Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (705-735)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO I. La purificazione dell’anima o la via purgativa. CAPITOLO II. Della penitenza. Necessità e nozione della penitenza. Art. I. Motivi di odiare e fuggire il peccato. § I. Del peccato mortale. I. Che cosa pensa Dio del peccato mortale. II. Che cosa è il peccato mortale in sè stesso. III. Gli effetti del peccato mortale. § II. Del peccato veniale deliberato. I. Malizia del peccato veniale deliberato. II. Effetti del peccato veniale deliberato.

Della penitenza 705-1.

Indicata brevemente la necessità e la nozione della penitenza,
esporremo:


  • 1° i motivi che devono farci odiare e schivare
    il peccato;

  • 2° i motivi e i mezzi di ripararlo.




  • Necessità
    e nozione.

  • Art. I.
    — Odio del peccato


    • mortale.

    • veniale.



  • Art. II.
    — Riparazione del peccato


    • motivi.

    • mezzi.




NECESSITÀ E NOZIONE DELLA
PENITENZA.

705.   Dopo la preghiera, la penitenza
è il mezzo più efficace per purificar l’anima dalle colpe passate e anche
per premunirla contro le future.

1° Quindi Nostro Signore, volendo dar principio al pubblico suo ministero, fa
predicare dal precursore la necessità della penitenza: “Fate penitenza
perchè il regno dei cieli è vicino: pœnitentiam agite, appropinquavit enim
regnum cælorum
 705-2. Dichiara di essere egli pure venuto a
chiamare i peccatori a penitenza: “Non veni vocare justos, sed peccatores ad
pœnitentiam”
 705-3. Tanto necessaria è questa virtù che, se
non facciamo penitenza, periremo: “si pœnitentiam non egeritis, omnes
similiter peribitis”
 705-4. Gli Apostoli compresero così bene questa
dottrina che fin dalle prime prediche insistono sulla necessità della penitenza
come condizione preparatoria al battesimo: “Pœnitentiam agite, et baptizetur
unusquisque vestrum”
 705-5.

La penitenza è infatti pel peccatore un atto di giustizia; avendo
offeso Dio e violatine i diritti, è obbligato a riparare questo oltraggio: il
che fa con la penitenza.

706.   2° La penitenza si
definisce: una virtù soprannaturale, connessa con la giustizia, che
inclina il peccatore a detestare il peccato perchè offesa di Dio, e a prendere
la ferma risoluzione di schivarlo per l’avvenire e di ripararlo.


Comprende quindi quattro atti principali, di cui è facile vedere la genesi e
la connessione. 1) Alla luce della ragione e della fede, vediamo che il
peccato è un male, il più grande di tutti i mali, a dir vero, l’unico vero male,
perchè offende Dio e ci priva dei più preziosi beni; questo male lo
odiamo con tutta l’anima “iniquitatem odio habui”.
2) Considerando d’altra parte che questo male è in noi, perchè abbiamo
peccato, e che, anche quando vien perdonato, ne resta nell’anima qualche
traccia, ne concepiamo un vivo dolore, dolore che ci tortura e stritola
l’anima, una sincera contrizione, una profonda umiliazione. 3) Per
evitare nell’avvenire questo odioso male, prendiamo la ferma risoluzione
o il saldo proponimento di schivarlo, sollecitamente fuggendo le
occasioni che vi ci potrebbero condurre e rafforzando la volontà contro le
lusinghe dei pericolosi diletti. 4) Finalmente, persuasi che il peccato è
un’ingiustizia, risolviamo di ripararlo e di espiarlo con
sentimenti ed opere di penitenza.

ART. I. MOTIVI DI ODIARE E
FUGGIRE IL PECCATO 707-1.

Prima d’esporre questi motivi 707-2, diciamo che cosa è il peccato mortale e
il veniale.

707.   Nozione e specie. Il
peccato è una trasgressione volontaria della legge di Dio. È dunque una
disobbedienza a Dio e quindi un’offesa di Dio, perchè preferiamo
la volontà nostra alla sua e violiamo così gl’imprescrittibili suoi diritti alla
nostra sottomissione.

708.   a) Il peccato
mortale.
Quando con piena avvertenza e pieno consenso trasgrediamo una legge
importante, necessaria al conseguimento del nostro fine, in materia grave, il
peccato è mortale, perchè priva l’anima della grazia abituale che ne
costituisce la vita soprannaturale (n. 105).
Ecco perchè questo peccato è definito da S. Tommaso: un atto con cui ci
distacchiamo da Dio, ultimo nostro fine, attaccandoci liberamente e
disordinatamente a qualche bene creato.
Perdendo infatti la grazia abituale
che ci univa a Dio, ci distacchiamo da lui.

709.   b) Il peccato
veniale.
Quando la legge da noi violata non è necessaria al conseguimento
del nostro fine, o quando la violiamo in materia leggiera, oppure, essendo la
legge grave in sè, non la trasgrediamo con piena avvertenza o pieno consenso, il
peccato è soltanto veniale, e non ci priva dello stato di grazia.
Rimaniamo uniti a Dio nel fondo dell’anima, perchè vogliamo farne la volontà in
tutto ciò che è necessario a conservarne l’amicizia e conseguire il nostro fine.
È però sempre una trasgressione della legge di Dio e una offesa inflitta alla
sua Maestà, come proveremo più avanti.

§ I. Del peccato
mortale
 710-1.

710.   Per pronunziare un retto
giudizio sul peccato grave, bisogna considerare:


  • 1° che
    cosa ne pensa Dio;

  • 2° che
    cosa è in sè stesso;

  • 3° i
    funesti suoi effetti.


Chi con la meditazione
approfondisca queste considerazioni, avrà per il peccato un odio invincibile.

I. Che cosa pensa Dio del peccato
mortale.


Per averne una qualche idea, vediamo come lo castighi e come lo
condanni nella S. Scrittura.

711.   1° Come lo castiga.
A
) Negli angeli ribelli: non commettono che un solo peccato, un
peccato interno, un peccato di superbia, e Dio, loro Creatore e loro Padre, Dio
che li amava non solo come opera delle sue mani ma anche come figli adottivi, si
vede obbligato, per punirne la ribellione, a precipitarli nell’inferno, dove,
per tutta l’eternità, saranno separati da lui e privi quindi di ogni felicità.
Eppure Dio è giusto e non punisce mai i colpevoli più di quanto meritino; è
misericordioso perfino nei castighi temperandone il rigore colla bontà.
Dev’essere dunque qualche cosa d’abbominevole il peccato per meritare d’essere
punito tanto rigorosamente.

712.   B) Nei nostri
progenitori: erano stati ricolmi d’ogni sorta di beni, naturali,
preternaturali e soprannaturali, n. 52-66. Ma commettono essi pure un
peccato di disubbidienza e di superbia, ed ecco che perdono subito, con la vita
della grazia, i doni gratuiti che erano stati così liberalmente loro largiti,
vengono cacciati dal paradiso originale, di cui subiamo ancora le tristi
conseguenze (n. 69-75). Ora Dio amava i nostri progenitori e se il Dio
della giustizia e della misericordia dovette castigarli tanto severamente,
perfino nella posterità, vuol dunque dire che il peccato è un male orribile che
non potremo mai detestare abbastanza.

713.   C)
Nella persona del Figlio. Per non lasciar eternamente perire l’uomo e
conciliar nello stesso tempo i diritti della giustizia e della misericordia, il
Padre manda il Figlio sulla terra, lo costituisce capo del genere umano,
commettendogli d’espiare e riparare il peccato in vece nostra. Or che gli chiede
per questa redenzione? Trentatrè anni di patimenti e di umiliazioni, coronati
dalla fisica e morale agonia dell’orto degli Ulivi, del Sinedrio, del Pretorio,
del Calvario. Chi vuol sapere che cosa sia il peccato, segua passo passo il
divin Salvatore, dal presepio alla Croce: nella vita nascosta, ove
pratica l’umiltà, l’obbedienza, la povertà, il lavoro; nella vita
apostolica, tra le fatiche, le delusioni, gli affanni, le persecuzioni di
cui è vittima; nella vita paziente, ove soffrì tali torture fisiche e
morali, da parte degli amici e dei nemici, da venire a ragione chiamato
l’uomo dei dolori; e poi dica a sè stesso in tutta sincerità: ecco
l’opera dei miei peccati, “vulneratus est propter iniquitates nostras,
attritus est propter scelera nostra”
. Così stenterà meno a comprendere che
il peccato è il più grande dei mali.

714.   2° Come Dio condanna il
peccato.
La S. Scrittura ci presenta il peccato come la cosa più
abominevole e criminosa.

a) È una disubbidienza a Dio, una trasgressione dei suoi
ordini, che viene severamente e giustamente punita, come si vede nei nostro
progenitori 714-1. Nel popolo d’Israele, che appartiene in
modo speciale a Dio, questa disobbedienza è considerata come rivolta e
ribellione 714-2. b) È un’ingratitudine
verso il più insigne dei benefattori, un’empietà verso il più amabile dei
padri: “Filios enutrivi et exaltavi, ipsi autem spreverunt
me”
 714-3. c) È una mancanza di
fedeltà, una specie d’adulterio, perchè Dio è lo sposo delle anime e
giustamente esige inviolabile fedeltà: “Tu autem fornicata es cum amatoribus
multis”
 714-4. d) È un’ingiustizia,
perchè violiamo apertamente i diritti di Dio sopra di noi: “Omnis qui facit
peccatum et iniquitatem facit, et peccatum est
iniquitas”
 714-5.

II. Che cosa è il peccato mortale in sè
stesso.


Il peccato mortale è il male, l’unico vero male, perchè tutti
gli altri mali non ne sono che la conseguenza o il castigo.

715.   1° Riguardo a Dio, è un
delitto di lesa maestà divina: infatti offende Dio in tutti i suoi
attributi, ma soprattutto come primo nostro principio, ultimo
nostro fine, Padre nostro e nostro benefattore.

A) Essendo Dio il primo nostro principio, il nostro
Creatore, da cui ci viene tutto ciò che siamo e tutto ciò che possediamo, è per
ciò stesso il nostro supremo Padrone, a cui dobbiamo ubbidienza assoluta. Ora,
col peccato mortale, noi lo disubbidiamo, facendogli l’ingiuria di
preferire la volontà nostra alla sua, una creatura al Creatore! Facciamo anzi di
peggio: ci rivoltiamo contro di lui, noi che per creazione siamo sudditi
suoi assai più che non siano sudditi gli uomini soggetti ad un principe.
a) Rivolta tanto più grave in quanto che è Padrone
infinitamente sapiente e infinitamente buono che nulla ci ordina che non sia
nello stesso tempo utile alla nostra felicità come alla sua gloria, mentre la
nostra volontà, ben lo sappiamo, è fiacca, fragile, soggetta all’errore: eppure
la preferiamo a quella di Dio! b) Questa rivolta poi è tanto meno
scusabile,
perchè, istruiti fin dall’infanzia da genitori cristiani, abbiamo
conoscenza più chiara, più esatta dei diritti di Dio su di noi, e della malizia
del peccato, cosicchè operiamo sapendo bene quello che facciamo. c) E perchè tradiamo così il nostro Padrone? Per un vile piacere che
ci avvilisce e ci abbassa al livello dei bruti; per uno stolto orgoglio con cui
ci appropriamo la gloria che appartiene solo a Dio; per un interesse, per un
guadagno passeggiero a cui sacrifichiamo un bene eterno!

716.   B) Dio è pure
l’ultimo nostro fine: ci creò e non potè creare che per sè, non
essendovi fuori di lui bene alcuno più grande in cui possiamo trovar la nostra
perfezione e la nostra felicità; ma poi è giusto e necessario che, usciti da
Dio, a lui ritorniamo; essendo cosa sua e sua proprietà, dobbiamo riverirlo,
lodarlo, servirlo e glorificarlo 716-1; teneramente amati da lui, dobbiamo anche
noi riamarlo con tutta l’anima: nell’amarlo e nell’adorarlo troviamo la felicità
e la perfezione. Ha quindi stretto diritto che l’intiera nostra vita con
tutti i pensieri, tutti i desideri, tutte le azioni, sia rivolta a lui e lo
glorifichi.

Ora, col peccato mortale, ci stacchiamo volontariamente da lui per dilettarci
in un bene creato; gli facciamo l’ingiuria di preferirgli una sua creatura o
meglio l’egoistica nostra soddisfazione; perchè in fondo più che alla creatura
ci attacchiamo al diletto che in lei troviamo. È una flagrante
ingiustizia, perchè si tende a privar Dio degli imprescrittibili suoi
diritti su di noi e di quella gloria esterna che gli dobbiamo; è una specie
d’idolatria, che erige, nel tempio del nostro cuore, un idolo a fianco
del vero Dio; è un disprezzar la fonte d’acqua viva, che sola può
dissetar le anime, e preferirgli quell’acqua fangosa che si trova in fondo alle
cisterne scrostate, secondo l’energico linguaggio di Geremia 716-2: Duo enim mala fecit populus meus:
me
dereliquerunt fontem aquæ vivæ, et foderunt sibi cisternas, cisternas
dissipatas, quæ continere non valent aquas”
.

717.   C) Dio è pure per noi un
Padre, che ci adottò per figli e ci tratta con sollecitudine tutta
paterna (n. 94), colmandoci dei più preziosi suoi benefici, dotandoci di
soprannaturale organismo onde farci vivere di vita simile alla sua, e
largheggiando con noi di copiose grazie attuali onde porre in atto i suoi doni e
accrescerci la vita soprannaturale. Ora, col peccato mortale, disprezziamo
questi doni, ne abusiamo anzi per volgerli contro il nostro benefattore e il
nostro Padre, profaniamo le sue grazie e l’offendiamo nel momento stesso in cui
ci colma dei suoi beni. Non è ingratitudine tanto più colpevole quanto
maggiori sono i doni ricevuti, che grida vendetta contro di noi?

718.   2° Rispetto a Gesù
Cristo,
nostro redentore, il peccato è una specie di deicidio.
a) È infatti il peccato che cagionò i patimenti e la morte del divin
Salvatore: “Christus passus est pro nobis 718-1Lavit nos a peccatis nostris in
sanguine suo”
 718-2. Perchè questo pensiero ci faccia
impressione dobbiamo richiamare la parte che abbiamo personalmente avuta nella
dolorosa Passione del Salvatore. Son io che con un bacio ho tradito il mio
maestro, e qualche volta anche per qualche cosa di meno di trenta denari; io che
fui causa del suo arresto e della sua condanna a morte; io ero là col popolaccio
a gridare: Non hunc, sed Barabbam… Crucifige eum 718-3; io ero là coi soldati a
flagellarlo con le mie immortificazioni, a coronarlo di spine con gl’interni
miei peccati di sensualità e d’orgoglio, a porgli sulle spalle la pesante croce
e a crocifiggerlo. Come bene spiega l’Olier 718-4, “la nostra avarizia inchioda la sua
carità, la nostra collera la sua dolcezza, la nostra impazienza la sua pazienza,
il nostro orgoglio la sua umiltà; e così con i nostri vizi attanagliamo,
stringiamo in catene e facciamo a brani Gesù Cristo abitante in noi”. Quanto
dobbiamo odiare il peccato che ha così crudelmente inchiodato alla croce il
nostro Salvatore!

b) Ora non possiamo certamente infliggergli più nuove torture perchè
non può più patire; ma le presenti nostre colpe continuano ad offenderlo perchè,
commettendole volontariamente, disprezziamo il suo amore e i suo benefici,
rendiamo inutile per noi il sangue da lui così generosamente versato, lo
priviamo di quell’amore, di quella riconoscenza, di quell’ubbidienza, a cui ha
diritto. Non è un corrispondere al suo amore con la più nera ingratitudine e
chiamar quindi sul nostro capo i più gravi castighi?

III. Gli effetti del peccato mortale.

Dio volle che la legge avesse una sanzione, che la felicità fosse, in fin dei
conti, la ricompensa della virtù e il dolore castigo del peccato. Onde,
considerando gli effetti del peccato, potremo in qualche modo arguirne la reità.
Li possiamo studiare in questa vita o nell’altra.

719.   1° Per renderci conto dei
terribili effetti del peccato mortale in questa vita, richiamiamo che
cosa è un’anima in istato di grazia: abita in lei la SS. Trinità che vi
trova le sue compiacenze e la orna delle sue grazie, delle sue virtù e dei suoi
doni; sotto l’influsso della grazia attuale i suoi atti buoni diventano
meritorii della vita eterna; possiede la santa libertà dei figli di Dio,
partecipa della forza e della virtù di Dio e gode, in certi momenti
specialmente, tale felicità che è come un saggio della felicità celeste. Or che
fa il peccato mortale?

a) Caccia Dio dall’anima, e poichè il possesso di Dio è già
un’anticipazione della beatitudine celeste, la sua perdita è come il preludio
della riprovazione eterna: chi perde Dio non perde forse tutti i beni di cui Dio
è la fonte?

b) Con lui perdiamo la grazia santificante, che ci faceva
vivere d’una vita simile a quella di Dio, ond’è come una specie di suicidio
spirituale;
e perdiamo pure con lei il glorioso corteggio delle virtù
e dei doni che l’accompagnavano. Se nell’infinita sua misericordia Dio ci
lascia la fede e la speranza, queste virtù non sono più informate e avvivate
dalla carità e non rimangono in noi che per ispirarci un timore salutare e un
ardente desiderio di riparazione e di penitenza; intanto ci mostrano il triste
stato dell’anima nostra eccitando in noi cocenti rimorsi.

720.   c) Perdiamo pure i
meriti passati, accumulati con tanti sforzi, nè li potremo più ricuperare
che per mezzo di una laboriosa penitenza; e finchè rimaniamo in peccato mortale,
non possiamo meritar nulla pel cielo. Qual dissipazione di beni soprannaturali!

d) Bisogna aggiungervi la tirannica schiavitù che il peccatore
deve or mai subire: in cambio della santa libertà di cui godeva, eccolo
diventato schiavo del peccato, delle passioni cattive che si trovano come
scatenate per la perdita della grazia e delle male abitudini che non tardano a
formarsi con le ricadute così difficili a schivare, perchè “colui che pecca
diventa schiavo del peccato, omnis qui facit peccatum, servus est
peccati”
 720-1. Infiacchiscono gradatamente le forze
morali, le grazie attuali diminuiscono e sopraggiunge lo scoraggiamento e
talvolta la disperazione; la è finita per questa povera anima se Dio, per un
eccesso di misericordia, non viene a trarla con la sua grazia dal fondo
dell’abisso.

721.   2° Che se
sventuratamente il peccatore si ostina sino alla fine nella resistenza alla
grazia, ecco l’inferno con tutti i suoi orrori. A) Prima la pena
del danno,
pena giustamente meritata. La grazia non aveva cessato di
inseguire il colpevole; ma ei volle volontariamente morire nel suo peccato,
volle rimanere volontariamente separato da Dio. Finchè era sulla terra, tutto
assorto negli affari e nei piaceri, non aveva tempo di fermarsi sull’orrore del
suo stato morale. Ma ora, che non vi sono più per lui nè affari nè piaceri, si
trova costantemente in faccia alla terribile realtà. Dal fondo stesso della
natura, dalle aspirazioni dell’anima e del cuore, dall’intiero suo essere si
sente irresistibilmente tratto verso Colui che è il primo suo principio e il suo
ultimo fine, l’unica fonte della sua perfezione e della sua felicità, verso quel
Padre così amabile e così amante che l’aveva adottato per figlio, verso quel
Redentore che l’aveva amato fino a morir sulla croce per lui; ma intanto si
sente inesorabilmente respinto da una forza invincibile, forza che non è altro
che il suo peccato. La morte l’ha ormai fissato, l’ha reso immobile nelle sue
disposizioni, e avendo rigettato Dio nel momento stesso della morte, rimarrà da
Dio eternamente separato. Non beatitudine, non perfezione: rimane affisso al suo
peccato e in lui a tutto ciò che vi è di più ignobile e di più avvilito: “discedite a me maledicti”.

722.   B) Alla pena del
danno, che è di molto la più terribile, viene ad aggiungersi la pena del
senso. Complice dell’anima, il corpo ne parteciperà pure il supplizio; la
disperazione eterna che tortura l’anima del dannato produce già nel corpo una
febbre intensa, una sete inestinguibile che nulla può calmare. Ma vi sarà pure
un fuoco reale, benchè diverso dal fuoco materiale che vediamo sulla
terra, che diverrà strumento della divina giustizia per castigare il nostro
corpo e i nostri sensi; è giusto infatti che si sia puniti con ciò con cui si è
peccato “per quæ peccat quis per hæc et torquetur” 722-1; onde, avendo il dannato voluto
disordinatamente godere delle creature, in esse troverà strumenti di supplizio.
Questo fuoco, acceso e diretto da mano intelligente, tormenterà tanto più le sue
vittime quanto più intensamente avranno voluto godere i peccaminosi diletti.

723.   C) L’una e l’altra pena
non finiranno mai ed è ciò che mette il colmo al castigo dei dannati. Perchè, se
i minimi patimenti, quando siano continui, diventano quasi intollerabili, che
dire di queste pene, già così intense in se stesse, che dopo milioni di secoli
non faranno che ricominciare?

Eppure Dio è giusto, Dio è buono perfino nei castighi che è obbligato ad
infliggere ai dannati. Bisogna dunque che il peccato sia male abbominevole se
viene punito in tal maniera, sia il solo vero ed unico male. Dunque piuttosto
morire che macchiarsi di un solo peccato mortale “potius mori quam
fædari”
; e, per meglio schivarlo, abbiamo orrore anche del peccato veniale.

§ II. Del peccato veniale deliberato.

Rispetto alla perfezione vi è grandissima differenza tra i peccati veniali di
sorpresa e quelli che si commettono di proposito deliberato, con
piena avvertenza e con pieno consenso.

724.   Delle colpe di sorpresa.
I Santi stessi commettono qualche volta colpe di sorpresa, lasciandosi
andare un istante, per irriflessione e per debolezza di volontà, a negligenze
negli esercizi spirituali, ad imprudenze, a giudizi o a parole contrarie alla
carità, a piccole bugie per scusarsi. Sono colpe certamente biasimevoli e le
anime fervorose amaramente le deplorano, ma non sono ostacolo alla perfezione;
il Signore che conosce la nostra debolezza le scusa facilmente: “ipse
cognovit figmentum nostrum”;
del resto le ripariamo quasi subito con atti di
contrizione, di umiltà, di amore, che sono più durevoli e più volontari che non
i peccati di fragilità.

Quello che dobbiamo fare rispetto a queste colpe è di diminuirne il numero e
schivare lo scoraggiamento. a) Si possono diminuire con la
vigilanza: si cerca di rifarsi alla causa e di sopprimerla, ma senza
fretta od affanno, confidando più sulla grazia divina che sui nostri sforzi;
bisogna soprattutto sforzarsi di sopprimere ogni affetto al peccato
veniale; perchè come osserva S. Francesco di Sales 724-1, “se il cuore vi si attacca, si perde
tosto la soavità della devozione e tutta la devozione stessa”.

725.   b) Ma bisogna pure
attentamente evitare lo scoraggiamento e il dispetto di coloro
“che si irritano di essersi irritati, si rattristano di essersi
rattristati” 725-1; questi movimenti provengono in sostanza
dall’amor proprio che si turba e s’inquieta al vederci tanto imperfetti, Per
schivar questo difetto bisogna guardar le colpe nostre con quella benignità con
cui guardiamo quelle degli altri, odiare, sì, i nostri difetti e le nostre
debolezze ma con odio tranquillo, con viva coscienza della nostra debolezza e
della nostra miseria, e con ferma e calma volontà di far servire queste colpe
alla gloria di Dio, adempiendo con maggior fedeltà ed amore il dovere presente.

Ma i peccati veniali deliberati sono grandissimo ostacolo al progesso
spirituale e devono essere vigorosamente combattuti. A convincercene, vediamo la
malizia e gli effetti.

I. Malizia del peccato veniale deliberato.

726.   Questo peccato è un male
morale, il più gran male in sostanza dopo il peccato mortale; è vero che non ci
fa deviar dal nostro fine ma ci ritarda il cammino, ci fa perdere un tempo
prezioso e soprattutto è offesa di Dio; in ciò consiste principalmente la
sua malizia.

727.   È infatti una disubbidienza
a Dio,
in materia leggiera, è vero, ma voluta dopo averci riflettuto, e che,
agli occhi della fede, è veramente qualche cosa di odioso perchè assale
l’infinita maestà di Dio.

A) È un’ingiuria, un insulto a Dio: mettiamo sulla
bilancia da un lato la volontà di Dio e la sua gloria, e dall’altro il nostro
capriccio, il nostro diletto, la nostra gloriuzza, e osiamo preferirci a Dio!
Quale oltraggio! Una volontà, infinitamente sapiente e retta, sacrificata alla
nostra che è così soggetta all’errore e al capriccio! “È, dice
S. Teresa 727-1, come se si dicesse: Signore, benchè
quest’azione vi dispiaccia, pure io la farò. So bene che voi la vedete, so molto
bene che non la volete; ma preferisco seguire la mia fantasia e la mia
inclinazione anzichè la vostra volontà. E vi par poca cosa trattar così? Per me,
per quanto leggiera sia la colpa in se stessa, la giudico invece grave e
gravissima”.

728.   B) Ne consegue, per
colpa nostra, una diminuzione della gloria esterna di Dio: fummo creati
per procurarne la gloria obbedendo perfettamente e amorosamente ai suoi ordini;
ora, ricusando di ubbidirgli, sia pure in materia leggiera, gli sottraiamo parte
di questa gloria; in cambio di proclamare, come Maria, che vogliamo glorificarlo
in tutte le nostre azioni “Magnificat anima mea Dominum”, ricusiamo
positivamente di glorificarlo in questa o in quella cosa.

C) Ed è quindi un’ingratitudine; colmati di più numerosi
benefici perchè suoi amici, e sapendo che chiede in ricambio la nostra
riconoscenza e il nostro amore, noi ricusiamo di fargli quel piccolo sacrificio;
invece di studiarci di piacergli, non ci curiamo di dispiacergli. Onde un
raffreddamento dell’amicizia di Dio verso di noi: egli ci ama senza riserva e
chiede in ricambio che l’amiamo anche noi con tutta l’anima; “Diliges Dominum
Deum tuum ex toto corde tuo et in tota anima tua et in tota mente
tua”
 728-1. Ma noi non gli diamo che una parte di
noi stessi, facciam delle riserve, e, pur volendo conservarne l’amicizia, gli
mercanteggiamo la nostra e non gli diamo che un cuore diviso. C’è qui, com’è
chiaro, indelicatezza, mancanza di slancio e di generosità, che non può che
diminuire l’intimità con Dio.

II. Effetti del peccato veniale deliberato.

729.   1° In questa vita, il
peccato veniale commesso frequentemente e di proposito deliberato, priva
l’anima di molte grazie, diminuisce gradatamente il fervore e
predispone al peccato mortale.

A) Il peccato veniale priva l’anima non della grazia santificante nè
dell’amor di Dio, ma la priva d’una nuova grazia che avrebbe ricevuto se avesse
resistito alla tentazione e quindi pure d’un grado di gloria che con la sua
fedeltà avrebbe potuto acquistare; la priva d’un grado d’amore che Dio voleva
darle. Non è questa una perdita immensa, la perdita d’un tesoro più prezioso del
mondo intiero?

730.   B) È una diminuzione
di fervore,
vale a dire di quella generosità con cui l’anima si dà
intieramente a Dio. Questa disposizione infatti suppone un alto ideale e
lo sforzo costante per accostarvisi. Ora l’abitudine del peccato veniale
è incompatibile con queste due cose.

a) Nulla tanto diminuisce il nostro ideale quanto l’affetto al
peccato: in cambio d’essere pronti a far tutto per Dio e mirare alla vetta, ci
fermiamo deliberatamente lungo il cammino, a mezza costa, per godere di qualche
piccolo piacere proibito; perdiamo così un tempo prezioso; cessiamo di guardare
in alto per trastullarci a cogliere alcuni fiori che presto appassiranno;
cominciamo allora a sentir la fatica, e la vetta della perfezione, anche quella
a cui eravamo personalmente chiamati, ci sembra troppo lontana e troppo ripida:
diciamo a noi stessi che non è poi necessario mirare sì alto, e che uno può
salvarsi a più buon mercato; e l’ideale che avevamo intravisto non ha più
attrattive per noi. Uno dice a sè stesso: questi moti di compiacenza, queste
piccole sensualità, queste amicizie sensibili, queste maldicenze sono poi cose
inevitabili; bisogna rassegnarsi. b) Allora lo slancio verso
le altezze è troncato; si camminava prima di passo allegro, sorretti dalla
speranza di toccar la meta; ora invece si comincia a sentire il peso del giorno
e della fatica, e, quando vogliamo riprendere le ascese, l’affetto al peccato
veniale c’impedisce d’avanzare. L’uccello attaccato al suolo tenta invano di
prendere lo slancio in alto: al suolo ricade spossato; così le anime nostre,
trattenute da affetti a cui non vogliamo rinunziare, ricadono presto più o meno
spossate dal vano sforzo che hanno tentato. Qualche volta, è vero, ci pare di
poter riprendere l’antico slancio; ahimè! altri legami ci trattengono, e non
abbiamo più la costanza necessaria per troncarli tutti uno dopo l’altro. Vi è
dunque un raffreddamento di carità che dà da pensare.

731.   C) Il
gran pericolo che allora ci minaccia è di scivolare a poco a poco giù
fin nel peccato mortale.
Crescono infatti le nostre inclinazioni al piacere
proibito e d’altra parte le grazie di Dio diminuiscono, tanto che viene il
momento in cui possiamo temere tutti i peggiori tracolli.

a) Crescono le nostre inclinazioni al piacere cattivo: quanto
più si concede a questo perfido nemico tanto più chiede, perchè è insaziabile.

Oggi la pigrizia ci fa abbreviar la meditazione di cinque minuti, domani ne
chiede dieci; oggi la sensualità si contenta di qualche piccola imprudenza,
domani si fa più ardita ed esige qualche cosa di più. Dove fermarsi su questo
pericoloso pendìo? Uno tenta di tranquillarsi pensando che son colpe solo
veniali: ma ahimè! a poco a poco s’accostano alle colpe gravi, le imprudenze si
rinnovano e turbano più profondamente l’immaginazione e i sensi. È il fuoco che
cova sotto la cenere e che può diventar focolare d’incendio; è il serpente che
uno si riscalda in seno e che si prepara a mordere e avvelenare la vittima. —
Il pericolo è tanto più prossimo per questo che, a furia di esporvisi, è meno
temuto: vi si prende dimestichezza, si lasciano cadere, l’un dopo l’altro, i
baluardi che difendevano la cittadella del cuore, e viene il momento in cui con
un assalto più furioso, il nemico penetra nella piazzaforte.

732.   b) Il
che è tanto più da temere in quanto che le grazie di Dio generalmente
diminuiscono a proporzione delle nostre infedeltà. 1) È infatti legge di
Provvidenza che le grazie ci sono date secondo la nostra cooperazione
“secundum cujusque dispositionem et cooperationem”. È questo in sostanza
il senso della parola evangelica: “A chi ha, si dà di più e sarà
nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha, qui enim
habet dabitur ei et abundabit; qui autem non habet et quod habet auferetur ab
eo”
 732-1. Ora, con l’affetto al peccato veniale,
noi resistiamo alla grazia e ne ostacoliamo l’azione nell’anima, onde ne
riceviamo assai meno. Ora, se con più copiose grazie non abbiamo saputo
resistere alle cattive inclinazioni della natura, vi resisteremo con grazie o
con forze diminuite? 2) D’altra parte, quando un’anima manca di
raccoglimento e di generosità, non riesce a cogliere quegli interni movimenti
della grazia che la sollecitano al bene, perchè vengono presto soffocati dallo
strepito delle rideste passioni. 3) Del resto la grazia non può
santificarci se non chiedendoci sacrifici, ma le abitudini del piacere
acquistate con l’affetto alle colpe veniali rendono questi sacrifici assai più
difficili.

733.   Si può dunque conchiudere col
P. L. Lallemand 733-1: “La rovina delle anime viene dal
moltiplicarsi dei peccati veniali che cagionano la diminuzione dei lumi e delle
ispirazioni divine, delle grazie e delle consolazioni interiori, del fervore e
del coraggio per resistere agli assalti del nemico. Ne segue l’acciecamento, la
debolezza, le cadute frequenti, l’abitudine, l’insensibilità, perchè, guadagnato
che sia l’affetto, si pecca quasi senza aver sentimento del peccato”.

734.   2° Gli effetti
del peccato veniale nell’altra vita 734-1, ci mostrano quanto dobbiamo
temerlo: infatti molte anime passano i lunghi anni nel Purgatorio per espiarlo.
E che cosa soffrono in quel luogo d’espiazione?

A) Vi soffrono il più intollerabile dei mali, la privazione di
Dio.
Non è certamente una pena eterna ed è appunto questo che la distingue
dalle pene dell’inferno. Ma, per un tempo più o meno lungo, proporzionato al
numero e alla gravità delle colpe, queste anime che amano Dio, che, separate da
tutte le gioie e distrazioni della terra, pensano costantemente a lui e bramano
ardentemente di vederne la faccia, vengono private della sua vista e del suo
possesso e patiscono ineffabili strazi. Capiscono ora che fuori di Lui non
possono essere felici; ma ecco rizzarsi innanzi a loro, come insormontabile
ostacolo, quella moltitudine di peccati veniali che non hanno sufficientemente
espiati. Del resto sono tanto comprese della necessità della mondezza richiesta
a contemplare la faccia di Dio che si vergognerebbero di comparire davanti a lui
senza questa mondezza e non consentirebbero mai ad entrare in cielo finchè resta
in loro qualche traccia del peccato veniale 734-2. Sono quindi in uno stato
violento, che ben riconoscono d’aver meritato ma che non lascia per
questo di torturarle.

735.   B) Inoltre, secondo la
dottrina di S. Tommaso, un sottil fuoco le penetra, ne molesta l’attività,
e fa loro provare fisici patimenti per espiare i colpevoli diletti a cui
acconsentirono, Accettano certo di gran cuore questa prova, perchè intendono
bene che è necessaria per unirsi a Dio.

“Vedendo, dice S. Caterina da Genova 735-1, il purgatorio ordinato a levar via le
sue macchie, l’anima vi si getta dentro e le par trovare una grande misericordia
per potersi levare quell’impedimento”. Ma tale accettazione non toglie che
queste anime soffrano molto: “L’amore di Dio, il quale ridonda nell’anima, le dà
una contentezza sì grande che non si può esprimere, ma questa contentezza alle
anime che sono in purgatorio non toglie scintilla di pena, anzi quell’amore, il
quale si trova ritardato, è quello che fa la loro pena, e tanto fa pena maggiore
quant’è la perfezione dell’amore del quale Dio le ha fatte
capaci” 735-2.

Eppure Dio non è soltanto giusto ma anche misericordioso!
Ama queste anime con amore sincero, tenero, paterno; desidera ardentemente di
darsi ad esse per tutta l’eternità; e se non lo fa, è perchè vi è
incompatibilità assoluta tra la infinita sua santità e la minima macchia, il
minimo peccato veniale. Non potremo dunque mai troppo abbominarlo, mai troppo
schivarlo e mai troppo ripararlo con la penitenza.

NOTE

705-1 S. Tommaso, III, q.
85; Suarez, De penitentia, disp. I e VII; Billuart, De
pœn.,
disp. II; Ad. Tanquerey, Synopsis theol. moralis, t. I,
n. 3-14; Bossuet, Sermone sulla necessità della penitenza,
edizione Lebarcq, 1897, t. IV. 596. t. V. 419; Bourdaloue, Quaresimale; per il lunedì della seconda settimana;
Newman, disc.
to mixed congregations, Neglect of divine calls; Faber, Progressi, c. XIX.

705-2 Matth., III, 2.

705-3 Luc., V, 32.

705-4 Luc., XIII, 5.

705-5 Act., II, 38.

707-1 S. Tommaso
IIæ, q. 71-73; q. 85-89; Suarez, De peccatis, disp.
I-III; disp. VII, VIII; Philip. a S. Trinitate, Sum. theol.
mysticæ,
P. I, tr. II, disc. I; Anton. a Spiritu S., Directorium
mysticum,
disp. I, sez. III; T. Da
Vallgornera,
Mystica theol., q. II, disp. I, art. III-IV; Alvarez de Paz, T. II, P. I, De abjectione peccatorum;
Bourdaloue, Quaresimale, mercoledì della 5ª sett., sullo stato di peccato e sullo
stato di grazia; Tronson, Ex. particuliers, CLXX-CLXXX;
Manning, Il peccato e le sue conseguenze; Mgr d’Hulst, Quaresimale del 1892 e
Ritiro (Marietti, Torino); P. Janvier, Quaresimale 1907, Iª Confer.;
Quaresimale
1908 per intiero (Marietti, Torino).

707-2 Svolgiamo questi motivi un poco
a lungo perchè i lettori possano meditarli; concepito un vivo orrore del
peccato, il progresso è assicurato.

710-1 S. Ignazio, Eserc.
Spir.,
Iª Sett., Iº Esercizio; e i suoi numerosi commentatori.

714-1 Gen., II, 17; III,
11-19.

714-2 Jerem., II, 4, 8.

714-3 Isa., I, 2.

714-4 Jerem., III, 1.

714-5 Joan., III, 4.

716-1 È il pensiero che
S. Ignazio svolge nella meditazione fondamentale, a principio degli
Esercizi Spirituali, commentando queste parole: “Creatus est homo ad
hunc finem ut Dominum Deum suum laudet et revereatur, eique serviens tandem
salvus fiat”
.

716-2 Jer., II, 13.

718-1 I Petr., II, 21.

718-2 Apoc., I, 5.

718-3 Joan., XVIII, 40; XIX,
6.

718-4 Catéch. chrétien, P. I,
lez. II.

720-1 Joan., VIII, 54; cfr. II Petr., II, 19.

722-1 Sap., XI, 17.

724-1 Vita devota, l. I, c.
XXII.

725-1 S. Fr. di Sales, Vita
devota;
P. III, c. IX.

727-1 Cammino della
perfezione,
c. XLI.

728-1 Matth., XXII, 37.

732-1 Matth., XIII, 12.

733-1 La doctrine spirituelle,
III° Principio, c. II, a. I, § 3.

734-1 Non parliamo dei castighi
temporali con cui Dio punisce il peccato: la S. Scrittura vi ritorna
spesso, specialmente nell’Antico Testamento. Quando però si tratta di
determinare se questa o quella pena è castigo del peccato veniale, bisogna
contentarsi spesso di congetture. Non conviene quindi insistere su questo come
fanno certi autori spirituali che attribuiscono a colpe veniali castighi
terribili; così la moglie di Loth viene cangiata in una statua di sale per una
colpa di curiosità, ed Oza è colpito di morte per aver toccato l’arca.

734-2 “L’anima, questo vedendo, se
trovasse un altro purgatorio sopra quello, per potersi levar più presto tanto
impedimento, presto vi si getterebbe dentro, per l’impeto di quell’amore
conforme tra Dio e l’anima”. (S. Caterina da Genova, Purgatorio, c. IX).

735-1 Opera citata, c. VIII.

735-2 Op. cit., c. XII. —
Bisogna leggere tutto questo piccolo trattato sul Purgatorio; F. Trucco,
Il purgatorio e la vita delle anime purganti secondo
S. Caterina da Genova,
Sarzana, 1915.

Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@yahoo.it>.

Ultima revisione: 14 febbraio 2006.