Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (771-795)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO I. La purificazione dell’anima o la via purgativa. CAPITOLO III. La Mortificazione. § I. Della mortificazione del corpo e dei sensi esterni. § II. Della mortificazione dei sensi interni. § III. Della mortificazione delle passioni. I. La psicologia delle passioni. II. Effetti delle passioni.

§ I. Della mortificazione del corpo e dei sensi esterni.
771.La sua ragione. a) Nostro Signore aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell’astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. S. Paolo era tanto convinto della necessità di domare il corpo, che severamente lo castigava per schivare il peccato e la dannazione: “Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiar”. La Chiesa pensò anch’essa a prescrivere ai fedeli alcuni giorni di digiuno e d’astinenza.

b) Qual ne è la ragione? Certo il corpo, ben disciplinato, è servo utile e anche necessario, alle cui forze bisogna aver riguardo per poterle mettere a servizio dell’anima. Ma, nello stato di natura decaduta, il corpo cerca i sensuali diletti senza darsi pensiero del lecito o dell’illecito; ha anzi un’inclinazione speciale per i piaceri illeciti e si rivolta talora contro le superiori facoltà che glie li vogliono interdire.
È nemico tanto più pericoloso in quanto che ci accompagna dovunque, a tavola, a letto, a passeggio, e incontra spesso complici pronti ad aizzarne la sensualità e la voluttà. I sensi, infatti, sono come tante porte aperte per cui furtivamente s’insinua il sottile veleno dei proibiti diletti.
È dunque assolutamente necessario vigilarlo, padroneggiarlo, ridurlo in schiavitù: altrimenti ci tradirà.
772.Modestia del corpo. A domare il corpo, cominciamo con l’osservar bene le regole della modestia e della buona creanza, ove trovasi largo campo di mortificazione. Il principio che ci deve servir di regola è quello di S. Paolo: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi?…
Membra vestra templum sunt Spiritus Sancti”
772-1.
A) Bisogna dunque rispettare il proprio corpo come un tempio santo, come un membro di Gesù Cristo; via dunque quelle mode più o meno invereconde, buone solo a provocar la curiosità e la voluttà. Porti ognuno le vesti richieste dalla propria condizione, semplici e modeste, ma sempre pulite e decenti.
Nulla di più saggio dell’avvertimento di S. Francesco di Sales su questo punto 772-2: “Siate pulita, o Filotea, e nulla si vegga in voi di sciatto e di male aggiustato… ma guardatevi bene dalla vanità, dalle affettazioni, dalle curiosità e dalle stranezze. Attenetevi, per quanto sarà possibile, alla semplicità e alla modestia, che sono il più grande ornamento della bellezza e il miglior palliativo della bruttezza… le donne vanitose fanno dubitare della loro castità: o almeno, se sono tali, la loro castità non è visibile, sotto tutto quell’ingombro e quelle frascherie”. S. Luigi dice in poche parole: “che uno deve vestirsi secondo il proprio stato, in modo che le persone savie e la gente per bene non possano dire: vi acconciate troppo; nè i giovani: vi acconciate troppo poco”.

Quanto ai religiosi e alle religiose, come pure gli ecclesiastici, hanno sulla forma e sulla materia dei vestiti regole a cui devono conformarsi; è inutile dire che la mondanità e la civetteria sarebbero in loro totalmente fuor di posto e non potrebbero che scandalizzar gli stessi mondani.

773. B) La buona creanza è anch’essa ottima mortificazione alla portata di tutti: schivar diligentemente un contegno molle ed effeminato, tenere il corpo dritto senza sforzo e senza affettazione, non curvo nè pencolante da un lato o dall’altro; non cangiar posizione troppo di frequente; non incrocicchiare nè i piede nè le gambe; non abbandonarsi mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio: evitare i movimenti bruschi e i gesti disordinati: ecco, fra cento altri, i mezzi di mortificarsi senza pericolo per la salute, senza attirar l’attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo.

774. C) Vi sono altre mortificazioni positive che i penitenti generosi s’impongono volentieri per domare il corpo, calmarne gli ardori intempestivi, e stimolare il desiderio della pietà: i più comuni sono quei braccialetti di ferro che si infilano alle braccia, quelle catanelle che si cingono alle reni, cinture o scapolari di crine, o alcuni buoni colpi di disciplina quando uno se li può dare senza attirar l’attenzione
774-1. Ma bisogna in tutto questo consultare premurosamente il direttore, schivar tutto ciò che sapesse di singolarità o lusingasse la vanità, senza parlare poi di ciò che fosse contrario all’igiene o alla pulizia; il direttore non permetterà queste cose che con discrezione, a modo di prova solo per un poco di tempo, e, se vi notasse inconvenienti di qualsiasi genere, le sopprimerà.

775.Modestia degli occhi. A) Vi sono sguardi gravemente colpevoli, che offendono non solo il pudore ma la stessa castità 775-1 e da cui bisogna assolutamente astenersi. Ve ne sono altri pericolosi, quando uno fissa, senza ragione, persone o cose capaci di suscitar tentazioni: quindi la S. Scrittura ci avverte di non fissar lo sguardo sopra una giovane, perchè la sua bellezza non diventi per noi occasione di scandalo: “Virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius” 775-2. Oggi poi che la licenza degli abbigliamenti e l’immodestia delle mode o i perniciosi ritrovi dei teatri e di certi salotti offrono tanti pericoli, di quanto riserbo non è necessario armarsi per non esporsi al peccato!

776. B) Quindi il sincero cristiano che vuole ad ogni costo salvarsi l’anima, va anche più oltre, e per essere sicuro di non cedere alla sensualità, mortifica la curiosità degli occhi, schivando, per esempio, di guardar dalla finestra per vedere chi passa, tenendo gli occhi modestamente bassi, senza affettazione, nelle gite di affari o nel passeggio. Li posa volentieri piuttosto su qualche pia immagine, campanile, croce, statua, per eccitarsi all’amor di Dio e dei Santi.
777.Mortificazione dell’udito e della lingua. A) Richiede che non si dica nè che si ascolti cosa alcuna che sia contraria alla carità, alla purità, all’umiltà e alle altre virtù cristiane; perchè, come dice S. Paolo, le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi “corrumpunt mores bonos colloquia prava” 777-1. Quante anime infatti si pervertirono per aver ascoltato conversazioni disoneste o contrarie alla carità!
Le parole lubriche eccitano una morbosa curiosità, destano le passioni, accendono desideri
e provocano al peccato. Le parole poco caritatevoli causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancori. Bisogna quindi vigilare anche sulle minime parole per evitar tali scandali, e saper chiudere l’orecchio a tutto ciò che può turbare la purità, la carità e la pace.
778. B) A meglio riuscirvi, si mortificherà qualche volta la curiosità col non interrogare su ciò che può stuzzicarla, o col reprimere quella smania di discorrere che va poi a finire in chiacchiere non solo inutili ma anche peccaminose: “in multiloquio non deerit peccatum”.
C) E poichè i mezzi negativi non bastano, si baderà a condurre la conversazione sopra argomenti non solo innocui, ma buoni, onesti, edificanti, senza però rendersi gravosi con osservazioni troppo serie che non vengano spontanee.
779.Mortificazioni degli altri sensi. Quanto abbiamo detto della vista, dell’udito e della lingua, s’applica pure agli altri sensi; ritorneremo sul gusto parlando della golosità e sul tatto a proposito della castità. Quanto all’odorato, basti dire che l’uso immoderato dei profumi è spesso pretesto per appagar la sensualità ed eccitar talora la voluttà; e che un cristiano serio non ne usa se non con moderazione e per ragione di grande utilità; e che i religiosi e gli ecclesiastici hanno per norma di non usarne mai.

§ II. Della mortificazione dei sensi interni.
I due sensi interni che bisogna mortificare sono la fantasia e la memoria, le quali generalmente operano insieme, essendo il lavoro della memoria accompagnato da immagini sensibili.
780.Principio. La fantasia e la memoria sono due preziose facoltà che non solo forniscono all’intelletto i materiali di cui ha bisogno per lavorare, ma lo aiutano ad esporre la verità con immagini e con fatti che la rendono più afferrabile, più viva, e quindi pure più interessante: un’esposizioni pallida e fredda non avrebbe che poca attrattiva per lo comune dei mortali. Non si tratta quindi di annullar queste facoltà, ma di disciplinarle e di subordinarne l’attività all’impero della ragione e della volontà; altrimenti, abbandonate a se stesse, popolano l’anima di un mondo di ricordi e d’immagini che la dissipano, ne sciupano le energie, le fanno perdere, mentre prega e lavora, un tempo prezioso, e causano mille tentazioni contro la purità, la carità, l’umiltà e la altre virtù. È dunque necessario regolarle e metterle a servizio delle facoltà superiori.

781.Regole da seguire. A) A reprimere i traviamenti della memoria e della fantasia, uno deve innanzitutto studiarsi di scacciare inesorabilmente, subito fin da principio, appena se ne accorge, le immagini o i ricordi pericolosi, che, richiamandoci un tristo passato o trasportandoci fra le seduzioni del presente o dell’avvenire, sarebbero per noi fonte di tentazioni.
Ma, essendovi spesso una specie di determinismo psicologico che ci fa passare dalle fantasie vane a quelle pericolose, ci premuniremo contro quest’ingranaggio, mortificando i pensieri inutili, che ci fanno già perdere un tempo prezioso e preparano la via ad altri più pericolosi: la mortificazione dei pensieri inutili, dicono i Santi, è la morte dei pensieri cattivi.

782. B) A ben riuscirvi, il mezzo positivo migliore è di applicarci con tutta l’anima al dovere presente, ai nostri lavori, ai nostri studi, alle nostre abituali occupazioni. È questo del resto anche il mezzo migliore per riuscire a far bene ciò che si fa, concentrando tutta l’attività sull’azione presente: “age quod agis”. — Rammentino i giovani che, per progredire negli studi come negli altri doveri del loro stato, devono far lavorare più l’intelligenza e la riflessione che le facoltà sensitive; così, mentre si assicureranno l’avvenire, schiveranno pure le pericolose fantasie.

783. C) Finalmente è cosa utilissima servirsi della fantasia e della memoria per alimentar la pietà, cercando nella S. Scrittura, nelle preghiere liturgiche e negli autori spirituali i più bei testi, i più bei paragoni e le immagini più belle; adoprando pure la fantasia per mettersi alla presenza di Dio e rappresentarso le varie particolarità dei misteri di Nostro Signore e della SS. Vergine.
Così la fantasia, in cambio di intorpidirsi, si verrà popolando di rappresentazioni pie che ne bandiranno le pericolose e ci porranno in grado di capir meglio e meglio spiegare ai nostri uditori le scene evangeliche.

§ III. Della mortificazione delle passioni 784-1.
784. Le passioni, intese in senso filosofico, non sono necessariamente e assolutamente cattive: sono forze vive, spesso impetuose, di cui uno può giovarsi così per il bene come per il male, purchè le sappia regolare e volgere a un nobile fine. Ma nel linguaggio popolare e presso certi autori spirituali, questa parola si usa in senso peggiorativo, per designare le passioni cattive. Noi dunque:

  • 1° richiameremo le principali nozioni psicologiche sulle passioni;

  • 2° ne indicheremo i buoni e i cattivi effetti;

  • 3° esporremo alcune regole pel buon uso delle passioni.

I.
La psicologia delle passioni.
Qui richiamiamo soltanto ciò che viene più ampiamente esposto nella Psicologia.
785.Nozione. Le passioni sono moti impetuosi dell’appetito sensitivo verso il bene sensibile con più o meno forte ripercussione sull’organismo.
a) Vi è dunque alla radice della passione una certa conoscenza almeno sensibile d’un bene sperato o acquistato o d’un male contrario a questo bene; da questa conoscenza scaturiscono i moti dell’appetito sensitivo.
b) Sono moti impetuosi che si distinguono quindi dagli stati affettivi grati o ingrati, i quali sono calmi, tranquilli, senza quell’ardore e quella veemenza che è nelle passioni.

c) Appunto perchè impetuosi e fortemente attivi sull’appetito sensitivo, hanno una ripercussione sull’organismo fisico per ragione della stretta unione tra il corpo e l’anima. Così la collera fa affluire il sangue al cervello e tende i nervi, la paura fa impallidire, l’amore dilata il cuore e il timore lo stringe. Questi effetti fisiologici però non si hanno in tutti nello stesso grado, dipendendo dal temperamento di ciascuno, dalla intensità della passione e dal dominio che uno ha su se stesso.
786.
Le passioni quindi differiscono dai sentimenti, che sono moti della volontà, onde suppongono la conoscenza dell’intelletto, e che, pur essendo forti, non hanno la violenza delle passioni. Così vi è un amore-passione e un amore-sentimento, un timore passionale e un timore intellettuale. Aggiungiamo che nell’uomo, animale ragionevole, le passioni e i sentimenti spesso, anzi quasi sempre, si mescolano in proporzioni molto varie, e che con la volontà aiutata dalla grazia si riesce a trasformare in nobili sentimenti le passioni anche più ardenti, subordinando queste a quelli.

787.Il loro numero. Se ne contano generalmente undici, che, come ottimamente dimostra Bossuet 787-1, derivano tutte dall’amore: “Le altre nostre passioni si riferiscono al solo amore che le contiene e le eccita tutte”.
1) L’amore è l passione di unirsi a una persone o a una cosa che piace: si vuole possederla.
2) L’odio è la passione di allontanar da noi persona o cosa che ci dispiace: nasce dall’amore nel senso che odiamo cio che si oppone a ciò che amiamo; io non odio la malattia se non perchè amo la sanità; non odio una persona se non perchè è di ostacolo al possesso di ciò che amo.
3) Il desiderio è la ricerca d’un bene assente, e nasce dall’amore che abbiamo per questo bene.
4) L’avversione (o fuga) fa schivare il male che si sta avvicinando.
5) L’allegrezza è il godimento del bene presente.
6) La tristezza invece si cruccia del male presente e se ne allontana.
7) L’audacia (ardire o coraggio) si sforza d’unirsi all’oggetto amato in cui acquisto è difficile.
8) Il timore ci spinge ad allontanarci da un male difficile a schivarsi.
9) La speranza corre con ardore all’oggetto amato, il cui acquisto è possibile benchè difficile.
10)
La disperazione sorge nell’anima quando l’acquisto dell’oggetto amato appare impossibile.
11) La collera respinge violentemente ciò che ci fa del male ed eccita il desiderio di vendicarsi.
Le prime sei passioni, che derivano dall’appetito concupiscibile, sono dai moderni comunemente dette passioni di godimento; le altre cinque, che si riferiscono all’appetito irascibile, si denominano passioni combattive.

II. Effetti delle passioni.
788. Gli Stoici volevano che le passioni fossero radicalmente cattive e che si dovessero sopprimere; gli Epicurei deificano le passioni e altamente proclamano che bisogna assecondarle; gli epicurei moderni lo dicono con la frase: vivete la vita. Il cristianesimo tiene la via di mezzo tra questi due eccessi: nulla di ciò che Dio pose nell’umana natura è cattivo; Gesù stesso ebbe regolate passioni: amò non solo con la volontà ma anche col cuore, e pianse su Lazzaro e sull’infedele Gerusalemme; s’accese di santo sdegno, subì il timore, la tristezza, la noia; ma seppe tener queste passioni sotto l’impero della volontà e subordinarle a Dio.
Quando invece le passioni sono sregolate producono i più perniciosi effetti, onde bisogna mortificarle e disciplinarle.
789. Effetti delle passioni sregolate. Si dicono sregolate le passioni che vanno a un bene sensibile proibito, oppure a un bene lecito ma con troppo ardore e senza riferirlo a Dio. Ora queste passioni disordinate:
a) Acciecano l’anima: corrono infatti al loro oggetto impetuosamente, senza consultar la ragione, lasciandosi guidare dall’inclinazione o dal diletto. La qual cosa, turbando l’animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l’appetito sensitivo è cieco per natura, e se l’anima lo prende a guida diventa cieca anch’essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal momentaneo diletto, che è come una nube che non le lascia veder la verità; acciecata dalla polvere sollevata dalle passioni, l’anima non vede più chiaramente la volontà di Dio e il dovere che le s’impone, onde non è più capace di proferir retto giudizio.

790. b) Stancano l’anima e la tormentano.
1) Le passioni, dice S. Giovanni della Croce 790-1, “sono come i bambini irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo ora quello e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca chi scava cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l’anima a conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand’anche finalmente lo consegua, pure sempre si stanca perchè non resta mai perfettamente paga… è come il febbricitante che non sta mai bene finchè non gli passi la febbre e che ogni momento si sente crescere la sete…
Gli appetiti stancano e affliggono l’anima; la poveretta ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti dal vento”.
2) Onde un dolore tanto più intenso quanto più vive sono le passioni; perchè queste tormentano la povera anima finchè non vengano appagate; e poichè l’appetito viene mangiando, chiedono sempre di più; se la coscienza rilutta, s’impazientiscono, si agitano, sollecitano la volontà perchè ceda ai sempre rinascenti desideri: è inesprimibile tortura.

791. c) Infiacchiscono la volontà: sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli, la volontà è obbligata a disperdere le forze e quindi a indebolirle. Tutto ciò che cede alle passioni ne accresce le pretensioni e diminuisce le sue energie.
Simile a quei polloni inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco d’un albero, gli appetiti che uno non riesce a dominare, si vengono a mano a mano sviluppando e rubano vigore all’anima, come i polloni parassiti all’albero. Viene così il momento in cui, infiacchita, l’anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a tutte le transazioni.
792. d) Macchiano l’anima. Quando l’anima, cedendo alle passioni, s’unisce alle creature, s’abbassa al loro livello e ne contrae la malizia e le sozzure; in cambio di essere fedele immagine di Dio, si fa ad immagine delle cose a cui s’unisce; granellini di polvere e macchie di fango vengono a offuscarne la bellezza, opponendosi alla perfetta unione con Dio.
“Oso affermare, dice S. Giovanni della Croce 792-1, che un solo appetito disordinato, anche che non sia contaminato di peccato mortale, basta per mettere un’anima in tale stato d’oscurità, di bruttezza e di sordidezza, da diventare incapace di qualunque (intima) unione con Dio, finchè non se ne sia purificata.
Che dire allora dell’anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è in balìa di tutti suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà dalla purità divina? Nè parole nè ragionamenti possono far comprendere la varietà delle sozzure che tanti diversi appetiti producono in un’anima… ogni appetito depone a modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza nell’anima”.
793. Conclusione.
È quindi necessario, per chi vuol giungere all’unione con Dio, mortificare tutte le passioni, anche le più piccole, in quanto volontarie e disordinate. L’unione perfetta, infatti, suppone che nulla sia in noi di contrario alla volontà di Dio, nessun volontario attacco alle creature e a noi stessi: appena ci lasciamo traviare di proposito deliberato da qualche passione, non vi è più unione perfetta tra la nostra volontà e quella di Dio.
Il che è specialmente vero delle passioni o degli attacchi abituali: svigoriscono la volontà anche quando siano leggieri.
È ciò che osserva S. Giovanni della Croce 793-1: “che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo spezzato”.
794.
Vantaggi delle passioni ben ordinate. Quando invece le passioni sono ben regolate, vale a dire orientate verso il bene, moderate e soggette alla volontà, portano i più preziosi vantaggi. Sono forze vive e ardenti che vengono a stimolar l’attività dell’intelligenza e della volontà, prestandole validissimo aiuto.
a) Operano sull’intelletto, eccitandone l’ardore al lavoro e il desiderio di conoscere la verità. Quando un oggetto ci appassiona nel senso buono della parola, siamo tutt’occhi, tutt’orecchi per conoscerlo bene, la mente coglie più facilmente la verità, la memoria è più tenace nel ritenerla.
Ecco, per esempio, un inventore animato da ardente patriottismo; lavora con maggior ardore, con maggior tenacia, con maggior acume, appunto perchè vuol rendere servizio alla patria; parimenti uno studente, sorretto dalla nobile ambizione di porre la sua scienza a servizio dei compatriotti, fa maggiori sforzi e riesce a più splendidi risultati; soprattutto poi chi appassionatamente ama Gesù Cristo, studia il Vangelo con maggior ardore, lo capisce e lo gusta meglio: le parole del Maestro sono per lui oracoli che gli portano nell’anima fulgidissima luce.
795.
b) Operano pure sulla volontà per muoverla e decuplicarne le energie: ciò che si fa per amore si fa meglio, con applicazione, con costanza, con riuscita maggiore. Che non tenta l’amorosa madre per salvare il suo bambino! Quanti eroismi ispirati dall’amor di patria! Parimenti, quando un Santo è appassionato d’amor di Dio e delle anime, non indietreggia dinanzi a nessun sforzo, a nessun sacrificio, a nessuna umiliazione, per salvare i fratelli. Sì, è la volontà che comanda questi atti di zelo, ma la volontà ispirata, stimolata, sorretta da una santa passione. Ora quando i due appetiti, sensitivo e intellettivo, ossia quando cuore e volontà lavorano nello stesso senso e uniscono le forze, è chiaro che molto più importanti e durevoli ne sono i frutti. Conviene quindi studiare il modo di trar partito dalle passioni.

NOTE
772-1 I Cor., VI, 15, 19.
772-2 La Filotea, P. III, c. XXV.
774-1 Il rifarsi alle pratiche di mortificazione corporale è uno dei mezzi più efficaci per riaver l’allegrezza e con lei il fervore: “Ritorniamo alle mortificazioni corporali, ammacchiamo la carne, facciamo colare qualche goccia di sangue, e saremo lieti come non fummo mai.
Se i Santi spirano letizia, se i monaci e le religiose sono creature animate di tal franca gaiezza che il mondo non sa spiegare, dipende unicamente da questo che i loro corpi, come quello di S. Paolo, sono castigati e tenuti in soggezione con inflessibile severità”. (Faber, Il Santissimo Sacramento, t. I.)
775-1 Matth., V, 28.
775-2 Eccl., IX, 5.
777-1 I Cor., XV, 33.

784-1 S. Tommaso, Iª IIæ, q. 22-48; Suarez, disp. III; Sénault, De l’usage des passions; Descuret, La medicina delle passioni; Belouino, Des passions; Th. Ribot, La psicologia dei sentimenti; La logica dei sentimenti; P. Janvier, Quaresimale 1905, Marietti, Torino; H. D. Noble, L’éducation des passions; e gli autori già citati sulla mortificazione.

787-1 Della cognizione di Dio e di sè stesso, c. I, n. VI.
790-1 La Salita del Carmelo, l. I, c. VI, n. 6; si leggano i capitoli VI-XII di questo libro, dove il Santo spiega mirabilmente “i perniciosi effetti degli appetiti”, cioè delle passioni. Ne compendiamo qui brevemente il pensiero.
792-1 La Salita del Carmelo, l. I, c. IX, n. 2.
793-1 La Salita del Carmelo, l. I, c. XI, n. 3.

Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@yahoo.it>. Ultima revisione: 31 gennaio 2006.