Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (352-366)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey PARTE PRIMA I principii. Capitolo IV. Dell’obbligo di tendere alla perfezione. Art. I. Dell’obbligo per i cristiani di tendere alla perfezione. § I. Dell’obbligo propriamente detto. I. L’argomento d’autorità. II. L’argomento di ragione. § II. Dei motivi che rendono questo dovere più facile.

CAPITOLO IV.

Dell’obbligo di tendere alla
perfezione352-1
.

352.   Esposta la natura della vita cristiana e la sua perfezione, ci resta ad esaminare se ci sia per
noi un vero obbligo di progredire in cotesta vita oppure se basti di
serbarla gelosamente come si custodisce un tesoro. Per rispondere con maggior
esattezza, esamineremo tal questione rispetto a tre categorie di persone:



  • 1° i
    semplici fedeli o i cristiani;


  • 2° i
    religiosi;


  • 3° i
    sacerdoti;



insistendo su quest’ultimo punto per lo
scopo speciale che ci siamo proposti.


ART. I.
DELL’OBBLIGO PER I CRISTIANI DI TENDERE ALLA
PERFEZIONE.

Esporremo:



  • 1° l’obbligo
    in sè;


  • 2° i motivi
    che rendono più facile questo dovere.



§ I. Dell’obbligo propriamente detto.

353.   In materia così delicata è
necessario usare la maggior precisione possibile. È certo che bisogna e che
basta morire in stato di grazia per salvarsi; pare quindi che non ci sia per i
fedeli altro obbligo stretto che quello di conservare lo stato di grazia. Ma la
questione sta appunto qui: sapere se si può conservare per un tempo notevole lo
stato di grazia senza sforzarsi di progredire. Ora l’autorità e la
ragione illuminata dalla fede ci mostrano che, nello stato di
natura decaduta, non si può restare a lungo nello stato di grazia senza
sforzarsi di progredire nella vita spirituale e di praticare di tanto in
tanto alcuni dei consigli evangelici.

I. L’argomento d’autorità.

354.   1° La Sacra Scrittura
non tratta direttamente una tal questione; posto che ha il principio
generale della distinzione tra precetti e consigli, non dice ordinariamente ciò
che nelle esortazioni di Nostro Signore è obbligatorio o no. Ma insiste tanto
sulla santità che si addice ai cristiani, ci mette davanti agli occhi tale
ideale di perfezione, predica così apertamente a tutti la necessità della
rinunzia e della carità, elementi essenziali della perfezione, che ad ogni animo
imparziale nasce subito la convinzione che, per salvarsi, è necessario, in certe
occasioni, far di più di quello che è strettamente comandato e quindi sforzarsi
di progredire.

355.   A) Così Nostro Signore
ci presenta come ideale di santità la perfezione stessa del nostro Padre
celeste: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Estote ergo
vos perfecti, sicut et Pater vester cælestis perfectus
est”
 355-1; tutti quelli quindi che hanno
Dio per padre, devono accostarsi a questa divina perfezione; il che non
può evidentemente farsi senza un qualche progresso. Tutto il discorso della
montagna non è in sostanza che il commento e lo sviluppo di quest’ideale. — La
via da tenere per questo è la via della rinunzia, dell’imitazione di Nostro
Signore e dell’amor di Dio: “Chi viene a me e non odia (cioè non sacrifica) il
padre, la madre, la moglie, i figliuoli, i fratelli, le sorelle e persino la
vita, non può essere mio discepolo: “Si quis venit ad me, et non odit patrem
suum, et matrem et uxorem et filios et fratres et sorores, adhuc autem et animam
suam, non potest meus esse discipulus”
 355-2. Bisogna dunque, in certi casi, preferire
Dio e la sua volontà all’amore dei genitori, della moglie, dei figli, della
propria vita e sacrificar tutto per seguire Gesù; il che suppone un coraggio
eroico che non si avrà al momento opportuno se non vi si è preparati con
sacrifici di supererogazione. È questa certamente via stretta e difficile e ben
pochi la seguono; ma Gesù vuole che si facciano sforzi serii per
entrarvi: “Contendite intrare per augustam portam” 355-3: non è questo un chiederci di tendere
alla perfezione?

356.   B) Nè altrimenti parlano
i suoi apostoli. S. Paolo rammenta spesso ai fedeli che sono stati eletti
per diventar santi: “ut essemus sancti et immaculati in conspectu ejus in
caritate”
 356-1; il che non possono fare senza
spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, cioè senza mortificare le
tendenze della corrotta natura e senza sforzarsi di imitare le virtù di Gesù. Nè
a ciò potranno riuscire, agguinge S. Paolo, senza studiarsi di pervenire “alla misura dell’età piena di Cristo, donec occurramus omnes… in virum
perfectum, in mensuram ætatis plenitudinis Christi”
 356-2; il che significa che, essendo
incorporati a Cristo, noi ne siamo il compimento, e spetta a noi, col
progredire nell’imitazione delle sue virtù, di farlo crescere e di integrarlo.
Anche S. Pietro vuole che tutti i suoi discepoli siano santi come colui che
li ha chiamati alla salute: “secundum eum qui vocavit vos Sanctum, et ipsi in
omni conversatione sancti sitis”
 356-3. E come lo possono essere senza
progredire nella pratica delle cristiane virtù? San Giovanni nell’ultimo capo
dell’Apocalisse invita i giusti a non smettere di praticar la giustizia e i
santi a santificarsi sempre più: “Qui justus est, justificetur adhuc, et
sanctus, sanctificetur adhuc”
 356-4.

357.   C) Questa conclusione
sgorga pure dalla natura della vita cristiana, che, al dire di Nostro
Signore e dei suoi discepoli, è una lotta ove la vigilanza e la
preghiera, la mortificazione e la pratica positiva delle virtù sono necessarie
per riportar vittoria: “Vigilate e pregate per non entrare in tentazione,
vigilate et orate ut non intretis in tentationem” 357-1… Dovendo lottare non solo contro la
carne e il sangue, cioè contro la triplice concupiscenza, ma anche contro i
demonii che in noi la aizzano, abbiamo bisogno di armarci spiritualmente e di
valorosamente lottare. Ora in una lotta che duri a lungo, si è quasi fatalmente
vinti se uno si tiene soltanto sulla difensiva; bisogna quindi ricorrere pure ai
contrattacchi, cioè alla pratica positiva delle virtù, alla vigilanza, alla
mortificazione, allo spirito di fede e di confidenza. Tal è veramente la
conclusione che ne trae S. Paolo, quando, descritta la lotta che dobbiamo
sostenere, dichiara che dobbiamo stare armati da capo a piedi come il soldato
romano, “cinti i lombi con la verità, vestiti dell’usbergo della giustizia,
calzati i piedi pronti ad annunziare il Vangelo della pace, con lo scudo della
fede, l’elmo della salute e la spada dello Spirito: State ergo succincti
lumbos vestros in veritate, et induti loricam justitæ, et calceati pedes in
præparatione evangelii pacis; in omnibus sumentes scutum fidei… et galeam
salutis assumite et gladium Spiritus”
 357-2… Col che ci mostra che, per trionfare
dei nostri avversarii, bisogna fare di più di quanto è strettamente prescritto.

358.   2° La Tradizione
conferma quest’insegnamento. Quando i Padri vogliono insistere sulla necessità
della perfezione per tutti, dicono che nella via che conduce a Dio e alla
salute, non si può rimaner stazionarii, ma o che si avanza o che si retrocede:
“in via Dei non progredi, regredi est”. Così S. Agostino, facendo
notare che la carità è attiva, ci avverte che non bisogna fermarsi per via,
appunto perchè l’arrestarsi è un retrocedere: “retro redit qui ad ea
revolvitur unde jam recesserat”
 358-1; e Pelagio medesimo, suo avversario,
ammetteva lo stesso principio, tanto è evidente. Quindi S. Bernardo, che da
taluno è detto l’ultimo dei Padri, espone questa dottrina in forma drammatica:
“Non vuoi progredire? — No. — Vuoi dunque retrocedere? — Niente affatto. —
Che vuoi dunque? — Voglio vivere in modo da star fermo nel punto in cui sono…
— Ciò che tu vuoi è cosa impossibile, perchè nulla a questo mondo rimane nel
medesimo stato” 358-2… E altrove aggiunge: “Bisogna
necessariamente salire o discendere; chi vuol fermarsi, cade
infallantemente” 358-3. Anche il S. P. Pio XI,
nell’Enciclica del 26 gennaio 1923 sopra S. Francesco di Sales, dichiara
nettamente che tutti i cristiani, senza eccezione, devono tendere alla
santità 358-4.

II. L’argomento di ragione.

La ragione fondamentale per cui dobbiamo tendere alla perfezione è quella
appunto dataci dai Padri.

359.   1° Ogni vita, essendo
movimento, è essenzialmente progressiva, nel senso che, quando cessa di
crescere, comincia pure a decadere. La ragione è che vi sono in ogni vivente
delle forze disgregative, le quali, ove non siano infrenate, finiscono col
produrre la malattia e la morte. Lo stesso avviene della nostra vita spirituale:
a fianco delle tendenze che ci portano al bene, ve ne sono altre, attivissime,
che ci trascinano al male; a combatterle, il solo mezzo efficace è di accrescere
in noi le forze vive, l’amor di Dio e le virtù cristiane; allora queste tendenze
cattive s’indeboliscono. Ma se desistiamo dal fare sforzi per progredire, i
nostri vizi si ridestano e, riprendendo vigore, ci danno più vivi e più
frequenti assalti; e se non ci scotiamo dal nostro torpore, viene il momento in
cui, di debolezza in debolezza, cadiamo in peccato mortale 359-1. Tal è, ahimè! la storia di molte anime,
come ben sanno i direttori che hanno esperienza.

Ecco un paragone che farà capir la cosa. Per salvarci dobbiamo risalire una
corrente più o meno violenta, quella delle nostre passioni disordinate che ci
trascinano al male. Finchè ci sforziamo di spingere avanti la nostra navicella,
riusciamo a risalir la corrente o almeno a contrappesarla; ma, appena cessiamo
di remare, veniamo dalla corrente travolti e indietreggiamo verso l’Oceano, ove
ci attendono le tempeste, vale a dire le tentazioni gravi e forse anche le
miserande cadute.

 
360.   2° Vi sono precetti gravi che
in certe occasioni non possono essere osservati se non con atti eroici. Ora,
tenendo conto delle leggi psicologiche, non si è ordinariamente capaci di
compiere atti eroici, se prima non vi si è preparati con sacrifici, cioè con
atti di mortificazione. A rendere questa verità più palpabile, diamo qualche
esempio. Prendiamo il precetto della castità e vediamo quali sforzi
generosi, talora eroici, richiede a poter essere conservata tutta la vita. Fino
al matrimonio (e molti giovani non si sposano che a 28 o 30 anni) bisogna
praticar la continenza assoluta sotto pena di peccato mortale. Ora le
tentazioni gravi cominciano, quasi per tutti, all’età della pubertà e talora
anche prima; a vittoriosamente resistervi, bisogna pregare, tenersi lontani
dalle letture, dalle rappresentazioni delle relazioni pericolose, deplorare
anche le più piccole debolezze e approfittarne per subito e generosamente
rialzarsi; e ciò per un lungo periodo della vita. Or questo non suppone forse
sforzi più che ordinarii e qualche opera di supererogazione? Il matrimonio,
contratto che sia, non mette al riparo da gravi tentazioni; vi sono periodi in
cui bisogna praticare la continenza coniugale; al che è necessario un coraggio
quasi eroico, che non si acquista se non con una lunga abitudine di
mortificazione dei sensuali diletti e con la pratica assidua della preghiera.

361.   Prendiamo ora la legge della
giustizia negli affari finanziari, commerciali, industriali, e si pensi
al gran numero di occasioni che si presentano di violarla; alla difficoltà di
praticare una perfetta onestà in tempi in cui la concorrenza e la bramosia del
guadagno fanno salire i prezzi oltre i limiti permessi; e si vedrà che, per
restare semplicemente onesti, è necessaria una somma di sforzi e un’abnegazione
più che ordinaria. Sarà capace di questi sforzi chi si abituò a non rispettare
che le prescrizioni gravi, chi venne con la coscienza a compromessi prima
leggieri, poi più seri, e da ultimo veramente gravi? A schivar questo pericolo,
non è forse necessario fare un poco di più di ciò che è strettamente comandato,
affinchè la volontà, rafforzata da questi atti generosi, abbia maggior vigore a
non lasciarsi trascinare ad atti d’ingiustizia?

S’avvera quindi dovunque quella legge morale che, per non cadere in peccato,
bisogna fuggirne il pericolo con atti generosi che non cadono direttamente sotto
precetto. In altre parole, per colpire nel segno si deve mirare un poco più in
alto; e per non perdere la grazia bisogna rinvigorir la volontà contro le
tentazioni pericolose con opere di supererogazione; bisogna insomma tendere alla
perfezione.

§ II. Dei motivi che rendono questo dovere
più facile.


I molteplici motivi che possono stimolare i semplici fedeli a tendere alla
perfezione, si riducono a tre principali:



  • 1° Il
    bene dell’anima;


  • 2° la gloria
    di Dio;


  • 3° l’edificazione
    del prossimo.



362.   1° Il bene dell’anima è
prima di tutto la sicurezza dell’eterna salute, la moltiplicazione dei meriti, e
finalmente la gioia della coscienza.

A) L’opera grande che dobbiamo compiere sulla terra, l’opera
necessaria, anzi, a dir vero, l’unica necessaria, è di salvarci l’anima.
Se la salviamo, quand’anche perdessimo tutti i beni della terra, parenti, amici,
riputazione e ricchezze, tutto è salvo; perchè riavremo centuplicato in cielo
tutto ciò che abbiamo perduto, e lo riavremo per tutta l’eternità. Ora il mezzo
più efficace per assicurarci l’eterna salute è di tendere alla perfezione,
ognuno secondo il proprio stato; quanto più ciò facciamo con senno e costanza,
tanto più ci allontaniamo dal peccato mortale che solo può dannarci: è chiaro
infatti che, quando uno sinceramente si sforza di divenire più perfetto, schiva
per ciò stesso le occasioni di peccato, fortifica la volontà contro gli agguati
che ci attendono al varco, e, venuto il momento della tentazione, la volontà,
già agguerrita dallo sforzo verso la perfezione e abituata a pregare per
assicurarsi la grazia di Dio, respinge con orrore il pensiero del peccato grave:
potius mori quam fœdari. Chi invece si permette tutto ciò che non è
peccato grave, s’espone a cadervi quando si presenterà una lunga e violenta
tentazione; abituato a cedere al piacere nelle cose meno gravi, c’è da temere
che, trascinato dalla tentazione, finisca col soccombervi, come chi costeggia
continuamente l’abisso finisce col precipitarvi. Per essere sicuri di non
offendere gravemente Dio, il mezzo migliore è d’allontanarsi dall’orlo del
precipizio, facendo più di quel che è comandato e sforzandosi di progredire
verso la perfezione; quanto maggiore è la prudenza e l’umiltà con cui vi si
tende, tanto maggiore è la sicurezza dell’eterna salute.

363.   B) Così si
accrescono
pure ogni giorno i gradi di grazia abituale che si
possedono e i gradi di gloria a cui si ha diritto. Abbiamo visto infatti
che ogni sforzo soprannaturale, fatto per Dio, da un’anima che è in stato di
grazia, le procura un aumento di meriti. Chi non si dà pensiero della perfezione
e compie il proprio dovere con maggiore o minore noncuranza, acquista ben pochi
meriti, come abbiamo detto al n. 243.
Ma chi tende alla perfezione e si sforza di progredire, ne acquista un gran
numero; accresce quindi ogni giorno il suo capitale di grazia e di gloria, e i
suoi giorni sono pieni di meriti: ogni sforzo è ricompensato da un aumento di
grazia sulla terra e più tardi da un peso immenso di gloria nel cielo;
“æternum gloriæ pondus operatur in nobis!” 363-1.

364.   C) Chi voglia godere un
poco di felicità sulla terra, non vi è di meglio che la pietà: “la
pietà, dice S. Paolo, giova a tutto avendo promessa della vita presente e
della futura: pietas autem ad omnia utilis est, promissionem habens vitæ quæ
nunc est et futuræ”
 364-1. La pace dell’anima, il gaudio della
buona coscienza, la fortuna di essere uniti a Dio, di progredire nel suo amore,
di giungere a una sempre maggiore intimità con Nostro Signore: ecco alcune delle
ricompense che Dio largisce fin di quaggiù ai fedeli suoi servi, in mezzo alle
prove, con la gioconda speranza della beatitudine eterna.

365.   2° La gloria di Dio.
Nulla di più nobile che il procurarla, nulla di più giusto, se
richiamiamo ciò che Dio ha fatto e fa continuamente per noi. Ora un’anima
perfetta dà a Dio maggior gloria di mille anime ordinarie: moltiplica infatti
ogni giorno gli atti d’amore, di riconoscenza, di riparazione, e dirige in
questo senso tutta la vita con l’offerta spesso rinnovata delle azioni
ordinarie, glorificando così Dio da mane a sera.

366.   3° L’edificazione del
prossimo.
Per far del bene attorno a noi, per convertire qualche peccatore o
incredulo e confermare nel bene le anime vacillanti, non vi è nulla di più
efficace dello sforzo che si fa per meglio praticare il cristianesimo: se la
mediocrità della vita attira sulla religione le critiche degli increduli, la
vera santità ne eccita l’ammirazione per una religione che sa produrre tali
effetti: “dal frutto si giudica l’albero: ex fructibus eorum cognoscetis
eos”
 366-1. L’apologetica migliore è quella
dell’esempio, quando vi si sa unire la pratica di tutti i doveri sociali. Ed è
pure ottimo stimolo per i mediocri, che s’addormenterebbero nella tiepidezza se
il progresso delle anime fervorose non li scotesse dal loro torpore.

È una ragione che molte anime oggi capiscono: in questo secolo di
proselitismo, i laici intendono meglio di prima la necessità di difendere e di
propagare la fede con la parola e con l’esempio. Spetta ai sacerdoti di
assecondare questo movimento, formandosi attorno una schiera di valorosi
cristiani che, non appagandosi d’una vita mediocre e volgare, si studino di
progredire ogni giorno più nell’adempimento dei loro doveri; doveri religiosi
prima di tutto ma anche doveri civili e sociali. Saranno ottimi
collaboratori
che, penetrando in posti poco accessibili ai religiosi e ai
sacerdoti, li asseconderanno efficacemente nella pratica dell’apostolato.

NOTE

352-1 Alvarez de Paz., op.
cit.,
l. IV-V; Le Gaudier, P. III, sez. I, c. VII,
X; Scaramelli, Direttorio ascetico, Tr. I, art. II; Ribet,
Ascétique, c. VII-IX; Ighina, op. cit.,
Introd., XX-XXX.

355-1 Matth., V, 48.

355-2 Luc., XIV, 26, 27; cfr. Matth., X, 37, 38.

355-3 Luc., XIII, 24; cfr. Matth., VII, 13,14.

356-1 Ephes., I, 4.

356-2 Ephes., IV, 10-16. Tutto
il passo è da leggersi.

356-3 I Petr., I, 15.

356-4 Apoc., XXII, 11.

357-1 Matth., XXIV, 41.

357-2 Ephes., VI, 14-17.

358-1 Sermo CLXIX, n. 18.

358-2 Epist. CCLIV ad abbatem
Suarinum, n. 4.

358-3 Epist. XCI ad abbates
Suessione congregatos. n. 3.

358-4 “Nec vero quisquam putet ad
paucos quosdam lectissimos id pertinere, ceterisque in inferiore quodam virtutis
gradu licere consistere. Tenentur enim hac lege omnes, nullo excepto,”
(A. A. S., XV, 50).

359-1 Tal è l’insegnamento comune dei
teologi, dal Suarez così compendiato nel De Religione, t. IV,
l. I, c. 4, n. 12: “Vix potest moraliter contingere ut homo etiam
sæcularis habeat firmum propositum nunquam peccandi mortaliter, quin
consequenter nonnulla opera supererogationis faciat et habeat formale vel
virtuale propositum illa faciendi.”

363-1 II Cor., IV, 17.

364-1 I Tim., IV, 8.

366-1 Matth., VII, 20.

Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy .

Ultima revisione: 3 marzo 2006.