Compendio di teologia ascetica e mistica (20)

Teologia: fondamentale, ascetica...

…LIBRO II. La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti. INTRODUZIONE. Chi sono coloro ai quali conviene la via illuminativa. Programma da seguire nella via illuminativa. Due categorie di anime proficienti. Divisione del secondo libro….

PARTE SECONDA


LIBRO II


La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti.


961. Purificata l’anima dai passati peccati con lunga e laboriosa penitenza proporzionata al loro numero e alla loro gravità; rassodatasi nella virtù con la pratica della meditazione, della mortificazione e della resistenza alle inclinazioni cattive e alle tentazioni, si entra nella via illuminativa. E’ chiamata così perché consiste principalmente nell’imitare Nostro Signore con la pratica positiva delle virtù cristiane; ora Gesù è la luce del mondo e chi lo segue non cammina nelle tenebre: “Qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitae”[1].


 


INTRODUZIONE


Prima di descrivere le virtù che devono praticarsi dalle anime proficienti, dobbiamo chiarire tre questioni preliminari: 1) chi sono coloro ai quali si conviene la via illuminativa; 2) qual è il programma da seguire in questa via; 3) qual è la differenza tra le anime pie e le anime fervorose che camminano per questa via.


 


I. Chi sono coloro ai quali conviene la via illuminativa.


962. S. Teresa descrive così gli abitanti della terza mansione[2], vale a dire le anime proficienti: “Hanno gran desiderio di non offendere la divina Maestà; schivano anche i peccati veniali; amano la penitenza; hanno le loro ore di raccoglimento; impiegano utilmente il tempo; si esercitano in opere di carità verso il prossimo. Tutto è ben regolato in loro: le parole, le vesti, il governo della casa, quelle che ne hanno”.


Da questa descrizione si possono dedurre le seguenti conclusioni.


963. 1° Poiché la via illuminativa consiste nell’imitazione di Nostro Signore, per entrarvi bisogna adempiere queste tre condizioni, che ci rendono capaci di seguire il divino Maestro con la pratica della virtù di cui ci ha dato l’esempio.


A) Bisogna aver già acquistato una certa purità di cuore per poter aspirare senza troppa temerità a quell’unione abituale con Nostro Signore che è supposta dall’imitazione delle sue virtù: finché l’anima è esposta a cadere ogni tanto nel peccato mortale deve anzitutto lottare energicamente contro le occasioni di peccato, le  cattive tendenze della natura e le tentazioni; solo superate queste difficoltà potrà utilmente occuparsi della parte positiva delle virtù. Bisogna pure che abbia in orrore il peccato veniale deliberato e che si studi di schivarlo.


B) Bisogna pure che l’anima abbia mortificato le sue passioni. Infatti, per seguire Nostro Signore, occorre rinunziare non solo al peccato mortale ma ancora al peccato veniale deliberato, specialmente a quello che si commette frequentemente e a cui si ha affetto. Ora, solo lottando valorosamente contro le passioni e i vizi capitali si arriva a quella signoria di sé che rende capaci di praticare le virtù nella loro parte positiva e di accostarsi così gradatamente al divino Modello. Allora infatti si può avere una vita ben regolata, momenti di raccoglimento, e impiegare il tempo nell’adempimento dei doveri del proprio stato.


964. C) Infine è necessario avere con la meditazione acquistato convinzioni profonde su tutte le grandi verità, a fine di poter dare nell’orazione maggior tempo ai pii affetti e alla preghiera propriamente detta. Infatti con questi affetti e con la domanda attiriamo in noi le virtù di Nostro Signore e riusciamo a praticarle senza troppa difficoltà.


Si riconoscono quindi i proficienti a questi principali due segni: 1) sentono grande difficoltà a fare orazione Puramente discorsiva perché l’attrazione dello Spirito Santo li porta ad associare ai ragionamenti molti affetti; 2) hanno desiderio ardente ed abituale di unirsi a Nostro Signore, di conoscerlo, di amarlo, di imitarlo.


965. 2° Da quanto abbia detto derivano le principali differenze fra le due vie, purgativa ed illuminativa.


A) Lo scopo così per l’una come per l’altra è pur sempre lo sforzo e la lotta; ma gl’incipienti lottano contro il peccato e le sue cause, mentre le anime proficienti lottano per ornar l’anima con l’acquisto delle virtù di Nostro Signore. Non vi è però opposizione tra queste due direzioni; l’una prepara l’altra: distaccandosi dal peccato e dalle sue cause, si praticano già le virtù nel primo loro grado, che è soprattutto negativo; le virtù positive poi, che si praticano nella via illuminativa, perfezionano il distacco da se stessi e dalle creature; nel primo caso si, insiste sul lato negativo, nel secondo sul lato positivo della virtù due cose che si integrano a vicenda. Non si cessa quindi nella via illuminativa dal far penitenza e dal mortificarsi, ma si fa coll’intento di unirsi meglio e meglio rassomigliare a Nostro Signore.


B) I mezzi, pur restando sostanzialmente gli stessi, differiscono nel modo onde sono adoperati: la meditazione, che era discorsiva, diventa affettiva; il pensiero che si fissava abitualmente su Dio, si concentra di più su Nostro Signore, bramoso di conoscerlo, amarlo, imitarlo: Gesù diventa veramente il centro della nostra vita.


 


II Programma da seguire nella via illuminativa.


966. Questo programma deriva da quanto abbiamo detto.


1° Il fine diretto è di conformarci a Nostro Signore in modo da far di lui il centro della nostra vita.


A) Ne facciamo il centro dei nostri pensieri. Ci dilettiamo di studiarne la vita e i misteri; il Vangelo ha per noi nuove grazie: lo leggiamo lentamente, affettuosamente, rilevando i minimi particolari della vita del Salvatore e soprattutto le sue virtù. Vi troviamo argomenti di meditazione inesauribili, dilettandoci in meditarne le parole, minutamente analizzarle e applicarle a noi. Quando vogliamo praticare una virtù, la studiamo innanzitutto in Gesù, richiamandocene gli insegnamenti e gli esempi, in questi trovando il motivo più potente per ricopiarne in noi le disposizioni e le virtù. Gesù è pure il centro dei nostri pensieri nella santa Messa e nella Comunione: le preghiere liturgiche sono per noi ottimo mezzo di studiarlo. Ci studiamo infine con pie letture di conoscere meglio l’insegnamento di Nostro Signore, soprattutto la sua dottrina spirituale, Gesù cercando nei libri: Jesum quaerens in libris.


967. B) Questa conoscenza conduce all’amore, onde Gesù diventa il centro dei nostri affetti. a) Come infatti si potrebbe studiar quotidianamente Colui che è la stessa bellezza e la stessa bontà, senza sentirsi presi d’ amore per lui? “Dacché conobbi Gesù Cristo, diceva Lacordaire, nulla mi parve più abbastanza bello da guardarlo con concupiscenza”. Se gli Apostoli sul Tabor, vedendo l’umanità di Nostro Signore trasfigurata, furono talmente rapiti d’ammirazione e d’amore da gridare: “E’ bene per noi il rimanercene qui, bonum est nos hic esse”[3], quanto più siamo rapiti noi di fronte alla divina bellezza che rifulge in Gesù risuscitato?


b) E come non amarlo, meditando spesso l’amore di cui ci diede e non cessa di darci prova nell’Incarnazione, nella Redenzione e nell’Eucaristia? S. Tommaso compendiò, in una strofa mirabilmente concisa, i grandi benefici del Salvatore verso di noi


Se nascens dedit socium,


Convescens in edulium,


Se moriens in pretium,


Se regnans dat in praemium[4].


 


Il giorno che nacque si fece nostro compagno di via, nostro amico, nostro fratello, e non ci lascia mai soli. Istituendo l’Eucaristia, diventa nostro cibo e col suo corpo, col suo sangue, con la sua anima, con la sua divinità, sazia le anime nostre affamate e sitibonde di lui. Morendo sulla croce, sborsa il prezzo del nostro riscatto, ci libera dalla schiavitù del peccato, ci rende la vita spirituale e ci dà la maggior prova d’amore che si possa dare agli amici. Finalmente in paradiso ci dà se stesso in ricompensa, lassù lo possediamo per tutta l’eternità e la nostra felicità si confonde quindi innanzi con la sua gloria. Non potremo dunque essere mai abbastanza riconoscenti alla infinita sua bontà né amarlo mai abbastanza.


968. C) Ora l’amore conduce all’imitazione. Appunto perché si è attratti verso l’amico dalla stima che si ha delle sue virtù, si desidera di ricopiare in sé queste medesime virtù, onde fare con lui un sol cuore e un’anima sola. Si sente infatti che, a rendere quest’unione intima e profonda, bisogna fondarla sulla comunione dei pensieri, dei sentimenti, delle virtù dell’amico; si imita istintivamente ciò che si ama. Onde Gesù diventa il centro delle nostre azioni e dell’intiera nostra vita. Pregando, attiriamo in noi Nostro Signore col suo spirito di religione, per glorificar Dio e chiedere efficacemente le grazie di cui abbiamo bisogno. Lavorando, ci uniamo al divino operaio di Nazareth per attendere come lui alla gloria di Dio e alla salute delle anime. Volendo acquistare una virtù, attiriamo in noi Gesù modello perfetto di tale virtù e ci sforziamo di praticarla con lui. Perfino le ricreazioni si fanno in, unione con lui e nel suo spirito, onde lavorare poi meglio a gloria di Dio e a vantaggio della Chiesa.


969. 2° Ma per ottener questo fine, occorrono dei mezzi, e questi mezzi saranno, oltre la preghiera e l’orazione affettiva, lo sforzo costante di praticar le virtù cristiane che ci fanno meglio conoscere, amare e imitare Nostro Signore, vale a dire le virtù teologali e le virtù morali. Si mira alla virtù soda, fondata non su emozioni ma su convinzioni profonde.


A) La pratica di queste virtù corre parallela, nel senso che uno non si può esercitare nelle virtù morali senza esercitarsi pure nelle virtù teologali e viceversa. Non si può coltivar la prudenza cristiana, senza essere nello stesso tempo guidati dai lumi della fede, sorretti dalla speranza e stimolati dall’amor di Dio; parimenti la fede e la speranza suppongono la prudenza, la fortezza e la temperanza; e così si dica delle altre virtù.


Vi sono però virtù che convengono meglio a questa o a quella classe di persone che si esercitano nella via illuminativa. Così coloro che entrano in questa via insistono di più su certe virtù morali, di cui sentono maggior bisogno per trionfare della sensualità o della superbia. Più tardi, dominati questi vizi, uno si applicherà più specialmente alle virtù teologali, che più direttamente ci uniscono a Dio.


970. B) A intendere meglio questa dottrina, sarà bene indicar brevemente fin d’ ora la differenza che corre tra queste virtù.


a) Le virtù teologali hanno per oggetto diretto Dio stesso e per motivo un attributo divino; così con la fede io credo in Dio, appoggiato sulla divina sua autorità; con la carità io l’amo per la sua infinita bontà. In tal modo queste virtù ci uniscono direttamente a Dio: la fede ce ne fa partecipare il pensiero, la carità l’amore.


b) Le virtù morali hanno per oggetto diretto un bene creato e per motivo il bene onesto; così la giustizia ha per oggetto di rendere a ciascuno il suo,, e per motivo l’onestà. Queste virtù preparano l’unione con Dio, allontanando gli ostacoli, come sarebbe l’ingiustizia; iniziano anzi quest’unione, perché, essendo giusto, io mi unisco a Dio che è la stessa giustizia.


Ma spetta alle virtù teologali, che sono più direttamente unificanti, il perfezionar quest’unione.


971. C) Ne viene che chi studi le virtù secondo l’ordine di dignità, deve cominciare dalle virtù teologali; chi invece segua l’ordine psicologico, che va dal meno perfetto al più perfetto, come qui facciamo noi, deve cominciare dalle virtù morali, senza per altro dimenticare la precedente osservazione sullo sviluppo parallelo delle virtù cristiane.


 


III. Due categorie di anime proficienti.


Nella via illuminativa si possono distinguere molte categorie di anime, ma soprattutto due principali:


le anime pie e le anime fervorose.


972. 1° Le prime hanno buona volontà, slancio verso il bene e fanno sforzi seri per schivare le colpe deliberate. Ma sono ancora vane e presuntuose; poco abituate all’abnegazione, difettano di energia e di costanza, massime quando sopraggiungono le prove. Onde variazioni molte nella loro condotta; disposte a soffrir tutto quando le prove sono ancora lontane, mancano di pazienza e si lagnano quando sono di fronte al dolore o alle aridità; pronte a prendere generose risoluzioni, non le osservano poi che imperfettamente, soprattutto se sorgono difficoltà impreviste. Lenti quindi ne sono i progressi, onde hanno bisogno di coltivare le virtù della fortezza, della costanza e dell’umiltà.


973. 2° Le anime fervorose sono più umili e più generose. Diffidenti di sé e fidenti in Dio, già abituate all’abnegazione cristiana, sono più energiche e più costanti. Tuttavia questa rinunzia di sé non è né assoluta sé universale: hanno gran desiderio di perfezione, ma la loro virtù non fu ancora abbastanza rassodata dalla prova. Presentandosi la consolazione e la gioia, le accettano volentieri e vi si adagiano con compiacenza; non hanno ancora l’amor della croce. Le forti risoluzioni prese al mattino non vengono eseguite che in parte, perché non sono abbastanza costanti negli sforzi. Sono già abbastanza avanti nell’amor divino da rinunziare alle cose pericolose, ma si affezionano talora troppo a ciò che Dio permette di amare, ai parenti, agli amici, alle consolazioni che provano negli esercizi spirituali. Occorre quindi che si distacchino ancor più perfettamente da tutto ciò che ostacola l’unione con Dio.


Non tratteremo a parte di queste due categorie di anime; ma tra le virtù che descriviamo, il direttore sceglierà quelle che convengono meglio ad ogni anima.


 


Divisione del secondo libro.


974. Lo scopo delle anime proficienti è di far di Gesù il Centro della propria vita; onde: 1° si applicheranno diligentemente e all’orazione affettiva per attingervi la conoscenza, l’amore e l’imitazione del divino modello. 2° Praticheranno pure, in modo speciale ma non esclusivo, quelle virtù morali che, liberandole dagli ostacoli che si oppongono all’unione con Dio, cominceranno ad unirle a Colui che è l’esemplare d’ogni perfezione. 3° Quindi le virtù teologali, che avevano già praticate nella via purgativa di conserva con le virtù morali, si sviluppano in loro e diventano il principale motore della loro vita. 4° Ma, essendo la lotta tutt’altro che finita, vi saranno ancora contrattacchi del nemico che bisognerà prevedere e vittoriosamente combattere[5].


Onde quattro capitoli.


Cap. I. ‑ dell’orazione affettiva propria di questa via.


Cap. II. ‑ delle virtù morali.


Cap. III. ‑ delle virtù teologali


Cap. IV.‑ della lotta contro i contrattacchi del nemico.


 




Note:




[1] Joan., VIII, 12.



[2] Castello, mansione terza, c. 1, n. 5.



[3] Matth., XVII, 4.



[4] Inno delle Lodi dell’ufficio del SS. Sacramento



[5] Non trattiamo quindi, nella via illuminativa, né della purificazione passiva dei sensi né dell’orazione di quiete, le quali, appunto perché sono già un principio di contemplazione infusa, appartengono alla via unitiva. Avvertiamo però il lettore che buoni autori pensano che le prime purificazioni passive e la quiete appartengano alla via illuminativa. Cf. P. Garrigou‑lagrange, Perfect. chrét. et contemplation., t. I., p. VIII.