Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (499-529)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey PARTE PRIMA I principii. Capitolo V. Dei mezzi generali di perfezione.§ IV. La preghiera. I. Natura della preghiera. 1° Che cos’è la preghiera. 2° Le varie forme della preghiera. 3° Il Pater noster. II. Efficacia della preghiera come mezzo di perfezione. III. Come trasformare le nostre azioni in preghiera.

§ IV. La preghiera 499-1.

499.   La preghiera compendia e compie
tutti gli atti precedenti: è desiderio di perfezione, perchè non si
pregherebbe sinceramente se non si volesse diventar migliori; suppone una certa
conoscenza di Dio e di sè stessi, perchè forma delle relazioni tra questi
due; conforma la nostra volontà a quella di Dio, perchè ogni buona
preghiera contiene esplicitamente o implicitamente un atto di sottomissione al
Supremo nostro Padrone. Ma poi perfeziona tutti questi atti col farci
prostrare innanzi alla divina Maestà per adorarla e implorar nuove grazie che ci
aiutino a progredire verso la perfezione. Esporremo quindi:


  • 1° la
    natura della preghiera;

  • 2° l’efficacia
    come mezzo di perfezione;

  • 3° il modo
    di convertire la vita in abituale preghiera.



I. Natura della preghiera.

500.   Qui prendiamo la parola
preghiera nel senso più generale, in quanto è ascensione dell’anima a
Dio. Ne esporremo:


  • 1° la
    nozione;

  • 2° le
    varie forme;

  • 3° la
    preghiera perfetta ossia il Pater.



1° CHE
COS’È LA PREGHIERA.

501.   Troviamo presso i Padri tre
definizioni della preghiera che si compiono a vicenda. Nel senso più generale,
1) è, come dice S. Giovanni Damasceno 501-1, un’ascensione dell’anima a Dio
“ascensus mentis in Deum”; e, prima di lui, S. Agostino aveva
scritto che è un affettuoso slancio verso Dio 501-2 :
“Oratio namque est mentis ad
Deum affectuosa intentio”.
2) In senso più ristretto, si definisce una
domanda a Dio di cose convenienti: “petitio decentium a
Deo”
 501-3. Per esprimere le mutue relazioni che la
preghiera pone fra Dio e l’anima, ci viene presentata come una conversazione con
Dio: “Oratio conversatio sermocinatioque cum Deo est” 501-4. Tutti questi aspetti sono veri e,
riunendoli, si può definir la preghiera: un’elevazione dell’anima a Dio per
rendergli i nostri doveri e chiedergli le grazie necessarie a divenir migliori
per la sua gloria.


502.   La parola elevazione è
una metafora che indica lo sforzo che facciamo per staccarci dalle creature e da
noi stessi e pensare a Dio, il quale non solo ci avvolge da ogni lato ma risiede
anche nel più intimo dell’anima nostra. Essendo noi pur troppo inclinati a
sparpagliare le nostre facoltà su una folla di oggetti, ci è necessario uno
sforzo per strapparle a questi beni futili e seduttori e raccoglierle e
concentrarle in Dio. Questa elevazione si chiama colloquio, perchè la
preghiera, adorazione o domanda che sia, richiede una risposta da Dio e suppone
quindi una specie di conversazione con lui, sia pur brevissima.

È chiaro che in questa conversazione, il primo atto dev’essere di rendere a
Dio i nostri doveri di religione, così come si comincia col salutare la
persona con cui si conversa; solo dopo avere adempito questo elementare dovere
si possono esporre le proprie richieste. Molti questa cosa dimenticano e di qui
una delle ragioni per cui le loro domande sono poco esaudite. E anche quando
chiediamo grazie di santificazione o di salute, non bisogna dimenticare che il
fine principale dev’essere la gloria di Dio; onde le ultime parole della
nostra definizione “a divenir migliori per la sua gloria”.

2° LE
VARIE FORME DELLA PREGHIERA.

503.   A) Per ragione del
doppio fine inteso dalla preghiera, si distingue l’adorazione e la
domanda.

a) L’adorazione. L’adorazione propriamente detta si volge al
Padrone Supremo; ma poichè Dio è anche nostro benefattore, dobbiamo
ringraziarlo; e avendolo noi offeso, siamo obbligati a riparar qeusto oltraggio.

1) Il primo sentimento necessario quando ci innalziamo a Dio è
l’adorazione, cioè “il riconoscimento in Dio dell’altissima sua sovranità
e in noi della più profonda dipendenza” 503-1. Tutta la natura a suo modo adora Dio; ma
quella che è priva di sentimento e di ragione, non ha cuore per amarlo nè
intelletto per intenderlo. Si contenta quindi di spiegarci sotto gli occhi il
suo ordine, le varie sue operazioni e i suoi ornamenti: “non può vedere ma si
mostra, non può adorare ma vi ci porta; non ci lascia ignorare quel Dio che ella
non intende. Ma l’uomo, animale divino, pieno di ragione e d’intelligenza e
capace di conoscere Dio per mezzo di sè e di tutte le creature, è pure
sollecitato e da sè e da tutte le creature a rendergli le sue adorazioni. È
questa la ragione per cui è collocato in mezzo al mondo, misterioso compendio
del mondo, perchè, contemplando l’intiero universo e raccogliendolo in sè,
unicamente a Dio e sè e tutte le cose riferisca; cosicchè egli non è il
contemplatore della natura visibile se non perchè sia l’adoratore della natura
invisibile che tutto trasse dal nulla con la sua
onnipotenza” 503-2. In altre parole l’uomo è il
Pontefice della creazione, incaricato di glorificar Dio a nome suo e a
nome di tutte le creature. E lo fa riconoscendo: “che Dio è natura perfetta e
quindi incomprensibile; che Dio è natura somma; che Dio è natura benefica… noi
siamo naturalmente portati a venerare ciò che è perfetto… a dipendere da ciò
che è sommo… ad aderire a ciò che è buono” 503-3.

504.   Ecco perchè i mistici si
dilettano d’adorare nelle creature la potenza, la maestà, la bellezza,
l’attività, la fecondità di Dio nascosto in queste creature: “Mio Dio, io vi
adoro in tutte le vostre creature; vi adoro vero ed unico sostegno di ogni cosa;
nulla sarebbe senza di voi e nulla sussiste se non in voi. Vi amo, o mio Dio, e
lodo la vostra maestà che si manifesta sotto l’esterno di tutte le creature.
Tutto ciò che vedo, o mio Dio, non serve che ad esprimere l’arcana vostra
bellezza, ignota agli occhi degli uomini. Adoro il vostro splendore e la vostra
maestà mille volte più belli di quelli del sole. Adoro la vostra fecondità mille
volte più ammirabile di quella che scopresi negli astri” 504-1.

505.   2) L’adorazione è seguita dalla
riconoscenza; perchè Dio non è soltanto il Supremo nostro Padrone ma
anche l’insigne nostro benefattore, a cui dobbiamo tutto ciò che siamo e
tutto ciò che abbiamo così nell’ordine della natura come nell’ordine della
grazia. Ecco il perchè ha diritto a una perpetua riconoscenza, perchè riceviamo
costantemente da lui nuovi benefici. La Chiesa quindi quotidianamente c’invita,
prima del solenne momento del Canone, a ringraziar Dio di tutti suoi benefici
especialmente di quello che tutti li compendia, del beneficio eucaristico:
“Gratias agamus Domino Deo nostro. Vere dignum et justum est, æquum et
salutare gratias agere”…
— Ecco perchè ci suggerisce sublimi formule di
ringraziamento: “Gratis agimus tibi propter magnam gloriam
tuam”
 505-1. Segue in questo gli esempi di Gesù che
spesso ringraziava il Padre suo, e le lezioni di S. Paolo che c’invita a
ringraziar Dio di tutti i suoi benefici: “In omnibus gratias agite, hæc est
voluntas Dei
 505-2Gratias Deo super inenarrabili dono
ejus”
 505-3… Del resto gli uomini di cuore non
hanno bisogno che loro si rammenti questo dovere; si sentono spinti dal ricordo
dei divini benefici ad esprimere la continua riconoscenza di cui il loro cuore
ribocca.

506.   3) Ma nello stato di natura
decaduta,
un terzo dovere è necessario, quello dell’espiazione e
della riparazione. Troppo spesso infatti abbiamo coi nostri peccati
offesa l’infinità maestà di Dio, servendoci degli stessi suoi doni per
oltraggiarlo. È un’ingiustizia, che esige quella più perfetta riparazione che ci
sia possibile di offrire e che consiste in tre atti principali: l’umile
confessione delle colpe: Confiteor Deo omnipotenti; una sincera
contrizione: cor contritum et humiliatum non despicies; la coraggiosa
accettazione
delle tribolazioni che Dio vorrà mandarci; e, se vogliamo
essere generosi, vi aggiungeremo l’offerta di noi stessi come vittime
d’espiazione, unendoci alla vittima del Calvario. Potremo allora umilmente
implorare e sperare il perdono: Misereatur… Indulgentiam. E potremo pur
chiedere novelle grazie.

507.   b) La domanda, petitio decentium a Deo, è già di per se un
omaggio reso a Dio,
alla sua potenza, alla sua bontà, all’efficacia della grazia; è un atto di
confidenza che onora colui al quale è rivolto 507-1.

Il fondamento della preghiera è per un verso l’amor di Dio per le sue
creature e pei suoi figli, e per l’altro il bisogno urgente che abbiamo del suo
aiuto. Fonte inesauribile di tutti i beni, Dio brama diffonderli nelle anime:
bonum est sui diffusivum. Essendo nostro Padre, null’altro maggiormente
desidera che di comunicarci la sua vita e di accrescercela. Per meglio riuscire
a quest’intento invia stilla terra l’unico suo Figlio, il quale si presenta
pieno di grazia e di verità appunto per colmarci dei suoi tesori. Anzi, c’invita
a chiedere le sue grazie promettendo di concedercele: “Petite et dabitur
vobis, quærite et invenietis, pulsate et aperietur
vobis”
 507-2. Siamo quindi sicuri di riuscir graditi a
Dio nel porgergli le nostre suppliche.

508.   Noi del resto ne abbiamo
urgente bisogno. Nell’ordine della natura come nell’ordine della grazia
siamo poveri, mendici Dei sumus; siamo d’una estrema indigenza.
Essenzialmente dipendenti da Dio, non possiamo anche nell’ordine della natura
neppur conservare l’esistenza da lui largitaci; dipendiamo in ciò dalle cause
fisiche che ubbidiscono anch’esse a Dio. Indarno diremo d’avere un cervello e
delle braccia, e che possiamo, con la nostra energia, trarre dal seno della
terra ciò che ci è necessario alla vita: questo cervello e queste braccia ci
sono conservati da Dio e non vengono all’esercizio se non sono mossi dal divino
suo concorso; la terra non produce frutti se Dio non l’innaffia con le sue
piogge e non la feconda coi raggi del suo sole; e poi quanti accidenti
imprevisti possono distruggere i raccolti già maturi? Ma quanto maggiore non è
la nostra dipendenza da Dio nell’ordine soprannaturale! Abbiamo bisogno
di luce per ben guidarci, e chi ce la darà se non il Padre dei lumi?
abbiamo bisogno di coraggio e di forza per seguire la luce, e chi
ce li darà se non l’Onnipotente? Che dunque rimane se non implorare il soccorso
di Colui che altro non brama se non di venirci in aiuto?

509.   Nè si dica che Dio con la sua
scienza conosce tutto ciò che ci è necessario ed utile. Dio, risponde
S. Tommaso, per pura liberalità ci concede certamente molte cose
senza che noi le chiediamo; ma ce ne sono di quelle che non vuol concedere che
alla preghiera; e ciò per nostro bene, perchè poniamo la confidenza in lui e lo
riconosciamo come autore dei nostri beni: “Ut scilicet fiduciam quamdam
accipiamus recurrendi ad Deum, et ut recognoscamus eum esse bonorum nostrorum
auctorem”
 509-1. Per un verso noi, pregando, ci sentiamo
crescere la fiducia d’essere esauditi; e per l’altro vi è meno pericolo che
dimentichiamo Dio. Lo dimentichiamo già troppo; che sarebbe se non avessimo
bisogno di ricorrere a lui nei nostri affanni?

Ha dunque ragione Dio di esigere da noi la preghiera sotto forma di domanda.

510.   B) Se poi ci facciamo a
considerare le forme o le varietà della preghiera, possiamo distinguere
la preghiera mentale e la preghiera vocale, la preghiera
privata e la preghiera pubblica.

a) Quanto al modo di espressione, la preghiera è mentale
o vocale, secondo che si compie nell’interno dell’anima oppure s’esprime
al di fuori.

1) La preghiera mentale è quindi una specie di interna conversazione
con Dio che non si manifesta al di fuori: “Orabo spiritu, orabo et
mente” 510-1. Ogni atto interno che abbia per fine di
unirci a Dio colla conoscenza e coll’amore, come sarebbe il raccoglimento, la
considerazione, il ragionamento, l’esame, lo sguardo affettuoso, la
contemplazione, lo slancio del cuore verso Dio, può dirsi preghiera mentale.
Tutti questi atti infatti ci inalzano a Dio, compresevi quelle riflessioni sopra
noi stessi che mirano a rendere l’anima nostra meno indegna di Colui che
l’abita. Servono tutti ad accrescere le nostre convinzioni e a farci praticar le
virtù; sono come un tirocinio di quella vita celeste che altro non è se non
affettuosa ed eterna visione di Dio. Cotesta preghiera è pure alimento e anima
della preghiera vocale 510-2.

511.   2) Questa si esprime con
parole e con gesti. Se ne fa spesso menzione nella Sacra Scrittura
che c’invita a usare la voce, la bocca, le labbra per proclamare le lodi di Dio:
“Voce meâ ad Dominum clamavi… Domine, labia mea aperies et os meum
annuntiabit laudem tuam”
 511-1. Ma perchè esprimere a questo modo i
nostri sentimenti dacchè Dio ce li legge nel più profondo del cuore? Per offrire
a Dio non solo l’ossequio dell’anima ma anche quello del corpo, e
specialmente di quel verbo da lui largitoci per esprimere il nostro
pensiero. Tal è in sostanza l’insegnamento di S. Paolo, quando, dopo
aver detto che Gesù morì per noi fuori di Gerusalemme, c’invita ad uscire da noi
stessi e ad unirci al nostro Mediatore di religione per offrire a Dio un’ostia
di lode, l’ossequio delle nostre labbra: “Per mezzo di lui offriamo dunque a Dio
un sacrifizio di lode, vale a dire il frutto di labbra che ne celebrino il nome:
Per ipsum ergo offeramus hostiam laudis semper Deo, idest fructum
labiorum confitentium nomini ejus” 511-2. Ed è pure per stimolar la
devozione col suono stesso della voce: “Ut homo seipsum excitet
verbis ad devote orandum” 511-3; la psicologia infatti dimostra
che il gesto intensifica l’interno sentimento. È finalmente per
l’edificazione del prossimo, perchè il vedere o l’udire altri pregar con
fervore accresce la devozione.

512.   b) La preghiera vocale
poi è privata o pubblica secondo che si fa in nome d’un
individuo o d’una società. Abbiamo provato altrove che la
società, come tale, deve a Dio sociali ossequi, perchè è anch’essa
obbligata a riconoscerlo come Sovrano Padrone e benefattore. Ecco perchè
S. Paolo esortava i primi cristiani a unirsi insieme per glorificar Dio con
Gesù Cristo non solo con un sol cuore, ma anche con una voce sola: “Ut
unanimes uno ore honorificetis Deum et patrem Domini nostri Jesu
Christi”
 512-1. Già Nostro Signore aveva invitato i
discepoli a unirsi insieme per pregare, promettendo di venire in mezzo a loro
per appoggiarne le suppliche: “Ubi enim sunt duo vel tres congregati in
nomine meo, ibi sum in medio eorum”
 512-2. Se ciò è vero d’una riunione di due o
tre persone, quanto più quando molti si radunano insieme per rendere
ufficialmente gloria a Dio? Dice S. Tommaso che l’efficacia della preghiera
è allora irresistibile: “Impossibile est preces multorum non exaudiri, si ex
multis orationibus fiat quasi una”
 512-3. Come infatti un padre, che pur
resisterebbe alle preghiere d’uno dei figli, s’intenerisce quando li vede tutti
uniti nella stessa domanda, così il Padre Celeste non sa resistere alla dolce
violenza che gli vien fatta dalla preghiera comune d’un gran numero dei suoi
figli.

513.   Preme dunque assai che i
cristiani si radunino spesso per adorare e pregare in comune; per questo la
Chiesa li convoca, nei giorni di domenica e di festa, al santo sacrifizio della
messa che è la preghiera pubblica per eccellenza, e agli uffici religiosi.

514.   Ma non potendoli convocare
tutti i giorni e pur meritando Dio di essere quotidianamente glorificato, ella
incarica i sacerdoti e i religiosi di soddisfare più volte al
giorno questo dovere della pubblica preghiera. Ed essi lo fanno con l’ufficio
divino,
che recitano non in nome proprio ma a nome di tutta la Chiesa e per
tutti gli uomini. Conviene quindi assai che si uniscano allora in modo più
particolare al Gran Religioso di Dio, al Verbo Incarnato, per glorificar Dio con
lui e per lui, per ipsum et cum ipso et in ipso, e per
chiedere nello stesso tempo tutte le grazie che abbisognano al popolo cristiano.

3° IL
PATER NOSTER.

515.   Fra le preghiere che recitiamo
in pubblico o in privato non ve n’è alcuna più bella di quella insegnataci da
Nostro Signore medesimo, il Pater. A) Vi troviamo prima di
tutto un insinuante esordio, che ci mette alla presenza di Dio e stimola
la nostra confidenza: Pater noster, qui es in cælis. Il primo passo da
fare quando si prega è d’accostarsi a Dio; ora la parola Pater ci mette
subito alla presenza di Colui che è Padre per eccellenza, Padre del Verbo per
generazione e Padre nostro per adozione; è dunque il Dio della Trinità che ci si
mostra, circondandoci di quel medesimo amore di cui circonda suo Figlio; e
poichè questo Padre è nei cieli, vale a dire è onnipotente e fonte di tutte le
grazie, ci sentiamo tratti ad invocarlo con intiera filiale confidenza, essendo
della famiglia di Dio e tutti fratelli, perchè tutti figli di Dio: Pater
noster.


516.   B) Viene poi
l’oggetto della preghiera; chiediamo tutto ciò che possiamo
desiderare e in quell’ordine in cui lo dobbiamo desiderare:
a) prima di tutto il fine principale, la gloria di Dio: “Sia
santificato il tuo nome”, cioè sia riconosciuto e proclamato santo;
b) poi il fine secondario, l’aumento del regno di Dio in
noi
che prepara il nostro ingresso nel regno dei cieli, “venga il tuo
regno”; c) il mezzo essenziale per ottenere questo doppio
fine, che è la conformità alla divina volontà: “sia fatta la tua volontà come in
cielo così in terra”. Vengono appresso i mezzi secondari, che formano la
seconda parte del Pater: d) il mezzo positivo, il pane
quotidiano, pane del corpo e pane dell’anima, perchè l’uno e l’altro ci sono
necessarii per sussistere e progredire, “dacci oggi il nostro pane quotidiano”;
e) infine i mezzi negativi, che abbracciano: 1) la
remissione del peccato, il solo vero male, peccato che vien perdonato a
noi in quella misura con cui noi perdoniamo altrui: “rimetti a noi i nostri
debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”; 2) l’allontanamento
delle prove e delle tentazioni
che potrebbero farci soccombere: “non
c’indurre in tentazione”; 3) e da ultimo l’allontanamento dei mali
fisici, delle miserie della vita, in quanto sono ostacolo alla nostra
santificazione: “ma liberaci dal male. Così sia”.

Preghiera sublime, perchè tutto vi si riferisce alla gloria di Dio; e nello
stesso tempo semplice e alla portata di tutti, perchè, pur glorificando Dio,
chiediamo tutto ciò che vi è di più utile per noi. Ecco perchè i Padri e i Santi
presero diletto a commentarla 516-1, e il Catechismo del Concilio di Trento
ne dà lunga e molto soda spiegazione.

II. Efficacia della preghiera come mezzo
di perfezione.


517.   La preghiera ha tanta efficacia
per santificarci che i Santi ripetevano a gara l’adagio: “Sa ben vivere chi sa
ben pregare: Ille recte novit vivere qui recte novit orare”. Produce
infatti tre mirabili effetti: 1) ci distacca dalle creature;
2) ci unisce totalmente a Dio; 3) ci trasforma
gradatamente in lui.

518.   1° Ci distacca dalle
creature
in quanto sono ostacolo alla nostra unione con Dio. È cosa che
viene dal suo stesso concetto: per inalzarci a Dio, è necessario anzitutto
districarci dalla stretta delle creature. Da queste attratti per via dei
seducenti diletti che ci offrono, dominati pure dall’egoismo, non possiamo
sfuggire a questa doppia morsa senza spezzare i vincoli che ci attaccano alla
terra. Ora nulla produce meglio questo santo effetto quanto l’elevazione
dell’anima verso Dio con la preghiera: per pensare a lui e alla sua gloria, per
amarlo, siamo obbligati a uscir di noi stessi e dimenticare le creature e le
perfide loro lusinghe. E giunti che siamo presso di lui, uniti in intima
conversazione con lui, le sue perfezioni infinite, la sua amabilità e la vista
dei beni celesti compiono il distacco dell’anima nostra da questa terra: quam
sordet tellus dum cælum aspicio!
Veniamo a odiar sempre più il peccato
mortale,
che ci svierebbe intieramente da Dio; il peccato veniale,
che ci ritarderebbe nell’ascensione verso di lui; e adagio adagio anche le
imperfezioni volontarie, che ci diminuiscono l’intimità con lui.
Impariamo pure a combattere più vigorosamente le inclinazioni sregolate che
sussistono nel fondo della nostra natura, perchè intendiamo meglio che tendono
ad allontanarci da Dio.

519.   2° Si perfeziona così la
nostra unione con Dio, diventando di giorno in giorno più intiera
e più perfetta.

A) Più intiera: la preghiera infatti afferra, per unirle a Dio,
tutte le nostre facoltà: a) la parte superiore dell’anima,
l’intelligenza, occupandola nel pensiero delle cose divine; la volontà,
dirigendola verso la gloria di Dio e gl’interessi delle anime; il cuore,
lasciando che si effonda in un cuore sempre aperto, sempre amoroso e
compassionevole, e produca affetti che non possono essere che santificanti;
ble facoltà sensitive, aiutandoci a fissare su Dio e su
Nostro Signore la fantasia e la memoria, le emozioni e le passioni in ciò che
hanno di buono; cil corpo stesso, aiutandoci a mortificare
i sensi esterni, fonti di tante divagazioni, e a regolare il contegno secondo le
regole della modestia.

B) Più perfetta: la preghiera, quale l’abbiamo spiegata,
produce infatti nell’anima atti di religione inspirati dalla fede,
sorretti dalla speranza e avvivati dalla carità: “Fides credit, spes et
caritas orant, sed sine fide esse non possunt; ac per hoc et fides
orat”
 519-1. Ora qual cosa più nobile e più
santificante di questi atti delle virtù teologali? Vi si aggiungano ancora gli
atti d’umiltà, d’obbedienza, di fortezza, di costanza, che la preghiera suppone,
e sarà facile vedere in che modo perfettissimo l’anima s’unisce a Dio con questo
santo esercizio.

520.   3° Non è quindi meraviglia che
l’anima così si trasformi progressivamente in Dio. La preghiera è, a così
dire, una santa comunione con lui: quando noi gli presentiamo umilmente i nostri
ossequi e le nostre domande, egli si china verso di noi e ci comunica le sue
grazie che producono questa santa trasformazione.

A) Il sol fatto di considerare le divine sue perfezioni, di ammirarle,
di prendervi una santa compiacenza, le attira già in noi col desiderio che fa
nascere di potervi in qualche modo partecipare; l’anima, immersa in questa
affettuosa contemplazione, si sente a poco a poco come tutta pervasa e
compenetrata di quella semplicità, di quella bontà, di quella santità, di quella
serenità, che altro non chiede che di comunicarsi a noi.

521.   B) Allora Dio si china
verso di noi per esaudire le nostre preghiere e concederci copiose grazie;
quanto più noi cerchiamo di rendergli i nostri doveri tanto più egli pensa a
santiicare un’anima che lavora alla sua gloria. Possiamo chiedere molto, purchè
lo facciamo con umiltà e fiducia; nulla può rifiutare alle anime umili che si
danno più pensiero degli interessi suoi che dei loro. Le illumina con la sua
luce per mostrare loro il vuoto, il nulla delle cose umane; le attira a sè,
svelandosi ai loro sguardi come Sommo Bene, fonte di tutti i beni; dà alla loro
volontà la forza e la costanza che le occorre per non volere e non amare se non
ciò che ne è degno. Non possiamo conchiudere meglio che con le parole di
S. Francesco di Sales 521-1 : “Per mezzo di lei (l’orazione) noi
parliamo a Dio e Dio a sua volta parla a noi; noi aspiriamo a lui e respiriamo
in lui, ed egli a sua volta ispira in noi e respira su noi”. Felice scambio che
riuscirà a tutto nostro vantaggio, perchè tende nientemeno che a trasformarci in
Dio, facendocene partecipare i pensieri e le perfezioni! Vediamo dunque in che
modo tutte le nostre azioni possono essere trasformate in preghiera.

III. Come trasformare le nostre azioni in
preghiera.


522.   Essendo la preghiera così
efficace mezzo di perfezione, dobbiamo pregare spesso e con insistenza, come
dice Nostro Signore: “Oportet semper orare et non
deficere”
 522-1; la qual cosa viene confermata da
S. Paolo col consiglio e coll’esempio: “Sine intermissione orate…
Memoriam vestri facientes in orationibus nostris sine
intermissione”
 522-2. Ma come mai si può continuamente pregare
e attendere nello stesso tempo ai doveri del proprio stato? Non è cosa
impossibile? Vedremo che non c’è difficoltà quando si sappia ben ordinare la
vita. Per riuscirvi bisogna:


  • 1° praticare
    un certo numero di esercizi spirituali secondo i doveri del proprio
    stato;

  • 2° trasformare
    in preghiera
    le azioni comuni.



523.   1° Gli esercizi di
pietà.
Ad alimentare la vita di preghiera bisogna innanzitutto fare alcuni
esercizi spirituali il cui numero e la cui lunghezza variano secondo i doveri
del proprio stato. Qui parleremo dgli esercizi che convengono ai
sacerdoti e ai religiosi, lasciando ai direttori la cura
d’adattare questo programma ai semplici fedeli.

Tre categorie d’esercizi formano l’anima sacerdotali alla preghiera: la
meditazione del mattino, con la santa messa, ci propone l’ideale a
cui mirare e ci aiuta a conseguirlo; l’ufficio
divino, le pie letture e le divozioni essenziali conservano l’anima
nell’abitudine della preghiera; gli esami
della sera ci faranno rilevare e riparare i nostri difetti.

524.   A) Gli esercizi del
mattino
sono qualchecosa [sic] di sacro di cui non si può far senza quando
si è sacerdoti o religiosi, senza rinunziare al pensiero della propria
perfezione. a) Prima di tutto la meditazione, affettuosa
conversazione con Dio per richiamare l’ideale che dobbiamo tenere
continuamente dinanzi agli occhi e a cui dobbiamo vigorosamente tendere.
Ideale che è quello stesso tracciatoci dal divino Maestro: “Estote ergo vos
perfecti sicut et Pater vester cælestis perfectus est”
 524-1. Dobbiamo quindi metterci
alla
presenza di Dio,
fonte e modello di ogni perfezione, e per venire più al
pratico, alla presenza di N. S. Gesù Cristo, che attuò sulla terra
questa ideale perfezione e ci meritò la grazia d’imitare le sue virtù.
Presentatigli i nostri ossequi, lo attiriamo in noi, entrando nei suoi pensieri
con profonde convinzioni sulla virtù speciale che vogliamo praticare e con
ardenti preghiere che ci ottengono la grazia di praticar cotesta virtù; e
umilmente ma vigorosamente cooperiamo a questa grazia prendendo una generosa
risoluzione
sulla detta virtù che ci studieremo di mettere in pratica nel
corso della giornata 524-2. b) La santa
messa ci
conferma in questa disposizione mettendoci avanti agli occhi, nelle mani, a
nostra disposizione, la vittima santa che dobbiamo imitare; e la comunione ce ne
fa passar nell’anima i pensieri, i sentimenti, le interne disposizioni, le
grazie, il divino spirito che resterà in noi per tutto il giorno. Siamo così
pronti per l’azione, quell’azione che, avviata dal suo influsso, non sarà che
una continua preghiera.

525.   B) Ma perchè ciò
avvenga, occorrono ogni tanto esercizi che rinnovino e stimolino l’unione con
Dio. a) Sarà prima di tutto la recita del divino ufficio, che
S. Benedetto ottimamente chiama opus divinum, in cui, in unione col
grande Religioso del Padre, glorificheremo Dio e gli chiederemo grazie per noi e
per tutta la Chiesa; quindi la s. messa, il più importante atto di tutta la
giornata. b) Verranno poi le pie letture, letture della
S. Scrittura, letture di opere e di vite di Santi, che ci porranno di nuovo
in intima relazione con Dio e coi suoi Santi. c) E finalmente le
divozioni essenziali che devono alimentar la nostra pietà, vale a dire la
visita al SS. Sacramento, che non è in sostanza che un secreto colloquio
con Gesù; e la recita del rosario, che ci fa conversare con Maria e riandarne in
cuore i misteri e le virtù.

526.   C) Giunta la sera,
l’esame generale e particolare, che sarà come una specie di umile
e sincera confessione al Sommo Sacerdote, ci mostrerà in che modo abbiamo nella
giornata messo in pratica l’ideale concepito al mattino. Vi sarà sempre,
purtroppo, una certa diversità tra le nostre risoluzioni e la loro attuazione;
ma senza disanimarci, ci rimetteremo coraggiosamente all’opera; e poi in santa
confidenza ed abbandono prenderemo un poco di riposo per lavorar meglio il
domani.

La confessione settimanale o al più tardi quindicinale, e il ritiro
mensile,
facendoci dare uno sguardo complessivo a più ampia parte della
vita, perfezioneranno questo esame di noi stessi e ci porgeranno occasione di
spirituale rinnovamento.

527.   2° Tal è il complesso di
esercizi spirituali che non ci lasceranno perdere di vista per notevole tempo la
presenza di Dio. Ma che si dovrà fare per colmare il vuoto tra questi vari
esercizi e trasformare in preghiera tutte le nostre azioni? S. Agostino e
S. Tommaso ci insegnano come scioglere la questione. Il
primo 527-1 ci dice di far della vita, delle azioni,
dei negozi, dei pasti, dello stesso sonno, un inno di lode alla gloria di Dio:
“Vitâ sic canta ut nunquam sileas… si ergo laudas, non tantum linguâ canta,
sed etiam assumpto bonorum operum psalterio; laudas cum agis negotium, laudas
cum cibum et potum capis, laudas cum in lecto requiescis, laudas cum dormis; et
quando non laudas?”
Il secondo poi compendia così il pensiero del primo:
“Tamdiu homo orat, quamdiu totam vitam suam in Deum
ordinat”
 527-2.

La carità è quella che dirige tutta la nostra vita a Dio. Il mezzo pratico
per far così tutte le azioni è di offrirle, prima di cominciarle, alla
SS. Trinità, in unione con Gesù che vive in noi e secondo le sue intenzioni
(n. 248).

528.   Quanto importi il far le nostre
azioni in unione con Gesù è assai bene spiegato dall’Olier, che prima
mostra in che modo Gesù è in noi per santificarci 528-1: “Non solo abita in noi come Verbo con la
sua immensità… ma abita pure in noi come Cristo, con la sua grazia, per
renderci partecipi della sua unzione e della divina sua vita… Gesù Cristo è in
noi per santificarci, santificar noi e le opere nostre, per riempire di sè tutte
le nostre facoltà: vuol essere la luce della nostra mente, l’amore e il fervore
del nostro cuore, la forza e la virtù di tutte le nostre facoltà, affinchè in
lui possiamo conoscere, amare e adempire i voleri di Dio suo Padre, sia per
lavorare a suo onore, sia per soffrire e tollerare ogni cosa a sua gloria”.
Spiega quindi come le azioni che facciamo da noi e per noi siano
difettose 528-2: “Le nostre intenzioni e i nostri
pensieri tendono al peccato per la corruzione della nostra natura; e se noi ci
lasciamo andare ad operar da noi stessi e a seguir le nostre inclinazioni,
opereremo in peccato”. Onde la conclusione è che bisogna rinunziare alle proprie
intenzioni per unirsi a quelle di Gesù. “Vedete quindi quanta cura si deve
avere, al principio delle azioni, di rinunziare a tutti i sentimenti, a tutti i
desideri, a tutti i pensieri propri, a tutte le proprie volontà, per entrare,
secondo S. Paolo, nei sentimenti e nelle intenzioni di Gesù Cristo: “hoc
enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu”
 528-3.

Quando le azioni sono lunghe, è utile rinnovar questa offerta con un
affettuoso sguardo al crocifisso, e, meglio ancora, a Gesù che vive in noi; e
lasciare che l’anima si sfoghi in frequenti giaculatorie che ci inalzeranno il
cuore a Dio.

Così anche le più comuni nostre azioni saranno preghiera e ascensione
dell’anima a Dio, e noi attueremo il desiderio di Gesù: “oportet semper orare
et non deficere”
 528-4.

529.   Ecco dunque i quattro mezzi
interni di perfezione, che tendono tutti a glorificar Dio e insieme a
perfezionarci l’anima. Il desiderio della perfezione è infatti un primo slancio
verso Dio, un primo passo verso la santità; la conoscenza di Dio, è Dio che
viene attirato in noi e che ci aiuta a darci a lui per via di amore; la
conoscenza di noi stessi ci mostra meglio il bisogno che abbiamo di Dio e
stimola il desiderio di riceverlo per colmare il vuoto che è in noi; la
conformità alla divina volontà ci trasforma in lui; la preghiera ci innalza a
lui e trae nello stesso tempo in noi le sue perfezioni, facendovici partecipare
per renderci più simili a lui; tutto quindi ci porta a Dio perchè tutto viene da
lui.

Vedremo ora come i mezzi esterni tendano al medesimo fine.

NOTE

499-1 S. Thom., IIª
IIæ, q. 83-84; Suarez, De Religione,
Tr. IV, l. I, De oratione; Alvarez de Paz, t. III,
l. I; S. Alfonso de Liguori, Del Gran mezzo della
Preghiera;
P. Monsabré, La Preghiera, Filosofia e Teologia
della Preghiera
(Marietti, Torino); P. Rmière, L’Apostolato
della Preghiera;
P. Sertillanges, La Prière, 1917.

501-1 De Fide orthodoxa,
l. III, c. 24. P. G.;, XCIV, 1090.

501-2 Serm. IX, n. 3.

501-3 S. Giov. Damasceno,
l. c.

501-4 S. Greg. Nisseno, Oraz.
I., De oratione Domini, P. G., XLIV, 1124.

503-1 Bossuet, Sermone sul
culto di Dio,
éd. Lebarq, t. V, p. 106.

503-2 Bossuet, l. c.,
p. 108.

503-3 Boss uet, l. c.,
p. 108.

504-1 J.-J. Olier, Journée
chrét.,
P. II, Actes quand ou va à la campagne.

505-1 Gloria in excelsis Deo.

505-2 I Thess., V, 18.

505-3 II Cor., IX, 15.

507-1 “Per orationem homo Deo
reverentiam exhibet, in quantum scilicet ei se subjicit, et profitetur orando se
eo indigere sicut auctore suorum bonorum”. S. Tommaso, IIª
IIæ q. 83, a. 3.

507-2 Matth., VII, 7.

509-1 Sum. theol., IIª
IIæ, q. 83, a. 2 ad 3. — Cfr. Monsabré, La Preghiera, 1906, p. 54-55.

510-1 I Cor., XIV, 15.

510-2 Nella seconda parte ritorneremo
sull’orazione mentale, indicando qual genere si conviene a ognuna delle
tre vie.

511-1 Ps. III, 17; L, 5.

511-2 Hebr., XIII, 15.

511-3 S. Tommaso, In libr.
IV Sent.,
d. XV, q. 4, a. 2, qcl. 5, sol. 1.

512-1 Rom., XV, 6.

512-2 Matth., XVIII, 20.

512-3 Commentar. in Matth.,
c. XVIII, 20.

516-1 Molti di questi commenti reca
l’Hurter: Opuscula Patrum selecta, t. II;
Cfr. Sum. Theol., IIª IIæ, q. 83,
a. 9; S. Teresa, Cammino della perfezione; P. Monsabré,
La Preghiera divina, il Pater.

519-1 S. Agostino, Enchirid., VII.

521-1 Teotimo, l. V,
c. 1.

522-1 Luc., XVIII, 1.

522-2 I Thess., V, 17; I, 2.

524-1 Matth., V, 48.

524-2 Spiegheremo questo punto più
tardi quando esporremo il metodo d’orazione.

527-1 In Psalm. CXLVI,
n. 2.

527-2 Comment. in Rom.,
c. 1, lez. 5.

528-1 Catéch. chrétien,
P. IIª, lez. 5. — Cfr. P. Plus, Comment toujours
prier,
1926.

528-2 Catéch., lez. VI.

528-3 Philip., II, 5.

528-4 Luc., XVIII, 1.