale.

Il concilio scismatico di Pisa La Francia percorse per prima la strada che passava attraverso la rottura con la Chiesa di Roma: la partecipazione del clero francese al concilio scismatico di Pisa (1511) fu un avvertimento drammatico per il papato. Leone X fu costretto a pattuire un concordato con la Francia, concedendo al re la nomina dei vescovi francesi. Ciò significava due cose: che l'episcopato francese ben presto sarebbe stato composto di cadetti delle più potenti famiglie no­bili di Francia che in tal modo erano unite al destino della corona, e poi che l'esempio sarebbe sta­to seguito da ogni monarchia che avesse la forza di imporre al papa un concordato simile a quello francese. In altre parole, mentre dal basso giungeva il minaccioso brontolio delle masse proletarizzate dai grandi mutamenti economici dell'età moderna e la protesta morale contro il lusso e l'immoralità presenti ai vertici della Chiesa, i re francesi procedevano in direzione op­posta a ogni efficace riforma della Chiesa in capite et in mem­bris, come si diceva allora, elevando alla carica di vescovi e di abati i nobili abituati al fasto dei loro castelli. Come si vede, non era un compito facile quello dei papi anche quando volevano sinceramente la riforma della Chiesa.

8. 3 Francesco I (1515-1547)

     Francesco I fu tipico re rinascimentale "insaziabile all'e­stremo", elegante, sportivo, colto, gran costruttore di palazzi; pro­tettore delle arti (Leonardo da Vinci e Benvenuto Cellini furono invitati in Francia per dispiegarvi la loro attivi­tà); promotore della cultura; mecenate di letterati; un re gauden­te e scettico, ben diverso dal suo avversario Carlo V che al suo confronto appare serio, ascetico, oppresso dagli immani compiti del potere e da infiniti conflitti sempre risorgenti. Sembra qua­si che le guerre siano state per Francesco I una specie di gioco, provocate con leggerezza una dopo l'altra, nonostante i numerosi insuccessi, forte della prosperità finanziaria del regno, popolo­so, favorito da buona agricoltura, da un artigianato e da un'in­dustria di alta qualità che esportava molte merci ben presto divenute di moda, tanto da soppiantare i prodotti di lusso italiani.

Ripresa delle guerre in Italia A 21 anni Francesco I fu inco­ronato re (1515) e dopo sei mesi organizzò la reggenza presieduta dalla madre Luisa di Savoia con l'aiuto del conestabile di Borbo­ne, per essere libero di partire per la guerra di conquista d'I­talia. Le potenze europee sottoscrissero una lega comprendente Enrico VIII d'Inghilterra, Massimiliano d'Absburgo, il papa Leone X e l'arciduca delle Fiandre, il futuro imperatore Carlo V. Aven­do trovato i passi del Monginevro e del Moncenisio occupati dagli Svizzeri, Francesco I fece aprire un nuovo passaggio attraverso il Col de l'Argentière. Gli Svizzeri furo­no costretti a retrocedere ponendosi a difesa di Milano all'al­tezza di Marignano. Il combattimento durò due giorni (13-14 set­tembre 1515) e alla fine furono vincitori i Francesi: Milano cadde in loro mano e la lega si sciolse. Il papa Leone X a Bo­logna dovette firmare il concordato che concedeva a Francesco I il diritto di nomina dei vescovi francesi. Con gli Svizzeri Francesco I firmò il trattato di Friburgo: il re poteva assoldare mercenari, impegnandosi a mantenere integra l'indipendenza dei cantoni svizzeri.

Conflitto tra Francia e Impero Nel 1519 Francesco I tentò invano di contrastare l'elezione imperiale di Carlo V, facendosi forte dei recenti successi in Italia: contro di sé aveva l'opinione pubblica tedesca e soprattutto i gruppi finanziari della Germania meridionale (Fugger, Welser) che giudicavano pericoloso per i lo­ro interessi il dinamismo politico del re francese. Da quel mo­mento l'opposizione tra Francia e Impero divenne il filo condut­tore della politica europea. Nel 1520 ci fu l'incontro del Campo del drappo d'oro tra Francesco I ed Enrico VIII per giungere a un'intesa contro Carlo V, ma senza apprezzabili risultati oltre alla neutralità inglese nel conflitto che Francesco I si prepara­va a scatenare.

Sconfitta della Francia Sul piano militare le operazioni andaro­no sempre peggio per la Francia: nel 1521 Milano, Parma e Piacen­za furono evacuate dai Francesi; nel 1522 il Lautrec fu sconfitto nella battaglia della Bicocca e come conseguenza si ebbe l'abban­dono del ducato di Milano e del porto di Genova; il conestabile Carlo di Borbone ruppe con Francesco I e si pose al servizio di Carlo V; infine, il re in persona decise di assumere il comando delle truppe francesi attaccando Pavia per riprendere Milano.

I Francesi sconfitti a Pavia I mercenari svizzeri abbandonarono il re di Francia, sconfitto e fatto prigioniero a Pavia (1525). Condotto a Madrid, rimase un anno alloggiato in uno splendido palazzo, trattato con cavalleresca cortesia da Carlo V finché nel 1526 Francesco I firmò il trattato di Madrid impegnandosi a lasciar cadere le pretese sull'Italia. Riconobbe il dominio sulla Borgogna da parte di Carlo V, cedendogli Tournai e accettando di sposarne la sorella Eleonora (Francesco I era rimasto vedovo di Claudia di Francia che gli aveva dato sette figli: la successione al trono era assicurata).

Liberazione di Francesco I Francesco I fu liberato, lasciando in ostaggio due figli a garanzia degli accordi, os­sia proprio di ciò che non fece appena liberato. Su­bito volle sfruttare i timori delle potenze europee di fronte al successo di Carlo V, promovendo la Lega di Cognac (1526) con Milano, Firenze, Venezia, il papa Clemente VII, Enrico VIII d'Inghilterra.

La guerra della Lega di Cognac La guerra vide nel 1527 il sacco di Roma compiuto da mercenari tedeschi, coman­dati dal conestabile di Borbone. I Francesi arrivarono fino a Napoli, forti dell'appoggio tattico della flotta genovese, che impediva il rifornimento per via mare agli Spagnoli in Italia. In seguito l'ammiraglio genovese Andrea Doria comprese che gli interessi finanziari della sua città erano meglio tutelati da Carlo V e perciò defezionò passando al servizio imperiale. La pace fu firmata a Cambrai nel 1529 perché tutti erano spossati dalla guerra.

Carlo V ottiene il ducato di Milano Avvenne anche il matri­monio di Francesco I con Eleonora d'Austria e la concessione di un aiuto milita­re a Carlo V nella sua impresa contro Tunisi (1535). Poco dopo morì il duca di Milano Francesco II Sforza, senza figli o eredi legittimi: in forza del diritto feudale il ducato di Milano tornò all'imperatore. Francesco I non era d'accordo e perciò invase la Savoia, mentre Carlo V si poneva alla testa di un poderoso esercito in Lombar­dia. Ancora una volta, nonostante alcuni successi tattici in Piemonte, Francesco I fu costretto a firmare la tregua di Nizza (1537.

Nuova Lega europea contro Carlo V In realtà Francesco I suscitò una nuova lega europea che questa volta com­prendeva anche i Turchi. Il momento scelto era favorevole alla Francia perché proprio nel 1541 era fallito l'attacco di Carlo V contro Algeri. Francesco I allestì cinque eserciti, dopo essersi assicurato l'alleanza coi Turchi.

Guerra su tutti i fronti contro Carlo V Il piano d'attacco pre­vedeva la guerra per linee interne su tutte le frontiere con Car­lo V, davvero troppo estese: in Artois, Brabante, Paesi Bassi, Rossiglione nei Pirenei e Piemonte contro il ducato di Milano. Francesco I guidava l'esercito operante nel Rossiglione, ma fu bloccato dal duca d'Alba. Il 14 settembre Boulogne cadde, ma Carlo V preferì firmare con Francesco I il trattato di Crépy in forza del quale i contendenti si scambiavano i territori occupati nel corso della guerra, e Francesco I lasciava cadere i diritti sulla Bor­gogna.

Morte di Francesco I Nel 1547 Francesco I morì nel castello di Rambouillet dopo una serie di guerre fallimentari che acuirono le divisioni d'Europa, rimandarono fino al dicembre 1545 la riunione del concilio di Trento, portarono per due volte i Turchi fin sot­to le mura di Vienna, impedirono alla Francia di guardare all'At­lantico e ai nuovi territori da poco scoperti che più proficua­mente avrebbero potuto farla grande: la gloria delle armi sembra­va attirare, come al tempo della guerra dei Cent'anni, tutta l'attenzione della monarchia di Francia, in luogo di promuovere il potenziamento della flotta e dell'economia nazionale.

8. 4 La politica estera francese

     Per gli avvenimenti politici di quest'epoca esiste un osser­vatore di eccezionale importanza, il Machiavelli, che fece parte di legazioni in Francia e in Germania nei primi anni del secolo XVI.

Valutazione politica del Machiavelli Giustamente valutò la Francia la massima potenza d'Europa e il suo regime il più evoluto, perché la nobiltà era stata imbrigliata dal potere del re e coin­teressata alle imprese della monarchia; il re di Francia poteva perdere battaglie su battaglie senza che crollasse il regime; il paese era ricco e manteneva un esercito di cittadini e non solo di mercenari. Il Machiavelli rimproverava ai re francesi di non saper far politica, ossia di non aver chiaro l'obiettivo da rea­lizzare con i mezzi a loro disposizione, di aver mancato di gra­dualità nel conseguire gli obiettivi (o le Fiandre, o Milano, o le regioni dei Pirenei, ma non tutto ciò allo stesso tempo); di non aver saputo sfruttare la vittoria (i nuovi sudditi o vanno trattati molto bene, in modo da non far rimpiangere i vecchi pa­droni, o molto male in modo da far loro passare la voglia di ri­bellarsi). Ma nonostante questa critica del Machiavelli si va de­lineando la politica estera della Francia.

Gli obiettivi politici della Francia Persiste una possibilità di contrasto con l'Inghilterra che esplode in conflitto aperto tutte le volte che la politica francese dirige la sua attenzione o sui Paesi Bassi o sull'Irlanda o sulla Scozia, ossia quando si minac­cia direttamente la sicurezza britannica. Il fronte Sud è ben de­finito dai Pirenei, ma la Francia non può tollerare che una mede­sima monarchia regni sulla penisola iberica e sulla Germania per i pericoli rappresentati da un doppio fronte. A sua volta, la Francia non esita a impiegare tutti i mezzi per creare un doppio fronte in Germania contro l'impero stipulando alleanze coi Turchi o coi dissidenti interni, i protestanti. Infine, dal punto di vista francese, data la grande potenza economica dei Paesi Bassi, è conveniente per la Francia che essi siano in­dipendenti dall'impero, ossia possono essere una potenza economi­ca a patto che non siano una potenza militare. Anche la politica religiosa presenta numerosi aspetti contraddittori: è vantaggioso politicamente aiutare i protestanti in Svizzera, in Germania e nei Paesi Bassi, mentre è opportuno reprimerli in Francia per non creare le condizioni di una possibile guerra civile. Tuttavia, per impedire i progressi dei protestanti francesi sarebbe stato necessario promuovere una profonda riforma della Chiesa cattolica in Francia come era avvenuto in Spagna durante la reggenza del cardinale Jimenes de Cisneros che aveva dato al paese un clero secolare e regolare integro dal punto di vista dottrinale, morale e disciplinare. Ma, ancora una volta, un'eventualità del genere entrava in conflitto col proposito della monarchia di riservare a sé le nomine dei vescovi di Francia per effettuarle con criteri politici e non religiosi, cosicché la riforma dei costumi del clero non avvenne, offrendo ottimi appigli ai protestanti per ri­formare il cattolicesimo.

La Francia e il concilio di Trento La Francia osteggiò fin quasi alla fine i lavori del concilio di Trento, con le guerre e con la proibizione ai prelati francesi di prendervi parte, perché la po­litica del re di Francia riteneva che ogni successo dei tentativi di conciliazione tra cattolici e protestanti avrebbe rafforzato l'impero. I protestanti francesi (ugonotti) fecero progressi no­tevoli specie tra i ceti industriali e mercantili, divenendo una forza politica perché erano in grado di controllare i settori più avanzati della società francese: la monarchia si trovò in una si­tuazione difficile durata un quarantennio.

8. 5 Cronologia essenziale

1461 Sale al trono Luigi XI, dopo aver trionfato nella guerra dei Cent'anni.

1483 Muore Luigi XI. Gli succede il figlio Carlo VIII sotto la reggenza della sorella maggiore Anna.

1494-1495 Carlo VIII invade l'Italia per recuperare il regno di Napoli.

1498 Carlo VIII muore ancor giovane: gli succede Luigi XII del ramo d'Orléans.

1500 Lodovico il Moro, duca di Milano, è sconfitto a Novara dai Francesi che occupano Milano.

1509 Le truppe di Venezia sono sconfitte dalla Lega Santa ad Agnadello.

1511 Il papa Giulio II forma la Lega Santa contro la Francia che reagisce con la convocazione di un concilio scismatico a Pisa.

1515 Muore Luigi XII senza figli. Gli succede Francesco I.

1519 Carlo V è nominato imperatore, superando la candidatura di Francesco I.

1525 Con la battaglia di Pavia, la Francia è estromessa da Milano.

1527 Col sacco di Roma Carlo V conclude le guerre per il predomi­nio in Italia. Tramonta la grande stagione del Rinascimento ita­liano.

8.6 Il documento storico

     Philippe de Commynes nei suoi Mémoires ha tracciato un ri­tratto di Luigi XI di notevole efficacia e interesse. In primo luogo lascia cadere i luoghi comuni del sovrano amato dal suo po­polo: l'analisi del Commynes si rivolge al modo di esercitare il potere da parte del re di cui si esaltano non tanto le qualità cavalleresche, quanto la decisione di favorire il ceto medio, di conoscere direttamente gli affari del regno e di circondarsi di saggi consiglieri.

     "Mi sono accinto a quest'opera perché ho visto molti inganni a questo mondo, e molti servitori in lotta con i loro signori, ingannando principi e gentiluomini orgogliosi, i quali amano poco ascoltare la gente, mentre gli umili li ascoltano volentieri. Tra tutti quelli che io ho conosciuto, il più abile a tirarsi fuori dopo un passo falso, il più umile nelle parole e nel sembiante, è stato il re Luigi XI, nostro signore, impareggiabile quando cercava di guadagnarsi un uomo che poteva servirlo, o che poteva danneggiarlo. Non si inquietava se era respinto da qualcuno che aveva deciso di guadagnare alla sua causa, ma anzi insisteva nelle promesse ed era largo di denaro e di signorie che sapeva piacere a quel tale...

     Dio concede grazia a un principe che distingue il bene dal male, soprattutto quando è il bene che sopravanza, come è il caso del re nostro signore di cui stiamo parlando. Ma, a mio parere, furono decisivi i travagli sopportati nella sua giovinezza, quando dovette fuggire lontano da suo padre, costretto a mettersi alle dipendenze di Filippo duca di Borgogna per ben sei anni nel corso dei quali imparò a compiacere coloro di cui aveva bisogno. Quando divenne potente e re incoronato, dapprima si abbandonò alla vendetta, ma appena si accorse che ne ricavava danno, se ne pentì riparando questa follia e questo errore, cercando di riguadagnarsi quelli che maggiormente stimava. Se non avesse avuto altra educazione che quella comune ai signori di questo regno, non credo che sarebbe riuscito ad affermarsi, perché costoro non sanno far altro che parlare a vanvera e abbigliarsi in modo eccentrico: non hanno alcuna conoscenza letteraria, non si circondano di buoni consiglieri. Hanno amministratori coi quali si può parlare dei loro affari, non con loro, e quelli provvedono agli affari. Ci sono signori che non hanno tredici livres di rendita i quali amano ripetere: "Parlate di questo ai miei uomini", pensando in questo modo di imitare i gran signori. Per questo motivo tanto spesso i servitori arricchiscono e per di più si prendono la soddisfazione di far capire ai loro signori quanto sono bestie. E se per caso qualcuno rinsavisce e cerca di capire qualcosa della propria situazione patrimoniale, è tanto ignorante da non venire a capo di nulla: infatti, bisogna ripetere che gli uomini grandi e coloro che hanno fatto cose grandi, hanno cominciato da molto giovani: da una buona educazione che è vera grazia di Dio".

Fonte: Ph. DE COMMYNES, Mémoires, Belfond, Paris 1978.

8. 7 In biblioteca

     Per la storia francese nel XVI secolo si legga di H.A. LLOYD, La nascita dello Stato francese nella Francia del Cinquecento, il Mulino, Bologna 1986.


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