Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1463-1481)

Teologia: fondamentale, ascetica...


Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO III. Capitolo II. Della contemplazione infusa. II. La notte dello spirito. 1° Il perchè della notte dello spirito. 2° Prove della notte dello spirito. 3° Santi effetti della purificazione dello spirito. § IV. L’unione trasformativa o matrimonio spirituale. I. Natura dell’unione trasformativa. II. Effetti dell’unione trasformativa. Sintesi del secondo capitolo.


II. La notte
dello spirito.

1463.   La prima notte purifica
l’anima a fine di prepararla ai gaudii della quiete, dell’unione e dell’estasi;
ma, prima delle delizie ancor più pure e più durevoli del matrimonio spirituale,
è necessaria una purificazione più profonda e più radicale, che ordinariamente
avviene durante l’unione estatica. Ne esporremo:


  • 1° il
    perchè;

  • 2° le
    dure prove;

  • 3° i
    lieti effetti.


1° IL PERCHÈ DELLA
NOTTE DELLO SPIRITO.
1464.   Per unirsi a Dio in quel modo così
intimo e durevole che avviene nell’unione trasformativa o matrimonio spirituale,
è necessario mondarsi dalle ultime imperfezioni che restano nell’anima.
Imperfezioni che, come dice S. Giovanni della Croce 1464-1, sono di due specie: abituali le
une, attuali le altre.
A) Le prime
consistono in due cose: a) in affetti e in abiti
imperfetti
, che sono come radici rimaste nello spirito là dove la
purificazione del senso non potè penetrare, per esempio certe amicizie un po’
troppo vive, che bisogna quindi sradicare; b) una certa fiacchezza
spirituale, hebetudo mentis, onde l’anima facilmente si distrae e si
versa al di fuori: difetti incompatibili coll’unione perfetta.
B) Le
imperfezioni attuali sono anch’esse di due specie: a) un
certo orgoglio e una vana compiacenza di sè, provenienti dalla copia delle
consolazioni spirituali che si ricevono; sentimenti che portano spesso
all’illusione e fanno scambiar per vere false visioni e false profezie;
b) un’eccessiva arditezza con Dio, onde si perde quel rispettoso
timore che è tutela di tutte le virtù.
Onde è necessario
purificare e riformare nello stesso tempo queste tendenze; al
quale intento Dio manda le prove della seconda notte.

2° PROVE DELLA NOTTE DELLO SPIRITO.
1465.   A purificare e riformar l’anima, Dio
lascia l’intelletto nelle tenebre, la volontà nell’aridità, la memoria senza
ricordi e gli affetti immersi nel dolore e nell’angoscia.
Dio, dice
S. Giovanni della Croce 1465-1, opera questa purificazione col lume
della contemplazione infusa, lume vivo in sè ma oscuro e
doloroso
per l’anima, a cagione delle sue ignoranze e della sua impurità.

A)
Patimenti dell’intelletto. a) Il lume della contemplazione,
vivo e puro com’è, offende l’occhio del nostro intelletto che è
così debole ed impuro da non poterlo sopportare; a quella guisa che l’occhio
infermo è offeso dalla viva e chiara luce, così l’anima ancora infermiccia è
torturata e come intorpidita dalla luce divina, tanto che la morte le parrebbe
liberazione.
b) Dolore
fatto più intenso dall’incontro del divino e dell’umano nella
stessa anima: il divino, vale a dire la contemplazione
purificatrice
, la invade per rinnovarla, perfezionarla, divinizzarla;
l’umano, vale a dire l’anima coi suoi difetti, ha l’impressione come di
un annientamento e di una morte spirituale per cui deve passare onde giungere
alla risurrezione.
c) A
cosiffatto dolore s’aggiunge la vista profonda della propria povertà e miseria;
immersa la parte sensitiva nell’aridità e la parte intellettiva nella tenebra,
l’anima è nello stato angoscioso di chi si trovasse sospeso in aria senza
appoggio; vede anzi talora l’inferno spalancato a inghiottirla per sempre. È
certo un parlar figurato ma che dipinge bene l’effetto di quella luce che mostra
da un lato la grandezza e la santità di Dio, e dall’altro il nulla e le miserie
dell’uomo.
1466.   B) I patimenti della
volontà
sono anch’essi ineffabili. a) L’anima si vede priva di
ogni gaudio, persuasa che sarà sempre così; neppure il confessore riesce a
consolarla.
b) A
sorreggerla nella prova, Dio le manda intervalli di sollievo in cui gode di pace
soave nell’amore e nella familiarità di Dio. Ma dopo tali momenti la dolorosa
vicenda riprende e l’anima s’immagina di non essere più amata da Dio, di essere
da lui giustamente abbandonata: è il supplizio dell’abbandono
spirituale.

c) In
questo stato è impossibile pregare; pregando, prova tanta aridità che le pare di
non essere più ascoltata da Dio. Vi sono casi in cui non può nemmeno più
occuparsi dei suoi affari temporali, perchè la memoria più non le serve: è il
legamento delle potenze che si estende alle azioni naturali.
Insomma è una
specie d’inferno per il dolore che si prova e di purgatorio per la
purificazione che ne è il frutto.

3° SANTI EFFETTI DELLA PURIFICAZIONE DELLO
SPIRITO.
1467.   A) Tali effetti sono da
S. Giovanni della Croce 1467-1 compendiati così:
“Questa fortunata
notte offusca l’intelletto, ma non lo fa che per illuminarlo in tutte le cose; e
se l’umilia e lo rende miserabile, non è se non per esaltarlo e affrancarlo; e
se l’impoverisce e lo vuota d’ogni affezione naturale, è per farlo capace di
divinamente godere della dolcezza di tutte le cose dell’alto e del basso”. A
spiegar questi effetti, il Santo usa il paragone di un pezzo di umido legno che
venga gettato in un braciere, paragone che abbiamo già spiegato al
n. 1422.

1468.   B) Li riduce quindi a quattro
punti principali: a) Un ardente amor di Dio: fin dal
principio di questa notte l’anima aveva nella parte superiore un tal amore, ma
senza averne coscienza; Dio poi glie la dà, e allora è pronta a osar tutto e a
tutto fare per piacere a lui.
b) Un
vivissimo lume: questo lume non le mostrava a principio che le sue
miserie, ond’era doloroso; ma, tolte con la compunzione coteste imperfezioni, le
mostra le ricchezze che l’anima verrà acquistando, onde riesce consolantissimo.

c) Un gran
sentimento di sicurezza: perchè questo lume la preserva dall’orgoglio,
che è il grande ostacolo all’eterna salute, facendole vedere che è Dio stesso
che la guida e che i patimenti da lui inviatile le sono più utili dei godimenti;
e mettendole infine nella volontà la ferma risoluzione di non far nulla che
possa offenderlo e di nulla trascurare di ciò che ne promuova la gloria.

d) Una
mirabile forza per salire i dieci gradi d’amor di Dio amorosamente
descritti da S. Giovanni della Croce 1468-1 e che bisogna diligentemente meditare,
chi voglia farsi un’idea delle mirabili ascensioni che conducono all’unione
trasformativa.

§ IV. L’unione
trasformativa o matrimonio spirituale.

1469.   Dopo tante purificazioni, l’anima
giunge finalmente a quell’unione calma e durevole che è detta unione
trasformativa
e che pare l’ultimo termine dell’unione mistica e preparazione
immediata alla visione beatifica.
Ne esporremo:


  • 1° la
    natura;

  • 2° gli
    effetti.


I. Natura dell’unione trasformativa.

Rileviamone:


  • 1° i
    principali caratteri;

  • 2° la
    descrizione che ne fa S. Teresa.



1470.
   1° I principali caratteri
sono: l’intimità, la serenità, l’indissolubilità.

A)
L’intimità. Perchè più intima delle altre, quest’unione si appella
matrimonio spirituale; tra sposi non v’è segreto: è fusione di due vite
in una sola. E tale è l’unione che corre tra l’anima e Dio; S. Teresa la
spiega con un paragone 1470-1: “È come l’acqua del cielo che cade
nell’acqua d’un fiume… e che con lei talmente si confonde da non poterle più
dividere nè distinguere quale sia l’acqua piovana e quella del fiume”.

B) La
serenità. In questo stato non più estasi nè ratti o almeno molto rari;
quelli erano svenimenti e deliqui, che sono ormai quasi intieramente scomparsi,
per far posto a quello stato dell’anima dolce e calmo in cui vivono gli sposi
sicuri ormai del loro mutuo amore.
C)
L’indissolubilità. Le altre unioni erano passeggiere, questa invece
diventa di natura sua permanente come è del matrimonio cristiano.
1471.   Ma tale indissolubilità trae seco
l’impeccabilità? Su questo argomento S. Giovanni della Croce e
S. Teresa sono di opposto parere. Il primo pensa che l’anima sia allora
confermata in grazia 1471-1: “Io son d’avviso che non si ha mai
questo stato senza che l’anima vi sia confermata in grazia… Sono lasciate da
parte e dimenticate tutte le tentazioni, i turbamenti, le pene, le sollecitudini
e tutti i pensieri”. S. Teresa parla altrimenti 1471-2: “Pare che io voglia dire che, quando
l’anima giunge ad aver da Dio questa grazia, sia sicura di salvarsi e di non più
cadere. Non dico questo; e dovunque parlassi in maniera da parere che l’anima
stia in sicurezza, s’ha da intendere finchè la divina Maestà la terrà così di
sua mano ed ella non l’offenderà. Io almeno so di certo che quella tal persona,
quantunque si vegga in questo stato e vi duri da anni, non per questo si tiene
per sicura”. Il linguaggio di S. Teresa ci pare più conforme a quello della
Teologia, la quale insegna che la grazia della perseveranza finale non può
meritarsi; per essere sicuri della propria salvezza, occorrerebbe una
rivelazione speciale, che riguardasse non solo lo stato presente di grazia ma
anche la perseveranza in tale stato sino alla morte 1471-3.

1472.
   2° La descrizione di
S. Teresa contiene due apparizioni: una di Nostro Signore e l’altra
della SS. Trinità.
A)
Gesù stesso introduce l’anima nell’ultima mansione con duplice visione:
una immaginaria e l’altra intellettuale.
a) In una
visione immaginaria, che avvenne dopo la comunione, Gesù apparve alla
Santa 1472-1 “con forma di grande splendore e
bellezza e maestà, come dopo risuscitato”.
“E le disse
ch’era ormai tempo che ella prendesse le cose di lui per sue, e che egli si
darebbe pensiero di quelle di lei”… “Quindi innanzi tu ti darai pensiero del
mio onore, non solo perchè sono tuo Creatore, tuo Re e tuo Dio, ma anche perchè
tu sei mia vera sposa. L’onor mio è onor tuo e l’onor tuo è onor mio”  1472-2.
b) Viene
quindi la visione intellettuale: “Quello che allora Dio comunica all’anima in un
istante è così grande arcano e grazia tanto sublime ed è sì forte e soave il
diletto che ella sente, che io non so a che paragonarlo. Dirò soltanto che in
quell’istante il Signore si degna manifestarle la beatitudine del cielo in
maniera più sublime di qualsivoglia visione o godimento spirituale. Non si può
esprimere quanto intimamente l’anima, o piuttosto lo spirito dell’anima,
diventi, per quello che si può conoscere, una cosa sola con Dio” 1472-3.

1473.
   B) Visione della SS.
Trinità.
Introdotta l’anima in questa settima mansione, le tre persone della
SS. Trinità in una visione intellettuale le si mostrano con una certa
rappresentazione della verità e in mezzo a una fiamma che, a guisa di
fulgidissima nube, viene diretta al suo spirito. Le tre divine Persone si
mostrano distinte; e l’anima, con una mirabile cognizione che le viene
comunicata, intende con assoluta certezza che tutte e tre queste Persone non
sono che una sola sostanza, una sola potenza, una sola scienza, un solo Dio.

“Così, quello che
noi teniamo per fede, l’anima ivi l’intende, si può dire, per vista, benchè non
sia vista di occhi corporali, non essendo questa una visione immaginativa. Qui
le si comunicano tutte e tre le divine Persone e le parlano e le svelano il
senso di quel passo del Vangelo in cui disse Nostro Signore che verrà col Padre
e collo Spirito Santo ad abitare coll’anima che l’ama e che ne osserva i
comandamenti. O mio Dio! quanto è diverso udir queste parole e crederle
dall’intendere in questa maniera quanto son vere!
 1473-1. Ogni dì più si stupisce quest’anima,
perchè le pare che queste tre divine Persone non si siano da lei più partite e
chiaramente vede, nel modo ch’io dissi, che stanno nell’interno dell’anima; giù
giù nell’interno, in una cosa molto profonda, che non sa dir come sia perchè non
è letterata, sente in sè questa divina compagnia” 1473-2.

II. Effetti
dell’unione trasformativa.

1474.   Unione così intima e così profonda
non può che produrre mirabili effetti di santificazione; effetti che si
compendiano in una sola parola: l’anima è talmente trasformata in Dio che,
dimentica di sè, non si dà più pensiero che di Dio e della sua gloria.

Quindi:
1° Un santo
abbandono
nelle mani di Dio, tanto che l’anima è sommamente indifferente a
tutto ciò che non è Dio; nell’unione estatica desiderava la morte per unirsi al
suo Diletto, ora è indifferente alla vita o alla morte, purchè Dio sia
glorificato: “Ogni suo pensiero è di piacergli sempre più, di trovare occasioni
e mezzi per dimostrargli l’amore che gli porta. Qui tende tutta la sua orazione;
a ciò serve questo matrimonio spirituale: che nascano sempre opere,
opere” 1474-1.
1475.   2° Un grande desiderio di
patire
, ma senza inquietudine, in perfetta conformità con la volontà di Dio:

“S’egli vuole che
patiscano, bene; se no, non se ne affliggono più come solevar [sic]. Hanno
parimenti queste anime un grande godimento interno quando sono perseguitate, con
assai maggior pace di quello che s’è detto, e senza alcun risentimento contro
coloro che fanno loro del male e glie ne vorrebbero fare. Anzi li amano di
particolare affetto” 1475-1.
1476.   3° Assenza di desideri e di pene
interiori.
“I desideri di queste anime non sono più di carezze o di
consolazioni… Hanno un costante desiderio di starsene solitarie od occuparsi
di cose che siano di giovamento al prossimo. Non patiscono aridità nè pene
interiori, ma stanno sempre teneramente occupate di Nostro Signore e non
vorrebbero mai far altro che lodarlo” 1476-1.
1477.   4° Assenza di ratti.
“Arrivando qui l’anima, se le tolgono tutti i ratti (s’intende quanto al perdere
i sensi), fuorchè alcuna volta, nè soggiace più a quelle estasi e a quei voli
dello spirito di cui ho parlato, se non molto di rado nè quasi mai in pubblico,
cosa prima molto ordinaria” 1477-1. Pace dunque e serenità
perfetta:
“In questo tempio di Dio, in questa mansione sua, solo Lui e
l’anima dolcemente si godono l’un l’altro in altissimo silenzio” 1477-2.
1478.   5° Uno zelo ardente, ma
circospetto, per la santificazione delle anime. Non basta restare in
questo dolce riposo, bisogna operare, darsi all’azione, soffrire, farsi lo
schiavo di Dio e del prossimo, lavorare a progredir nelle virtù, massime
nell’umiltà, perchè il non andare avanti è un tornare indietro. Fare nello
stesso tempo l’ufficio di Maria e di Marta: qui sta la perfezione. Si può far
del bene alle anime senza uscir dal chiostro; e senza pensare a giovare a tutto
il mondo, si può far del bene a quelli con cui si vive:
“E l’opera sarà
tanto maggiore perchè siete loro più obbligate. Pensate che sia poco giadagno se
colla profonda umiltà, collo spirito di mortificazione e di sacrifizio, colla
tenera carità per le sorelle, coll’amore grande a Nostro Signore, le
infiammerete tutte di questo fuoco celeste e con le altre virtù le verrete
sempre più stimolando? Farete molto e renderete assai grato servizio a Nostro
Signore.” 1478-1.
Ma soprattutto
bisogna fare queste cose per amore: “Il Signore non guarda tanto alla
grandezza delle opere quanto all’amore con cui si fanno” 1478-2.
1479.   Terminando, la Santa invita le suore
ad entrare in queste mansioni, se piace al padrone del Castello di
introdurvele
, ma a non volerne sforzare l’ingresso.
“Vi avverto di
non usar veruna violenza in caso di qualche resistenza, perchè lo infastidireste
per guisa che ve ne chiuderebbe l’entrata per sempre. Egli è molto amico
dell’umiltà: riputandovi indegne di pur entrare nelle terze mansioni, ne
guadagnerete più presto la volontà di introdurvi nelle quinte; e fin di lì lo
potete servire, col recarvi di frequente ad esse, in tal maniera da meritare di
essere da lui ammesse nella stessa mansione riservata” 1479-1.

SINTESI
DEL SECONDO CAPITOLO.
1480.   Percorse le quattro grandi fasi
della contemplazione con l’alterna loro vicenda di prove dolorose e di
inebrianti dolcezze, mi pare che ne esca sufficientemente confermata la nozione
di contemplazione infusa da noi data: “la progressiva presa di possesso che
Dio fa dell’anima col libero suo consenso.

1° Dio
s’impossessa gradatamente dell’intiera anima contemplativa: prima della
volontà nella quiete; poi di tutte le facoltà interne nell’unione
piena; delle facoltà interne e dei sensi esterni nell’estasi; e
finalmente dell’anima intiera, non più di passata ma in modo
permanente, nel matrimonio spirituale.
Ora, Dio
s’impossessa dell’anima per inondarla di luce e di amore e
comunicarle le sue perfezioni. a) Questa luce a principio è
debole e dolorosa finchè l’anima non è sufficientemente purificata; ma
poi diviene più forte e consolante, sebbene per la debolezza di nostra mente
rimanga sempre mista di oscurità. Fa viva impressione perchè proviene da
Dio
e perchè dà all’anima conoscenza sperimentale della grandezza,
della bontà, della bellezza infinita di Dio, e della piccolezza, del nulla,
delle miserie della creatura. bL’amore largito all’anima
contemplativa è ardente, generoso, avido di sacrifici; l’anima, obliando se
stessa, vuole immolarsi per il suo Diletto.
1481.   2° L’anima acconsente
liberamente
a questo divino possesso e si dà liberamente e
giocondamente a Dio coll’umilità più profonda, coll’amore della
croce
per Dio e per Gesù, col santo abbandono. A questo modo si viene
ognor più purificando delle sue imperfezioni, si unisce a
Dio
e si trasforma in lui, onde si avvera quanto più pienamente è
possibile l’ardente brama di Nostro Signore: “Ut et ipsi in nobis unum
sint
” 1481-1.
Tale la vera
mistica, che vuol essere ben distinta dal falso misticismo o dal
quietismo.

 
NOTE
1464-1 Notte oscura, libro II ossia Notte
dello spirito
, c. II, n. 1.
1465-1 Notte, l. II, c. V.
1467-1 Notte, l. II, c. IX, n. 1.
1468-1 Notte, l. II, c. XIX-XXII.
1470-1 Castello, Mansione settima, c. II, n. 4;
(versione italiana, p. 315).
1471-1 Cantico spirituale, stanza XXII, n. 3.

1471-2 Castello, Mansione settima, c. II, n. 9;
(versione italiana, p. 316).
1471-3 Talora il matrimonio spirituale vien celebrato
con ceremonie speciali, come scambi d’anelli, cantici angelici, ecc.; ad esempio
di S. Teresa, lasciamo da parte tutti gli accessori.
1472-1 Castello, Mansione settima, c. II, n. 1;
(versione italiana, p. 314).
1472-2 Relaz. XXV, t. II, dell’edizione critica
spagnuola, p. 63.
1472-3 Castello, Mansione settima, c. I, n. 6;
(versione italiana, p. 313).
1473-1 Si
notino queste espressioni che indicano bene la differenza immensa che passa tra
il semplice atto di fede e la conoscenza o persuasione data dalla
contemplazione.
1473-2 Castello, Mansione settima, c. I, n. 6;
(versione italiana, p. 313).
1474-1 Castello, Mansione settima, p. 308;
(versione italiana, p. 321).
1475-1 Ibid., c. III, n. 4 e 5; (versione
italiana, p. 317).
1476-1 Ibid., c. III, n. 8; (versione italiana,
p. 318).
1477-1 Ibid., c. III, n. 12; (versione italiana,
p. 319).
1477-2 Ibid., c. III, n. 11; (versione italiana,
p. 319).
1478-1 Ibid., c. IV, n. 14; (versione italiana,
p. 323).
1478-2 Ibid., c. IV, n. 15; (versione italiana,
p. 323).
1479-1 Castello, Chiusa, n. 2; (versione
italiana, p. 323-324).

1481-1
 Joan., XVII, 21.