Contro Theilard (10 di 16)

Il Magistero contestato, il dissenso...

R. Th. Calmel o. p., «Risposta al Teilhardismo»: Ma qual è la conseguenza che deriva dall\’averci «dato degli spiragli su una vita più divina», o piuttosto (poiché questa espressione è più esatta) qual è la conseguenza che nasce dal fatto di aver innalzato i peccatori, quali noi siamo, allo stato soprannaturale? Non è forse di averci obbligati, anche quando ci occupiamo di cose terrene, a farlo in modo diverso che se fossimo stati abbandonati al nostro peccato?

R. Th. Calmel o. p.
«Risposta al Teilhardismo»

Ma riprendiamo le Lettere alla cugina. «È un obbligo fondamentale per l\’uomo trarre da sé e dalla terra tutto ciò che possono dare… Aprendoci degli spiragli su una vita più divina, non posso credere che Dio ci abbia dispensati dal perseguire, anche sul piano naturale, l\’opera della creazione» (8-9-1916, p. 161). Ma qual è la conseguenza che deriva dall\’averci «dato degli spiragli su una vita più divina», o piuttosto (poiché questa espressione è più esatta) qual è la conseguenza che nasce dal fatto di aver innalzato i peccatori, quali noi siamo, allo stato soprannaturale? Non è forse di averci obbligati, anche quando ci occupiamo di cose terrene, a farlo in modo diverso che se fossimo stati abbandonati al nostro peccato? Senza dubbio il fatto di essere stati battezzati non ci rende certo meno abili come tecnici, né più mediocri come poeti, né agricoltori arretrati. Solo la nostra attitudine morale sarà completamente diversa, non soltanto all\’interno, ma anche spesso al di fuori; e ricercheremo. così sul piano sociale (ciò di cui il P. Teilhard non ha la più lontana idea) uno statuto giuridico conforme al diritto naturale e alla nostra vocazione di figli di Dio. Avremo cura di non dimenticare il precetto del Signore alla prima coppia: dominate la terra e sottomettetela, perché questo precetto non è stato revocato dal peccato originale e dalla redenzione. Ma ci ricorderemo soprattutto della forma sorprendente che ha rivestito ora questo precetto e che non si supponeva alla fine del sesto giorno della Creazione; una forma così nuova come la redenzione della croce: dominate la terra e sottomettetela cercando però prima il Regno di Dio e la sua giustizia; e quando vi occuperete del nutrimento, dei vestiti, del progresso tecnico, non fate come i pagani; infatti cosa serve all\’uomo guadagnare l\’universo se perde la sua anima? Certamente Dio non ci ha «dispensati dal perseguire, anche nel suo piano naturale, l\’opera della Creazione». Ci ha altresì insegnato che dobbiamo perseguire questa opera per amore di Lui, non per nostra esaltazione (sia pure collettiva), conformandoci alla sua legge, odiando il peccato, rifiutando di accogliere gli inviti dalla volontà di potenza; ciò ci impone di lasciare «intentate» molte vie.
Teilhard non ha fatto distinzione fra i due tipi di dominio della terra: fra quello degli «adoratori dell\’universo» e quello degli adoratori del vero Dio, fedeli alla sua legge, nel Cristo crocifisso. Che può valere quindi un augurio come questo (17-2-1917, p. 239): «Possiamo noi diventare legione a concepire il Cristo sotto questa forma immediata, pratica e palpabile di Motore del Mondo». Questo modo di concepire il Cristo sarebbe vero solo apportando delle precisazioni a cui si oppone il sistema teilhardiano, nella sua tensione più profonda. Senza dubbio la regalità sociale di Gesù Cristo, la sua reggenza sulla città terrena e la civiltà è affermata dalla nostra fede, ardentemente desiderata dal nostro amore. In questo senso e malgrado la stranezza dell\’espressione, si può dire che il Cristo deve essere «Motore del Mondo». Ma la regalità del Cristo nel sociale e nel temporale è una conseguenza: prima di tutto Egli è redentore dal peccato, salvatore delle anime nella sua Chiesa. Inoltre questa regalità presuppone la distinzione fra le cose di Dio e le cose di Cesare, esclude l\’identificazione (non dico la correlazione) tra la città di Cesare e il Corpo mistico; d\’altronde questa regalità del Cristo nel sociale non si realizza che per la conversione interiore e la fedeltà alle leggi oggettive del diritto naturale cristiano; infine questa regalità resta sempre imperfetta, sempre contrastata all\’interno per l\’imperfezione dei fedeli, sempre combattuta al di fuori degli organismi dell\’anti-Chiesa. Sono quattro precisazioni tradizionali, che non hanno nulla di molto sottile, ma che Teilhard misconosce completamente e non può non misconoscere; non sa infatti distinguere tra l\’ordine della natura e quello della grazia, tra la città di Cesare e il Corpo mistico; d\’altronde con la sua teoria dell\’evoluzione universale, demolisce la nozione di una natura umana consistente, retta dalle leggi obiettive. Infine il Cristo re nel temporale o, se proprio volete, il «Cristo Motore del Mondo», il Cristo che deve estendere il suo impero su «la terra in costruzione» non è lo stesso in Teilhard e nel Credo.
Ecco un testo fra tanti altri: «Dopo la scoperta contemporanea delle grandi unità e delle vaste energie cosmiche un significato nuovo, più soddisfacente, comincia a delinearsi per le parole antiche (relative alla Incarnazione)… Non arriverò a dire che questa scoperta religiosa sia ancora cosciente di se stessa… Ma qualunque sia la formula che si mantiene ancora, la trasformazione di cui parlo è già fatta nelle parti più vive dell\’organismo cristiano. Sotto un pessimismo, un individualismo, un legismo di superficie, il Cristo-Re di oggi è già adorato dai suoi fedeli come il Dio del Progresso e dell\’Evoluzione» (L\’énergie humaine, éd. du Seuil, Paris, p. 113).
No, P. Teilhard.
Ieri, oggi, sempre il Cristo è adorato dai suoi fedeli (ed era adorato da lei stesso senza dubbio, qualunque fosse il suo sistema) come l\’Agnello di Dio che toglie i peccati del Mondo (anche se lei vede qui del pessimismo); come il Buon Pastore che conosce le sue pecorelle ciascuna per nome (anche se lei vede qui dell\’individualismo); come il Maestro divino che ci ha rivelato una Legge precisa, oggettiva, assoluta (anche se lei vede qui del legismo). Quanto alla sua Evoluzione è un disordine, una confusione degli ordini, un misconoscere la grazia, il peccato, il diritto naturale; ci è dunque impossibile adorare il Cristo-Re come «il Dio dell\’Evoluzione».
Diremo, per riprendere l\’augurio del P. Teilhard: «Possiamo noi essere legione nella fede in Gesù Cristo quale la Chiesa ce lo presenta: redentore del peccato con la sua croce; partendo da qui comprenderemo e faremo comprendere che la sua regalità, che non viene da questo mondo, si estende alle cose di questo mondo, comprese quelle tecniche, e in quale maniera». La nostra aspirazione all\’espansione del regno del Cristo si sviluppa nella fede; accettiamo il Cristo come la Chiesa ce lo ha sempre annunciato. L\’aspirazione del P. Teilhard di «render grande il Cristo più di ogni cosa» (Lettera del 18-8-1950) comincia con lo strappare il Cristo dal suo ordine specifico che è quello della redenzione, confondendo il suo Regno con non so quale spinta verso una super-organizzazione sociale-evolutiva, in direzione dell\’ultra-umano.
Come questo gesuita ha ingarbugliato e falsato, invece di chiarire e dirigere, questo movimento della grazia, nel profondo del cuore cristiano, che ci invita a darci a Dio con i talenti e le ricchezze naturali, così ugualmente ha ingarbugliato e falsato un altro movimento non meno profondo, venuto anch\’esso dalla grazia: favorire la regalità del Signore sulla nostra epoca tecnica. Come sarà possibile ciò se lui stesso non libererà per prima cosa il nostro secolo dai suoi idoli, dalla sua ambizione prometeica, dalla sua pretesa all\’auto-sufficienza grazie alla organizzazione collettiva?
Anche noi siamo in comunione con il mondo moderno, vogliamo che ritorni a Gesù-Cristo; ma proprio per questo cerchiamo di distoglierlo dal messaggio del P. Teilhard. «Se è innegabile, diceva il commentatore anonimo del Monitum romano, che il nostro secolo ha un grande bisogno di testimoni del Cristo, non pensiamo che debbano ispirarsi al sistema scientifico-religioso di Teilhard».
Si parla frequentemente di prometeismo, di tentazione prometeica a proposito dello sviluppo tecnico. Teilhard non intravede neppure la possibilità di questa tentazione. Per lui è impensabile, perché il suo sistema fa convergere obbligatoriamente progresso scientifico e «cristificazione»; la spinta delle scoperte prende infallibilmente la direzione del «punto Omega». Ecco ciò che dice il suo sistema. Il linguaggio della realtà sembra abbastanza diverso: constatiamo ogni giorno che, agli occhi di molti, la Scienza tende a sostituire Dio; o meglio, per un gran numero, Dio si identificherebbe con una umanità che avanza vittoriosamente verso la pianificazione totalitaria. Ben lungi dallo spingere all\’adorazione, la ricerca e le scoperte svegliano in un gran numero di persone i sogni di un orgoglio insensato, di un messianismo diabolico.
Quando tanti cristiani sono presi da stupore (e raddoppiano le preghiere) davanti a questa ondata formidabile di orgoglio nuovo che si nutre della potenza sempre in aumento dell\’intelligenza dell\’uomo sulla materia, sulla vita, sulla psicologia umana, il Padre Teilhard non prova alcuna inquietudine. Non vi è posto nel suo cuore, o piuttosto nei suoi sogni sistematizzati, che per un entusiasmo senza misura. Questo accecamento di un sacerdote riguardo a una delle tentazioni maggiori dell\’uomo moderno, proclamazione dell\’autosufficienza della terra grazie al progresso tecnico, ci dà l\’impressione di un\’infermità mostruosa. Ma questa tentazione non può nemmeno essere concepita nel sistema teilhardiano; infatti «la ricerca» come «la tecnica» sono decretate obbligatoriamente sacrosante. Come potrebbero diventare occasione d\’orgoglio, far nascere nel cuore dell\’uomo la tentazione del prometeismo? Ascoltate piuttosto i vaticini del P. Teilhard su «l\’eco spirituale della bomba atomica» (in l\’Avenir de l\’homme, p. 186, ed. du Seuil, Paris): «poiché un vero obiettivo ci appare, un obiettivo che possiamo raggiungere solo sostenendoci tutti insieme in uno sforzo comune, le nostre attività non possono in avvenire che avvicinarsi, e convergere in un\’atmosfera di simpatia… L\’era atomica, era non di distruzione, ma dell\’unione nella ricerca… Le recenti esplosioni di Bikini segneranno la venuta al mondo di un\’umanità interiormente ed esteriormente pacificata». Queste divagazioni fantastiche erano contenute già in germe nelle lettere di guerra; già «la ricerca» appariva come l\’equivalente della conversione e altrove possiamo leggere questa attestazione inaudita: «l\’avvenire è più bello di tutti i passati. È questa la mia fede, lo sai» (5-9-1919, p. 401).
Bisogna essersi resi schiavi dello spirito del sistema al punto in cui lo era divenuto il P. Teilhard per dissertare sui rapporti tra l\’unione al Cristo e il progresso tecnico come se la convergenza dovesse necessariamente realizzarsi. «Tutto ciò che sale converge» proclama il famoso motto del Padre contro l\’esperienza più quotidiana: infatti ogni giorno ci accorgiamo che la libertà umana in molti casi si oppone alla convergenza del progresso materiale verso la fedeltà a Dio; constatiamo continuamente che molte cose che salgono da un punto di vista tecnico, ben lungi dal convergere verso Cristo, divergono verso Satana. (Pensate per esempio alle moderne tecniche d\’informazione e a ciò che diventano nelle mani di questo o quell\’altro tiranno). Si può comprendere l\’illusione del Padre se non si crede al peccato in generale, né in particolare al peccato del mondo degli scienziati e degli organizzatori, e alla combutta tenebrosa dei loro finanziatori.
Un irrealismo spinto fino a tal punto non avrebbe attirato la nostra attenzione. Ma purtroppo impressiona, svia alcuni fedeli; bisognava dunque parlare. A coloro che sentono qualche attrazione per il teilhardismo diremo per prima cosa di ritornare in se stessi, di ricordarsi delle tentazioni, del peccato, della grazia del Cristo. Pensano forse che l\’organizzazione tecnica del pianeta e la «costruzione della terra» potranno cambiare tutto ciò? Il cambiamento appartiene a un altro ordine. Certamente, di per se stesso il progresso materiale non si oppone alla vita del Cristo: non può tuttavia accordarvisi senza una rude conversione.
Solo noi sappiamo che una rude offensiva
Ci aprirà la porta e il ponte del fossato.
L\’ho ricordato, evidentemente non per rifiutare il progresso materiale, ma per far desiderare la conversione, di modo che nell\’uso dei beni terreni, anche e soprattutto nell\’età della tecnica, cerchiamo in primo luogo il Regno di Dio e la fedeltà alla sua legge, nel Cristo nostro Redentore.

 

* * *

So bene che la risposta al P. Teilhard, per essere completa, dovrebbe investire i problemi contemporanei, che sono reali. Ma sono ugualmente sicuro che ogni risposta, per essere solida, deve iniziare richiamando le verità essenziali che dominano i problemi contemporanei, e che sono più che mai dimenticate se non addirittura derise. Questo richiamo non è che una parte del lavoro che ci è richiesto, ma è assolutamente necessario; senza di esso non si risponde a colui che sbaglia, ma piuttosto ci si nuoce a vicenda. Se per esempio la Mater et Magistra apporta una soluzione ammirevole ai problemi d\’attualità nella vita economica e sociale, questo accade senza dubbio perché il Sovrano Pontefice ha colto questi problemi ma nello stesso tempo, e più ancora, perché è rimasto fedele ai principi eterni (e li ha saputi applicare a una materia completamente nuova): principio del diritto di proprietà privata; principio delle libertà e delle autonomie dei corpi intermedi; principio del rifiuto dello statalismo.
Ebbene dunque, dal momento in cui si tenta di riflettere, come ha fatto il P. Teilhard, sull\’uomo (i titoli significativi del P. Teilhard: Le phénomène humain; L\’apparition de l\’homme; L\’avenir de l\’homme; Le milieu divin; tutte nell\’éd. du Seuil, Paris; Le groupe zoologique humain; ed. Albin Michel) e sul posto che occupa nell\’universo, bisogna sempre tenere presenti tre verità prime che guidano tutto, che gli sono sfuggite nonostante le sue eccellenti intenzioni.
In primo luogo l\’essere è gerarchizzato; non si riconduce a un\’unica sostanza, infinitamente enorme e malleabile, nella quale le altre sostanze sarebbero inizialmente contenute e nascoste e da cui finirebbero per uscire, per «emergere», posto che vi sia tempo (cfr. ad es.: «L\’uomo è emerso da un brancolamento generale della terra. È nato in linea diretta da uno sforzo totale della vita», Le Phénomène humain, p. 209). È vero, ed è merito del P. Teilhard averlo messo in rilievo, che col tempo gli esseri apparsi erano nell\’insieme più perfetti. Ma non è il tempo ad esserne la causa.
Lo spirito non è già rinchiuso nella materia o nella vita sensibile; l\’unione con Dio come tale non è già presente nel lavoro dello Spirito né nel suo sforzo per ordinare l\’universo. Fra questi tre livelli dell\’essere: la vita – lo spirito e la libertà – la grazia divina – esistono delle separazioni abissali. Certo, queste separazioni sono state superate: se vi è una natura umana è perché lo spirito è stato congiunto al corpo; allo stesso modo che, a un grado superiore, lo spirito e la libertà sono stati toccati e penetrati dalla grazia divina. La separazione è stata superata, il passaggio è stato realizzato non dalla forza del grado inferiore, ma dall\’intervento dell\’Onnipotente, assolutamente libero e gratuito. La vita di per se stessa non si è evoluta in spirito; lo spirito non si è evoluto di per se stesso in grazia; non è lo sforzo perseverante dell\’inferiore né il suo desiderio prolungato che ha prodotto il superiore; è Dio stesso che nella sua misericordia e nella sua onnipotenza ha voluto far discendere lo spirito in una materia sufficientemente preparata, far discendere la grazia nel cuore della libertà (immaginare il contrario, immaginare che, da solo e in un certo periodo di tempo, il meno arrivi a produrre il più: sarebbe misconoscere i principi di causalità e di ragion sufficiente e attaccare la struttura stessa dello spirito).
Si sa in quali termini, in quale linguaggio Pascal ha espresso questa verità elementare della distinzione degli ordini. «La distanza infinita dei corpi dagli spiriti raffigura la distanza infinitamente più infinita degli spiriti dalla carità, poiché è soprannaturale… La grandezza della sapienza, che è nulla se non è di Dio, è invisibile ai carnali e agli spirituali. Vi sono tre ordini diversi di genere… Gesù Cristo senza beni e senza alcuna produzione al di fuori della sapienza, è nel suo ordine di salvezza. Non ha dato alcuna invenzione, non ha regnato, ma è stato umile, paziente, santo, santo in Dio, terribile per i demoni, senza alcun peccato. Egli è venuto in gran pompa e con una prodigiosa magnificenza agli occhi del cuore che vedono la sapienza… Sarebbe stato inutile per Nostro Signore Gesù Cristo, per risplendere nel suo regno di salvezza, di venire come re; ma è venuto nello splendore del suo ordine. E\’ molto ridicolo scandalizzarsi della bassezza di Gesù Cristo, come se questa bassezza fosse dello stesso ordine di cui è la grandezza che stava per rivelarsi. Si consideri questa grandezza nella sua vita, nella sua passione, nella sua oscurità, nella sua morte, nella scelta dei suoi, nel loro abbandono, nella sua segreta risurrezione e in tutto il resto: la si vedrà così grande che non vi sarà più motivo di scandalizzarsi di una bassezza che non c\’è. Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi reami, non valgono il più piccolo degli spiriti; poiché egli conosce tutto ciò e se stesso; e i corpi nulla. Tutti i corpi insieme e tutti gli spiriti insieme, e tutti i loro frutti non valgono il più piccolo moto di carità. Questo è un ordine infinitamente più alto. Da tutti i corpi insieme non si saprebbe far uscire un piccolo pensiero; questo è impossibile e di un altro ordine. Da tutti i corpi e gli spiriti non si saprebbe cavare un moto di vera carità, questo è impossibile e di un altro ordine, soprannaturale» (Pensées di Pascal, n. 793).
Ammirabile per tanti aspetti, questo famoso pensiero lo è particolarmente in quanto descrive un ordine della carità cristiana, che d\’altra parte è la sola che esista. Ma l\’ordine della carità cristiana è inseparabile dall\’umiliazione, dall\’abbassamento, dalla pena. Secondo una formula giustissima (Mons. Journet in particolare nelle sue Entretiens sur la Grace, Desclée de B., Paris, 1959), nell\’ordine della carità cristiana, la sofferenza e la morte, la lotta contro la nostra brama personale e contro gli scandali del mondo «non sono eliminate, ma solo illuminate».
Il pensiero di Pascal non dice tutto; particolarmente non dice che l\’ordine della carità tende di per se stesso a penetrare e a purificare l\’ordine degli spiriti e dei corpi; che la sapienza «che è nulla se non è di Dio» chiede di informare «la grandezza dei re, dei capi e degli uomini dello spirito», in una parola, a far nascere una cristianità. L\’idea di cristianità è estranea a Pascal. Ma infine, prima di dire che la grazia chiede di penetrare tutto, e dunque di purificare e di elevare tutto (cosa che non è possibile senza partecipazione alla croce), bisogna cominciare col dire che cos\’è la grazia, con il situarla al suo livello, che è interamente trascendente e proprio di Dio, poiché è una partecipazione alla natura divina, in ciò che essa ha di riservato: la bontà delle tre persone (Si può vedere in Degrés du Savoir, di Maritain, pp. 506, 507, un approfondimento teologico di questo pensiero di Pascal).