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Pagine cattoliche |
Partendo dai
molti significati della parola cultura, Biffi evidenza le caratteristiche della
cultura cristiana e l’intima connessione con le fede
Ma questa è anche una città che
respira cultura: la presenza tra le nostre mura di una grande Università, che
fin dal Medioevo ha reso celebre il nostro nome nel mondo, caratterizza in
questo senso tutta la nostra vita associata. Così mi è parso doveroso dedicarmi
un poco a questo tema, che del resto entro le comunità crístiane attira da
qualche anno molta attenzione. La mia riflessione vuole avere un'indole
spiccatamente pastorale: si rivolge in primo luogo ai credenti e mira a
illuminare e a rinvigorire la nostra vita ecclesiale; ma potrà suscitare
qualche interesse per quanti siano persuasi che l'esatta determinazione dei
concetti è premessa indispensabile per un fruttuoso dialogo tra uomini che
siano, pur se con ideali diversi, liberi, onesti, riflessivi.
2. La natura
propriamente pastorale del discorso mi consiglia di limitare la mia attenzione
alla questione ‑ preliminare in un certo senso, ma decisiva per le
possibili implicazioni ‑ dell'esistenza, della possibilità, della
necessità di una “cultura cristiana”. C'è, anche tra i credenti, chi rifugge
dal parlare di cultura cristiana nel lodevole proposito, crederei, di non
costringere i letterati, i filosofi, i pittori, i musicisti ‑ e in genere
gli uomini colti e creativi che professano di aderire al Vangelo ‑ a
tagliarsi fuori dalla variopinta complessità del mondo culturale moderno per
rinchiudersi nelle angustie della provincia ecclesiastica e confessionale.
Sicché si ama parlare al massimo di “cultura dei cristiani”. Per contro
Giovanni Paolo II esorta ripetutamente a “non far mancare una forte, seria,
operosa presenza culturale cattolica”. “La cultura cattolica ‑ dice ‑
non deve mancare” (1). E non è un pensiero proprio ed esclusivo del papa
polacco: Paolo VI si esprimeva nell'identico modo; tanto è vero che (come
rileva in uno studio accurato Enzo Giammancheri) “usa senza velatura alcuna
l'espressione "cultura cristiana", anzi "cultura
cattolica", aggiungendo sovente la precisazione che si tratta della
"nostra" cultura, distinta dalle altre e idonea a qualificare in modo
originale il pensiero e l'azione dei credenti. In lui non c'è dubbio in
proposito”(2).
3. Non mi pare si tratti di una
questione puramente verbale. O, se si vuole, è probabilmente uno dei casi dove
la diversità di linguaggio è sicuro indizio di opposte visioni sulla natura
delle cose; è dunque un problema che chiede di essere seriamente considerato. E’
comunque certo che anche qui, senza una sufficiente determinazione dei concetti
e dei termini, s'instaura inevitabilmente il regno dell'approssimazione,
dell'equivoco, del malinteso. A questa chiarificazione il mio intervento vuol
essere un piccolo contributo, offerto nella persuasione che le idee chiare e
distinte sono la premessa inderogabile di ogni auspicata concordia e di ogni
accresciuta vitalità ecclesiale; o almeno nella convinzione della necessità
che, se proprio si deve discutere e litigare tra cristiani, l'oggetto del
contendere sia identicamente compreso da tutti.
I
E’ anzi evidente che il vocabolo
esprime, a seconda dei contesti e a seconda di chi se ne serve, contenuti tra
loro molto diversi. Qualche volta appare cangiante di senso perfino nello
stesso discorso, nella stessa pagina, nella stessa frase. In molti casi neppure
si avverte l'oscillazione semantica, così che il risultato è una bella
confusione.
La ragione storica di questa
incontrollata e quasi inconsapevole pluralità sta nel fatto che la parola da un
paio di secoli ha assunto via via significati nuovi, senza che le accezioni già
in uso siano mai cadute dalla coscienza comune.
Decine e decine sono le
definizioni di “cultura” che sono state date, ciascuna con qualche
particolarità sua e qualche elemento proprio. Una loro sia pur sommaria
rassegna non entra per fortuna nell'oggetto del nostro discorso “pastorale”. Ci
limiteremo a indicare soltanto alcuni pochi concetti fondamentali, sufficienti
a fare un po' d'ordine e a portare il minimo di distinzione indispensabile
perché non insorgano ambiguità.
I significati di “cultura” atti a
farci raggiungere i nostri intenti ci sembrano fondamentalmente tre; questa
distinzione ‑ che apparirà ed è largamente opinabile ‑ è quella che
ci sembra più funzionale ai fini della chiarificazione pastorale che ci siamo
proposti. Attorno a questi tre concetti si organizza la prima parte della
nostra esposizione (3).
a) Il primo significato ‑ o,
se si vuole, il primo gruppo di significati ‑ proviene da una immagine di
origine agricola, che viene piegata a esprimere un avvenimento dello spirito:
cultura è la “coltivazione dell'uomo nella sua vita interiore” (4).
Nel mondo classico, dove questa
idea nasce e si afferma, si è anche universalmente persuasi che tale
coltivazione possa e debba attuarsi mediante i “valori assoluti”: coltivazione
dell'uomo mediante il vero, il bene, il giusto, il bello. Solo la verità, la
bontà, la giustizia, la bellezza sanno nutrire l'uomo, l'aiutano a crescere, ne
fanno sbocciare tutte le virtualità.
Questa coltivazione comprende
anche la “paideia”, cioè l'educazione integrale dell'uomo nella sua prima età;
ma non si esaurisce in essa: prosegue per tutto l'arco dell'esistenza. Inoltre
non esclude, anzi formalmente suppone, la possibilità che l'uomo attenda alla
coltivazione di se stesso (5).
b) Quasi inavvertitamente si passò
poi a intendere per “cultura” non solo l'azione in se stessa della
“coltivazione dell'uomo”, ma anche il suo risultato. La parola prese perciò a
indicate il patrimonio spirituale acquisito di cui è dotata una persona.
E, in conformità con la visione
classica, tale patrimonio fu individuato nei valori acquisíti di natura
intellettuale, morale ed estetica, onde lo spirito è stato arricchito dalla
“coltivazione” (6). Fin verso la metà del secolo XVIII non si conoscono altri
contenuti del vocabolo. Esso, come si vede, è sempre fin qui riferito alla vita
personale del singolo.
c) Con l'esaltazione dell'idea di
popolo e di nazione, la parola “cultura” acquista una dimensione, per così
dire, “sociale”. E si comincia a parlare della cultura di un paese, di una
gente, di una comunità umana.
In questo senso, la cultura di
una società è data ‑dai mezzi “sociali” di coltivazione dell'uomo e dai
suoi risultati “sociali”; e cioè: prima di tutto dalle sue scuole, dai suoi
istituti di ricerca, dai suoi mezzi di comunicazione e di diffusione delle
idee; poi dalla sua produzione letteraria, artistica, musicale, e, più
ampiamente e profondamente, dal possesso “sociale” dei “valori” di verità, di
giustizia, di bellezza.
Dalla seconda
metà del secolo scorso, a partire dal linguaggio delle discipline
antropologiche ed etnologiche, avviene una vera e propria rivoluzione nel
significato di “cultura”.
L'uomo entra ancora come elemento
determinante del concetto, ma non più come il destinatario e il termine di
un'azione, bensì come il soggetto e il principio. I valori assoluti oggettivi,
sempre implicitamente presenti nell'antica accezione, perdono di rilevanza e
sono alla fine estromessi: per avere attinenza con la “cultura” intesa così
basta l'origine umana.
Il vocabolo comincia dunque a
indicare tutto e comporta dunque una “scala di valori” proposta e accettata
entro una determinata comunità. E poiché le “scale” spesso vengono líberamente
e perfino arbitrariamente stabilite, molte e diverse possono essere le
“culture” presenti in una società, ciascuna delle quali è identificabile per i
valori che essa ritiene primari.
E’ opportuno qui segnalare la
radice di una grave e frequente prevaricazione. Se si identifica la “cultura”
nella propria gerarchia di valori, è facile cadere nella tentazione di definire
incolto, rozzo, subculturale chi si rifiuta di conformarvisi. Dove è evidente
l'uso ambiguo della parola “cultura” e la riassunzione surrettizia della sua
accezione classica in funzione di condanna, di squalifica o addirittura di
insulto. Allo stesso modo, capita spesso di trovare definito con spregio come
“dogmatica” o “integralista” la posizione di chi è coerente coi propri
princìpi, quando questi princìpi sono diversi da quelli di chi si arroga il
diritto di sentenziare. In realtà, è storicamente rilevabile che le culture
dominanti si succedono mediante l'accettazione e il ripudio di “valori
primari”, che senza dimostrazione vengono accolti e senza confutazione vengono
abbandonati. Così, nella scena italiana di questo secolo si è potuto ammirare
il prevalere via via di una cultura positivista, di una cultura idealista, di
una cultura marxista, di una cultura radicale, tutte con la persuasione di
esser molto “critiche” e tutte ugualmente asseverative di “certezze iniziali”
ritenute indiscutibili e proposte come dogmi di fede, quasi potessero
appellarsí a qualche divina rivelazione, della quale noi profani non abbiamo
mai avuto notizia.
II
La Rivelazione ci dice che la
fede è una risposta, e può essere capita soltanto se è riferita all'íntervento
salvífico del Creatore nella nostra storia.
Credere è accoglimento del Dio
che ci vuole non solo destinatari ma anche interlocutori e in qualche modo
consorti; è accoglimento personale di un Dio che entra nella vicenda non con la
parzialità della creatura, ma con la totalità che è propria della divinità:
Dio, che è tutto, vuole una risposta integrale. Nella fede perciò tutto l'uomo ‑
ragione, volontà, sentimento, mentalità, cultura, vita ‑ si apre a
Cristo, il Signore crocifisso e risorto nel quale tutta la divina dinamica
della salvezza si compendia.
Quando accoglie Cristo e diventa
interlocutore del Dio che salva, l'uomo si trasforma integralmente. Si
trasfigura e si eleva la sua capacità di conoscere, dal momento che credere
vuol dire in definitiva vedere Dio, l'uomo, le cose, con gli occhi di Cristo.
Nasce nel credente, con la speranza, una nuova capacità di tendere
fiduciosamente alla pienezza di vita e di gioia. Gli è dato, secondo la parola
del profeta, un “cuore nuovo”, cioè un'altra e ben diversa facoltà di amare: di
amare il Padre, di amare i fratelli, di amare ogni creatura. Questa è la virtù
teologica della carità, che ci unisce e assimila al Signore Gesù, immagine viva
del Padre, archètipo di ogni uomo, somma di ogni bellezza e di ogni valore che
nella molteplicità delle cose si dispiega. L'uomo che crede è insomma un “uomo
nuovo”, secondo la parola di Paolo: “Se qualcuno è in Cristo, è una creazione nuova”
La fede, creando l'“uomo nuovo”,
pone le premesse di un mondo nuovo. L'“uomo nuovo” ovviamente è principio di un
comportamento nuovo e diverso in tutti i campi: nuovo si fa il suo modo di
esistere, di lavorare, di soffrire, di gioire, di associarsi, di attendere alla
umanizzazione della natura.
Già nell'ordine naturale l'uomo
non attua pienamente la sua umanità restando racchiuso nell'intimità della sua
coscienza; perciò anche la fede, che è atto dell'uomo totale, non può restare
confinata nel segreto dei cuori, ma irradia la sua novità in ogni angolo
dell'universo.
L'uomo nuovo tende per impulso
intrinseco e connaturale a costruire una società nuova, una nuova storia, una
nuova cultura.
Non si capirebbe adeguatamente né
la fede né l'“uomo nuovo” che ne consegue, se non si ricordasse che la “novità”
cristiana è certamente un evento personale, che ogni credente assimila in modo
proprio, ma al tempo stesso è principio e ragione di una compaginazione che dà
origine a un organismo.
Il credente, connettendosi
vitalmente con Cristo, si connette vitalmente anche coi suoi fratelli di fede.
Cosi nasce quello che Paolo con
immagine audace chiama il “corpo di Cristo”; cosi comincia a vivere e a operare
nella storia il mistero della Chiesa.
La risposta adeguata
allintervento salvifico di Dio è una Chiesa, cioè una umanità nuova. Ogni
interpretazione puramente individualistica del fatto cristiano lo tradisce in
uno dei suoi aspetti essenziali.
L'iniziativa divina si imbatte da
sempre nell'enigma della resistenza e del rifiuto. “E’ venuto in mezzo ai suoi,
e i suoi non l'hanno accolto”(10).
La fede convive con
l'incredulità; l'uomo vecchio e l'uomo nuovo coesistono anche dentro lo stesso
cuore; la “umanità nuova” non è mai tutta l'umanità; la Chiesa e il “mondo”
(nel senso negativo che il termine ha negli scrittori neotestamentari il più
delle volte) si fronteggiano e si combattono con alterna vicenda.
Il credente sa che Cristo ha già
vinto; ma sa anche che la piena manifestazione di questa vittoria sarà un dono
escatologico. Questo non lo scoraggia né lo disarma: per essere se stesso e
accogliere totalmente nella verità la salvezza di Dio, egli instancabilmente si
adopera a dar vita alla nuova società, alla nuova storia, alla nuova cultura.
Ma gli intenti pastorali che
muovono la nostra riflessione ci spingono a ricercare la concretezza degli
esempi operativi e delle proposte da offrire all'attenzione della comunità
cristiana. Basterà ripercorrere passo passo la rassegna semantica che ha
costituito la prima parte della nostra esposizione.
La fede cristiana, oltre a
donarci una “teologia antropologica”, fondata sulla rivelazione di Cristo uomo,
immagine perfetta di Dio, ci regala anche una “antropologia teologica”, che
ritrova nell'Uomo‑Dio l'archètipo di ogni reale umanità. Anzi, solo a
questo splendore di verità si illuminano pienamente la nostra condizione e il
nostro destino: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova luce il
mistero dell'uomo” (11).
Sicché è chiaro che l'autentica e
perfetta “coltivazione dell'uomo” è la “coltivazione cristiana dell'uomo”.
Dobbiamo tutti ricordare che, secondo la parola di Gesù, il primo e vero e
unico coltivatore dell'uomo è il Padre (cfr. Gv 15, 1): ogni altra “cultura” ‑
che non sia almeno oggettivamente e incoativamente espressione e avveramento di
quella del Padre ‑ rischia sempre di essere arbitraria e manipolante.
Anche la “coltivazione cristiana” si avvarrà, come ha sapientemente intuito la
conceziòne classica di cultura, del vero, del giusto, del bello. Anzi, questi
valori potranno e dovranno dal credente essere ricercati e assimilati per se
stessi, senza inutili sacralizzazioni, nella certezza che, quando sono autentici,
sempre essi di avvicinano e ci conformano a Cristo, che è la verità, la
giustizia, la misericordia, la bellezza, misteriosamente divenute figura e
realtà d'uomo attingíbile e viva.
Nei duemila anni della nostra storia,
molti contributi decisivi dati alla elevazione interiore dell'uomo e molti tra
i frutti più nobili e preziosi dello spirito in tutti i campi (letteratura,
arti figurative, musica, diritto, folklore ecc.) portano incancellabili in sé i
segni della loro origine dalla visione cristiana.
Questo è il nostro “tesoro di
famiglia”. Anche se indubbiamente, in quanto opera dell'uomo, è registrato
altresì nel patrimonio di tutta l'umanità, è pur vero che ciò che è nato dalla
fede appartiene in modo eminente e più intenso a coloro che condividono la
stessa concezione del mondo e la stessa esperienza di vita. Il problema per noi
è quello di ridivenire consapevoli della nostra ricchezza. I nostri “grandi”
devono tornare a essere veri e attuali maestri, e devono tornare a essere
“nostri”. 1 nostri capolavori devono costituire per noi il nutrimento
inesauribile dell'anima. La comunità cristiana deve riconquistare la coscienza
degli altissimi valori che, nel corso della sua lunga storia, sono originati
dal suo seno e restano perennemente vivi.
Va poi notato, a prevenire ogni
possibile equivoco e ogni tentazione di interiore grettezza, che dobbiamo
apprezzare e avvalorare come alimento dell'anima ogni rilevante fatto dello
spirito nel quale brilli qualche raggio di verità, di giustizia, di bellezza,
dovunque appaia e comunque si manifesti.
Nel pieno rispetto delle
concezioni immanenti e delle intenzioni esplicite di tutti gli autori, anche di
quelli che sono stranieri alla nostra fede, noi sappiamo e vogliamo sempre
ricordare che ogni verità, ogni giustizia, ogni bellezza ‑ in quanto
oggettivi riverberi della luce di Cristo, che è la somma di tutti i valori ‑
è sempre anche nostra, e può e deve armoniosamente confluire nell'autentica
cultura cristiana.
Nella nostra evasione dall'Egitto
del “mondo”, come già fecero gli ebrei nell'ora dell'esodo, possiamo e dobbiamo
portare con noi l'argento e l'oro degli egiziani
La “coltivazione cristiana
dell'uomo”, se non vuol restare soltanto un'astratta affermazione di principio,
deve avere i mezzi per il raggiungimento dei propri compiti.
Di fronte a uno Stato che sempre
più estesamente occupa gli spazi di vita e si impadronisce degli strumenti di
comunicazione e di socializzazione (in palese contrasto col “principio di
sussidiarietà”, che è uno dei cardini di una concezione sociale che voglia
fondarsi sulla libertà e sulla responsabilità della persona), questo argomento
è di eccezionale gravità, e andrebbe estesamente trattato.
Ci limitiamo ad alcune poche e
semplici osservazioni.
a) Non bisogna stancarsi di
affermare il dovere dello Stato di offrire a tutti i raggruppamenti di
cittadini (tra i quali c'è la comunità cristiana) la concreta possibilità di
educare i figli secondo le proprie fondamentali convinzioni. Chi ha dato la
vita, ha il diritto inalienabile di presiedere al suo sviluppo intellettuale e
morale. Lo Stato italiano è su questo punto inadempiente da sempre, soprattutto
per la sua legislazione scolastica pesantemente statalista.
b) Allo stesso modo, in una società
veramente libera che non aspiri a diventare un regime, il potere pubblico non
deve tanto imporre una propria cultura, quanto aiutare e favorire in tutte le
maniere le culture di tutte le libere aggregazioni.
c) Le comunità cristiane, pur nella
loro estrema povertà, devono darsi da fare per la sussistenza, la crescita,
l'affermazione della loro cultura, in tutti i modi che una fantasia stimolata
dalla fede è in grado di escogitare. Abbiamo nel mondo di oggi esempi eloquentissimi
di quanto possa essere fecondo uno spirito vivace e forte, anche quando è
tiranneggiato, umiliato e posto nelle condizioni più sfavorevoli. Valga per
tutti il fenomeno stupefacente del “samizdat” russo (12).
Una “cultura”
nel senso, per così dire, antropologico‑etnologico che s'è visto ‑
e cioè tutto il complesso degli elaborati umani ‑ va riconosciuta a ogni
raggruppamento di persone che è individuabile come tale. 1n essa trovano posto
le tradizioni, le costumanze, gli istituti, le forme di lavoro e di vita, il
folklore, i prodotti dell'ingegno e dell'abilità manuale, che una determinata
gente riconosce come proprio.
Esiste, intesa secondo questo
significato, una “cultura cristiana”? Evidentemente la risposta a questa
domanda dipende da una questione previa: esiste un popolo cristiano percepibile
e identificabile? O, che è lo stesso, esiste una “cristianità”?
Già da più di una trentina d'anni
la cristianità è stata proclamata defunta. E’ un fenomeno, si è detto, di
origine “costantiniana”, che ha raggiunto il suo culmine nel Medio Evo e che
nel nostro secolo si è del tutto esaurito.
Anzi, con l'affermazione della
sua estinzione storica si è accompagnata spesso la proclamazione della sua
illegittimità o almeno della sua inopportunità di principio. L'idea stessa di
“cristianità” sarebbe oggi improponibile e la Chiesa non dovrebbe mai mirare a
dare origine, mediante strutture caratteristiche, a una propria e specifica
socialità che la renderebbe un corpo estraneo nel mondo; essa deve solo
provocare e sostenere un impegno personale, lucidamente cosciente e del tutto
libero da condizionamenti esteriori. E si è parlato di “presenza molecolare”,
come della sola forma accettabile e augurabile di insediamento dei cristiani
nel sociale.
Mi sembra doveroso notare che questa concezione, che ha
del vero in ciò che afferma, non è sostenibile in ciò che rifiuta. E vero che
occorre formare delle forti personalità cristiane in grado di vivere totalmente
immerse nella società che di fatto oggi esiste; ed è vero che vi possono essere
dei cristiani che della “presenza molecolare” fanno un programma di vita,
purché mantengano acutissimo il senso della propria identità di credenti e
irriducibile la propria originalità di testimoni del Vangelo.) Ma non è vero
che questo sia l'unico modo augurabile di presenza né che sia condannabile il
tentativo di dar vita a una comunità cristiana anche sociologicamente
individuabile.
Almeno tre osservazioni ‑
di genere diverso ma tutte cospiranti a difendere l'idea di un popolo di Dio
percepibile come popolo, sia pure “sui generis” ‑ sono da opporre ai
denigratori cristiani della cristianità.
La prima è di indole storica.
L'aggregazione dei credenti secondo un modulo originale ed esteriormente
identificabile di convivenza intensa e operosa è un fatto che si accompagna a
tutta la storia ecclesiale fin dai primissimi tempi. La comunità di
Gerusalemme, come appare dagli Atti, e le comunità paoline, come si
intravvedono nelle lettere dell'Apostolo, sono senza dubbio vere e proprie
“cristianità”, anche se di minoranza: in esse i discepoli di Gesù vivevano
sotto molti aspetti “a parte” rispetto al resto dei loro connazionali e avevano
forme associative tipiche e inconfondibili.
Non c'è epoca nella quale la Chiesa
non abbia dato origine a una qualche sorta di “comunità” tra i suoi componenti.
C'è poi un rilievo di carattere
psicologico‑pastorale. L'uomo, in forza della sua stessa natura, tende
necessariamente a un'esistenza “sociale”. Ciò che non è socializzabile e non
diventa mai socializzato, a poco a poco perde di rilievo nella coscienza della
maggior parte dei singoli e alla fine si estingue.
Ci può essere forse qualche
intellettuale che si ritiene capace di una fedeltà ai suoi ideali che sia
puramente individuale, interiore, invisibile.
Ma gli uomini comuni per tener
deste le loro convinzioni le devono esprimere in qualche attuazione esteriore e
comunitaria, che si imponga all'attenzione anche degli altri.
Infine c'è una ragione teologica
decisiva.‑ La natura stessa dell'avvenimento cristiano esige che la
“comunione” ‑ che è personale, trascendente ed eterna ‑ aspiri
continuamente e instancabilmente a farsi “comunità”, cioè una realtà
collettiva, contingente, storicamente determinata. L'atto di fede chiede ‑
per intrinseco dinamismo ‑ di investire e trasformare tutto l'uomo in
tutte le sue dimensioni, personale, familiare, sociale.
In nessun momento della sua
vicenda la Chiesa può mancare di dare vita a una “cristianità”, secondo forme
che mutano nei tempi e nei luoghi, ma che non possono venire meno in assoluto.
Perciò il problema vero diventa quello di rinvenire la forma che meglio
conviene al nostro tempo (14).
La nostra “cristianità” potrà
anche essere di minoranza, diversamente da quella di qualche secolo fa, ma non
per questo deve essere meno vivace e meno fortemente caratterizzata. E non
potrà mai delinearsi come un evento privo di continuità nel tempo, senza
premesse e senza radici: essa sarà tanto più vitale ed “energica” quanto più
sarà avvalorata e ispirata non solo dai principi eterni del Vangelo ma anche
dalla continua memoria del suo passato.
Come si vede, il rilancio di una
“cultura cristíana” così intesa è condizionato dalla ravvivata consapevolezza
dell'esistenza di un “popolo cristiano”, con la sua storia, le sue
consuetudini,
le sue feste, le sue opere, le
sue multiformi manifestazioni (15).
Ritengo che, una volta chiarito
il termine secondo questa accezione, nessun credente possa contestare
l'esistenza e la necessità di una “cultura cristiana”, a meno di ridurre il
cristianesimo a pura esteriorità folkloristica o a fatto di coscienza, senza
alcuna risonanza oltre la vita segreta dell'individuo.
Piuttosto il discepolo di Gesù
dovrà prepararsi in questo campo ai conflitti e agli scontri.
Potrà talvolta rallegrarsi di
concordanze inattese con chi non crede, nell'esaltazione di qualche valore. Ma
più frequentemente dovrà registrare ‑ senza stupore e senza panico ‑
le più stridenti dissonanze. E’ molto difficile che convergano sulla stessa
scala di valori coloro che affermano e coloro che negano un disegno divino
all'origine delle cose; coloro che affermano e coloro che negano una vita
eterna oltre la soglia della morte; coloro che affermano e coloro che negano
l'esistenza di un mondo invisibile, di là dalla scena variopinta e labile di
ciò che appare; coloro che credono e coloro che non credono nel Signore Gesù,
crocifisso e risorto, Figlio unico e vero del Dio vivente, Salvatore
dell'universo. Le comunità cristiane devono affrontare a occhi aperti, con
serenità e con vigore di spirito, le inevitabili tensioni tra le diverse
“culture” che di fatto convivono nell'ambito di una società pluralistica.
Noi non dobbiamo e non vogliamo
imporre a nessuno né con la forza né con l'astuzia la nostra “cultura”, cioè la
nostra gerarchia di valori. Ma non possiamo e non vogliamo tollerare che
l'imposizione, con la forza o con l'astuzia, di una “cultura” estranea ci
snaturi e ci impedisca di esistere e crescere come popolo di Dio, redento dal
sangue di Cristo, secondo la visione della vita che noi liberamente e
razionalmente accogliamo nell'atto di fede.
In altre parole: il rapporto fede‑cultura
non è estrinseco, legato alle circostanze storiche, variabile a seconda dei
casi, ma è intrinseco, essenziale, in qualche modo trascendentale.
La fede, restando fede, deve
farsi cultura: lo deve a se stessa, alla radícalità e alla totalità del
rinnovamento che essa introduce nell'uomo e quindi nell'universo.
Essa non sopprime, non mortifica,
non trascura nessuno dei valori autentici che trova al suo dispiegarsi nella
storia e nel' mondo; ma tutti li assume, h purifica, li esalta, li trasfigura
in una “cultura” che è nuova e diversa, che sempre si rifonda e si arricchisce,
mantenendo la sua tipicità e la sua irriducibilità: li assume, li purifica, li
esalta, li trasfigura nella “cultura cristiana”.
(1) GIOVANNI PAOLO II, Ai vescovi
lombardi in visita “ad limina apostolorum”, 15 gennaio 1982.
La conoscenza della “chiave”
esatta di comprensione dell'universo concretamente esistente ci consentirà, di
ogni rilevante fatto dello spirito, una lettura più compiuta e più penetrante
di quanto non sia stata possibile in chi ne è stato il principio. Possiamo
cogliere la “verità” delle opere di Aristotele e di Platone più di Aristotele e
di Platone; possiamo percepire la bellezza trascendente dell'Antigone o delle Bucolicke
più di Sofocle e di Virgilio; possiamo accedere agli ideali di giustizia e di
solidarietà umana espressi nelle varie dichiarazioni costituzionali fino a una
profondirà ignota agli stessi estensori.
E in sostanza la valorizzazione
della “intentio profundior” degli autori, di cui parlava già Tommaso d'Aquino.
Se per “cristianità” si intende
la perfetta coestensione (che, ovviamente, non vuol dire coincidenza) della
Chiesa con la società civile, allora è giusto dire che oggi non esiste più: a
differenza di altre epoche, in cui praticamente tutti i cittadini si
riconoscevano appartenenti anche all'organismo ecclesiale, oggi solo una parte
si attribuisce tale appartenenza.
Se invece il vocabolo designa la
traduzione sociale ed esteriormente percepibile del mistero ecclesiale, allora
la cristianità è un valore di sempre e va concettualmente difeso, anche se non
in ogni epoca e in ogni luogo è un fenomeno “di maggioranza”.
Quanto al “sale”: non si può
ricordare l'immagine del “sale” del versetto 13 e passare sotto silenzio quella
della “città collocata sopra un monte” del versetto 14; ma soprattutto è
evidente che Gesù cita l'immagine del sale per insegnarci non come si debba
essere presenti nel mondo, ma quanto sia necessario conservare la propria
identità, se si vuol davvero giovare al mondo: il sale che ha perso la sua
natura di sale “a null'altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli
uomini”.
Quanto a
Diogneto: è da notare che il paragone dell'anima e del corpo non va letto alla
luce dell'antropologia tomista (prevalente nei Teologi del secolo ventesimo),
ma entro la prospettiva platonica (propria dell'autore), che vede l'anima come
una entità a sé, prigioniera del corpo e in lotta perpetua col suo carceriere
(come esplicitamente ricorda il testo, VI 5). Vi si dice senza dubbio che i
cristiani in ogni nazione sono in patria (e perciò non hanno una patria
geograficamente identificabile, V 5); ma vi si dice anche che presso ogni
popolo sono un corpo estraneo (e perciò non perdono l'identità della loro
specifica aggregazione). Sono dunque una “politèia” (società) sì “paràdoxos”
(insolita, strana, sorprendente), ma sempre “politèia”, inconfondibile e
inassimilabile (V, 4).
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