Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (295-309)

Teologia: fondamentale, ascetica...

ADOLFO TANQUEREY PARTE PRIMA I principii. Capitolo III. Perfezione della vita cristiana. Art. I. False nozioni sulla perfezione. Art. II. La vera nozione della perfezione.

CAPITOLO III.

Perfezione della vita cristiana.

295.   Ogni vita deve perfezionarsi,
ma principalmente la vita cristiana, la quale è, per sua natura, essenzialmente
progressiva e non toccherà il suo termine se non in cielo. Dobbiamo
quindi esaminare in che consista la perfezione di questa vita, per
poterci così meglio dirigere nelle vie della perfezione. Essendoci però su
questo punto fondamentale errori e idee più o meno monche ed inesatte,
cominceremo a rimuovere la false nozioni della perfezione cristiana e ne
esporremo poi la vera natura.


  • I.
    Le false nozioni


    • degli
      increduli;

    • dei
      mondani;

    • dei
      devoti.



  • II.
    La vera nozione


    • consiste
      nella carità;

    • suppone
      sulla terra il sacrifizio;

    • concilia
      armoniosamente questi due elementi;

    • abbraccia
      i precetti e i consigli;

    • ha i
      suoi gradi e i suoi limiti.




ART. I. FALSE NOZIONI SULLA
PERFEZIONE.

Queste false nozioni si trovano presso gl’increduli, i mondano
e i falsi devoti.

296.   1° Agli occhi
degl’increduli la perfezione cristiana è un puro fenomeno
soggettivo,
che non corrisponde ad alcuna sicura realtà.

A) Molti di loro studiano quelli che essi chiamano fenomeni mistici
con malevoli pregiudizi e senza discernere tra i veri e i falsi mistici: tali
Max Nordau, J. H. Leuba, E. Murisier 296-1. A loro giudizio, la pretesa perfezione
dei mistici non è che un fenomeno morboso, una specie di psiconevrosi, di
esaltazione del sentimento religioso, ed anche una forma speciale di amore
sessuale, come appare dai vocaboli di sponsali o sposalizio, di matrimonio
spirituale, di baci, di amplessi, di carezze divine, che ricorrono così spesso
sotto la penna dei mistici.

È chiaro che questo autori, i quali non s’intendono quasi d’altro che di
amore profano, non anno capito nulla dell’amor divino e sono di coloro a cui si
potrebbe applicare la parola di Nostro Signore: “Neque mittatis margaritas
vestras ante porcos
 296-2 “. Quindi anche gli altri psicologi,
come W. James, fanno loro notare che l’istinto sessuale non ha nulla
da vedere con la santità; che i veri mistici praticarono la purità eroica, gli
uni non avendo mai o quasi mai provato le debolezze della carne, gli altri
avendo superate violente tentazioni con mezzi eroici, per esempio voltolandosi
tra le spine. Se dunque unarono il linguaggio dell’amor umano, la ragione è che
non ve n’è altro che sia più adatto ad esprimere in modo analogico le tenerezza
dell’amore divino 296-3. Del resto essi mostrarono in tutta la
loro condotta, con le grandi opere che impresero e condussero a buon fine, che
erano persone savie e prudenti; e in ogni caso non si possono che benedire le
nevrosi che ci diedero i Tommasi d’Aquino, i Bonaventura, gli Ignazi di Loiola,
i Franceschi Saveri, le Terese e i Giovanni della Croce, i Franceschi di Sales,
le Giovanne di Chantal, i Vincenzi de’ Paoli, le Damigelle Legras, i Berulle e
gli Olier, gli Alfonsi de’ Liguori e i Paoli della Croce.

297.   B) Altri increduli
rendono giustizia ai nostri mistici, pur dubitando della realtà obbiettiva dei
fenomeni da loro descritti: tali William James e Massimo di
Montmorand 297-1. Riconoscono che il sentimento religioso
produce nelle anime mirabili effetti, uno slancio invincibile verso il bene, una
illimitata dedizione verso il prossimo, che il loro preteso egoismo non è in
fondo che una carità eminentemente sociale feconda della più lieta influenza,
che la loro sete di patimenti non impedisce loro di godere ineffabili delizie e
diffondere un poco di felicità attorno a loro; solo dubitano che siano vittime
d’autosuggestione e d’allucinazione. Ma noi facciamo osservare che così benefici
effetti non possono derivare se non da una causa proporzionata; che, nel
complesso, il bene reale e duraturo non può venire che dal vero, e che se solo i
mistici cristiani hanno praticato le virtù eroiche e prodotto opere sociali
utili, la ragione è che la contemplazione e l’amore di Dio, ispiratori di queste
opere, non sono allucinazioni ma realtà viventi ed operose: “ex fructibus
eorum cognoscetis eos
 297-2 “.

298.   2° I mondani, anche
quando hanno la fede, hanno spesso, sulla perfezione o su ciò ch’essi chiamano
la devozione, idee molto false.

A) Gli uni riguardano i devoti come ipocriti, come
Tartufi, che, sotto la maschera della pietà, nascondono vizi odiosi o ambiziose
mire politiche, come sarebbe il desiderio di dominare le coscienze e così
governare il mondo. Or questo è un confondere l’abuso con la cosa stessa,
e la continuazione di questo studio dimostrerà che la semplicità, la lealtà e
l’umiltà sono i veri caratteri della devozione.

299.   B) Altri considerano la
pietà come un’esaltazione della sensibiiltà e dell’immaginazione, una
specie di emotività, buona tutt’al più per le donne e per i bambini ma indegna
di uomini che vogliono guidarsi con la ragione e con la volontà. Eppure quanti
uomini iscritti nel catalogo dei Santi, che si distinsero per un proverbiale
buon senso, per una intelligenza superiore, per una volontà energica e costante?
Anche qui si confonde dunque la caricatura col ritratto.

300.   C) Vi sono infine di
quelli che pretendono che la perfezione sia un’utopia inattuabile e per
ciò stesso pericolosa, che basti osservare i comandamenti e sopratutto
aiutare il prossimo, senza perdere il tempo in pratiche minuziose, o nella
ricerca di virtù straordinarie. Basta la lettura della vita dei Santi a
correggere quest’errore, mostrando che la perfezione fu veramente conseguita
sulla terra, e che la pratica dei consigli non solo non nuoce all’osservanza dei
precetti ma la rende anzi più facile.

301.   3° Tra le stesse persone
devote
ce ne sono di quelle che s’ingannano sulla vera natura della
perfezione, dipingendola ognuno “secondo la propria passione e la propria
fantasia 301-1 “.

A) Molti, confondendo la devozione con le devozioni, si
immaginano che la perfezione consista nel recitare un gran numero di preghiere e
nel fare parte di molte confraternite, talora anche a detrimento dei doveri del
proprio stato che costoro trascurano per fare questo o quel pio esercizio, o
mancando alla carità verso le persone di casa. Questo è un sostituire
l’accessorio al principale e un sacrificare al mezzo il fine.

302.   B) Altri poi si danno ai
digiuni e alle austerità, fino ad esternuarsi e rendersi incapaci
di compiere bene i doveri del proprio stato, credendosi con ciò dispensati dalla
carità verso il prossimo; e mentre non osano intingere la lingua nel vino, non
temono poi “di immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e con la
calunnia”. Anche qui si prende abbaglio su ciò che vi è di più essenziale nella
perfezione, e si trascura il dovere capitale della carità per esercizi buoni
senza dubbio ma meno importanti. — In pari errore cadono coloro che fanno
ricche elemosine, ma non vogliono poi perdonare i nemici, oppure,
perdonando i nemici, non pensano poi a pagare i debiti.

303.   C) Alcuni, confondendo
le consolazioni spirituali col fervore, si credono perfetti quando sono
inondati di gioia e pregano con facilità; e s’immaginano invece s’essere
rilassati quando sono assaliti dalle aridità e dalle distrazioni. Dimenticano
che ciò che conta agli occhi di Dio è lo sforzo generoso e spesso
rinnovato, non ostante le apparenti sconfitte che si possono provare.

304.   D) Altri, invaghiti di
azioni e di opere esteriori, trascurano la vita interiore per darsi più
intieramente all’apostolato. È un dimenticare che l’anima di ogni
apostolato
è la preghiera abituale, che attira la grazia divina e rende
feconda l’azione.

305.   E) Finalmente alcuni,
avendo letto libri mistici o vite di Santi in cui si descrivono estasi e
visioni, si immaginano che la devozione consista in questi fenomeni
straordinarii e fanno sforzi di mente e di fantasia per arrivarvi. Non capiscono
che, a detta dei mistici stessi, questi sono fenomeni accessori che non
costituiscono la santità, ai quali quindi non bisogna aspirare, e che la vita
della conformità alla volontà di Dio è molto più sicura e più pratica.

Sgombrato così il terreno, potremo ora più facilmente intendere in che
essenzialmente consista la vera perfezione.

ART. II. LA VERA NOZIONE
DELLA PERFEZIONE 306-1.

306.   Stato della questione.
Per ben risolvere questo problema, cominciamo con determinar lo stato della
questione:

1° Nell’ordine naturale un essere è perfetto (perfectum) quando è
finito e compito, e quindi quando consegue il suo fine: “Unumquodque dicitur
esse perfectum in quantum attingit proprium finem, qui est ultima rei
perfectio”
 306-2. Questa è la perfezione assoluta;
ve n’è però un’altra, relativa e progressiva, che consiste
nell’avvicinarsi a questo fine, sviluppando tutte le proprie facoltà e
praticando tutti i propri doveri secondo le prescrizioni della legge naturale
manifestata dalla retta regione.

307.   2° Il fine dell’uomo,
anche nell’ordine naturale, è Dio. 1) Creati da Lui, siamo
necessariamente creati per Lui, poichè è chiaro che non può Dio trovare
un fine più perfetto di Sè, essendo la pienezza dell’Essere; e d’altra parte
creare per un fine imperfetto sarebbe indegno di Lui. 2) Di più, essendo
Dio la perfezione infinita e quindi la fonte di ogni perfezione, l’uomo è tanto
più perfetto quanto più s’avvicina a Lui e ne partecipa le divine perfezioni;
ecco perchè il cuore umano non trova nelle creature nulla che possa soddisfarne
le legittime aspirazioni: “Ultimus hominis finis est bonum increatum,
scilicet Deus, qui solus sua infinita bonitate potest voluntatem hominis
perfecte implere”
 307-1. A Dio quindi convien rivolgere
tutte le nostre azioni; conoscerlo, amarlo, servirlo, e così glorificarlo, tal è
il fine della vita e la fonte d’ogni perfezione.

308.   3° Il che è anche più vero
nell’ordine soprannaturale. Gratuitamente elevati da Dio ad uno stato che
supera le nostre esigenze e le nostre possibilità, chiamati a contemplarlo un
giorno con la visione beatifica e possedendolo già con la grazia, dotati di un
intiero organismo soprannaturale per unirci a Lui con la pratica delle virtù
cristiane, è chiaro che non possiamo perfezionarci se non avvicinandoci
continuamente a Lui. E non potendo far questo senza unirci a Gesù, che è la via
necessaria per andare al Padre, la nostra perfezione consisterà nel vivere
per Dio in unione con Gesù Cristo: “Vivere summe Deo in Christo
Jesu”
 308-1. Il che facciamo praticando le virtù
cristiane,
teologali e morali, che tutte hanno per fine di unirci in modo
più o meno diretto a Dio, facendoci imitare N. S. Gesù Cristo. i

309.   4° Sorge quindi la questione di
sapere se, tra queste virtù, non ve ne sia una che compendi e contenga tutte le
altre, e costituisca, a così dire, l’essenza della perfezione.
S. Tommaso, sintetizzando la dottrina della S. Scrittura e dei Padri,
risponde affermativamente e c’insegna che la perfezione consiste
essenzialmente nell’amor di Dio e del prossimo amato per Dio:
“Per se quidem et essentialiter consistit perfectio christianæ vitæ
in
caritate, principaliter quidem secundum dilectionem Dei, secundario
autem secundum dilectionem proximi”
 309-1. Ma, poichè nella vita presente l’amor di
Dio non può praticarsi senza rinunziare all’amore disordinato di se stessi,
ossia alla triplice concupiscenza, in pratica all’amore bisogna aggiungere il
sacrificio. Questo verremo esponendo col dimostrare:


  • 1)
    come
    l’amor di Dio e del prossimo costituisca l’essenza della perfezione;

  • 2)
    perchè
    quest’amore debba giungere fino al sacrifizio;

  • 3)
    in che
    modo si debbano conciliare questi due elementi;

  • 4)
    come la
    perfezione abbracci insieme precetti e consigli;

  • 5)
    quali ne
    siano i gradi e fin dove possa arrivare sulla terra.



NOTE

296-1 Max Nordau,
Dégénérescence, t.I, p. 115; J. H. Leure, La psychologie des
phénomènes religieux;
E. Murisier, Les maladies du sentiment
religieux.


296-2 Matth., VII, 6.

296-3 W. James, L’expérience religieuse, trad.
Abauzit, 1906, p. 9-12.

297-1 M. Montmorand, Psychologie des mystiques, 1920.

297-2 Matth., VII, 20.

301-1 È quanto osserva S. Fr di
Sales,
Intr. alla vita devota, P. I, c. I, che è da
leggersi per intero.

306-1 S. Thom., IIª
IIæ, q. 184, a. 1-3; Opuscul. de perfectione vitæ
spiritualis;
Alvarez de Paz,
op.
cit.,
l. III; Le Gaudier,
op.
cit.,
P. 1ª; Schram, Instit. mysticæ, § IX-XX;
Ribet, L’Ascétique chrétienne, c. IV-VI; Ighina, Istituzioni di Teol. Ascet. e
Mistica,
Mondovì, 1889; Garrigou-Lagrange, Perfection
chrétienne et contemplation,
t. I, p. 151-173.

306-2 Sum. theol., IIª
IIæ, q. 184, a. 1.

307-1 S. Thom,
IIæ, q. 3, a. 1; Cfr. Tanquerey, Syn. Theol. moralis.
Tr. de ultimo fine.


308-1 J.-J. Olier, Pietas
Seminarii,
n. 1.

309-1 Sum. theol., IIª
IIæ, q. 184, a. 3; cfr. De perfectione vitæ spiritualis,
c. I, V-VI.

Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy .

Ultima revisione: 2 marzo 2006.