Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1140-1166)

Teologia: fondamentale, ascetica...


Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO II. La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti. CAPITOLO II. Delle virtù morali. IV. La pratica dell’umiltà. § III. La mansuetudine o dolcezza. I. Natura della virtù della dolcezza. II. L’eccellenza della dolcezza. III. Pratica della virtù della dolcezza.

IV. La pratica dell’umiltà.

1140.   Gl’incipienti, come
abbiamo indicato ai n. 838-844,
combattono soprattutto l’orgoglio. I proficienti si studiano d’imitar
l’umiltà
di Nostro Signore.

1141.   1° Si studiano
di attirare
in sè i sentimenti di Gesù umile.
È quello che dice S. Paolo: “Hoc
enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu: qui, cum in formâ Dei esset…
exinanivit semetipsum…”
 1141-1. “La vita di Nostro Signore, commenta
S. Vincenzo de’ Paoli 1141-2, fu come un continuo atto di stima e di
affetto del disprezzo; il suo cuore ne era così pieno che, se se ne fosse fatta
anatomia (come si fece di certi santi che vennero aperti per vedere che cosa
avevano nel cuore, ove spesso si trovarono i segni di ciò che avevano
maggiormente amato in vita), si sarebbe certamente trovato nell’adorabile cuore
di Gesù che la santa umiltà vi era in particolar modo scolpita, e forse non
direi troppo affermando che vi era scolpita a preferenza di tutte le altre
virtù. — O mio Salvatore, quanto eravate innamorato di questa virtù! E perchè
abbandonarvi a così estremi avvilimenti? Egli è che voi conoscevate bene
l’eccellenza delle umiliazioni e la malizia del peccato contrario, il quale non
solo aggrava gli altri peccati ma rende viziose le opere che di per sè non
sarebbero cattive, anzi quelle stesse che son buone e perfino le più sante”.
Bisogna quindi meditar spesso, ammirare e sforzarsi di imitare gli esempi di
umiltà datici da Gesù nella vita nascosta, nella vita pubblica,
nella vita sofferente e che continua a darci nella vita
eucaristica.

A) Nella vita
nascosta Gesù pratica specialmente l’umiltà di
nascondimento.
a) La pratica prima di nascere, col chiudersi per
nove mesi nel seno di Maria, ove nasconde i divini suoi attributi nel modo più
completo: “exinanivit semetipsum”; col sottomettersi all’editto di Cesare
“exiit edictum a Cæsare” 1141-3; col soffrire senza lagnarsi le ripulse
fatte a sua madre: “non erat eis locus in diversorio” 1141-4; specialmente col tollerar
l’ingratitudine degli uomini che non pensano a preparargli un posto nel loro
cuore: “in propria venit et sui eum non receperunt” 1141-5.
b) La pratica nella
natività, ove ci appare come povero bambino, avvolto nelle fasce, posto
in una mangiatoia, steso sopra poca paglia: “invenietis infantem, pannis
involutum, positum in præsepio”
 1141-6. Eppure questo bambinello è il Figlio
di Dio, l’Eguale del Padre, la Sapienza increata!

c) La pratica in tutte le
circostanze che seguono alla sua
nascita: viene circonciso e riscattato a prezzo di due tortorelle come fosse un
bambino comune; è obbligato a fuggire in Egitto per scansar la persecuzione di
Erode, egli che con una parola sola poteva ridurre in polvere quel crudele
tiranno! d) E qual nascondimento nella vita di Nazareth! Sepolto in
un paesucolo della Galilea, aiuta la madre nelle faccende domestiche, garzone e
operaio; passa trent’anni a obbedire, egli, Padrone del mondo, “et erat
subditus illis”
 1141-7. Or si capisce l’esclamazione di
Bossuet: 1141-8 “O Dio, io rimango di nuovo attonito!
Vieni, o orgoglio, e muori dinanzi a questo spettacolo! Gesù, figlio d’un
falegname, falegname egli stesso, noto da questo mestiere, senza che si parli
d’alcun altro impiego nè d’alcun’altra azione”.

1142.   B) Nella vita
pubblica Gesù continua a praticar l’oblìo di sè, fin dove è
compatibile con la sua missione. È obbligato, è vero, a proclamar colle parole e
coi fatti di esser Figlio di Dio; ma lo fa in modo discreto, misurato, con
sufficiente chiarezza perchè gli uomini di buona volontà possano capire, ma
senza quel fulgore che sforza l’assenso. La sua umiltà appare in tutta la sua
condotta.

a) Si circonda di apostoli ignoranti, poco colti e quindi poco
stimati: alcuni pescatori e un pubblicano! Mostra spiccata preferenza per quelli
che il mondo disprezza: i poveri, i peccatori, gli afflitti, i fanciulli, i
disereditati di questo mondo. Vive di limosine e non ha casa propria.
b) Semplice è il suo insegnamento, alla portata di tutti; i
suoi paragoni e le sue parabole sono tolti dalla vita comune; non cerca di farsi
ammirare ma di istruire e di muovere i cuori. cRaramente opera
miracoli,
spesso raccomandando ai guariti di non dir nulla ad alcuno. Non
affettate austerità: mangia come gli altri, assiste alle nozze di Cana e ai
banchetti a cui viene invitato. Fugge la popolarità, nè teme di disgustare anche
i discepoli (durus est hic sermo); 1142-1 e, quando vogliono farlo re, si
dilegua. d) Se entriamo nei più intimi suoi sentimenti,
vediamo che vuol vivere in dipendenza dal Padre suo e dagli
uomini: nulla giudica da sè ma prende consiglio dal Padre: “Ego non
judico quemquam”
 1142-2; non parla che per esporre la dottrina
di Colui che l’ha mandato: “A meipso non loquor 1142-3
Mea doctrina non est mea, sed
ejus qui misit me”
 1142-4; nulla fa da sè ma unicamente per
deferenza al Padre: “Non possum a meipso facere quidquam… Pater autem in me
manens ipse facit opera”
 1142-5. Non cerca quindi la gloria sua ma
quella del Padre; non visse sulla terra che per glorificarlo: “Ego non quæro
gloriam meam
 1142-6Ego te clarificavi super
terram”
 1142-7. Anzi, egli, Padrone del mondo, si fa
servo degli uomini: “Non venit ministrari sed
ministrare”
 1142-8. In una parola, dimentico di sè, si
sacrifica, costantemente per Dio e per gli uomini.

1143.   C) Il che appare anche
più nella vita sofferente, in cui pratica l’umiltà di abiezione.

Gesù, che è la stessa santità, volle caricarsi del peso delle nostre iniquità
e subirne la pena, come se fosse stato colpevole: “Eum, qui non noverat
peccatum, pro nobis peccatum fecit”
 1143-1. a) Onde quei sentimenti di
tristezza, di abbattimento, di noia provati nel giardino degli Ulivi, vedendosi
coperto dei nostri peccati: “cœpit pavere, tædere, mæstus esse… Tristis est
anima mea usque ad mortem”
 1143-2.

b) Quindi gl’insulti onde fu ricolmo: tradito da Giuda, ha pur sempre
per lui accenti d’amicizia: Amice, ad quid huc
venisti
 1143-3; abbandonato dagli apostoli,
continua ad amarli; catturato, legato come un malfattore, guarisce Malco ferito
da Pietro. Dato in balìa del servidorame, ne tollera i vituperii senza lagnarsi;
ingiustamente calunniato, non si giustifica, e non apre bocca che per rispondere
allo scongiuro del sommo sacerdote in cui rispetta l’autorità di Dio; sa che la
sua risposta gli frutterà la pena di morte, ma dice la verità a qualunque costo.
Trattato da pazzo da Erode, non dice parola, non fa miracoli per vendicare il
suo onore. Il popolo, da lui tanto beneficato, gli preferisce Barabba, e Gesù
continua a soffrire per la sua conversione! Ingiustamente condannato da Pilato,
tace, si lascia flagellare, coronare di spine, vilipendere da re da burla;
accetta senza lamento la pesante croce caricatagli sulle spalle e si lascia
crocifiggere senza dir parola. Ai sarcasmi dei nemici risponde pregando per loro
e scusandoli presso il Padre. Privo di celesti consolazioni, abbandonato dai
discepoli, ferito nella dignità d’uomo, nella fama, nell’onore, subì, si può
dire, tutte le umiliazioni immaginabili, onde può ripetere con maggior ragione
del salmista: “Sum vermis et non homo, opprobrium hominum et abjectio
plebis”
 1143-4. Per noi peccatori, in vece nostra,
tollerò Gesù così eroicamente tutti quegli insulti senza lamento: “Qui cum
malediceretur, non maledicebat; cum pateretur, non comminabatur; tradebat autem
judicanti se injuste”
 1143-5. Come dunque potremmo lagnarci noi che
siamo tanto colpevoli, anche se in qualche circostanza fossimo accusati
ingiustamente?

1144.   D) La sua
vita
eucaristica
ripete questi vari esempi d’umiltà.

a) Gesù vi è
nascosto più ancora che nel presepio, più che sul
Calvario: “in cruce latebat sola deitas, at hic latet simul et
humanitas”
 1144-1. Eppure è lui che, dal fondo del
tabernacolo, è causa prima e principale di tutto il bene che si fa nel mondo,
lui che ispira, fortifica, consola i missionari, i martiri, le vergini… E
vuole star nascosto, nesciri, pro nihilo reputari.

b) E quanti affronti, quanti insulti non riceve nel sacramento
dell’amore, non solo da parte degli increduli che rifiutano di crederne la
presenza, degli empi che ne profanano il sacro corpo, ma anche dei cristiani
che, per debolezza e viltà, fanno comunioni sacrileghe, e perfino delle anime a
lui consacrate che talora lo dimenticano lasciandolo solo nel tabernacolo:
“non potuistis unâ horâ vigilare mecum?” 1144-2. E in cambio di lagnarsi, non cessa di
ripeterci: “Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis et ego reficiam
vos”
 1144-3.

Sì, là vi sono veramente tutti gli esempi di cui abbiamo
bisogno per sorreggerci e fortificarci nella pratica d’ogni genere di umiltà; e
riflettendo che ci ha nello stesso tempo meritato la grazia d’imitarlo, come
esitare a seguirlo?

1145.   2° Vediamo dunque in che modo
possiamo a suo esempio praticar l’umiltà verso Dio, verso il
prossimo e verso noi stessi.

A) Verso Dio l’umiltà si manifesta specialmente in tre modi:

a) Con lo spirito di
religione, che onora in Dio la pienezza
dell’essere e della perfezione. Lo facciamo riconoscendo affettuosamente e
lietamente il nostro nulla e il nostro peccato, godendo di proclamare così la
pienezza e la santità dell’essere divino. Di qui nascono i sentimenti
d’adorazione, di lode, di timor filiale e di amore; di qui quel grido del cuore:
Tu solus Sanctus, tu solus Dominus, tu solus Altissimus. Sentimenti che
ci sgorgano dal cuore non solo quando preghiamo, ma anche quando contempliamo le
opere di Dio: opere naturali ove si riflettono le perfezioni del
Creatore, opere soprannaturali ove l’occhio della fede ci scopre una vera
somiglianza, una partecipazione della vita divina.

1146.   b) Con lo spirito di
riconoscenza, che vede in Dio la fonte di tutti i doni naturali e
soprannaturali che ammiriamo in noi e negli altri. Allora noi, come l’umile
Vergine e con lei, glorifichiamo Dio per tutto il bene messo in noi:
“Magnificat anima mea Dominum… Fecit mihi magna qui potens est, et sanctum
nomen ejus”
. Così, invece di insuperbirci di questi doni, ne riferiamo a Dio
tutti l’onore, riconoscendo che ne abbiamo spesso usato male.

1147.   c) Con lo spirito di
dipendenza, che ci fa confessar la nostra incapacità a far nulla di bene
da soli. In tal persuasione non cominciamo mai un’azione senza metterci sotto
l’influsso e la direzione dello Spirito Santo e senza implorarne la grazia che
sola può rimediare alla nostra incapacità. È quello che fanno specialmente i
direttori di anime, i quali, nell’esercizio del delicato loro ufficio, in cambio
di prevalersi della confidenza mostrata loro dalle anime dirette, confessano
ingenuamente la propria incapacità prendendo quindi consiglio da Dio prima di
dare i propri avvertimenti.

1148.   B)
Verso il
prossimo
il principio che deve guidarci è questo: vedere in lui ciò che Dio
vi ha posto di bene tanto sotto l’aspetto naturale come soprannaturale;
ammirarlo senza invidia e senza gelosia; stendere invece un velo sui suoi
difetti scusandoli per quanto è possibile, ogni volta almeno che per dovere del
nostro stato non siamo obbligati a correggerli.

In virtù di questo principio:
a) si gode delle virtù e dei buoni
successi del prossino, essendo cose che glorificano Dio, “dum omni modo…
Christus annuntietur”
 1148-1. Si può certamente desiderarne le
virtù, ma allora bisogna rivolgersi allo Spirito Santo che si degni darcene una
partecipazione; onde sorge una nobile emulazione: “consideremus invicem in
provocationem caritatis et bonorum operum”
 1148-2.

b) Vedendo il prossimo cadere in qualche fallo, in cambio di
sdegnarsene, si prega per la sua conversione; pensando sinceramente che, senza
la grazia di Dio, noi saremmo caduti in falli anche peggiori, n. 1129.

1149.   c) Onde uno viene a
considerarsi come inferiore agli altri, “in humilitate superiores sibi
invicem arbitrantes”
 1149-1. Si può infatti considerar
principalmente, se non esclusivamente, ciò che vi è di bene negli altri e ciò
che vi è di male in noi.

Ecco il consiglio che dava S. Vincenzo de’ Paoli au suoi
discepoli 1149-2: “Se ci studiamo di conoscerci bene,
vedremo che in tutto ciò che pensiamo, diciamo e facciamo, sia nella sostanza
come nelle circostanze, siamo pieni e circondati di motivi di confusione e di
disprezzo; e se non vogliamo illuderci, ci vedremo non solo più cattivi degli
altri uomini, ma peggiori in qualche modo dei demonii dell’inferno: perchè, se
questi sciagurati spiriti avessero a loro disposizione le grazie e i mezzi
largiti a noi per diventar migliori, ne farebbero mille e mille volte miglior
uso di noi”.

A chi chiedesse come si possa giungere a questa persuasione, che in sè,
obiettivamente, non è sempre conforme alla verità, si può prima di tutto
rispondere che si trova in tutti i santi, onde deve avere un sodo fondamento. E
il fondamento è questo: di fronte a sè l’uomo è giudice, e quando si
conosce a fondo, vede chiaramente che è molto colpevole e che per di più ci sono
in lui molte tendenze cattive; onde conchiude che deve disprezzarsi. Ma di
fronte agli altri non è giudice, nè può esserlo, perchè non ne conosce le
intenzioni, che sono uno degli elementi più essenziali per giudicarne la
condotta; come non conosce la misura di grazia che Dio loro distribuisce e di
cui bisogna tenere pur conto nel giudizio della loro condotta. Giudicando dunque
severamente sè, e gli altri giudicando con benignità, si giunge alla persuasione
pratica che, tenendo conto di tutto, dobbiamo porci al di sotto di tutti.

1150.   C)
Verso noi
stessi
ecco il principio da seguire: pur riconoscendo il bene che è in noi
per ringraziarne Dio, dobbiamo soprattutto considerare ciò che abbiamo di
difettoso, il nostro nulla, la nostra incapacità, i nostri peccati, a fine di
tenerci abitualmente in sentimenti di umiltà e di confusione.

Con l’aiuto di questo principio, si praticherà più facilmente l’umiltà, che
deve estendersi a tutto l’uomo: alla mente, al cuore,
all’esteriore.

a) L’umiltà di mente comprende principalmente quattro cose:

1) Una giusta diffidenza di sè, che induce a non esagerare i propri
talenti ma ad umiliarsi per aver trafficato così male i doni ricevuti da Dio. È
il consiglio del Savio: “Non cercare ciò che è troppo difficile per te e non
scrutare ciò che oltrepassa le tue forze: altiora te ne
quæsieris”
1150-1 ed è pure ciò che raccomandava
S. Paolo ai Romani: “Dico dunque, in virtù della grazia che mi fu data, a
ognuno che è tra voi di non troppo sentire di sè, oltre quel che deve sentirne,
ma sentirne modestamente, ognuno secondo la misura della fede compartitagli da
Dio: “non plus sapere quam oportet, sed sapere ad
sobrietatem”
 1150-2.

2) Nell’uso che si fa dei propri talenti,
non cercar di brillare e di
farsi stimare, ma di essere utile e far del bene.

Tal era la raccomandazione di S. Vincenzo de’ Paoli ai suoi missionari e
aggiungeva: 1150-3 “Fare altrimente sarebbe un predicar se
stesso e non Gesù Cristo; e una persona che predica per farsi applaudire,
lodare, stimare, fare parlar di sè, che cosa fa questa persona?… Un
sacrilegio, sì, un sacrilegio! Ecchè? servirsi della parola di Dio e delle cose
divine per acquistare onore e riputazione! sì, è un sacrilegio!”

1151.   3) Praticar la
docilità
intellettuale,
non solo sottomettendosi ai decreti ufficiali della Chiesa ma
accettando pure cordialmente le direzioni pontificie, anche quando non sono
infallibili, memori che in queste prescrizioni vi è maggior saviezza che nei
nostri giudizi.

4) Cotesta docilità farà schivare l’ostinazione nelle
proprie idee in punti controversi. Si ha certo il diritto, nelle cose
liberamente discusse, di abbracciare il sistema che ci pare più fondato; ma non
è pur giusto lasciare la stessa libertà anche agli altri?

1152.   b) L’umiltà di
cuore
vuole che, invece di desiderare e di cercare la gloria e gli onori,
uno si contenti dello stato in cui è e preferisca la vita nascosta agli uffici
appariscenti: ama nesciri et pro nihilo reputari. Va anzi più oltre:
nasconde, come nota S. Vincenzo de’ Paoli nel terzo grado di umiltà, tutto
ciò che può farci amare e stimare, e desidera l’ultimo posto non solo nei gradi
sociali ma anche nella stima degli uomini: “recumbe in novissimo
loco”
 1152-1. Desidera perfino che la nostra memoria
perisca intieramente sulla terra.

Ascoltiamo S. Vincenzo de’ Paoli: 1152-2 “Non dobbiamo mai posar gli occhi nè
fissarli su ciò che è di bene in noi, ma studiarci di conoscere ciò che vi è di
male e di difettoso: gran mezzo è questo per conservar l’umiltà. Il dono di
convertir le anime e tutti gli altri talenti esteriori che sono in noi, non sono
per noi, noi non ne siamo che i facchini, e possiamo con tutti questi doni
bravamente dannarci. Onde nessuno deve gonfiarsi o compiacersi di sè nè
concepire di sè alcuna stima, vedendo che Dio opera grandi cose per mezzo suo;
ma deve tanto più umiliarsi, riconoscendosi un meschino strumento di cui Dio si
degna servirsi”.

1153.   c) L’umiltà
esteriore non dev’essere che la manifestazione dei sentimenti interiori;
si può peraltro osservare che gli atti esterni d’umiltà reagiscono sulle interne
disposizioni per rassodarle e intensificarle. Onde non bisogna trascurarli ma
accompagnarli con veri sentimenti d’umiltà, abbassando l’anima nell’abbassare il
corpo.

1) Un’abitazione povera, vesti modeste, mezzo logore e rattoppate, purchè
siano pulite, inclinano all’umiltà; un’abitazione e vesti ricche suggeriscono
facilmente sentimenti contrari a questa virtù.

2) Il contegno, l’andatura, la fisionomia, il modo di fare modesto ed umile,
senza affettazione, aiutano a praticar l’umiltà; 1153-1 le umili occupazioni, come il lavoro
manuale, il rammendarsi le vesti, producono lo stesso effetto.

3) Lo stesso vale della condiscendenza che si mostra verso gli altri, dei
segni di deferenza e di cortesia.

4) Nelle conversazioni, l’umiltà ci porta a far parlare gli altri
delle cose che li interessano e a parlar poco noi. Impedisce specialmente che
parliamo di noi e di tutto ciò che ci riguarda: bisognerebbe essere santo per
poter parlare male di sè senza secondi fini 1153-2; parlar bene di sè è millanteria. —
Non bisogna però, sotto pretesto d’umiltà, fare delle stranezze. “Se, come dice
S. Francesco di Sales  1153-3, vi furono grandi servi di Dio che si
finsero pazzi a fine di rendersi più abietti agli occhi del mondo, bisogna
ammirarli ma non imitarli, perchè per tali eccessi essi ebbero motivi tanto
speciali e straordinari che nessuno deve trarne conseguenza per conto proprio”.

L’umiltà è dunque virtù molto pratica e molto santificante,
che abbraccia tutto l’uomo, e ci aiuta a praticar le altre virtù, pricipalmente
la dolcezza.

 
§ III. La mansuetudine o
dolcezza
 1154-1.

1154.   Nostro Signore giustamente
associa la dolcezza o mansuetudine all’umiltà; perchè questa non può praticarsi
senza di quella. Tratteremo:

  • 1° della natura;
  • 2° della eccellenza;
  • 3° della pratica della dolcezza.


I. Natura della virtù della dolcezza.

1155.   1°
I suoi elementi. La
dolcezza è una virtù complessa che comprende tre elementi principali:
a) una certa padronanza di sè che previene e modera i
movimenti della collera: è l’aspetto per cui si connette colla temperanza;
b) la sopportazione dei difetti del prossimo, che esige la
pazienza e quindi pure la virtù della fortezza; c) il perdono
delle ingiurie e la benevolenza verso tutti, anche verso i nemici; onde
include la carità. Come si vede, è un complesso di virtù anzichè un’unica virtù.

1156.   2° Quindi si può
definirla: una virtù morale soprannaturale che previene e modera la
collera, sopporta il prossimo non ostante i suoi difetti e lo tratta con
benignità.


La dolcezza non è dunque quella debolezza di carattere che dissimula, sotto
apparenze bonarie, in profondo risentimento. È virtù interna che risiede nello
stesso tempo nella volontà e nella sensibilità per farvi regnare la calma e la
pace, ma che si manifesta al du fuori nelle parole e nei gesti e nell’affabilità
dei modi 1156-1. Si pratica verso il prossimo, ma anche
verso se stesso, e verso gli esseri animati o inanimati.

 
II. L’eccellenza della dolcezza.

La dolcezza è virtù eccellente
in sè e negli effetti.

1157.   1°
In sè, è, dice
l’Olier 1157-1, “la perfezione del cristiano; perchè
presuppone in lui l’annientamento di tutto ciò che è proprio e la morte di ogni
proprio interesse”.

Quindi, aggiunge, “la vera e perfetta dolcezza non s’incontra quasi mai che
nelle anime innocenti in cui Gesù Cristo ha fatto continua dimora dopo la
santa rigenerazione”. Nei penitenti non si trova nella sua perfezione che
raramente, perchè sono ben pochi quelli che lavorano con tanta energia e
costanza da distruggere i difetti che hanno contratto. Onde Bossuet dice che “il
vero segno dell’innocenza conservata o ricuperata è la
dolcezza” 1157-2.

1158.   2° il grande
vantaggio
della dolcezza è di far regnare la pace nell’anima, pace con Dio, col
prossimo, con se stesso.

a) Con Dio, perchè ci fa accettare tutti gli avvenimenti, anche
più disgustosi, con calma e serenità, come mezzi di progredire nelle virtù, e
soprattutto nell’amor di Dio: “Sappiamo infatti, dice S. Paolo, che ogni
cosa concorre al bene di quelli che amano Dio: diligentibus Deum omnia
cooperantur in bonum”
 1158-1.

b) Col prossimo: perchè, prevenendo e reprimendo i moti di
collera, ci fa sopportare i difetti del prossimo e ci fa stare con lui in buona
relazione, o almeno non ci lascia internamente turbare se altri s’adira contro
di noi.

c) Verso se stesso: quandi si è commesso qualche errore o preso
qualche abbaglio, uno non si impazienta nè si irrita, ma si corregge con
tranquillità, con compassione, senza stupirsi dei suoi falli, giovandosi
dell’acquistata esperienza per stare più vigilante. Onde di scansa il difetto di
coloro che, “essendosi lasciati andare alla collera, si corrucciano poi di
essersi corrucciati, si appenano di essersi appenati e s’indispettiscono di
essersi indispettiti”. 1158-2 Così si conserva la pace, che è uno dei
beni più preziosi.

 
III. Pratica della virtù della
dolcezza.


1159.   1° Gl’incipienti la
praticano combattendo la collera e il desiderio di vendetta, come tutti i moti
disordinati dell’anima, n. 861-863.

1160.   2° Le
anime progredite
si sforzano d’attirare in sè la dolcezza di Gesù, dolcezza da lui mirabilmente
insegnataci con le parole e con gli esempi 1160-1.

A) Tanta importanza dà Gesù a questa virtù, da volere che fosse
annunziata dai profeti come uno dei caratteri del Messia e che gli Evangelisti
ne notassero l’adempimento 1160-2.

1161.   B) Ci si offre come
modello di questa dolcezza, invitandoci ad essere suoi discepoli, perchè
egli è dolce ed umile di cuore 1161-1.

a) Attua perfettamente l’ideale della dolcezza tracciato dai profeti.
Predica il Vangelo, non con alterchi, animosità, acredine, ma con calma e
serenità.

Non sfuriate, non grida inutili, non parole rabbiose: il chiasso passa senza
fare del bene. I suoi modi saranno così dolci che non spezzerà la canna mezzo
infranta nè spegnerà il lucignolo ancor fumante, vale a dire la piccola
scintilla di fede e di amore che resta nell’anima del peccatore. Per attirar gli
uoini non sarà nè triste nè turbolento: tutto in lui spirerà amabilità e
inviterà i travagliati a venirsi a riposare in lui.

1162.   b) Verso gli
apostoli: 1) la sua condotta è piena di dolcezza: ne sopporta
i difetti, l’ignoranza, la rozzezza; procede con riguardo, non rivelando la
verità se non a gradi, nella misura che la possono sopportare, e lasciando allo
Spirito Santo la cura di compiere l’opera sua.

Li difende dalle ingiuste accuse dei Farisei che li rimproverano di non
digiunare; ma li riprende quando mancano di dolcezza verso i fanciulli che
stringono attorno a lui, o quando vogliono trar fuoco del cielo su un borgo
della Samaria. Quando Pietro ferisce Malco di spada, Gesù ne lo rimprovera; ma
nello stesso tempo gli perdona il triplice rinnegamento, facendoglielo espiare
con triplice professione d’amore.

2) Consiglia poi la dolcezza agli operai apostolici: avranno la
semplicità della colomba insieme con l’astuzia del serpente; saranno come
agnelli in mezzo ai lupi; non resisteranno al male ma presenteranno la guancia
sinistra a chi li percuote sulla destra; cederanno il mantello e la tunica
anzichè ricorrere ai tribunali; e pregheranno per i persecutori.

1163.   c) Anche ai più
colpevoli peccatori perdona volentieri appena vede in loro in minimo
segno di pentimento.

Con qual delicatezza induce a confessione e a conversione la Samaritana, e
perdona alla peccatrice e al buon ladrone, essendo venuto a chiamare a penitenza
non i giusti ma i peccatori! Come un buon pastore, va a cercare la smarrita
pecorella riconducendola all’ovile sulle spalle; dà perfino la vita per le
pecorelle. — Se parla talora severamente agli Scribi e ai Farisei, è perchè
impongono al prossimo un giogo insopportabile, impedendolo così di entrare nel
regno di Dio.

d) Perfino i
nemici tratta con dolcezza: Giuda, che pur lo
tradisce, riceve ancora il dolce nome d’amico; e sulla croce Gesù prega per i
suoi carnefici chiedendo al Padre di perdonarli per la loro ignoranza.

1164.   C)
Ad imitar Nostro
Signore:
a) eviteremo gli alterchi, i gridìi, le parole e gli
atti offensivi o sgarbati, per non allontanare i timidi. Baderemo a non rendere
mai male per male; a non rompere o spezzar nulla per avventatezza; a non parlare
quando siamo in collera.

b) Ci studieremo invece di trattar con riguardo quelli che ci si
avvicinano; di aver per tutti viso allegro ed affabile, anche quando ci tornino
noiosi e pesanti; di accogliere con bontà particolare i poveri, gli afflitti,
gli infermi, i peccatori, i timidi, i fanciulli; di addolcire con qualche buona
parola le riprensioni che siamo costretti a fare; di mostrarci santamente
premurosi di rendere servizi, facendo talora anche di più di quanto ci si
domanda, e soprattutto facendolo con grazia. Pronti, se occorresse, a sopportare
uno schiaffo senza restituirlo, e a presentar la guancia sinistra a chi ci
percuote la destra.

1165.   3° I
perfetti si
sforzano d’imitare la dolcezza stessa di Dio, come nota
l’Olier 1165-1: “Dio è la dolcezza per essenza, e
quando vuol parteciparla all’anima, si stabilisce talmente in lei, che ella non
ha più nulla della carne nè di sè stessa, ma è tutta perduta in Dio, nel suo
essere, nella sua vita, nella sua sostanza, nelle sue perfezioni; di modo che
tutto ciò che fa lo fa con dolcezza; e anche quando opera con zelo, è sempre con
dolcezza, l’amarezza e l’acredine non trovando più posto in lei come non lo
trovano in Dio”.

1166.   Conclusione.
Terminiamo qui, per non dilungarci di troppo, l’esposizione delle virtù
cardinali. a) Esse disciplinano, indociliscono e
perfezionano tutte le nostra facoltà, assoggettandole all’impero della
ragione e della volontà. Si ristabilisce così a poco a poco nell’anima l’ordine
primitivo: la sottomissione del corpo all’anima e delle facoltà inferiori alla
volontà.

b) Fanno ancora di più: non solo sopprimono gli ostacoli all’unione
divina ma iniziano già quest’unione. Perchè la prudenza che
acquistiamo è già una partecipazione della sapienza di Dio, la giustizia
nostra una partecipazione della giustizia sua; la nostra fortezza viene
da Dio e a lui ci unisce; la nostra temperanza ci fa partecipare al bello
equilibrio e all’armonia che regna in lui. Quando ubbidiamo ai Superiori,
ubbidiamo a Dio; la castità è un mezzo per accostarci alla perfetta sua
purità; l’umiltà non fa il vuoto nell’anima se non per riempirla di Dio;
e la nostra dolcezza è una partecipazione della dolcezza di Dio.

Preparata così dalle virtù morali, quest’unione con Dio si verrà
perfezionando con le virtù teologali, che hanno Dio stesso per oggetto.
 
 
NOTE
1141-1 Philip., II, 5-7.

1141-2 Saint Vincent de Paul,
edizione Coste, Tomo XII, p. 199, 200.

1141-3 Luc., II, 1.

1141-4 Luc., II, 7.

1141-5 Joan., I, 11.

1141-6 Luc., II, 12.

1141-7 Luc., II, 51.

1141-8 Elevazioni, XXª
settimana, elev. 8ª.

1142-1 Joan., VI, 61.

1142-2 Joan., VIII, 15.

1142-3 Joan., XIV, 10.

1142-4 Joan., VII, 16.

1142-5 Joan., V, 30; XIV, 10.

1142-6 Joan., VIII, 50.

1142-7 Joan., XVII, 4.

1142-8 Matth., XX, 28.

1143-1 II Cor., V, 21.

1143-2 Marc., XIV, 33, 34.

1143-3 Matth., XXVI, 50.

1143-4 Ps. XXI, 7.

1143-5 I Petr., II, 23.

1144-1 Inno
Adoro te di
S. Tommaso.

1144-2 Matth., XXVI, 40.

1144-3 Matth., XI, 28.

1148-1 Phil., I, 18.

1148-2 Hebr., X, 24.

1149-1 Phil., II, 3.

1149-2 Maynard,
Virtù e
dottrina spirit. di S. Vincenzo.


1150-1 Eccli., III, 22.

1150-2 Rom., XII, 3.

1150-3 Maynard,
Vertus et
doctr.,
p. 214.

1152-1 Luc., XIV, 10.

1152-2 Maynard,
Vertus et
doctrine,
p. 218.

1153-1 Lo spiega molto bene
Monsignor Gay in Vita e virtù cristiane, T. 1 Dell’umiltà:
“Vi è un abito di esterna umiltà in cui l’anima sinceramente umile serba sempre
il corpo. E qualche cosa di contenuto, di riserbato, di calmo, che dà a tutta la
fisionomia e a tutto il contegno quella bellezza ineffabile, quell’armonia,
quella grazia che viene espressa dalla parola modestia. Modesto è lo
sguardo, modesta la voce, modesto il riso, modesti sono tutti i movimenti. Nulla
è più lontano dall’affettazione quanto la vera modetia. San Paolo diceva (Phil.
IV, 5): la vostra modestia sia nota a tutti, perchè il Signore è vicino! Sta qui
infatti il segreto di questo incantevole e santo contegno. Dio è vicino a questa
anima e quest’anima non lo dimentica mai: vive alla sua presenza ed opera sotto
i suoi occhi, in compagnia degli angeli buoni”.

1153-2 “Diciamo tante volte che
siamo nulla, che siamo la stessa miseria e la spazzatura del mondo; ma ci
dorrebbe assai se ci prendessero in parola e ci pubblicassero per tali quali noi
ci diciamo. Facciamo finta di fuggire e di nasconderci, perchè ci si corra
dietro e ci vengano a cercare: facciamo sembiante di voler essere gli ultimi a
sedere in fondo alla tavola, ma lo scopo è di riuscir più facilmente ad essere
posti in capo ad essa. La vera umiltà non fa sembiante d’esserlo e non dice
molte parole d’umiltà”… (S. Fr. di Sales, La Filotea,
P. IIIª, c. V.)

1153-3 La Filotea,
l. c., c. V.

1154-1 S. G. Climaco,
La Scala, XXIV; S. Fr. di Sales, La Filotea,
P. IIIª, c. VIII; J. J. Olier, Introd.,
c. X; Card. Bona, Manuductio, c. XXXII; Ribet, Ascétique, c. L;
Vén. A. Chevrier, Le véritable
disciple,
p. 345-354.

1156-1 San Girolamo la
descrive molto bene nel Commento della Lettera ai Galati, V, 22: “La
benignità, dice S. Girolamo, è una virtù soave, tranquilla, dal parlare
dolce, affabile nei costumi, felice misto di ogni buona qualità. Molto vicina ne
è la bontà, perchè anch’essa cerca di far piacere; ma se ne distingue in questo
che la bontà è meno attraente e di aspetto più severo e che è pronta a far del
bene e a rendere servizi ma senza quella graziosità e quella soavità che
guadagna i cuori”.

1157-1 Introd., c. X.

1157-2 Medit. sul Vangelo,
Sermone, giorno III°.

1158-1 Rom., VIII, 28.

1158-2 S. Fr. di Sales,
La
Filotea,
P. IIIª, c. IX.

1160-1 P. Chevrier,
Le
disciple,
p. 345-354.

1160-2 Isaia, XLII, 1-4;
Matth., XII, 17-21.

1161-1 Matth., XI, 29.

1165-1 Introduzione,
c. X.

 
 
Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy
(martinwguy@yahoo.it).

Ultima revisione: 1 febbraio 2006.