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Pagine cattoliche |
La
spiritualità dell'anima è la radice non solo della nostra
intelligenza, ma anche di un'altra perfezione non meno grande e legata
all'intelligenza: la libertà. Siamo esseri intelligenti e
siamo esseri liberi. Orbene, il fatto della libertà è importantissimo
perché fondamentale per il concetto e la pratica della vita e per
tutto l'ordine morale.
Libertà. Libertà
in genere è esenzione da necessità. E' libero ciò
che non è necessario. La libertà può essere:
1)
Morale, ossia esenzione dalla necessità di sottostare alla
legge o al precetto di un superiore. Non trattiamo ora di questa libertà
che, come si dimostra in etica, è nell'uomo limitata dalla legge
naturale e positiva, divina ed umana.
2)
Fisica, cioè esenzione dalla necessità fisica, e può
essere: a) libertà di spontaneità: esenzione da necessità
fisica estrinseca, cioè da violenza o da coazione. Questa libertà
compete generalmente all'uomo, sebbene non sempre (per es., il carcerato);
ma non è propria dell'uomo, perché compete anche al bruto,
e anche alle cose inanimate; b)libertà d'indifferenza o libero
arbitrio: esenzione da necessità fisica intrinseca, cioè
da necessità naturale, e può definirsi come quel potere che
ha la volontà di determinarsi da sé a volere o non volere,
a volere una cosa o a volere un'altra fra i vari oggetti che l'intelletto
le presenta. Proprio di questa libertà noi intendiamo parlare.
Affermiamo
che questa libertà è nell'uomo:
A)
non negli atti dell'appetito sensitivo, ma negli atti della volontà;
B) non sempre e in tutti gli uomini, ma solo quando l'uomo ha l'uso della ragione (esclusi bambini, pazzi, dormienti, ecc.) e opera usando della ragione, non meccanicamente, come tante azioni che facciamo per abitudine e senza riflettere, nelle quali la libertà è quanto meno diminuita;
C)
non in tutti gli atti dell'uomo che ha l'uso di ragione, ma solo in quelli
che hanno per oggetto beni finiti, non necessariamente connessi con la
felicità perfetta;
D)non
come se l'uomo in tali casi agisse senza motivo e senza essere necessitato,
e non ammettiamo quindi quell’indeterminismo assoluto (Reid, Jacobi, Descartes,
ecc.) che esagera la libertà, quasi che la volontà possa
determinarsi senza alcun motivo.
Avversari
sono i deterministi, numerosi tra gli scienziati e i filosofi sia di indirizzo
positivista (Taine, Stuart Mill, Lombroso, Ferri), sia di indirizzo idealista
(Croce, Gentile, ecc., i quali a parole difendono la libertà
dello spirito, ma dalla loro esposizione appare che la libertà di
cui parlano è solo libertà di spontaneità, non libertà
di indifferenza o libero arbitrio del quale ora parliamo).
Varie
sono le forme di determinismo e ne parleremo separatamente, dopo avere
dimostrato la nostra affermazione.
1.
Argomento psicologico, dedotto dall'attestazione della coscienza.
Argomento invincibile, perché l'attestazione della coscienza è
necessariamente immune da errore: sentirsi libero ed essere libero nello
stato normale è la stessa cosa, come sentirsi lieto ed essere
lieto. Ebbene, la coscienza ci attesta la libertà dei nostri atti
non appena noi riflettiamo a ciò:
a)
che precede l'elezione. Sento che la prossima determinazione della mia
volontà è in potere mio; se sto scrivendo o studiando ho
la coscienza che dipende da me il continuare o il cessare dallo scrivere
e dallo studiare; se si tratta di affari importanti, spesso anche dopo
lunghe deliberazioni restiamo indecisi e sentiamo che in potere nostro
sta il pronunciare il sì o il no decisivo;
b)
che accompagna l'elezione. Perfettamente distinguiamo gli atti che in noi
si compiono per necessità di natura (per es., uno starnuto) da quelli
che noi compiamo liberamente, pur sentendoci verso dì essi più
o meno inclinati;
c)
che segue l'elezione. Dopo gli atti compiuti liberamente ci sentiamo responsabili
di essi, degni di lode o di biasimo; non così per gli atti che non
dipendono da noi.
- Prima obiezione: la coscienza ci attesta la spontaneità, non la libertà dell'atto. Anche la pietra che cade, se avesse coscienza, direbbe di essere libera.
Possiamo
rispondere che non è vero, perché, come dicemmo, distinguiamo
perfettamente gli atti spontanei dagli atti liberi. L'esempio della pietra
è falso; come un uomo che precipita per disgrazia in un burrone,
non ha certo coscienza di andarvi liberamente, sebbene da sé vi
sia caduto.
-Seconda obiezione: la testimonianza della coscienza è illusoria.
Rispondiamo in tal modo: già dicemmo che la testimonianza della coscienza non può essere falsa. Nel supposto assurdo che lo fosse, tutta la vita sarebbe illusione. Per qual via sappiamo noi di sentire, di conoscere, dì pensare, di amare ecc., se non per la coscienza? Ma è impossibile dubitare della testimonianza della coscienza, perché non possiamo affermare di dubitare della coscienza senza essere sicuri del nostro dubbio e non possiamo essere sicuri del nostro dubbio senza affidarci alla testimonianza della coscienza, il cui valore viene così riconosciuto nel momento stesso in cui viene contestato.
-Terza
obiezione: ci crediamo liberi perché non conosciamo i motivi
che ci determinano ad operare. «La
coscienza della libertà è l'incoscienza della necessità»
(Spinoza).
Rispondiamo: al contrario, tanto più ci sentiamo liberi quanto meglio conosciamo i motivi per cui ci determiniamo ad operare, e non abbiamo chiara coscienza dei motivi del nostro operare quando operiamo senza riflettere, meccanicamente, cioè non liberamente o poco liberamente.
Inoltre
se i motivi sono ignoti, come sappiamo che ci sono? Si dirà perché
non siamo liberi. Ma il circolo vizioso sarebbe troppo evidente: non siamo
liberi perché siamo determinati da motivi ignoti e siamo determinati
da motivi ignoti perché non siamo liberi.
-Quarta obiezione: anche chi sogna, l'ipnotizzato, il maniaco credono di essere liberi e invece non lo sono.
Rispondiamo che si tratta di uno stato anormale e non è difficile scoprirne l'inganno: in questi casi l'uomo si immagina di essere libero, ma propriamente non ha coscienza di essere libero.
2.
Argomento metafisico, dedotto dalla natura della volontà.
Mentre nell'argomento precedente abbiamo constatato il fatto della
libertà, ora ne diamo la ragione, mostriamo perché la nostra
volontà è libera.
Ad
ogni mobile è proporzionato il proprio motore, capace di vincere
tutta la resistenza che il mobile può opporre: non basta applicare
qualunque forza ad un mobile per imprimergli un movimento. Orbene, per
muovere la volontà, bisogna presentarle un
bene che abbia proporzione colla
sua innata ten? La volontà ha? come oggetto adeguato l'asso? bene
e come termine a sè proporzionato la piena e intera felicità.Perciò
solo il bene infinito proporzionato alla natura della nostra volontà
è capace di renderla pienamente felice, e perciò necessariamente
la attrae; tutti i beni invece particolari e finiti, incapaci di fare pienamente
felici, possono esercitare maggiore o minore fascino sulla nostra volontà,
ma non possono necessitarla.
-
Obiezione. L'atto libero contraddice al principio di causalità
che afferma la necessaria connessione della causa all'effetto.
Rispondiamo
che non bisogna confondere il principio dì causalità col
principio di determinazione della fisica classica (vedi lez. XVII). Il
principio di causalità afferma che ogni effetto deve avere necessariamente
una causa (e l'atto libero ha la sua causa nella volontà), ma non
dice che ogni causa deve avere necessariamente un determinato effetto;
questo avviene nel mondo fisico, cioè materiale, ove tutte le cause
sono necessarie, non sempre nel mondo spirituale dove, in virtù
di un atto libero, si può agire e non agire, fare questo o quello.
3.
Argomento morale. La nozione di giusto e dell’ingiusto, della virtù
e del vizio, di comando e di permesso, di merito e di colpa, di differenza
fra pregi e difetti puramente naturali e pregi e difetti morali, la lode
e il biasimo, che si danno alla virtù e al vizio, i rimorsi e le
soddisfazioni morali sono nozioni che esigono e presuppongono la responsabilità
delle proprie azioni, ossia la libertà del volere. A che fine leggi
e prescrizioni, consigli, esortazioni e preghiere, ricompense e punizioni,
se l'uomo non è libero?
-
Obiezione. Queste nozioni non implicano affatto la libertà
perché si verificano anche dove certamente non vi è libertà;
per es., come minacciamo il ragazzo se disubbidisce, così minacciamo
il cane; come rinchiudiamo in carcere il delinquente, così rinchiudiamo
il pazzo in manicomio e la belva in una gabbia, ecc.
Rispondiamo
che è falso che le nozioni sopra enumerate si verifichino dove non
vi è libertà; solo in certi casi possono coincidere alcuni
effetti esterni. Si ottiene per es. lo stesso effetto esterno della sicurezza
sociale rinchiudendo in carcere il delinquente e il pazzo in manicomio,
ma il criterio che sta alla
base di tali provvedimenti è profondamente diverso: il delinquente
è rinchiuso in carcere per punizione, mentre la chiusura del pazzo
nel manicomio o della belva nella gabbia non è una punizione, e
il Codice penale italiano (come tutti i Codici penali) dice espressamente
che non è punibile chi nel momento in cui ha commesso il fatto,
era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza
o la libertà dei propri atti.
Vediamo
difatti come anche quelli che in teoria combattono la libertà se
ne fanno sostenitori nella vita pratica, poi nelle loro opere sono costretti
a fare delle concessioni tali a favore della libertà da contraddire
manifestamente il loro determinismo. E' addirittura impossibile – dice
Kant – tanto alla più sottile filosofia quanto alla maggior parte
degli uomini ragionevoli, togliere via la libertà per mezzo di sofismi.
Ebbene,
questa universale persuasione del genere umano, radicata così profondamente
nella nostra natura, non può essere un’illusione.
Avversari
della nostra tesi sono i deterministi; ma come abbiamo accennato, vi sono
varie forme di determinismo, secondo le differenti realtà in cui
si vuol trovare la causa determinante della volizione.
Le
principali forme di determinismo sono le tre seguenti:
1.
Determinismo fisico e fisiologico. Esso
muove dal principio che tutto quanto succede nell'universo è
il risultato necessario dello stato antecedente dell'universo, il prodotto
necessario dei fattori fisici precedenti, per cui se noi potessimo conoscere
con esattezza perfetta la situazione dell'universo in un dato momento,
potremmo fare la storia del passato dell'universo e la profezia ugualmente
precisa di quanto avverrà nel futuro. Applicando questo principio,
i deterministi affermano che ogni atto volitivo umano è la risultante
necessaria delle condizioni somatiche ed organiche del corpo umano
e confermano la loro tesi mostrando che:
a) l'attività
libera contraddice alla legge della conservazione dell'energia;
b)
le statistiche che regolano la vita morale e sociale dell'uomo sono un
segno della determinazione a cui soggiace l'operare umano.
Confutazione. In
questo modo si vuole estendere alla volontà il determinismo
fisico della natura. Ora, come già abbiamo osservato, il determinismo
vige nella natura perché essa è materiale e quindi non libera,
ma non può estendersi al mondo spirituale il quale, appunto perché
tale, è dotato di libertà. L'atto della volontà, quindi,
non è determinato dalle condizioni somatiche dell'organismo finché
l'uomo conservi l'uso della ragione. E' vero che delle condizioni somatiche
ed organiche influiscono sull'atto libero così da diminuirne la
libertà e in certi casi, impedendo l'uso della ragione, potranno
anche toglierla. Nessuno meglio dei filosofi cattolici, specialmente di
S. Tommaso d'Aquino, ha fatto un'analisi accurata di quanto può
togliere o diminuire la volontarietà degli atti umani. Vedi la le
parti I e II della Summa di S. Tommaso. Resta comunque il
fatto, riportato invincibilmente dalla coscienza, che nonostante le pressioni
dell'ambiente e le condizioni organiche, spesso la mia scelta è
libera, dipendente solo dalla mia volontà.
In
particolare rispondiamo all’obiezione sub a): Il moto spirituale
dell'atto libero non aggiunge per sé stesso nuove energie a quelle
dell'ordine fisico, ma esclusivamente usa negli atti imperativi quelle
che già esistono; quindi non contraddice alla legge della conservazione
dell'energia. Per l’obiezione sub b): Queste statistiche hanno un
valore approssimativo e collettivo, non assoluto e individuale, come invece
dovrebbe essere se non ci fosse la libertà; il valore poi approssimativo
e collettivo delle statistiche contraddice all’indeterminismo assoluto e
non al nostro indeterminismo nel quale, come abbiamo notato, non si sostiene
che l'atto volitivo sia senza motivo, del tutto arbitrario e capriccioso.
Vi sono leggi morali che l'uomo liberamente sì, ma normalmente,
segue appunto perché essere ragionevole; l'identità poi della
natura e delle circostanze che esercitano un certo influsso sulla volontà
umana bastano a spiegare questa uniformità della vita morale dell'uomo,
che può cadere in qualche modo sotto le statistiche. Del resto,
come osserva Schanz, gran parte del bene e del male morale si sottrae ai
domini delle statistiche o vi si assoggetta in maniera variabile e fluttuante.
2. Determinismo psicologico. Esso pretende che l'atto volitivo sia determinato necessariamente dal motivo presentato dall'intelletto. Secondo l'influsso che esercitano sopra di noi i motivi, ci muoviamo da una parte o dall'altra, come i piatti della bilancia sono spinti dai pesi.«Il motivo più forte fa decidere la volontà come il peso più forte fa abbassare il piatto della bilancia». (Leibnitz).
Confutazione. E'
vero che ad ogni nostra volizione deve sempre andare innanzi l'oggetto
presentato dall'intelletto,che
svolge un ruolo di motivo nella scelta; ma poiché l'oggetto
è presentato come bene finito e perciò solo come eleggibile,
non può avere la forza di un determinante, ma solo diun
invito. Tocca alla volontà, per l'innato suo potere, di accettare
il bene proposto ovvero di rifiutarlo. Così, dinanzi a due beni
finiti proposti dall'intelletto, la volontà è libera di accettare
quello che vuole, dando più peso ai motivi che rendono appetibile
l'uno e piegandosi di conseguenza da quella parte.
E'
dunque vero che noi scegliamo sempre quello che in quel dato momento ci
appare migliore; ma che una data cosa ci appaia migliore, non è
senza influsso della volontà, che piega l'intelletto a considerare
più questo o quel motivo e a chiudere invece gli occhi davanti a
questa o a quella ragione in contrario. Si dica pure che la nostra volontà
è come la bilancia che si abbassa dalla parte dove il peso è
più forte, ma si aggiunga che la forza stessa dei pesi dipende dalla
bilancia usata.
3.
Determinismo teologico.Esso
afferma che la volontà umana è determinata da Dio (Zuinglio,
Calvino, Lutero: De servo arbitrio, ecc.), non sapendo come conciliare
la libertà umana con la prescienza divina: se Dio già sa
tutto quello che noi faremo e la scienza divina è certa e infallibile,
noi non possiamo fare diversamente, e dunque non siamo liberi.
Confutazione. E'
impossibile che ci sia ripugnanza fra la prescienza divina e la libertà
umana, perché questa evidentemente ci appare proprio creata da Dio,
che non può violentare l'opera delle sue mani. Quindi la conciliazione
tra queste due verità necessariamente ci deve essere ancorché
a noi resti misterioso il modo in cui avvenga.
Non bisogna poi confondere «certezza e infallibilità» con «determinazione e necessità». E' certo, per es., che ora parlo o scrivo, che ieri ho fatto questa o quella azione. Eppure liberamente ora parlo o scrivo così come liberamente ieri ho operato. Inoltre bisogna ricordare che la scienza divina (impropriamente detta prescienza perché tutto è presente a Dio) non muta la natura degli atti futuri rispetto a noi; come la nostra scienza degli atti presenti e passati non muta la loro natura e non li rende necessari. La scienza di Dio è eterna: il presente, il passato, il futuro sottostanno come presenti al suo semplicissimo intuito; ciò significa che tutte le azioni delle creature sono eternamente viste da Dio come già poste in sé stesse, nella loro attualità, conformemente alla loro natura, siano esse libere o necessarie. Non è dunque la prescienza divina che determina gli atti futuri, ma sono gli eventi futuri che, a nostro modo di parlare, determinano la scienza divina. Pietro non ha rinnegato Gesù perché Gesù l'aveva predetto, ma Gesù lo predisse perché vedeva che Pietro l'avrebbe rinnegato.
Zacchi,
L'uomo, Vol. I, Roma, Ferrari; Gutberlet, L'uomo, le sue origini
e il suo sviluppo, Torino, SEI.
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