Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (920-933)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO I. La purificazione dell’anima o la via purgativa. CAPITOLO V. Lotta contro le tentazioni. Art. II. Le principali tentazioni degl’incipienti. § I. Illusioni degl’incipienti sulle consolazioni. I. Le consolazioni. II. Delle aridità. § II. L’incostanza degl’incipienti. § III. La eccessiva premura degl’incipienti.

ART. II. LE PRINCIPALI
TENTAZIONI DEGL’INCIPIENTI.

Gl’incipienti vanno soggetti ad ogni sorta di tentazioni provenienti dalle
fonti che abbiamo indicate. Ma ve ne sono alcune che li riguardano in modo più
particolare:




  • 1° le
    illusioni provenienti dalle consolazioni e dalle aridità;


  • 2° l’incostanza;


  • 3° la
    premura eccessiva;


  • 4° qualche volta gli
    scrupoli.


§ I. Illusioni degl’incipienti sulle
consolazioni
 920-1.

920.   Il Signore ordinariamente
concede consolazioni sensibili agl’incipienti per attirarli al suo servizio; poi
per un tempo ne li priva a fine di provarne e rinsaldarne la virtù. Or vi sono
taluni che si credono già arrivati a un certo grado di santità quando hanno
molte consolazioni; se poi esse vengono a cessare e cedono il posto alle
aridità, si credono perduti. A prevenir quindi nello stesso tempo la presunzione
e lo scoraggiamento, conviene spiegar loro la vera dottrina sulle consolazioni e
sulle aridità.

I. Le consolazioni.

921.   1° Natura ed origine.
a
) Le consolazioni sensibili sono dolci emozioni che toccano
la sensibilità e fanno gustare una viva gioia spirituale.
Il cuore si dilata
e batte allora più animatamente, il sangue circola con maggior rapidità, radioso
è il volto, la voce commossa, e la gioia si manifesta talora con le lacrime. —
Si distinguono dalle consolazioni spirituali, concesse generalmente alle
anime proficienti, consolazioni d’ordine superiore che operano
sull’intelligenza illuminandola e sulla volontà attirandola alla
preghiera e alla virtù. Spesso però vi è un certo misto di queste due
consolazioni, e quel che diremo può applicarsi così alle une come alle altre.

b) Queste consolazioni possono provenire da triplice fonte:

1) da Dio, che opera con noi come la madre col suo bambino, traendoci
a sè con le dolcezze che ci fa provare nel suo servizio, a fine di staccarci più
facilmente dai falsi diletti e piaceri del mondo;

2) dal demonio, che, operando sul sistema nervoso, sull’immaginazione
e sulla sensibilità, può produrre certe emozioni sensibili di cui poi si servirà
per spingere ad austerità indiscrete, alla vanità, alla presunzione presto
seguita dallo scoraggiamento;

3) dalla natura stessa: vi sono temperamenti immaginosi, sensitivi,
ottimisti, che, dandosi alla pietà, vi trovano naturalmente alimento alla loro
sensibilità.

922.   2° Vantaggi. Le
consolazioni hanno certamente la loro utilità:

a) Agevolano la conoscenza di Dio: la fantasia, aiutata dalla
grazia, si rappresenta volentieri le divine amabilità e il cuore le gusta; si
prega allora e si medita a lungo volentieri e l’anima intende meglio la bontà di
Dio.

b) Contribuendo a fortificar la volontà, la quale, non trovando
più ostacoli nelle facoltà inferiori ma preziosi ausiliarii, si distacca più
facilmente dalle creature, ama Dio con più ardore e prende energiche risoluzioni
che più facilmente osserva in virtù degli aiuti ottenuti con la preghiera:
amando Dio in modo sensibile, sopporta valorosamente i piccoli sacrifizi
quotidiani e s’impone anzi volentieri qualche mortificazione.

c) Ci aiutano a formarci abitudini di raccoglimento, di
preghiera, d’obbedienza, d’amor di Dio, che persevereranno in parte anche quando
le consolazioni saranno cessate.

923.   3° Pericoli. Ma hanno
anche i loro pericoli queste consolazioni:

a) Eccitano una specie di spirituale ghiottoneria, la quale fa
che uno si affezioni più alle consolazioni di Dio che al Dio delle consolazioni;
cosicchè, cessate che siano, si trascurano poi gli esercizi spirituali e i
doveri del proprio stato; anzi, in quello stesso momento che ne godiamo, la
nostra devozione è tutt’altro che soda, perchè, pur piangendo sulla Passione del
Salvatore, gli rifiutiamo il sacrificio di questa o quell’amicizia sensibile o
di quella privazione! Ora virtù soda non v’è che quando l’amor di Dio giunge
sino ad abbracciare il sacrificio, n. 321.
“Vi sono molte anime che hanno di queste tenerezze e consolazioni e che pure non
lasciano d’essere molto viziose, che non hanno quindi alcun vero amor di Dio e
tanto meno alcuna vera divozione” 923-1.

b) Fomentano spesso la superbia sotto una forma o sotto
un’altra: 1) la vana compiacenza: quando si ha consolazioni e la
preghiera riesce facile, uno si crede facilmente un santo, mentre invece è
ancora novizio nella perfezione! 2) la vanità: si desidera parlare
ad altri di queste consolazioni per darsi importanza; e allora se ne viene
spesso privati per un notevole tempo; 3) la presunzione: uno si
crede forte e invincibile, e si espone talora al pericolo, o almeno comincia a
riposarsi, quando invece bisognerebbe raddoppiare gli sforzi e progredire.

924.   4° Contengo rispetto alle
consolazioni.
Per trar profitto dalle divine consolazioni e schivare i
pericoli che abbiamo indicati, ecco le regole da seguire.

a) Si può certamente desiderare queste consolazioni ma in modo
condizionato, con l’intenzione di servirsene ad amar Dio e adempierne la santa
volontà. In questo senso la Chiesa ci fa chiedere, il giorno di Pentecoste,
nella Colletta, la grazia della consolazione spirituale: “et de ejus
semper consolatione gaudere”
. È infatti un dono di Dio, che mira ad aiutarci
nell’opera della nostra santificazione: bisogna quindi stimarlo molto, e si può
anche domandarlo, purchè si stia rassegnati alla santa volontà di Dio.

b) Quando queste consolazioni ci vengono date, riceviamole con
gratitudine ed umiltà, riconoscendocene indegni e attribuendone
tutto il merito a Dio; se vuole trattarci da beniamini, ne sia benedetto, ma
confessiamo che siamo ancora molto imperfetti, avendo bisogna del latte dei
bambini “quibus lacte opus est et non solido cibo”. Soprattutto poi non
vantiamocene, chè sarebbe questo il miglior mezzo di perderle.

c) Ricevutele umilmente, vediamo di premurosamente volgerle al fine
voluto da Colui che ce le dà. Ora Dio ce le concede, dice S. Francesco di
Sales, “per renderci dolci con tutti e amorosi verso di lui. La madre dà i
confetti al figliolino perchè la baci; baciamo dunque questo Salvatore che ci dà
tante dolcezze. Ora baciare il Salvatore vuol dire obbedirlo, osservarne i
comandamenti, farne la volontà, secondarne i desideri, insomma teneramente
abbracciarlo con obbedienza e umiltà” 924-1.

d) Finalmente bisogna persuadersi che queste consolazioni non
dureranno sempre, e chiedere quindi umilmente a Dio la grazia di servirlo nelle
aridità quando si degnerà di inviarcele. Intanto, in cambio di voler prolungare
con sforzata applicazione queste consolazioni, bisogna moderarle e attaccarsi
fortemente al Dio delle consolazioni.

II. Delle aridità.

A rassodarci nella virtù, Dio è obbligato a mandarci di tanto in tanto delle
aridità; esponiamone:




  • 1° la
    natura;


  • 2° lo
    scopo provvidenziale;


  • 3° la
    condotta da tenere.


925.   1° Natura. Le aridità
sono una privazione delle consolazioni sensibili e spirituali che
agevolavano [sic] la preghiera e la pratica delle virtù. Non ostante sforzi
spesso rinnovati, non si ha più gusto per la preghiera, vi si prova anzi noia e
stanchezza, e il tempo pare molto lungo; la fede e la confidenza sembrano
assopite e l’anima, in cambio di sentirsi svelta e lieta, vive in una specie di
torpore: non si va più avanti se non per forza di volontà. È questo
certamente uno stato molto penoso, ma ha pure i suoi vantaggi.

926.   2° Scopo provvidenziale.
a
) Quando Dio ci manda le aridità, lo fa per distaccarci da
tutto ciò che è creato, anche dalle gioie della pietà, affinchè impariamo ad
amar Dio solo e per sè stesso.

b) Vuole pure umiliarci, mostrandoci che le consolazioni non ci
sono dovute, ma sono favori essenzialmente gratuiti.

c) Ci purifica sempre più così dalle colpe passate come dagli
attacchi presenti e da ogni mira egoistica; quando si è costretti a servir Dio
senza gusto, per sola convinzione e forza di volontà, si soffre molto e questo
patimento espia e ripara.

d) Infine ci rassoda nella virtù; perchè, per continuare a
pregare e a fare il bene, bisogna esercitare con energia e costanza la volontà e
con siffatto esercizio si rassoda la virtù.

927.   3° Condotta da tenere.
a
) Le aridità provengono talvolta dalle colpe nostre, onde bisogna
prima di tutto esaminar seriamente, ma senza affanno, se non ne siamo
responsabili noi: 1) con sentimenti più o meno volontari di vana
compiacenza e di orgoglio; 2) con una specie di pigrizia spirituale, o per
l’opposto con una inopportuna tensione; 3) con la ricerca di consolazioni
umane, di amicizie troppo sensibili, di mondani diletti, non volendo Dio saperne
di cuori divisi; 4) con la mancanza di sincerità col direttore: “poichè voi
mentite allo Spirito Santo, dice S. Francesco di Sales, non è meraviglia
s’egli vi rifiuta la sua consolazione” 927-1. Trovata la causa di queste aridità,
bisogna umiliarsene e cercar di sopprimerla.

928.   b) Se poi non ne siamo
causa noi, conviene trar buon partito da questa prova. 1) Il gran mezzo per
riuscirvi è di persuaderci che servir Dio senza gusto e senza sentimento è cosa
più meritoria che servirlo con molta consolazione; che basta volere amar
Dio per amarlo, e che il più perfetto atto d’amore è poi quello di conformare la
propria volontà a quella di Dio. 2) Per rendere quest’atto ancor più
meritorio, non c’è di meglio che unirsi a Gesù, il quale, nel giardino degli
Ulivi, volle per amor nostro provar noia e tristezza, e ripetere con lui: “verumtamen non mea voluntas sed tua fiat” 928-1. 3) Soprattutto poi non bisogna
disanimarsi mai, nè dimunuir gli esercizi di pietà, gli sforzi, le risoluzioni,
ma imitare Nostro Signore che, immerso nell’agonia, pregava anche più a lungo:
“factus in agonia prolixius orabat”.

929.   Consiglio al direttore.
Affinchè questa dottrina sulle consolazioni e sulle aridità sia ben capita dai
diretti, bisogna tornarci sopra di frequente; perchè essi credono pur sempre di
far meglio quando tutto va a seconda dei loro desideri che quando si è costretti
a remar contro corrente; ma a poco a poco si fa la luce e quando sanno non
inorgoglirsi nelle consolazioni e non disanimarsi nelle aridità, molto più
rapidi e costanti ne sono i progressi.

 
§ II. L’incostanza degl’incipienti.

930.   1° Il male. Quando
un’anima si dà a Dio e comincia a progredire nelle vie spirituali, viene
sorretta dalla grazia di Dio, dall’attrattiva della novità e da un certo slancio
verso la virtù che appiana molte difficoltà. Ma viene il momento che la grazia
di Dio ci è data sotto forma meno sensibile, che ci sentiamo stanchi di dover
sempre rifar gli stessi sforzi, che lo slancio pare infranto dalla continuità
degli stessi ostacoli. Si è allora esposti all’incostanza e al rilassamento.

Questa disposizione si manifesta:
1) negli esercizi spirituali, che si fanno con minor diligenza,
accorciandoli e trascurandoli; 2) nella pratica delle virtù: si era
entrati di gran cuore nella via della penitenza e della mortificazione, ma la
cosa riesce ora penosa e lunga e gli sforzi s’allentano; 3) nella
abituale santificazione delle proprie azioni: si era presa l’abitudine di
rinnovar spesso l’offerta delle proprie azioni per essere sicuri di farle con
purità di intenzione; ma uno poi si stanca di questa pratica, la trascura, e il
risultato è che presto l’abitudine, la curiosità, la vanità, la sensualità
ispirano molte delle nostre azioni. Impossibile progredire con tali
disposizioni: senza sforzo perseverante non si riesce a nulla.

931.   2° Il rimedio. A)
Bisogna convincersi che l’opera della perfezione è opera di lunga lena, che
richiede molta costanza, e che quei soli riescono che si rimettono continuamente
al lavoro con novello ardore, non ostante le parziali sconfitte che subiscono.
Così fanno gli uomini d’affari che vogliono riuscire, così pure deve far ogni
anima che vuol progredire. Ogni mattino ella deve chiedersi se non potrebbe fare
un po’ più e soprattutto un po’ meglio per Dio; e ogni sera deve
attentamente esaminare se ha effettuato almeno in parte il programma del
mattino.

B) Nulla giova meglio ad assicurar la costanza quanto la pratica
fedele dell’esame particolare, n. 468;
concentrando l’attenzione su un dato punto, su una data virtù, e rendendo conto
al confessore dei progressi fatti, si è sicuri di progredire, anche quando non
se ne avesse coscienza.

Quanto dicemmo sull’educazione della volontà, n. 812,
è pure ottimo mezzo per trionfar dell’incostanza.

 
§ III. La eccessiva premura
degl’incipienti.


Molti incipienti, pieni di buona volontà, mettono un ardore e una premura
eccessiva a lavorare alla propria perfezione, onde finiscono con lo stancarsi e
spossarsi in sforzi inutili.

932.   1° Le cause. a) La causa
principale di questo difetto è che si sostituisce la propria attività a
quella di Dio:
in cambio di riflettere prima di operare, di chiedere allo
Spirito Santo i suoi lumi e seguirli, uno corre all’opera con ardore febbrile;
in cambio di consultare il direttore, uno prima fa e poi gli presenta il fatto
compiuto; onde molte imprudenze e molti sforzi perduti, “magni passus extra
viam”
.

b) Spesso c’entra pure la presunzione: si vorrebbe far dei
salti, uscir presto dagli esercizi di penitenza e giungere subito all’unione con
Dio; ma ahime! sorgono molti ostacoli imprevisti e uno si disanima, indietreggia
e cade talora in colpe gravi.

c) Altre volte domina la curiosità: si cercano continuamente
nuovi mezzi di perfezione, si provano per qualche tempo e presto si mettono da
parte prima ancora che abbiano potuto produrre i loro effetti. Si fanno sempre
nuovi disegni di riforma per sè e per gli altri, dimenticando poi di metterli in
pratica.

Il risultato più chiaro di questa attività eccessiva è la perdita del
raccoglimento interiore, l’agitazione e il turbamento, senza alcun serio
vantaggio.

933.   2° I rimedi. a) Il
rimedio principale è di assoggettarsi con intiera dipendenza all’azione di
Dio,
di riflettere maturamente prima di operare, di pregare per ottenere i
lumi divini, di consultare il direttore e stare alla sua risoluzione. Come
nell’ordine della natura non sono le forze violente quelle che ottengono i
migliori effetti ma le forze ben regolate, così, nella vita soprannaturale, non
sono gli sforzi febbrili ma gli sforzi calmi e ben regolati che ci fanno
progredire: chi va piano va sano.

b) Ma per assoggettarsi così all’azione di Dio è necessario combattere
le cause di questa eccessiva premura: 1) la vivacità di carattere, che
spinge a troppo [sic] pronte risoluzioni; 2) la presunzione, che nasce da
troppa stima di sè; 3) la curiosità, che va sempre in cerca di qualche cosa
di nuovo. Conviene dunque assalir un dopo l’altro questi difetti con l’esame
particolare, e allora Dio riprenderà il suo posto nell’anima e la guiderà con
calma e dolcezza nei sentieri della perfezione.

 
NOTE
923-1 S. Fr. di Sales, La
Filotea,
P. IVª, c. XIII.

924-1 La Filotea, P. IVª, c.
XIII.

927-1 La Filotea, P. IVª, c.
XIV.

928-1 Luc., XXII, 42.

Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@yahoo.it>.

Ultima revisione dell’HTML: 15 gennaio 2006.