Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (857-882)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO I. La purificazione dell’anima o la via purgativa. CAPITOLO IV. Lotta contro i peccati capitali. II. Malizia dell’ira. III. Rimedi contro l’ira. Art. II. Dei peccatori che si connettono con la sensualità. § I. Della gola. § II. La Lussuria.

II. Malizia dell’ira.

L’ira si può considerare in
e negli effetti.

857. 1° Considerata in sè, si
può ancora distinguere:

A) Quando è semplicemente passeggiero moto di passione, è di
natura sua peccato veniale: perchè vi è allora eccesso nel modo con cui
si esercita, oltrepassando la debita misura; ma non vi è, come si suppone,
violazione delle grandi virtù della giustizia o della carità. Vi sono peraltro
casi in cui l’ira è talmente eccessiva che si perde la padronanza di sè e si
trascorre a gravi insulti contro il prossimo; se questi moti, benchè prodotti
dalla passione, sono deliberati e volontari, costituiscono colpa grave; ma
spesso non sono che semivolontari.

858. B) L’ira che giunge
all’odio e al rancore se deliberata e volontaria, è di natura sia
peccato mortale, perchè viola gravemente la carità e spesso pure la
giustizia. Di questa collera disse Nostro Signore: “Chi s’adira contro il
fratello, merita di essere punito dai giudici; e chi avrà detto al fratello:
Raca, merita di essere punito dal Consiglio (Sinedrio); e chi avrà detto:
Stolto, merita di essere gettato nella geenna del
fuoco” 858-1. Se però il moto di odio non è deliberato
o se vi si dà solo consenso imperfetto, la colpa sarà soltanto leggiera.

859. 2° Gli effetti dell’ira,
quando non vengono repressi, sono talvolta terribili.

A) Seneca li descrisse in termini vivaci: all’ira attribuisce
tradimenti, omicidi, avvelenamenti, intestine divisioni nelle famiglie,
dissensioni e lotte civili, guerre con tutte le funeste loro
conseguenze 859-1. Anche quando non giunge a tali eccessi,
è pur sempre fonte di gran numero di colpe, perchè ci fa perdere la signorìa di
noi stessi, e turba specialmente la pace delle famiglie e produce terribili
inimicizie.

860. B) Rispetto alla
perfezione, l’ira è, detta di S. Gregorio 860-1, grande ostacolo al progresso spirituale.
Perchè, se non viene repressa, ci fa perdere: 1) il senno ossia la
ponderazione; 2) la gentilezza, che abbellisce le relazioni sociali;
3) la premura della giustizia, perchè la passione ci fa misconoscere
i diritti del prossimo; 4) il raccoglimento interno, così necessario
all’intima unione con Dio, alla pace dell’anima, alla docilità alle ispirazioni
della grazie. Conviene quindi cercarne i rimedi.

III. Rimedi contro l’ira.

Questi rimedi devono combattere la passione dell’ira e il sentimento
di odio che ne è talora la conseguenza.

861. 1° A trionfar della
passione non bisogna trascurare mezzo alcuno.

A) Vi sono mezzi igienici che giovano a prevenire o a moderare
la collera, come, per esempio, un regime alimentare emolliente, i bagni tiepidi,
le docce, l’astinenza dalle bevande eccitanti e in particolare dalle spiritose:
atteso l’intimo vincolo che corre tra l’anima e il corpo bisogna saper moderare
anche il corpo. Dovendosi però, in questa materia, tener conto del temperamento
e dello stato di salute, prudenza vuole che si consulti il
medico 861-1.

862. B) Ma anche migliori
sono i rimedi morali. a) A prevenir l’ira, è bene
abituarsi a riflettere prima di operare, per non lasciarsi dominare dai primi
assalti della passione: lavoro di lunga lena ma efficacissimo.
b) Quando poi, non ostante ogni vigilanza, questa passione, ci
sorprende il cuore, “è meglio respingerla subito anzichè mettersi a discutere
con lei; perchè, per poco tempo che le si dia, diventa padrona di tutto il
campo, a modo del serpente che insinua tutto il corpo dove può ficcare la
testa… Appena dunque ve ne accorgete, bisogna che raccogliate subito le forze,
non bruscamente o impetuosamente ma con calma e serietà” 862-1. Altrimenti, volendo reprimere l’ira con
impetuosità, ci turbiamo anche di più. c) A reprimere meglio
l’ira, è utile distrarsi, pensando ad altro che a ciò che può eccitarla; bisogna
quindi bandire il ricordo delle ingiurie ricevute, allontanare i sospetti, ecc.
d) “Bisogna invocare l’aiuto di Dio quando ci sentiamo agitati dalla
collera, ad imitazione degli Apostoli vessati dal vento e dalla tempesta in
mezzo al lago, e Dio comanderà alle nostre passioni di calmarsi, onde seguirà
grande bonaccia” 862-2.

863. 2° Quando l’ira eccita in noi
sentimenti di odio, di rancore o di vendetta, non si può
radicalmente guarirli che con la carità fondata sull’amor di Dio. È bene
rammentare che siamo tutti figli dello stesso Padre celeste, incorporati allo
stesso Cristo, chiamati alla stessa felicità eterna, e che queste grandi verità
sono incompatibili con ogni sentimento di odio. Quindi: a) Si
richiameranno le parole del Pater: rimetti a noi i nostri debiti come noi
rimettiamo ai nostri debitori; vivamente desiderando di ricevere il perdono di
Dio, si perdonerà più volentieri ai propri nemici. b) Non si
dimenticheranno gli esempi di Nostro Signore che dà a Giuda il nome di amico
anche nel momento del tradimento e che dall’alto della croce prega per i suoi
carnefici; e gli si chiederà il coraggio di dimenticare e di perdonare.
c) Si schiverà di pensare alle ingiurie ricevute e a tutto ciò che
vi si riferisce. I perfetti pregheranno per quelli che li hanno offesi e
troveranno in questa preghiera grande addolcimento alle ferite dell’anima.

Tali sono i mezzi principali per trionfar dei tre primi peccati capitali,
l’orgolio, l’invidia, e l’ira; passiamo ora a trattar dei difetti che derivano
dalla sensualità o dalla concupiscenza della carne: gola,
lussuria

e accidia.

ART. II. DEI PECCATI CHE SI
CONNETTONO CON LA SENSUALITÀ.

§ I. Della gola 864-1.

La golosità non è che l’abuso del legittimo diletto che Dio volle associare
al mangiare e al bere tanto necessari alla conservazione dell’individio. Ne
diremo: 1° la natura;
2° la malizia;
3° i rimedi.

864.Natura. La golosità è
l’amore disordinato dei piaceri della tavola, del bere o del mangiare. Il
disordine consiste nel cercare il diletto del nutrimento per se stesso,
considerandolo esplicitamente o implicitamente come fine, ad esempio di coloro
che si fanno un Dio del loro ventre, “quorum Deus venter
est”
 864-2; o nel cercarlo con eccesso, senza
darsi pensiero delle regole della sobrietà e qualche volta anche con danno della
salute.

865. I
teologi notano quattro modi diversi di mancare a queste regole.

Præpropere: mangiar prima che se ne senta il bisogno, fuori delle ore
stabilite per i pasti, facendolo senza ragione, per pura golosità.

Laute et studiose: cercar vivande squisite o squisitamente cucinate
per averne maggior diletto: è il peccato dei buongustai e dei ghiottoni.

Nimis: oltrepassare i limiti dell’appetito o del bisogno, rimpinzarsi
di cibo o di bevanda, a rischio di guastarsi la salute; è chiaro che il solo
piacere disordinato può spiegare quest’eccesso, che nel mondo viene detto voracità.

Ardenter: mangiare avidamente, ingordamente, come certi animali;
l’ingordigia è tenuta nel mondo per grossolanità.

866.La malizia della
golosità deriva dal fatto che rende l’anima schiava del corpo, abbrutisce
l’uomo, ne infiacchisce la vita intellettuale e morale, e lo prepara per
insensibile pendìo ai diletti della voluttà, che in fondo è vizio dello stesso
genere. Per valutarne la colpevolezza, occorre fare una distinzione.

A) La golosità è colpa grave: a) quando arriva ad
eccessi tali da renderci incapaci, per un tempo notevole, di adempiere i doveri
del nostro stato o di obbedire alle leggi divine o ecclesistiche; per esempio,
quando nuoce alla salute, quando è fonte di pazze spese che danneggiano la
famiglia, quando fa che si violino le leggi dell’astinenza o del digiuno. b) Lo stesso è a dire quando diventa
causa di colpe gravi.

Diamone alcuni esempi. “Gli eccessi della tavola, dice il
P. Janvier, 866-1 dispongono all’incontinenza che è
figlia della golosità. Incontinenza degli occhi e delle orecchie che chiedono
perniciosi pascolo agli spettacoli e ai canti licenziosi; incontinenza della
fantasia che si sconcerta; incontinenza della memoria che cerca nel passato
ricordi capaci d’eccitare la concupiscenza; incontinenza del pensiero che,
traviando, si disperde in oggetti illeciti; incontinenza del cuore che aspira ad
affetti carnali; incontinenza della volontà che rinunzia alla sua signoria per
farsi schiava dei sensi… L’intemperanza della tavola conduce
all’intemperanza della lingua. Quante colpe non commette la lingua nei
sontuosi e prolungati pranzi! Colpe contro la gravità… Colpe contro la
discretezza. Si tradiscono segreti che si era promesso di custodire,
sacri segreti professionali, e si dà in pascolo alla malignità il buon nome d’un
marito, d’una sposa, d’una madre, l’onore d’una famiglia, e perfino l’avvenire
d’una nazione. Colpe contro la giustizia e la carità! La
maldicenza, la calunnia, la detrazione nelle forme più inescusabili corrono
liberamente e senza riguardo… Colpe contro la prudenza! Si prendono
impegni che non si potranno poi mantenere senza offendere tutte le leggi della
morale…».

867. B) La golosità è
colpa soltanto veniale quando si cede ai diletti della mensa
immoderatamente, senza però cadere in eccessi gravi e senza esporsi a violare
importanti precetti. Così sarebbe peccato veniale mangiare o bere più del
consueto, per diletto, per far onore a un buon pasto o per compiacere un amico,
senza commettere notevole eccesso.

868. C) Rispetto alla
perfezione, la golosità è ostacolo serio: 1) alimenta
l’immortificazione, che infiacchisce la volontà, e fomenta l’amore del sensuale
diletto che prepara poi l’anima a pericolosi tracolli; 2) è fonte di molte
colpe, producendo allegria eccessiva, che porta alla dissipazione, al cicalìo,
alle facezie di cattivo gusto, alla mancanza di riserbo e di modestia, e apre
l’anima agli assalti del demonio. Conviene quindi combatterla.

869.Rimedii. Il principio
che deve guidarci nella lotta contro la gola è che il piacere non è fine
ma mezzo, onde dev’essere subordinato alla retta ragione illuminata dalla
fede, n. 193.
Ora la fede ci dice che dobbiamo santificare i piaceri della mensa con la
purità d’intenzione, la sobrietà e la mortificazione.

1) Prima di tutto bisogna cibarsi con intenzione retta e
soprannaturale,
non da animale che cerca solo il piacere, non da filosofo
che si contenta di intenzione onesta, ma da cristiano, per meglio
lavorare alla gloria di Dio: in ispirito di riconoscenza alla bontà di
Dio che si degna darci il pane quotidiano; in ispirito d’umiltà, pensando
con S. Vincenzo de’ Paoli che non meritiamo il pane che mangiamo; in
ispirito d’amore, adoprando le ricuperate forze al servizio di Dio e
delle anime. Adempiamo così la raccomandazione di S. Paolo ai primi
cristiani, che in molte comunità viene richiamata al principio dei pasti: “Sia
che mangiate, sia che beviate, fate tutto alla gloria di Dio: sive ergo
manducatis, sive bibitis… omnia in gloriam Dei facite”
 869-1.

870. 2) Questa purità d’intenzione
ci farà serbar la sobrietà ossia la giusta misura: volendo infatti
mangiare per acquistar le forze necessarie all’adempimento dei doveri del nostro
stato, schiveremo tutti gli eccessi che ci potrebbero danneggiar la salute. Ora,
dicono gli igienisti, “la sobrietà o frugalità è essenziale condizione del
vigore fisico e morale. Mangiando per vivere, dobbiamo mangiar sanamente per
vivere sanamente. Non bisogna quindi nè mangiar troppo nè troppo bere… Bisogna
levarsi da mensa con sensazione di leggerezza e di vigore, restare con un po’
d’appetito, e schivar la pesantezza per eccesso di buona
tavola” 870-1.

È però bene notare che la misura non è uguale per tutti. Vi sono temperamenti
che, a preservarsi dalla tubercolosi, esigono più copiosa alimentazione; altri
invece, a combattere l’artritismo, devono moderar l’appetito. Ognuno quindi
s’attenga in questo ai consigli d’un savio medico.

871. 3) Alla sobrietà il cristiano
aggiunge la pratica di qualche mortificazione. A) Essendo
facile sdrucciolare sul pendìo e concedere troppo alla sensualità, è bene
privarsi talora di qualche alimento che piace, che sarebbe anzi utile, ma non
necessario. Si acquista così una certa padronanza sulla sensualità, sottraendole
alcune legittime soddisfazioni; si svincola l’anima dalla servitù dei sensi, le
si dà maggior libertà per la preghiera e per lo studio, e si scansano molte
tentazioni pericolose.

B) Ottima pratica è l’abituarsi a non prender pasto senza fare qualche
mortificazione. Queste piccole privazioni hanno il vantaggio di rinvigorir la
volontà senza nuocere alla salute, e sono quindi generalmente preferibili alle
mortificazioni più importanti che non occorrono che di rado. Le anime pie vi
aggiungono un motivo di carità; si lascia qualche cosa per i poveri, e quindi
per Gesù che vive nella loro persona; però, come bene osserva S. Vincenzo
Ferreri, 871-1 ciò che si lascia non dev’essere cosa di
rifiuto, ma boccone scelto, sia pur piccolo. Ed è pure buona pratica abituarsi a
mangiare un po’ di ciò che non piace.

872. C) Tra le mortificazioni
più utili poniamo quelle dei liquori alcoolici.

Richiamiamo su questo punto alcuni principii:

a) In sè l’uso moderato dell’alcool o delle bevande spiritose non è
male: non si possono quindi biasimare i laici o gli ecclesiastici che ne usano
moderatamente.

b) Ma l’astenersi per spirito di mortificazione o per dar buon
esempio, è certo lodevolissima cosa. Quindi certi sacerdoti e certi laici
addetti all’azione cattolica si astengono da ogni liquore per dissuaderne più
facilmente gli altri.

c) Vi sono casi in cui tale astinenza è moralmente necessaria per
scansare eccessi: 1) quando, per atavismo, si è ereditata una certa
propensione alle bevande spiritose: anche il semplice uso può allora generare
una quasi irresistibile inclinazione, come basta una scintilla per suscitar un
incendio in materie infiammabili; 2) chi avesse avuto la disgrazia di
contrarre inveterate abitudini d’alcoolismo: il solo rimedio efficace ne sarà
allora spesso l’astinenza totale.

§ II. La Lussuria. 873-1

873.Natura. Dio, come
volle che un sensibile diletto fosse annesso al nutrimento per aiutar l’uomo a
conservare la vita, così associò pure speciale diletto agli atti con cui l’umana
specie si propaga.

Lecito quindi è questo diletto alle persone coniugate, a patto che ne usino
pel nobilissimo fine per cui il matrimonio fu istituito, la trasmissione della
vita; fuori del matrimonio è rigorosamente proibito. Non ostante questa
proibizione, vi è sciaguratamente in noi, soprattutto a cominciare dall’età
della pubertà o della adolescenza, una tendenza più o meno violenta a gustar
questo diletto anche fuori del legittimo matrimonio. È quella disordinata
tendenza che si chiama lussuria e che vien condannata nel sesto e nel
nono precetto del Decalogo: “Non commettere atti impuri; non desiderar la
donna d’altri”
 873-2.

Non dunque i soli atti esterni vengono proibiti ma anche gli atti
interni acconsentiti, immaginazioni, pensieri, desideri. E a ragione:
perchè se uno si ferma deliberatamente su fantasie o pensieri disonesti e su
desideri cattivi, i sensi si turbano, e sorgono moti organici che non sono bene
spesso se non preludio d’atti contrari alla purità. Chi dunque vuole schivare
questi atti, deve pur combattere i pericolosi pensieri e le pericolose
immaginazioni.

874.Gravità di queste colpe.
A
) Quando si cerca e si vuole direttamente il piacere cattivo,
il voluttuoso diletto, si commette peccato mortale. È infatti gravissimo
disordine compromettere la conservazione e la propagazione dell’umana stirpe.
Ora, posto come principio che si possano cercare i diletti della voluttà in
pensieri, in parole o in atti, fuori del legittimo uso del matrimonio, sarebbe
impossibile porre un freno al furore di questa passione, le cui esigenze
aumentano con le soddisfazioni che le si concedono, e presto il fine del
Creatore verrebbe frustrato. Il che si fa pur manifesto dall’esperienza: quanti
giovani si rendono incapaci di trasmettere la vita per aver abusato del loro
corpo! Quindi nel piacere cattivo direttamente voluto non si dà parvità di
materia.

B) Ma vi sono casi in cui questo piacere, senza che sia direttamente
cercato, sorge per effetto di certe azioni peraltro buone o almeno indifferenti.
Se non vi si consente e se d’altra parte si ha ragione sufficiente per far
l’azione che vi da occasione, non c’è peccato e non bisogna quindi
impensierirsene. Ma se gli atti che causano queste sensazioni non sono nè
necessari nè utili, come le letture pericolose, le rappresentazioni teatrali, le
conversazioni leggiere, i balli lascivi, è chiaro che l’abbandonarvisi è peccato
d’imprudenza più o meno grave secondo la gravità del disordine così prodotto e
del pericolo di acconsentirvi.

875. C) Rispetto alla
perfezione, non v’è, dopo la superbia, ostacolo più grande al progresso
spirituale, del vizio impuro. a) O si tratta di peccati solitari o
di peccati commessi con altri, non tardano a produrre tiranniche
abitudini
che spengono ogni slancio alla perfezione e inclinano la volontà
ai grossolani diletti. Non più gusto per la preghiera; non più gusto per le
austere virtù; non più nobili e generose aspirazioni. b) L’anima è
invasa dall’egoismo: l’amore che si aveva per i genitori o per gli amici
intristisce e scompare quasi intieramente; non resta più che l’avidità di godere
a ogni costo dei cattivi diletti: è una vera ossessione. c) Rotto è
allora l’equilibrio delle facoltà: il corpo e la voluttà hanno l’impero; la
volontà diviene schiava di questa vergognosa passione e presto si rivolta contro
Dio che interdice e castiga questi cattivi piaceri.

d) I tristi effetti di questa abdicazione della volontà si fanno
presto sentire: l’intelligenza infiacchisce e s’ottunde perchè la vita è discesa
dalla testa nei sensi: non si ha più gusto per gli studi seri; l’immaginazione
non si volge più che a cose basse; il cuore a poco a poco sfiorisce, si fa arido
e duro, non sentendo più allettative che per i grossolani diletti. e) Spesso anche il corpo ne rimane profondamente colpito: il sistema
nervoso, sovraeccitato da questi abusi, s’irrita, si svigorisce e “diviene
inetto all’ufficio di regolazione e di difesa” 875-1; i vari organi non funzionano più che
imperfettamente; la nutrizione si fa male, cadono le forze e si è minacciati di
consunzione.

È chiaro che un’anima così sconvolta, avvivante un corpo
debole, non pensa più alla perfezione; se ne allontana anzi ogni giorno più;
fortunata se potrà ravvedersi a tempo e assicurarsi almeno l’eterna salvezza!

Conviene quindi indicare alcuni rimedi contro questo grossolano vizio.

876.Rimedi. Per resistere
a passione così pericolosa, occorrono: convinzioni
profonde, fuga
delle occasioni
pericolose, mortificazione
e preghiera.

A) Convinzioni profonde e sulla
necessità di combattere questo vizio e sulla possibilità di
riuscirvi.

a) Quanto dicemmo sulla gravità del peccato della lussuria mostra
quanto sia necessaria fuggirlo per non esporsi alle pene eterne. Vi si possono
aggiungere due altri motivi tratti da S. Paolo: 1) Siamo tempii vivi
della SS. Trinità, tempii santificati dalla presenza del Dio d’ogni santità
e da una partecipazione della vita divina (97, 106).
Ora nulla insozza maggiormente questo tempio quanto il vizio impuro che profana
nello stesso tempo il corpo e l’anima del battezzato. 2) Siamo
membra di Gesù Cristo, a cui fummo incorporati col battesimo; dobbiamo
quindi rispettare il nostro corpo come il corpo stesso di Cristo. E vorremo
profanarlo con atti contrari alla purità? Non sarebbe questo una specie di
obbrobrioso sacrilegio? e tutto per procurarci un grossolano diletto che ci
abbassa al livello dei bruti?

877. b Ci sono molti che dicono che
è impossibile praticar la continenza. Così la pensava pure Agostino prima di
convertirsi. Ma ritornato a Dio e sorretto dagli esempi dei Santi e dalla grazia
dei Sacramenti, capì che non c’è nulla d’impossibile quando si sa pregare e
lottare. E questa è la pura verità: da noi siamo così deboli e il piacere
cattivo è talora così lusinghiero che finiremmo per soccombere: ma quando ci
appoggiamo sulla grazia divina e facciamo sforzi energici, usciamo vittoriosi
dalle più rudi tentazioni. Nè si dica che la continenza nei giovani è contraria
alla sanità; i medici onesti rispondono col Congresso internazionale di
Bruxelles 877-1: “Bisogna soprattutto insegnare alla
gioventù maschile che la castità e la continenza non solo non sono nocive, ma
che anzi queste virtù sono raccomandabili anche sotto l’aspetto puramente medico
ed igienico”. Non si conosce infatti nessuna malattia prodotta dalla continenza,
mentre ve ne sono molte che hanno origine nella lussuria.

878. B) La fuga delle
occasioni.
È assioma spirituale che la castità si conserva principalmente
con la fuga delle occasioni pericolose; quando uno è convinto della propria
debolezza non si espone inutilmente al pericolo. Quando si tratta di occasioni
non necessarie, bisogna diligentemente fuggirle sotto pena di
soccombervi: chi si espone al pericolo vi perisce: “qui amat periculum in
illo peribit”
 878-1. Quando dunque si tratti di letture, di
visite, d’incontri, di rappresentazioni pericolose, a cui uno può senza notevole
inconveniente sottrarsi, non si deve esitare; in cambio di cercarle si fuggono
come si fugge un pericoloso serpente. Se poi queste occasioni non possono
essere evitate,
bisogna rafforzar la volontà con disposizioni interne che
rendano i pericolo meno prossimo. Così S. Francesco di Sales dichiara che
se le danze non si possono evitare, devono almeno essere accompagnate da
modestia, dignità e retta intenzione; onde poi queste pericolose ricreazioni non
abbiano a destare cattivi affetti, è bene riflettere che, durante quel ballo,
molte anime ardono nell’inferno per i peccati commessi nel ballo o per causa del
ballo 878-2. Quanto più vero è questo oggi che balli
esotici e lascivi hanno invaso tanti saloni!

879. C) Vi sono però
occasioni che non si possono evitare, e sono quelle che uno incontra ogni giorno
dentro di sè e fuori di sè, e che non si possono vincere che con la mortificazione. Abbiamo già detto che cosa sia questa virtù e quali ne
siano le pratiche, n. 754-815.
Non possiamo che richiamare alcune delle sue prescrizioni che riguardano più
direttamente la castità.

a) Gli occhi specialmente devono essere custoditi, perchè gli
sguardi imprudenti accendono i desideri e questi trascinano la volontà. Ecco
perchè Nostro Signore afferma che chi guarda una donna con concupiscenza, ha già
commesso adulterio nel suo cuore: “qui viderit mulieren ad ad concupiscendam
eam, jam mæchatus est in corde suo”
 879-1; e aggiunge che se l’occhio destro ci è
occasione di scandalo, bisogna strapparlo 879-2, vale a dire allontanare energicamente lo
sguardo dall’oggetto che ci scandalizza. Questa modestia degli occhi è tanto più
necessaria oggi che si è esposti ad incontrare quasi dappertutto persone e cose
capaci di suscitar tentazioni.

b) Il senso del tatto è anche più pericoloso, perchè eccita
impressioni sensuali che tendono facilmente a cattivi diletti; bisogna quindi
astenersi da quei toccamenti o carezze che non possono che eccitar le passioni.

c) Quanto alla fantasia e alla memoria, si richiamino le
regole esposte al n. 781.
Riguardo alla volontà, bisogna rinvigorirla con virili educazione, secondo i
principi esposti ai n. 811-816.

880. d) Anche il cuore
dev’essere mortificato con la lotta contro le sensibili e pericolose amicizie
(n. 600-604).
È vero che viene un momenti in cui le persone che si preparano al matrimonio si
legano di legittimo amore, ma sia amore casto e soprannaturale; schiveranno
quindi quei segni d’affetto che fossero contrari alle leggi della decenza,
rammentandosi che la loro unione, per poter essere benedetta da Dio, deve restar
pura. Quanto alle persone ancor troppo giovani da pensare al matrimonio,
staranno in guardia contro quelle affezioni sensibili che, ammollendo il cuore,
lo preparano a pericolose transazioni. Non si può impunemente scherzar col
fuoco. E poi se uno esige dalla persona che vuole sposare un cuor puro, non
dovrà esser puro anche quello che le offre?

881. e) Finalmente una delle
più utili mortificazioni è l’energica e costante applicazione ai doveri
del proprio stato. L’ozio è cattivo consigliere; il lavoro invece, occupando
tutta la nostra attività, ci allontana la fantasia, la mente e il cuore dagli
oggetti pericolosi; sul che ritorneremo presto, al n. 887.

882. D) La preghiera.
a
) Il Concilio di Trento ci avverte che Dio nulla comanda d’impossibile
ma ci chiede di fare quello che possiamo e di pregare per ottener quello che da
noi non possiamo 882-1. Prescrizione che si applica soprattutto
alla castità, la quale presenta per la maggior parte dei cristiani, anche per
quelli che sono nel santo stato del matrimonio, speciali difficoltà. A
trionfarne, bisogna pregare, pregar spesso, e meditare sulle grandi verità:
queste frequenti ascensioni dell’anima a Dio ci distaccano a poco a poco dai
sensuali diletti per elevarci a pure e sante delizie.

b) Alla preghiera bisogna aggiungere la pratica frequente dei
sacramenti.
1) Quando uno si confessa spesso, e sinceramente si
accusa delle colpe o delle imprudenze commesse contro la purità, la grazia
dell’assoluzione, unita ai consigli del confessore, invigorisce in singolar modo
la volontà contro le tentazioni. 2) Grazia che maggiormente si rinsalda con
la comunione frequente: l’intima unione col Dio d’ogni santità smorza la
concupiscenza, rende l’anima più sensibile ai beni spirituali e la distacca
quindi dai grossolani diletti. Con la confessione e con la comunione frequente
S. Filippo Neri guariva i giovani abituati nel vizio impuro; e anche oggi
non c’è rimedio più efficace sia a preservare come a fortificare la bella virtù.
Se tanta gioventù maschile e femminile sfugge al contagio del vizio, lo deve
alle pratiche religiose, ove trova l’arma efficace contro le tentazioni che
l’assediano. È vero che quest’arma richiede coraggio, energia, frequenti
rinnovati sforzi; ma con la preghiera, coi sacramenti e con la salda volontà si
trionfa di tutti gli ostacoli.

NOTE
858-1 Matth., V, 22.

859-1 “Videbis cædes ac venena, et
reorum mutuas sordes, et urbium clades, et totarum exitia gentium… Aspice tot
memoriæ proditos duces” (De irâ, l. I, n. 2).

860-1 Moral., l. c.,
P. L. LXXV, 724.

861-1 Cf. Descuret, La
medicina delle passioni;
J. Laumonier, La
thérapeutique…
p. 167-174.

862-1 S. Fr. di Sales, La
Filotea,
P. IIIª, c. VIII.

862-2 Ibid.

864-1 S. Tommaso, IIª
IIæ, q. 148; De malo, q. 14; Jaugey, De quatuor
virtut. cardin.,
1876, p. 569-574; Laumonier, op.
cit.
, c. II.

864-2 Phil., III, 19.

866-1 Quaresimale, 1921,
Ritiri Pasquali, Eccessi della tavola (Marietti, Torino).

869-1 I Cor., X, 31.

870-1 E. Caustier, La vie
et la santé,
p. 115.

871-1 La vie spirituelle,
trad. Bernadot., P. II, c. III.

873-1 S. Tommaso, IIª
IIæ, q. 153-154; S. Alfonso, l. III, n. 412-485; Capelmann,
Medicina pastoralis; Antonelli, Medicina
pastoralis,
Romæ 1905; Surbled, Vie de jeune homme, Parigi
1900; Vie de jeune fille, Parigi 1903; Fonssagrives, L’educazione della purezza etc. (Galla, Vicenza);
G. Guibert, La purezza (Marietti, Torino); M. Dubourg,
Sixième et
neuvième Commandement.


873-2 Esodo, XX, 14, 17; Matth., V, 27, 28.

875-1 Laumonier, op.
cit.
, p. 111.

877-1 II° Congresso della Conf.
intern., 1902. Si consultino molte altre testimonianze nel Le problème de la
chasteté au point de vue scientifique
di F. Esclande, 1919, p.
122-136.

878-1 Eccli., III, 27.

878-2 La Filotea, P. IIIª, c.
XXXIII (Salesiana, Torino).

879-1 Matth., V, 28.

879-2 Matth., V, 29.

882-1 Sess. VI, De justificatione, c.
XI.

883-1 S. Tommaso, IIª
IIæ, q. 35; De Malo, q. II; Natale Alessandro, op.
cit.
, p. 1148-1170; Melchior Cano, Victoire sur soi-même,
c. X; G. Faber, Progresso etc, c. XIV (Salesiana, Torino); Laumonier,
op.
cit.
, c. III; Vuillermet, Soyez des hommes, Parigi, 1908,
XI, p. 185.

Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@yahoo.it>.

Ultima revisione: 2 febbraio 2006.