Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (13)

Teologia: fondamentale, ascetica...

…CAPITOLO III. La Mortificazione. Natura della mortificazione. Necessità della mortificazione. Da parte di DIO. Da parte di GESÙ CRISTO. Da parte della nostra santificazione. Pratica della mortificazione. Principii psicologici da applicare. In che modo combattere le passioni sregolate. In che modo volgere le passioni al bene. In ch modo moderare le passioni. Della mortificazione delle facoltà superiori….

PARTE SECONDA


LIBRO I: La purificazione dell’anima o la via purgativa


CAPITOLO III.


La Mortificazione.


 


751. La mortificazione contribuisce, come la penitenza, a purificarci delle colpe passate; ma il principale suo scopo e di premunirci contro quelle del presente e dell’avvenire, diminuendo l’amor del piacere, fonte dei nostri peccati. Ne spiegheremo dunque la natura, la necessità e la pratica.


 






































Natura


– I diversi nomi.


 


– La definizione.


 


 


Necessità


– Per la salute.


 


– Per la perfezione.


 


 


Pratica


– Principi generali.


 


– Mortificazione dei sensi esterni.


 


– Mortificazione dei sensi interni.


 


– Mortificazione delle passioni.


 


– Mortificazione delle facoltà superiori.


 


ART. I. NATURA DELLA MORTIFICAZIONE.


 


 Spiegati che avremo i termini biblici e i moderni con cui si denomina la mortificazione, ne daremo la definizione.


752. 1. Espressioni bibliche per indicare la mortificazione. Sette principali espressioni troviamo nei Libri Sacri per indicare la mortificazione sotto vari suoi aspetti.


1° Il vocabolo rinunzia, “qui non renuntiat omnibus quae possidet non potest meus esse discipulus[1], ci presenta la mortificazione come atto di distacco dai beni esterni per seguir Cristo, come fecero gli Apostoli: “relictis omnibus, secuti sunt eum”[2].


2° E pure abnegazione o rinunzia a sé stesso si quis vult post me venire, abneget semetipsum[3] …; infatti il più terribile dei nostri nemici è il disordinato amor di noi stessi; ecco perché è necessario distaccarsi da sé stessi.


3° Ma la mortificazione ha pure un lato positivo: è un atto che ferisce e distrugge le male tendenze della natura: “Mortificate ergo membra vestra[4]Si autem spiritu facta carnis mortifica veritis, vivetis[5]


4° Anzi è una crocifissione della carne e delle sue cupidigie, onde inchiodiamo, a così dire, le nostre facoltà alla legge evangelica, applicandole alla preghiera e al lavoro: “Quisunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis”.[6]


5° Questa crocifissione, quando è costante, produce una specie di morte e di seppellimento, che ci fa come intieramente morire a noi stessi e seppellirci con Gesù Cristo a fine di vivere con lui di vita novella: “Mortui enim estis vos et vita vestra est abscondita cum Christo in Deo[7]Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem[8]


6° A indicare questa morte spirituale S. Paolo adopera pure un’altra espressione; poiché, dopo il battesimo, vi sono in noi due uomini, l’uomo vecchio che rimane, o la triplice concupiscenza, e l’uomo nuovo o l’uomo rigenerato, egli dichiara che dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio per rivestirci del nuovo: “expoliantes vos veterem hominem… et induentes novum”[9].


7° Non potendo questo farsi senza combattere, Paolo afferma che la vita e una lotta “bonum certamen certavi[10]; e che i cristiani sono lottatori o atleti, che castigano il corpo e lo riducono in schiavitù.


Da tutte queste espressioni e da altre simili risulta che la mortificazione inchiude un doppio elemento: uno negativo il distacco, la rinunzia, lo spogliamento; e l’altro positivo, la lotta contro le cattive tendenze, lo sforzo per mortificarle o svigorirle, la crocifissione e la morte: crocifissione della carne, dell’uomo vecchio e delle sue cupidigie, per vivere della vita di Cristo.


753. II. Espressioni moderne. Oggi si preferiscono espressioni addolcite, che indicano lo scopo da conseguire anziché lo sforzo da sostenere. Si dice che bisogna riformar sé stesso, governar sé stesso, educar la volontà, orientar l’anima verso Dio. Sono espressioni giuste, purché si sappia far rilevare che non si può riformare e governar sé stessi se non combattendo e mortificando le male tendenze che sono in noi; che non si educa la volontà se non domando e disciplinando le facoltà inferiori, e che non si può orientarsi verso Dio se non distaccandosi dalle creature e spogliandosi dei vizi. Bisogna insomma saper riunire, come fa la S. Scrittura, i due aspetti della mortificazione, mostrare lo scopo per consolare ma non dissimulare lo sforzo necessario per conseguirlo.


754. III. Definizione. Si può dunque definire la mortificazione: la lotta contro le inclinazioni cattive per sottometterle alla volontà e questa a Dio. Più che un’unica virtù è un complesso di virtù, è il primo grado di tutte le virtù che consiste nel superar gli ostacoli a fine di ristabilir l’equilibrio delle facoltà e il loro ordine gerarchico. Onde si vede meglio che la mortificazione non è uno scopo ma un mezzo: uno non si mortifica che per vivere una vita superiore; non si spoglia dei beni esterni che per meglio possedere i beni spirituali; non rinunzia a sé stesso che per posseder Dio; non lotta che per conquistar la pace; non muore a sé stesso che per vivere della vita di Cristo e della vita di Dio: l’unione con Dio è dunque lo scopo della mortificazione. Onde meglio se ne capisce la necessità.


 


ART. II. NECESSITA’ DELLA MORTIFICAZIONE.


 


Questa necessità può essere studiata sotto doppio rispetto, rispetto all’eterna salute e rispetto alla perfezione.


 


I. Necessità della mortificazione per l’eterna salute.


 


Vi sono mortificazioni necessarie all’eterna salute, nel senso che, se non si fanno, si è esposti a cadere in peccato mortale.


755. 1° Nostro Signore ne parla in modo assai chiaro a proposito dei peccati contro la castità: “Chiunque guarda una donna con concupiscenza, ad concupiscendam eam, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”[11]. Vi sono dunque sguardi gravemente colpevoli, quelli che procedono da cattivi desideri; e la mortificazione di questi sguardi è necessaria sotto pena di peccato mortale. Ma lo dice poi chiaro Nostro Signore con quelle energiche parole: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavatelo e gettalo via, perché è meglio per te che un solo dei tuoi membri perisca, anziché l’intiero tuo corpo venga gettato nell’inferno”[12]. Non si tratta qui di strapparsi materialmente gli occhi ma di allontanar lo sguardo dalla vista di quegli oggetti che ci sono motivo di scandalo. S. Paolo dà la ragione di queste gravi prescrizioni: “Se vivrete secondo la carne, morrete; se poi, per mezzo dello spirito, darete morte alle azioni della carne, vivrete: si enim secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis”[13].


Come infatti già dicemmo al numero 193-227, la triplice concupiscenza che alberga in noi, aizzata dal mondo e dal demonio, ci porta sovente al male e mette in pericolo la nostra eterna salute se non badiamo a mortificarla. Onde nasce l’assoluta necessità di incessantemente combattere le cattive tendenze che sono in noi; di fuggir le occasioni prossime di peccato, cioè quegli oggetti o quelle persone che, attesa la passata nostra esperienza, costituiscono per noi serio e probabile pericolo di peccato; e quindi pure di rinunziare a molti piaceri a cui ci trae la nostra natura[14]. Vi sono dunque mortificazioni necessarie, senza le quali si cadrebbe in peccato mortale.


756. 2° Ve ne sono altre che la Chiesa prescrive per i determinar l’obbligo generale di mortificarsi così spesso ricordato dal Vangelo: tal e l’astinenza dal grasso nel venerdì, il digiuno della Quaresima, delle Quattro Tempora e delle vigilie. Sono leggi che obbligano sotto pena di colpa grave coloro che non ne sono legittimamente dispensati. Qui però vogliamo fare un’osservazione che ha la sua importanza: vi sono persone che, per buone ragioni, sono dispensate da queste leggi; ma non sono per questo dispensate dalla legge generale della mortificazione e devono quindi praticarla sotto altra forma; altrimenti non tarderanno a risentir le ribellioni della carne.


757. 3° Oltre queste mortificazioni prescritte dalla legge divina e dalla legge ecclesiastica, ce ne sono altre che ognuno deve imporsi, col consiglio del direttore, in certe circostanze particolari, quando premono maggiormente le tentazioni; si possono scegliere tra quelle che verremo indicando. (n. 769 ss.).


 


II. Necessità della mortificazione per la perfezione


 


758. Questa necessità deriva da ciò che abbiamo detto sulla natura della perfezione, la quale consiste nell’amor di Dio spinto fino al sacrificio e all’immolazione di sé, n. 321-327, tanto che, secondo l’imitazione, la misura del progresso spirituale dipende dalla misura della violenza che uno si fa: tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris[15]. Basterà quindi richiamar brevemente alcuni motivi che. possano muovere la volontà ed aiutarla a praticar questo dovere; si desumono da parte di Dio, di Gesù Cristo, della nostra santificazione.[16]


 


I° DA PARTE DI DIO.


 


759. A) Il fine della mortificazione, come fu detto, è di unirci a Dio; cosa che non possiamo fare senza distaccarci dall’amore disordinato delle creature.


Come giustamente dice S. Giovarmi della Croce[17], “l’anima attaccata alla creatura le diviene simile; quanto più cresce l’affetto tanto più l’identità si manifesta, perché l’amore rende pari l’amante e l’amato. Chi dunque ama una creatura, s’abbassa al suo livello, anzi al di sotto, perché l’amore non si contenta della parità ma rende anche schiavi. È questa la ragione per cui un’anima, schiava d’un oggetto fuori di Dio, diviene incapace di unione pura e di trasformazione in Dio, perché la bassezza della creatura è più distante dalla grandezza del Creatore che non le tenebre dalla luce”. Ora l’anima che non si mortifica, s’attacca presto in modo disordinato alle creature, perché, dopo il peccato originale, si sente attirata verso di loro, cattivata dal loro fascino, e, in cambio di servirsene come di scalini per salire al Creatore, vi si diletta e le considera come fine. A rompere quest’incanto, a schivar questa stretta, è assolutamente necessario distaccarsi da tutto ciò che non è Dio, o almeno da tutto ciò che non è considerato come mezzo per andare a Lui. Ecco perché l’Olier[18], paragonando la condizione dei cristiani a quella di Adamo innocente, dice che vi è grande differenza tra le due: Adamo cercava Dio, lo serviva e l’adorava nelle creature; i cristiani invece sono obbligati a cercar Dio con la fede, a servirlo e adorarlo ritirato in sé stesso e nella sua santità, separato da ogni creatura. In questo consiste la grazia del battesimo.


760. B) Nel giorno del battesimo si stipulò tra Dio e noi un vero contratto. a) Dio, da parte sua, ci mondò dalla macchia originale e ci adottò per figli, ci comunicò una partecipazione della sua vita, obbligandosi a darci tutte le grazie necessarie per conservarla e accrescerla; sappiamo con quanta liberalità mantenne le sue promesse.


b) Da parte nostra, ci obbligammo a vivere da veri figli di Dio, ad avvicinarci alla perfezione del Padre celeste coltivando questa vita soprannaturale. Ora questo non possiamo fare se non in quanto pratichiamo la mortificazione. Perché, da un lato lo Spirito Santo, datoci nel Battesimo, “ci porta all’umiltà, alla povertà, ai patimenti; e dall’altro la carne brama gli onori, i piaceri, le ricchezze”[19]. Vi è quindi in noi conflitto e lotta incessante; e non possiamo esser, fedeli a Dio che rinunziando all’amore disordinato degli onori, dei piaceri e delle ricchezze. Ecco perché il sacerdote, battezzandoci, ci segna addosso due croci, una sul cuore, per imprimerci l’amor della Croce, e l’altra sulle spalle, per darci la forza di portarla. Mancheremmo quindi alle promesse del battesimo se non portassimo la croce, combattendo il desiderio dell’onore con l’umiltà, l’amor del piacere con la mortificazione, e la sete delle ricchezze con la povertà.


 


DA PARTE DI GESÙ CRISTO.


 


761. A) Col battesimo veniamo incorporati a Gesù, onde dobbiamo da lui ricevere il movimento e le ispirazioni e quindi conformarci a lui. Ora l’intiera sua vita, come dice l’Imitazione, non fu che un lungo martirio: Tota vita Christi crux fuit et martyrium[20]. Non può dunque la nostra essere vita di piaceri e d’onori, ma dev’essere vita mortificata. Ce lo dice del resto chiaramente il divino nostro Capo: “Si quis vultpost me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me”[21]. Se vi è chi debba seguir Gesù è certo colui che tende alla perfezione. Ora come seguir Gesù, che fin dal suo ingresso nel mondo abbracciò la croce, che tutta la vita sospirò patimenti, umiliazioni, che sposò la povertà nel Presepio l’ebbe compagna fin sul Calvario, se si amano i piaceri, gli Onori, le ricchezze, se non si porta quotidianamente la croce, quella che Dio stesso ci scelse e c’inviò? È una vergogna, dice S. Bernardo, che sotto un capo coronato di spine siamo membri delicati, atterriti ai più piccoli patimenti: “pudeat sub spinato capite membrum fieri delicatum”[22]. Per conformarci a Gesù Cristo e avvicinarne la perfezione, è dunque necessario che portiamo la croce come lui.


762. B) Se aspiriamo all’apostolato, troviamo in ciò un nuovo motivo per crocifiggere la carne. Colla croce Gesù salvò il mondo; colla croce quindi lavoreremo con lui alla salute dei fratelli, e il nostro zelo sarà tanto più fecondo quanto più parteciperemo ai patimenti del Salvatore. Ecco il motivo che animava S. Paolo, quando dava nella sua carne compimento alla passione del Maestro, a fine di ottener grazie per la Chiesa[23]; ecco ciò che resse nel passato e regge ancora al presente tante anime che consentono ad essere vittime perché Dio sia glorificato e le anime salvate. Il patire è duro, ma quando si contempla Gesù che ci va innanzi portando la croce per la salute nostra e per quella dei nostri fratelli, quando se ne contempla l’agonia, l’ingiusta condanna, la flagellazione, l’incoronazione di spine, la crocifissione, quando s’odono gli schemi, gli insulti, le calunnie che accetta tacendo, come osar lamentarsi? Non siamo ancor giunti allo spargimento del sangue: “nondum usque ad sanguinem restitistis”. E se stimiamo secondo il giusto loro valore l’anima nostra e quella dei nostri fratelli, non mette forse conto di tollerar qualche passeggero patimento per una gloria che non finirà mai e per cooperare con Nostro Signore alla salute di quelle anime per cui versò il sangue fino all’ultima goccia?


Questi motivi, per alti che siano, sono ben compresi da certe ani e generose, anche fin dal principio della loro conversione; e il proporli serve a farle progredire nell’opera di purificazione e di santificazione.


 


DA PARTE DELLA NOSTRA SANTIFICAZIONE.


 


763. A) Abbiamo bisogno d’assicurarci la perseveranza; e la mortificazione è uno dei mezzi migliori per preservarsi dal peccato. Ciò che ci fa soccombere alla tentazione è l’amor del piacere o, l’orror del patire e della lotta, horror difficultatis, labor certaminis. Ora la mortificazione combatte questa doppia tendenza, che in fondo è una sola; col privarci di alcuni leciti piaceri ci arma la volontà contro i piaceri illeciti e ci rende più facile la vittoria sulla sensualità e sull’amor proprio, “agendo contra sensualitatem et amorem proprium”, come giustamente dice S. Ignazio. Se invece cediamo sempre davanti al piacere, prendendoci tutti i leciti diletti, come sapremo poi resistere nel momento in cui la sensualità, avida di nuovi godimenti, pericolosi o anche illeciti, si sente come trascinata dall’abitudine di cedere sempre alle sue esigenze? Il pendio è così sdrucciolevole che, soprattutto in materia di sensualità, è facile traboccar nell’abisso, trattivi da una specie di vertigine. E anche quando si tratta della superbia, il pendio è più ripido di quel che si creda: si mentisce in materia leggiera per scusarsi, per schivare un’ umiliazione; e poi, al sacro tribunale della penitenza, si corre rischio di mancar di sincerità per la vergogna di un’accusa umiliante. La nostra sicurezza richiede dunque la lotta contro l’amor proprio come contro la sensualità e la cupidigia.


764. B) Ma non, basta schivare il peccato; bisogna, anche progredire nella perfezione. Ora, qual’è:anche qui il grande ostacolo se non l’amor del piacere e l’orror della croce? Quanti desidererebbero esser migliori e tendere alla santità se non paventassero lo sforzo necessario a progredire e le prove che Dio manda ai migliori suoi amici! Bisogna dunque richiamar loro ciò che S. Paolo ripeteva spesso ai primi cristiani, cioè che la vita è una lotta, che dobbiamo arrossire d’ esser meno coraggiosi di coloro che lottano per una ricompensa terrena, i quali, per prepararsi alla vittoria, si privano di molti piaceri permessi e assumono rudi e laboriosi esercizi, tutto per una corona peritura, mentre la corona promessa a noi è corona immortale, “et illi quidem ut corruptibilem coronam accipiant nos autem incorruptam”[24]. Abbiamo paura del patire; ma non pensiamo alle pene terribili del purgatorio (n. 734) che dovremo subire per lunghi anni se vogliamo vivere nell’immortificazione e prenderci tutti i piaceri che ci allettano? Quanto più prudenti sono i mondani! Molti si sobbarcano a rudi fatiche e talora a forti umiliazioni per guadagnare un poco di danaro e assicurarsi poi un onorevole riposo; e noi ricuseremmo di sottoporci a qualche mortificazione per assicurarci l’eterno riposo nella città del cielo? È ragionevole questo? Bisogna dunque persuaderci che non si dà perfezione, non si dà virtù senza la mortificazione. Come esser casti senza mortificare quella sensualità che ci inclina così fortemente ai pericolosi e cattivi diletti? Come esser temperanti se non reprimendo la golosità? Come praticar la povertà e anche la giustizia se non, si combatte la cupidigia? Come esser umili, dolci e caritatevoli, senza padroneggiare quelle passioni di superbia, di ira, di invidia, di gelosia che sonnecchiano in fondo al cuore umano? Nello stato di natura decaduta non c’è virtù che possa praticarsi a lungo senza sforzo, senza, lotta, e quindi senza mortificazione. Si può dunque dire col Tronson che, “come l’immortificazione è l’origine dei vizi e la causa di tutti i nostri mali, così la mortificazione è il fondamento delle virtù e la fonte di tutti i nostri beni[25].


765. C) Si può anche aggiungere che la mortificazione, non ostante le privazioni e i patimenti che impone, è, anche sulla terra, fonte dei più grandi beni, e che i cristiani mortificati sono poi in complesso più felici dei mondani, che si abbandonano a tutti i piaceri. Lo insegna Nostro Signore stesso quando dice che chi lascia tutto per seguirlo avrà in ricambio il centuplo anche in questa vita: “Qui reliquerit domum vel fratres… centuplum accipiet, et vitam aeternam possidebit[26]. Nè altro linguaggio, tiene S. Paolo quando, dopo aver parlato della modestia, vale a dire della moderazione in tutte le cose, aggiunge che chi la pratica gode di quella pace vera che supera ogni consolazione: “pax Dei quae exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra et intelligentias vestras”. E non ne è egli stesso un vivo esempio? Paolo ebbe certamente da patir molto; e a lungo descrive le prove terribili che dovette soffrire nella  predicazione del Vangelo e nella lotta contro sé stesso; ma soggiunge che in mezzo alle tribolazioni abbonda e sovrabbonda di gaudio superabundo gaudio in omni tribulatione nostra“.[27]


È così di tutti i Santi: dovettero anch’essi subir lunghe e dolorose tribolazioni; ma i martiri, fra le torture, dicevano di non essersi mai trovati a un simile festino, “nunquam tam jucunde epulati sumus”; leggendo le vite dei Santi, due cose ci colpiscono: le prove terribili che subirono e le mortificazioni che liberamente s’imposero; e d’ altra parte la loro serenità in, mezzo a questi patimenti. Giungono al punto di amar la croce, di non più paventarla, di sospirarla anzi, di considerar perduti i giorni in cui non ebbero nulla da soffrire. Fenomeno psicologico che fa stupire i mondani ma che consola le anime di buona, volontà. Non si può certamente pretendere dagl’incipienti quest’amor della Croce; ma si può far loro capire, citando l’esempio dei Santi, che l’amor di Dio e delle anime allevia notevolmente il dolore e la mortificazione, e che, se consentono ad entrar generosamente nella pratica dei piccoli sacrifici che sono alla loro portata, anch’essi giungeranno un giorno ad amare e desiderar la croce e a trovarvi vere consolazioni spirituali.


766. è ciò che nota l’autore dell’Imitazione, in un testo che compendia molto bene i vantaggi della mortificazione[28]: “In cruce salus, in cruce vita, in cruce protectio ab hostibus, in cruce infusio supernae suavitatis, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritus, in cruce virtutis summa, in cruce perfectio sanctitatis. Infatti l’amor della croce è l’amor di Dio spinto fino all’immolazione; ora, come, abbiamo detto, quest’amore è il compendio di tutte le virtù, l’essenza stessa della perfezione, e quindi il più potente usbergo contro i nemici spirituali, una fonte di forza e di consolazione, il miglior mezzo l’accrescere in noi la vita spirituale e di assicurarci l’eterna salute.


 


ART. III. PRATICA DELLA MORTIFICAZIONE.


 


767. Principii. 1° La mortificazione deve abbracciare l’uomo intiero, corpo ed anima; perché appunto l’uomo intiero, ove non sia ben disciplinato, è occasione di peccato. Chi pecca, propriamente parlando, è la sola volontà; questo è vero, ma la volontà ha per complici e strumenti il corpo coi sensi esterni e l’anima con tutte le sue facoltà; onde tutto l’uomo dev’essere disciplinato e mortificato.


768. 2° La mortificazione ‘prende di mira il piacere. Il piacere in sè non è propriamente un male; è anzi un bene quando è subordinato al fine per cui Dio l’ha istituito. Dio volle annettere un certo diletto all’adempimento del dovere a fine di agevolarne la pratica; ond’è che proviamo un certo diletto nel mangiare e nel bere, nel lavoro e in altri simili doveri. Quindi, nell’intenzione divina, il piacere non è un fine ma un mezzo. Gustar dunque il piacere per meglio adempiere il dovere non è cosa proibita: è l’ordine stabilito da Dio. Ma volere il piacere per se stesso, come fine, senza alcuna relazione al dovere, è per lo meno cosa pericolosa, perché uno si espone a scivolare dai diletti permessi ai diletti peccaminosi; guastare il piacere escludendo il dovere è peccato più o meno grave, perché è violazione dell’ordine voluto da Dio. Onde la mortificazione consisterà nel privarsi dei piaceri cattivi, contrari all’ordine della Provvidenza o alla legge di Dio o della Chiesa; nel rinunziar pure ai piaceri pericolosi per non esporsi al peccato; e perfino nell’astenersi da alcuni piaceri leciti per render più sicuro l’impero della volontà sulla sensibilità. Allo stesso fine uno non solo ,si priverà di alcuni piaceri ma si infliggerà pure alcune mortificazioni positive; perché l’esperienza insegna che nulla è più efficace ad attutire l’inclinazione al piacere quanto l’imporsi qualche lavoro o qualche patimento di supererogazione.


769. 3° Ma la mortificazione deve praticarsi con prudenza o discrezione: onde vuol essere proporzionata alle forze fisiche e morali di ciascuno e all’adempimento dei doveri del proprio stato: 1) Bisogna aversi riguardo alle forze fisiche; perché, secondo San Francesco di Sales, “siamo esposti a grandi tentazioni in due casi, quando il corpo è troppo nutrito e quando è troppo estenuato”. Nell’ultimo caso infatti si cade facilmente nella nevrastenia, che obbliga poi a pericolosi riguardi. 2) Bisogna aversi pur riguardo alle forze morali, non imponendosi a principio privazioni eccessive che non si potranno continuare a lungo e che nel lasciarle possono poi condurre al rilassamento. 3) Ciò che soprattutto importa è che queste mortificazioni s’accordino coi doveri del proprio stato, perché, essendo essi obbligatori, debbono andare avanti alle pratiche di supererogazione. Così sarebbe male per una madre di famiglia praticare austerità che le impedissero di adempiere i doveri verso il marito e verso i figli.


770. Vi è poi tra le mortificazioni un ordine gerarchico: le interne valgono certamente più delle esterne, perché prendono più direttamente di mira la radice del male. Ma non bisogna dimenticare che queste agevolano molto la pratica di quelle; chi, per esempio, volesse disciplinare la fantasia senza mortificare gli occhi, non ci riuscirebbe gran fatto, appunto perché gli occhi forniscono alla fantasia le immagini sensibili di cui si pasce. Fu errore dei modernisti il beffarsi delle austerità dei secoli cristiani. Infatti i Santi di tutti i tempi, quelli beatificati ultimamente come i precedenti, castigarono duramente il corpo e i sensi esterni, convinti che, nello stato di natura decaduta, per appartenere intieramente a Dio, l’intiero uomo dev’essere mortificato.


Verremo dunque percorrendo una dopo l’altra le varie specie di mortificazione, cominciando dalle esterne per arrivare alle più interne; tal è l’ordine logico; in pratica però bisogna saper usare nello stesso tempo, in prudente misura, le une e le altre.


 


I. Della mortificazione del corpo e del sensi esterni.


 


771. 1° La sua ragione. a) Nostro Signore aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell’astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. S. Paolo era, tanto convinto della necessità di domare il corpo, che severamente lo castigava per, schivare il peccato e la dannazione: “Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte cum aliis praedicaverim, ipse reprobus efficiar”. La Chiesa pensò anch’essa a prescrivere ai fedeli alcuni giorni di digiuno e d’astinenza.


b) Qual ne è la ragione? Certo il corpo, ben disciplinato, è servo utile e anche necessario, alle cui forze bisogna aver riguardo per poterle mettere a servizio dell’anima. Ma, nello stato di natura decaduta, il corpo cerca i sensuali diletti senza darsi pensiero del lecito o dell’illecito; ha anzi un’inclinazione speciale per i piaceri illeciti e si rivolta talora contro le superiori facoltà che glieli vogliono interdire. È nemico tanto più pericoloso in quanto che ci accompagna dovunque, a tavola, a letto, a passeggio, e incontra spesso complici pronti ad aizzarne la sensualità e la voluttà. I sensi, infatti, sono come tante porte aperte per cui furtivamente s’insinua il sottile veleno dei proibiti diletti. È dunque assolutamente necessario vigilarlo, padroneggiarlo, ridurlo in schiavitù: altrimenti ci tradirà.


772. 2° Modestia del corpo. A domare il corpo, cominciamo con l’osservar bene le regole della modestia e della buona creanza, ove trovasi largo campo di mortificazione. Il principio che ci deve servir di regola è quello di S. Paolo: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?


Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi?… Membra vestra templum sunt Spiritus Sancti”[29].


A) Bisogna dunque rispettare il proprio corpo come un tempio santo, come un membro di Gesù Cristo; via dunque quelle mode più o meno invereconde, buone solo a provocar la curiosità e la voluttà. Porti ognuno le vesti richieste dalla propria condizione, semplici e modeste, ma sempre ‑ pulite e decenti.


Nulla di più saggio dell’avvertimento di S. Francesco di Sales su questo punto[30]: “Siate pulita, o Filotea, e nulla si vegga in voi di sciatto e di male aggiustato… ma guardatevi bene dalle vanità, dalle affettazioni, dalle curiosità e dalle stranezze. Attenetevi, per quanto sarà possibile, alla semplicità e alla modestia, che sono il più grande ornamento della bellezza e il miglior palliativo della bruttezza… le donne vanitose fanno dubitare della loro castità: o almeno, se sono tali, la loro, castità non è visibile sotto tutto quell’ingombro e quelle frascherie ». S. Luigi dice in poche parole: “che uno deve vestirsi secondo il proprio stato, in modo che le persone savie e la gente per bene non possano dire: vi acconciate troppo; né i giovani: vi acconciate troppo poco”.


Quanto ai religiosi e alle religiose, come pure gli ecclesiastici, hanno sulla forma e sulla materia dei vestiti regole a cui devono conformarsi; è inutile dire che la mondanità e la civetteria sarebbero in loro totalmente fuor di posto e non potrebbero che scandalizzar gli stessi mondani.


773. B) La buona creanza è anch’essa ottima mortificazione alla portata di tutti: schivar diligentemente un contegno molle ed effeminato, tenere il corpo dritto senza sforzo e senza affettazione, non curvo né pencolante da un lato o dall’altro; non cangiar posizione troppo di frequente; non incrocicchiare né i piedi né le gambe; non abbandonarsi mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio: evitare i movimenti bruschi e i gesti disordinati: ecco, fra cento altri, i mezzi di mortificarsi senza pericolo per la salute, senza attirar l’attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo.


774. C) Vi sono altre mortificazioni positive che i penitenti generosi s’impongono volentieri per domare il corpo, calmarne gli ardori intempestivi, e stimolare il desiderio della pietà: i più comuni sono quei braccialetti di ferro che si infilano alle braccia, quelle catenelle che si cingono alle reni, cinture o scapolari di crine, o alcuni buoni colpi di disciplina quando uno se li può dare senza attirar l’attenzione[31]. Ma bisogna in tutto questo consultare premurosamente il direttore, schivar tutto ciò che sapesse di singolarità o lusingasse. la vanità, senza parlare poi di ciò che fosse contrario all’igiene o alla pulizia; il direttore non permetterà queste cose che con discrezione, a modo di prova solo per un poco di tempo, e, se vi notasse inconvenienti di qualsiasi genere, le sopprimerà.


775. 3° Modestia degli occhi. A) Vi sono sguardi gravemente colpevoli, che offendono non solo il pudore ma la stessa castità[32] e da cui bisogna assolutamente astenersi. Ve ne sono altri pericolosi, quando uno fissa, senza ragione, persone o cose capaci di suscitar tentazioni: quindi la S. Scrittura ci avverte di non fissar lo sguardo sopra una giovane, perché la sua bellezza non diventi per noi occasione di scandalo: “Virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius[33]. Oggi poi che la licenza degli. abbigliamenti e l’immodestia delle mode o i perniciosi ritrovi dei teatri e di certi salotti offrono tanti pericoli, di quanto riserbo non è necessario armarsi per non esporsi al peccato!


776. B) Quindi il sincero cristiano che vuole ad ogni costo salvarsi l’anima, va anche più oltre, e per essere sicuro di non cedere alla sensualità, mortifica la curiosità degli occhi, schivando, per esempio, di guardar dalla finestra per vedere chi passa, tenendo gli occhi modestamente bassi, senza affettazione, nelle gite di affari o nel passeggio. , Li posa volentieri piuttosto su qualche :pia immagine, campanile, croce, statua, per eccitarsi all’amor di Dio e dei Santi.


777. 4° Mortificazione dell’udito e della lingua. A) Richiede che non si dica ne che si ascolti cosa alcuna che sia contraria alla carità, alla purità, all’umiltà e alle altre virtù; cristiane; perché, come dice S. Paolo, le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi “corrumpunt mores bonos colloquia prava”[34]. Quante anime infatti si pervertirono per aver ascoltato conversazioni disoneste o contrarie alla carità! Le parole lubriche eccitano una morbosa curiosità, destano le passioni, accendono desideri e provocano al peccato. Le parole Poco caritatevoli causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancori. Bisogna quindi vigilare anche sulle minime parole per evitar tali scandali, e saper chiudere l’orecchio a tutto ciò che può turbare la purità, la carità e la pace.


778. B) A meglio riuscirvi, si mortificherà qualche volta la curiosità col non interrogare su ciò che può stuzzicarla, o col reprimere quella smania di discorrere che va poi a finire in chiacchiere non solo inutili ma anche pericolose: “in multiloquio non deerit peccatum”.


C) E poiché i mezzi negativi non bastano, si baderà a condurre la conversazione sopra argomenti non solo innocui, ma buoni, onesti, edificanti, senza però rendersi gravosi con osservazioni troppo serie che non vengano spontanee.


779. 5° Mortificazione degli altri sensi. Quanto abbiamo detto della vista, dell’udito e della lingua, s’applica pure agli altri sensi; ritorneremo sul gusto parlando della golosità e sul tatto a proposito della castità. Quanto all’odorato, basti dire che l’uso immoderato dei profumi è spesso pretesto per appagar la sensualità ed eccitar talora la voluttà; e che un cristiano serio non ne usa se non con moderazione e per ragione di grande utilità; e che i religiosi e gli ecclesiastici hanno per norma di non usarne mai.


 


II Della mortificazione dei sensi interni.


 


I due sensi interni che bisogna mortificare sono la fantasia e la memoria, le quali generalmente operano insieme, essendo il lavoro della memoria accompagnato da immagini sensibili.


780. 1° Principio. La fantasia e la memoria sono due preziose facoltà che non solo forniscono all’intelletto i materiali di cui ha bisogno per lavorare, ma lo aiutano ad esporre la verità con immagini e con fatti che la rendono più afferrabile, più viva, e quindi pure più interessante: un’esposizione pallida e fredda non.avrebbe che poca attrattiva per lo comune dei mortali. Non si tratta quindi di annullar queste facoltà, ma di disciplinarle e di subordinarne l’attività all’impero della ragione e della volontà; altrimenti, abbandonate a se stesse, popolano l’anima di un mondo di ricordi e d’immagini che la dissipano, ne sciupano le energie, le fanno perdere, mentre prega o lavora, un tempo prezioso, e causano mille tentazioni contro la purità, la carità, l’umiltà e le altre virtù. A dunque necessario regolarle e metterle a servizio delle facoltà superiori.


781. 2° Regole da seguire. A) A reprimere i traviamenti della memoria e della fantasia, uno deve innanzitutto studiarsi di scacciare inesorabilmente, subito fin da principio, appena se ne accorge, le immagini o i ricordi pericolosi, che, richiamandoci un tristo passato o trasportandoci fra le seduzioni del presente o dell’avvenire, sarebbero per noi fonte di tentazioni. Ma, essendovi spesso una specie di determinismo psicologico che ci fa passare dalle fantasie vane a quelle pericolose, ci premuniremo contro quest’ingranaggio, mortificando i pensieri inutili, che ci fanno già perdere un tempo prezioso e preparano la via ad altri più pericolosi: la mortificazione dei pensieri inutili, dicono i Santi, è la morte dei pensieri cattivi.


782. B) A ben riuscirvi, il mezzo positivo migliore è di applicarci con tutta l’anima al dovere presente, ai nostri lavori, ai nostri studi, alle nostre abituali occupazioni. E’ questo del resto anche il mezzo migliore per riuscire a far bene ciò che si fa, concentrando tutta l’attività sull’azione presente: “age quod agis”. ‑ Rammentino i giovani che, per progredire negli studi come negli altri doveri del loro stato, devono far lavorare più l’intelligenza e la riflessione che le facoltà sensitive; cosi, mentre si assicureranno l’avvenire, schiveranno pure le pericolose fantasie.


783. C) Finalmente e cosa utilissima servirsi della fantasia e della memoria per alimentar la pietà, cercando nella S. Scrittura, nelle preghiere liturgiche e negli autori spirituali i più bei testi, i più bei paragoni e le immagini più belle; adoprando pure la fantasia per mettersi alla presenza di Dio e rappresentarsi le varie particolarità dei misteri di Nostro Signore e della SS. Vergine. Così la fantasia, in cambio di intorpidirsi, si verrà popolando di rappresentazioni pie che ne bandiranno le pericolose e ci porranno in grado di capir meglio e meglio spiegare ai nostri uditori le scene evangeliche.


 


III. Della mortificazione delle passioni.


 


784. Le passioni, intese in senso filosofico, non sono necessariamente e assolutamente cattive: sono forze vive, spesso impetuose, di cui uno può giovarsi così per il bene come per il male, purché le sappia regolare e volgere a un, nobile fine. Ma nel linguaggio popolare e presso certi autori spirituali, questa parola si usa in senso peggiorativo, per designare le passioni cattive. Noi dunque: 1° richiameremo le principali nozioni psicologiche sulle passioni; 2° ne indicheremo i buoni e i cattivi effetti; 3° esporremo alcune regole pel buon uso delle passioni.


 


I. La psicologia delle passioni.


 


Qui richiamiamo soltanto ciò che viene più ampiamente esposto nella Psicologia.


785. 1° Nozione.  Le passioni sono moti impetuosi dell’appetito sensitivo verso il bene sensibile con più o meno forte ripercussione sull’organismo.


a) Vi è dunque alla radice della passione una certa conoscenza almeno sensibile d’ un bene sperato o acquistato o d’un male contrario a questo bene; da questa conoscenza scaturiscono i moti dell’appetito, sensitivo.


b) Sono moti impetuosi che si  distinguono quindi dagli stati affettivi grati o ingrati, i quali sono calmi, tranquilli, senza quell’ardore e quella veemenza che è nelle passioni.


c) Appunto perché impetuosi e fortemente attivi sull’appetito sensitivo, hanno una ripercussione sull’organismo fisico per ragione della stretta unione tra il corpo e l’anima. Così la collera fa affluire il sangue al cervello e tende i nervi, la paura fa impallidire, l’amore dilata il cuore e il timore lo stringe. Questi effetti fisiologici però non si hanno in tutti nello stesso grado, dipendendo dal temperamento di ciascuno, dalla intensità della passione e dal dominio che uno ha su se stesso.


786. Le passioni quindi differiscono dai sentimenti, che sono moti della volontà, onde suppongono la conoscenza dell’intelletto, e che, pur essendo forti, non hanno la violenza delle passioni. Così vi è un amore-passione e un amore-sentimento, un timore passionale e un timore intellettuale. Aggiungiamo che nell’uomo, animale ragionevole, le passioni e i sentimenti spesso, anzi quasi sempre, si mescolano in proporzioni molto varie, e che con la volontà aiutata dalla grazia si riesce a trasformare in nobili sentimenti le passioni anche più ardenti, subordinando queste a quelli.


787. Il loro numero. Se ne contano generalmente undici, che, come ottimam