Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (51-75)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey Questo capitolo ha per scopo di farci meglio conoscere ciò che vi è di eccellente nella vita soprannaturale, come pure le grandezze e le debolezze dell’uomo. CAPITOLO I. Le origini della vita soprannaturale. ART. I. Della vita naturale dell’uomo. ART. II. Elevazione dell’uomo allo stato soprannaturale.

CAPITOLO I.
Le origini della vita soprannaturale.
51.   Questo capitolo ha per iscopo di farci meglio conoscere ciò che vi è di gratuito e d’eccellente nella vita soprannaturale, come pure le grandezze e le debolezze dell’uomo a cui questa vita è conferita. Per meglio intenderlo, vediamo:


  • I. Che cosa è la vita naturale dell’uomo;

  • II. La sua elevazione allo stato soprannaturale;

  • III. La sua caduta;

  • IV. La sua restaurazione per opera del divin Redentore.

ART. I. DELLA VITA NATURALE DELL’UOMO.
52.   Si tratta qui di descrivere l’uomo quale sarebbe stato nello stato di semplice natura e quale viene dipinto dai filosofi.
Poichè la nostra vita soprannaturale s’innesta sulla nostra vita naturale e la conserva perfezionandola, è necessario richiamare brevemente ciò che su questo punto la retta ragione c’insegna.
1° L’uomo è un composto misterioso di corpo e di anima, di materia e di spirito che in lui intimamente s’uniscono per formare un’unica natura e un’unica persona. L’uomo dunque è, per così dire, il punto di congiunzione, il vincolo che unisce gli spiriti e i corpi; un compendio delle meraviglie della creazione, un piccolo mondo che concentra tutti i mondi, μιχρóχοσμος, e che manifesta la sapienza divina, la quale ha saputo riunire due esseri così disparati.
53.   È un mondo pieno di vita: secondo l’osservazione di S. Gregorio Magno, vi si distinguono tre vite, la vita vegetativa, la vita animale e la vita intellettiva:Homo habet vivere cum plantis, sentire cum animantibus, intelligere cum angelis.” 53-1 Come la pianta, l’uomo si nutrisce, cresce e si riproduce; come l’animale, conosce gli oggetti sensibili e tende ad essi col suo appetito sensitivo, con le sue emozioni e le sue passioni, e si muove di moto spontaneo; come l’angelo, ma in grado minore e in modo diverso, conosce intellettualmente l’essere soprasensibile, il vero, e la sua volontà tende liberamente al bene razionale.
54.   2° Queste tre vite non si sovrappongono, ma si compenetrano, si coordinano e si subordinano, per concorrere ad un medesimo fine: la perfezione di tutto l’essere. È legge razionale insieme e biologica che, in ogni essere composto, la vita non può conservarsi e svilupparsi se non a patto di coordinare e quindi di subordinare i suoi vari elementi all’elemento principale e di asservirli per servirsene. Nell’uomo quindi le facoltà inferiori, vegetative e sensitive, devono essere sottomesse alla ragione e alla volontà. Questa condizione è assoluta: nella misura che manca, la vita s’affievolisce e scompare; infatti quando cessa la subordinazione, la dissociazione degli elementi incomincia, e si ha l’indebolimento del sistema e finalmente la morte. 54-1
55.   3° La vita è dunque una lotta; perchè le facoltà inferiori tendono con ardore al piacere, mentre le facoltà superiori tendono al bene onesto. Ora tra queste facoltà vi è spesso conflitto: ciò che ci piace, ciò che ci è o almeno ci sembra utile, non è sempre moralmente buono; è necessario quindi che la ragione, per far regnare l’ordine, combatta le tendenze contrarie e ne trionfi; ed ecco la lotta dello spirito contro la carne, della volontà contro la passione. Questa lotta è talora penosa; come in primavera sale la linfa negli alberi, così vi sono talora nella parte sensitiva dell’anima spinte violente verso il piacere sensibile.
56.   Ma non sono irresistibili; la volontà, aiutata dall’intelletto, esercita su questi movimenti passionali un quadruplice potere: 1) potere di previdenza, che consiste nel prevedere e nel prevenire, con una saggia e costante vigilanza, molte immaginazioni, impressioni ed emozioni pericolose; 2) un potere d’inibizione e di moderazione, col quale noi infreniamo o almeno moderiamo i moti violenti che ci si sollevano nell’anima; così io posso impedire ai miei occhi di fissarsi su un oggetto pericoloso, alla mia immaginazione di trattenere immagini cattive; e se sorge in me moto di collera, io posso moderarlo; 3) un potere di stimolo, che eccita o intensifica per mezzo della volontà i movimenti passionali; 4) un potere di direzione, che ci rende capaci di dirigere questi movimenti verso il bene e quindi di distoglierli anche dal male.
57.   Oltre a queste lotte intestine, ce ne possono essere altre tra l’anima e il suo Creatore. Vediamo certamente con la retta ragione che siamo obbligati a pienamente assoggettarci a Colui che è nostro supremo Padrone. Ma questa obbedienza ci costa; c’è in noi una certa sete d’indipendenza e d’autonomia che ci inclina a sottrarci all’autorità divina; è l’orgoglio, di cui non si trionfa che con l’umile confessione della propria indegnità e della propria impotenza, riconoscendo i diritti imprescrittibili del Creatore sulla sua creatura.
Così dunque, nello stato di natura, noi avremmo dovuto lottare contro la triplice concupiscenza.
58.   4° Quando l’uomo, invece di cedere alle cattive tendenze, fa il suo dovere, può a buon diritto aspettarsi una ricompensa, che sarà per la sua anima immortale una conoscenza più ampia e più profonda della verità e di Dio, sempre però conforme alla sua natura, cioè a dire analitica o discorsiva, e un amore più puro e più durevole. Se invece viola liberamente la legge in materia grave e non si pente prima di morire, non consegue il suo fine e merita un castigo, che sarà la privazione di Dio accompagnata da tormenti, proporzionati alla gravità delle sue colpe.
Tale sarebbe stato l’uomo nel cosidetto stato di natura pura, che del resto non è mai esistito; essendo stato l’uomo elevato allo stato soprannaturale, o al momento della sua creazione, come dice S. Tommaso, o immediatamente dopo, come dice S. Bonaventura.
Dio, nella infinita sua bontà, non si contentò di conferire all’uomo i doni naturali; ma volle elevarlo ad uno stato superiore, conferendogli doni preternaturali e soprannaturali.
ART. II. ELEVAZIONE DELL’UOMO ALLO STATO SOPRANNATURALE. 59-1
I. Nozione del soprannaturale.
59.   Richiamiamo che in teologia si distinguono due specie di soprannaturale: il soprannaturale assoluto, per essenza, quoad substantiam, e il soprannaturale relativo, quanto al modo, quoad modum.
1° Il soprannaturale per essenza è un dono divino fatto alla creatura intelligente, e che supera assolutamente tutta la sua natura, in questo senso che non può essere da lei prodotto e neppur da lei postulato, richiesto, meritato, cosicchè non solo supera ogni sua capacità attiva ma anche tutti i suoi diritti e tutte le sue esigenze. È qualche cosa di finito, perchè è un dono fatto alla creatura; ma è nello stesso tempo qualche cosa di divino, perchè solo il divino può superare le esigenze di ogni creatura. È però un divino comunicato e partecipato in modo finito e così evitiamo il panteismo. Non ci sono veramente che due sole forme di soprannaturale per essenza: l’Incarnazione e la grazia santificante.
A) Nel primo caso, Dio si unisce all’umanità nella persona del Verbo, in modo che la natura umana di Gesù ha per soggetto personale la seconda persona della SS. Trinità, senza alcuna alterazione come natura umana; cosicchè Gesù, uomo per la sua natura umana, è anche veramente Dio quanto alla sua persona. Abbiamo qui un’unione sostanziale, che non fonde due nature in una sola, ma le unisce, conservandone l’integrità, in una sola persona, la persona del Verbo; è quindi un’unione personale o ipostatica. È questo il più alto grado del soprannaturale quoad substantiam.
B) La grazia santificante è un grado minore di questo stesso soprannaturale. Con lei infatti l’uomo serba la personalità ma viene divinamente, benchè accidentalmente, modificato nella natura e nella capacità operativa; non diventa Dio, ma deiforme, cioè simile a Dio, divinæ consors naturæ, capace di afferrar direttamente Dio nella visione beatifica, quando la grazia sarà trasformata in gloria, e di vederlo faccia a faccia, come Dio vede se stesso; privilegio che supera evidentemente le esigenze delle creature anche più perfette, poichè ci fa partecipare alla vita intellettuale di Dio e alla sua natura.
60.   2° Il soprannaturale relativo, quanto al modo, è in sè qualche cosa che non supera la capacità o le esigenze di ogni creatura, ma solamente di qualche natura particolare. Tale è la scienza infusa, che supera la capacità dell’uomo ma non quella dell’angelo.
Dio comunicò all’uomo queste due forme di soprannaturale: conferì infatti ai nostri progenitori il dono di integrità, (soprannaturale quoad modum) che, perfezionandone la natura, la disponeva a ricevere la grazia, e nello stesso tempo conferì loro la grazia stessa, dono soprannaturale quoad substantiam: il complesso di questi due doni costituisce quella che si chiama giustizia originale.
II. Doni preternaturali conferiti ad Adamo.
61.   Il dono di integrità perfeziona la natura dell’uomo senza elevarla all’ordine divino; è certamente un dono gratuito e preternaturale che supera le sue esigenze e le sue forze; ma non è ancora il soprannaturale per essenza. Comprende tre grandi privilegi, i quali, senza cangiare il fondo della natura umana, le danno una perfezione a cui non avea alcun diritto: la scienza infusa, il dominio delle passioni o l’esenzione dalla concupiscenza, l’immortalità del corpo.
62.   A) La scienza infusa. Per natura noi non vi abbiamo diritto, perchè è privilegio degli angeli; solo progressivamente e con difficoltà noi, secondo le leggi psicologiche, possiamo arrivare alla conquista della scienza. Ora, per facilitare al primo uomo il suo ufficio di capo e di educatore del genere umano, Dio gli diede gratuitamente la scienza infusa di tutte le verità che gli erano necessarie, ed una certa facilità d’acquistare la scienza sperimentale; s’avvicinava così agli angeli.
63.   B) Il dominio delle passioni ossia l’esenzione da quella tirannica concupiscenza che rende la virtù così difficile. Abbiamo detto che, per la costituzione stessa dell’uomo, vi è in lui una lotta terribile tra il desiderio sincero del bene e l’appetito disordinato dei piaceri e dei beni sensibili, ed una spiccata tendenza all’orgoglio: tutto quello insomma che noi chiamiamo la triplice concupiscenza. Per rimediare a questo naturale difetto, Dio conferì ai nostri progenitori un certo dominio sulle passioni che, senza renderli impeccabili, agevolava loro la virtù. In Adamo non v’era quella tirannia della concupiscenza che inclina violentemente al male, ma solamente una certa tendenza al piacere, subordinata alla ragione. Essendo la sua volontà sottomessa a Dio, le facoltà inferiori erano sottomesse alla ragione e il corpo all’anima: ordine quindi e rettitudine perfetta.
64.   C) L’immortalità corporea. L’uomo è per natura soggetto alla malattia e alla morte; per una provvidenza speciale, fu preservato da questa doppia debolezza, affinchè l’anima potesse così più liberamente attendere all’adempimento dei suoi doveri superiori.
Ma questi privilegi erano destinate a rendere l’uomo più atto a ricevere e trafficare un dono molto più prezioso, intieramente e assolutamente soprannaturale, quello della grazia santificante.
III. I privilegi soprannaturali.
65.   A) Per natura l’uomo è servo di Dio, cosa sua e sua proprietà. Ma per un’insigne bontà, di cui non potremo mai ringraziarlo abbastanza, Dio volle farlo entrare nella sua famiglia, adottarlo per figlio, farne il suo erede presuntivo, riserbandogli un posto nel suo regno; e perchè questa adozione non fosse una semplice formalità, gli conferì una partecipazione della sua vita divina, una qualità creata, è vero, ma reale, che gli fa godere sulla terra i lumi della fede, molto superiori a quelli della ragione, e possedere un giorno Dio nel cielo con la visione beatifica e un amore proporzionato alla chiarezza di questa visione.
66.   B) A questa grazia abituale, che perfezionava e divinizzava, a così dire, la sostanza stessa dell’anima, s’aggiungevano delle virtù infuse e dei doni dello Spirito Santo che divinizzavano le sue facoltà, e una grazia attuale che, mettendo in moto tutto quest’organismo soprannaturale, lo rendeva capace di fare atti soprannaturali, deiformi e meritori di vita eterna.
Questa grazia è sostanzialmente la stessa di quella che ci viene concessa per mezzo della giustificazione; per ora quindi non la descriviamo in particolare, perchè ci riserbiamo di farlo più tardi parlando dell’uomo rigenerato.
Tutti questi privilegi, eccettuata la scienza infusa, erano stati dati ad Adamo, non come un bene personale ma come un patrimonio di famiglia che doveva essere trasmesso a tutta la sua discendenza, a patto che egli rimanesse fedele a Dio.
ART. III. LA CADUTA E IL CASTIGO. 67-1
I. La caduta.
67.   Non ostante tutti questi privilegi, l’uomo restava libero, e fu perciò sottoposto ad una prova, per potere, con l’aiuto della grazia, meritare il cielo. Questa prova consisteva nell’osservanza delle leggi divine e in particolare d’un precetto positivo aggiunto alla legge naturale, espresso dal Genesi sotto la forma di proibizione di mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene e del male. La Scrittura narra come il demonio, sotto forma di serpente, venne a tentare i nostri progenitori, sollevando nell’anima loro un dubbio sulla legittimità di quella proibizione. Egli tenta di persuaderli che, mangiando di quel frutto, non solo non morranno, ma diventeranno come dei, e conosceranno da loro stessi il bene e il male senza aver bisogno di ricorrere alla legge divina: “eritis sicut dii, scientes bonum et malum” 67-2. Era una tentazione d’orgoglio, e di ribellione a Dio. L’uomo soccombe e commette formalmente un peccato di disobbedienza, come nota S. Paolo 67-3, ma ispirato dall’orgoglio e presto seguito da altre debolezze. Fu una colpa grave, perchè fu il rifiuto di sottomettersi all’autorità di Dio, una specie di negazione del suo sovrano dominio e della sua sapienza, essendo quel precetto un mezzo per provare la fedeltà del primo uomo; colpa tanto più grave in quanto che i nostri progenitori conoscevano l’infinita liberalità di Dio verso di loro, i suoi imprescrittibili diritti, la gravità del precetto manifestata dalla gravità della sanzione che vi era annessa, e perchè, non essendo trascinati dall’impetuosità delle passioni, avevano il tempo di riflettere sulle formidabili conseguenze del loro atto.
68.   Si fece pur questione come mai poterono essi peccare, non essendo soggetti agli allettamenti della concupiscenza. Per intenderlo, bisogna ricordarsi che nessuna creatura libera è impeccabile; ella può infatti deviar lo sguardo dal vero bene per volgerlo al bene apparente, attaccarsi a quest’ultimo e preferirlo al primo; questa preferenza costituisce appunto il peccato. Solo colui, come fa notare S. Tommaso, è impeccabile, la cui volontà si confonde con la legge morale: il che è privilegio di Dio.
II. Il castigo.
69.   Il castigo non si fece aspettare, castigo loro e castigo della posterità.
A) Il castigo dei nostri progenitori viene descritto nel Genesi; ma anche qui si palesa la bontà di Dio: Dio avrebbe potuto applicare immediatamente la pena di morte ai nostri progenitori e per misericordia non lo fece. Si contentò di privarli dei privilegi speciali che avea loro conferiti, cioè del dono d’integrità e della grazia abituale; conservando quindi la loro natura e i loro privilegi naturali. La loro volontà è certamente indebolita se si paragona a quello che era col dono dell’integrità; ma non è provato che sia ora più debole di quel che sarebbe stata nello stato di natura; in ogni caso resta pur sempre libera e può scegliere tra il bene e il male. Dio volle anzi lasciar loro anche la fede e la speranza e fece subito risplendere ai disanimati loro sguardi la promessa di un liberatore, nato dalla stirpe umana, che un giorno avrebbe trionfato del demonio e restaurato l’uomo decaduto. Nello stesso tempo con la grazie attuale sollecitava i loro cuori al pentimento, e venne il momento in cui il loro peccato fu perdonato.
70.   B) Ma che cosa diverrà l’umana stirpe che nascerà dalla loro unione? Sarà lei pure, nascendo, privata della giustizia originale, cioè della grazia santificante e del dono dell’integrità. Questi doni intieramente gratuiti, che erano, per così dire, un bene di famiglia, non dovevano trasmettersi alla posterità d’Adamo se egli non rimaneva fedele a Dio; ora questa condizione non essendo stata osservata, l’uomo nasce privo della giustizia originale. Quando Adamo, fatta penitenza, ebbe ricuperato la grazia, la ricuperò come persona privata e per conto suo particolare; e non potè quindi trasmetterla alla posterità. Era riserbato al Messia, al novello Adamo, divenuto ormai capo della schiatta umana, l’espiare le nostre colpe e l’istituire il sacramento della rigenerazione per trasmettere ad ogni battezzato la grazia perduta da Adamo.
71.   I figli d’Adamo nascono dunque privi della giustizia originale, cioè della grazia santificante e del dono dell’integrità. La privazione di questa grazia costituisce ciò che si chiama peccato originale, peccato in un senso largo che non include alcun atto colpevole da parte nostra, ma uno stato di decadenza, e, tenendo conto del fine soprannatrale a cio restiamo destinati, una privazione, la mancanza d’una qualità essenziale che dovremmo possedere e quindi una macchia, una sozzura morale che ci esclude dal regno dei cieli.
72.   E poichè il dono dell’integrità è anch’esso perduto, la concupiscenza infierisce in noi, e se non vi resistiamo coraggiosamente, ci trascina verso il peccato attuale. Noi siamo dunque, rispetto allo stato primitivo, diminuiti e feriti, soggetti all’ignoranza, inclinati al male, deboli per resistere alle tentazioni.
L’esperienza mostra che la concupiscenza non è uguale in tutti gli uomini; infatti non tutti hanno lo stesso temperamento e lo stesso carattere nè quindi le passioni ugualmente ardenti; scomparso il freno della giustizia originale che le signoreggiava, le passioni, riprendendo la loro libertà, sono diventate più violente negli uni, più temperate negli altri, come spiega S. Tommaso 72-1.
73.   Si deve andare più oltre e ammettere, con la scuola Agostiniana, una certa diminuzione intrinseca delle nostre facoltà e delle nostre naturali energie? Non è necessario e niente lo prova.
Si deve ammettere, con certo Tomisti, una diminuzione estrinseca delle nostre energie, nel senso che abbiamo ora più ostacoli da vincere, in particolare la tirannia esercitata dal demonio su noi suoi vinti, e la sottrazione di certi soccorsi naturali che Dio ci avrebbe largiti nello stato di natura pura? È cosa possibile, anzi molto probabile; ma per essere giusti, bisogna aggiungere che questi ostacoli sono abbondantemente compensati dalle grazie attuali che il Signore ci dà per i meriti del suo Figlio, e dalla protezione degli angeli buoni, specialmente dei nostri angeli custodi.
74.   Conclusione. Ciò che si può dire è che, per il peccato originale, l’uomo perdette il bell’equilibrio datogli da Dio, e che egli è, rispetto allo stato primitivo, un ferito ed uno squilibrato, come appare dallo stato attuale delle nostre facoltà.
A) Appare innanzi tutto nelle nostre facoltà sensitive: a) I nostri sensi esterni, i nostri sguardi, per esempio, si volgono con avidità verso ciò che lusinga la curiosità, le orecchie ascoltano con premura tutto ciò che soddisfa il nostro desiderio di conoscere novità, il nostro tatto tende alle sensazioni piacevoli, senza curarsi delle regole della morale.
b) Lo stesso avviene dei nostri sensi interni: l’immaginazione ci rappresenta ogni sorta di scene più o meno sensuali, le nostre passioni ci trasportano con ardore, ed anche con violenza, verso il bene sensibile o sensuale senza darsi pensiero del suo lato morale, e tentano di trar seco il consenso della volontà. Queste tendenze non sono certamente irresistibili, perchè tali facoltà restano, fino a un certo punto, sottomesse al dominio della volontà; ma quale tattica e quanti sforzi per tenere a posto questi sudditi ribelli?
75.   B) Le facoltà intellettuali, che costituiscono l’uomo propriamente detto, l’intelletto e la volontà, furono anch’esse colpite dal peccato originale.
a) È vero che la nostra intelligenza resta capace di conoscere la verità, e col paziente lavoro acquista, anche senza il soccorso della rivelazione, la cognizione d’un certo numero di verità fondamentali d’ordine naturale. Ma quante debolezze umilianti! 1) Invece di tendere spontaneamente verso Dio e le cose divine; invece di elevarsi dalle creature al Creatore, come avrebbe fatto nello stato primitivo, essa tende ad assorbirsi nello studio delle cose create senza risalire alla loro causa; a concentrare la sua attenzione su ciò che soddisfa la sua curiosità ed a trascurare ciò che si riferisce al suo fine; la premura delle cose temporali le impedisce spesso di pensare all’eternità. 2) E quanta facilità a cadere nell’errore! I numerosi pregiudizi a cui siamo inclinati, le passioni che ci agitano l’anima e gettano un velo tra lei e la verità, ci traviano ahimè! troppo spesso anche nelle questioni più vitali, da cui dipende la direzione della nostra vita morale.
b) La nostra stessa volontà, in cambio di assoggettarsi a Dio, ha delle pretese d’indipendenza; sente difficoltà a sottomettersi a Dio e specialmente ai suoi rappresentanti sulla terra. Quando si tratta di vincere le difficoltà che s’oppongono alla pratica del bene, quanta debolezza e quanta incostanza nello sforzo! E quante volte si lascia trascinare dal sentimento e dalla passione! S. Paolo descrisse con efficaci accenti questa deplorevole debolezza: “Io non faccio il bene che voglio e faccio il male che non voglio… Poichè mi diletto nella legge di Dio secondo l’uomo interiore; ma veggo nelle mie membra un’altra legge che si oppone alla legge della mia mente e mi fa schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Me infelice! chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie a Dio per Gesù Cristo Signor nostro”



Note



53-1 Oltre i trattati di filosofia, cf. C. de Smedt, Notre vie surnaturelle, 1912, Introduzione, p. 1-37; I. Schryvers, Les principes de la Vie spirituelle, 1922, p. 31.
54-1 A. Eymieu, Le gouvernement de soi-même, t. III, La loi de la vie, libro III, p. 128.
59-1 Per quest’articolo vedi la nostra Synopsis Theologiæ Dogmaticæ, t. II, n. 859-894 con gli autori indicati, particolarmente S. Tommaso, I, q. 93-102; P. Bainvel S. I., Nature et surnaturel, C. I-IV; L’Abbé de Broglie, Conférences sur la vie surnaturelle, t. II, p. 3-80; L. Labauche, Leçons de théol. dogmatique, t. II, L’Homme, P. I, c. I-II.
67-1 S. Tommaso IIª IIæ q. 163-165; de Malo q. 4; Bainvel, Nature et Surnaturel, c. VI-VII; A. de Broglie, op. cit., p. 133-346; L. Labauche, op. cit., Parte II, c. 1-5; Ad. Tanquerey, Syn. theol. dogm. t. II, n. 895-950.
67-2 Gen., III, 5.
67-3 Rom., V.
72-1 Summa theol., 1ª 2æ, q. 82, a. 4, ad 1.
75-1 Rom., VII, 19-25.
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Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy .
Ultima revisione del testo: 1 gennaio 2005.
Ultima revisione dell’HTML: 28 dicembre 2005.