Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1127-1139)

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO II. La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti. CAPITOLO II. Delle virtù morali. § II. L’Umiltà. I. La natura. II. I vari gradi di umiltà. III. L’eccellenza dell’umiltà.

§ II. L’Umiltà 1127-1.

L’umiltà potrebbe sotto certi aspetti connettersi colla giustizia, perchè
c’inclina a trattarci come meritiamo. Nondimeno viene generalmente connessa
colla virtù della temperanza, perchè modera il sentimento che abbiamo
della propria eccellenza. Ne esporremo:


  • 1° la
    natura;

  • 2° i
    gradi;

  • 3° l’eccellenza;

  • 4° i
    mezzi di praticarla.



I. La natura.

1127. 1° L’umiltà fu virtù ignota
ai pagani; umiltà indicava per loro qualche cosa di vile, di abbietto, di
servile o d’ignobile. Non era così presso i Giudei: illuminati dalla fede, i
migliori tra essi, i giusti, coscienti del loro nulla e della loro miseria,
accettavano con pazienza la prova come mezzo di espiazione; Dio allora si
piegava verso di loro per soccorrerli; esaudiva volentieri le preghiere degli
umili, e perdonava il peccatore contrito ed umiliato. Quindi, quando Nostro
Signore venne a predicar l’umiltà e la dolcezza, i Giudei erano in grado di
capirne il linguaggio. Noi poi lo intendiamo anche meglio dopo aver meditato
sugli esempi d’umiltà che egli ci diede nella vita nascosta, nella pubblica,
nella paziente, e che continua a darci nella vita eucaristica.

Si può definir l’umiltà:
virtù soprannaturale, che, con la conoscenza che
ci dà di noi stessi, c’inclina a stimarci secondo il giusto valore e a cercare
il nascondimento e il disprezzo.
Più brevemente S. Bernardo la
definisce: “virtus quâ homo, verissimâ sui agnitione, sibi ipsi
vilescit”
 1127-2. Definizione che s’intenderà meglio
quando avremo esposto il fondamento dell’umiltà.

1128.
Fondamento.
L’umiltà ha un doppio fondamento: la verità e la giustizia: la verità,
che ci porta a conoscerci quali veramente siamo; la giustizia, che
c’inclina a trattarci conforme a questa conoscenza.

A) Per conoscerci bene, dice S. Tommaso, bisogna vedere ciò che
in noi appartiene a Dio e ciò che appartiene a noi; ora tutto ciò che vi è di
bene viene da Dio e a lui appartiene, e tutto ciò che vi è di male o di
difettoso viene da noi: “In homine duo possunt considerari, scilicet id quod
est Dei, et id quod est hominis. Hominis autem est quidquid pertinet ad
defectum; sed Dei est quidquid pertinet ad salutem et
perfectionem”
 1128-1.

Onde la giustizia imperiosamente esige che si renda a Dio, e a Dio
solo, ogni onore e ogni gloria: “Regi sæculorum immortali, invisibili, soli
Deo honor et gloria
 1128-2Benedictio, et claritas, et
sapientie, et gratiarum actio, honor et virtus et fortitudo Deo
nostro”
 1128-3.

Vi è certamente in noi qualche cosa di bene: il nostro essere naturale e
soprattutto i nostri privilegi soprannaturali; l’umiltà non ci proibisce di
vederli e ammirarli, ma, come quando si ammira un quadro, l’ossequio nostro va
all’artista che l’ha dipinto e non già alla tela, così quando ammiriamo in noi i
doni e le grazie di Dio, a lui e non a noi deve volgersi la nostra ammirazione.

1129. B) D’altra parte la
qualità di peccatori ci condanna all’umiliazione. In un certo
senso non siamo da noi che peccato perchè, nati nel peccato, conserviamo
in noi la concupiscenza che ci porta al peccato.

a) Entrando nel mondo, siamo già macchiati della
colpa
originale,
da cui la sola misericordia divina può purificarci.
b) E quante colpe attuali abbiamo commesso dal primo destarsi
della ragione! Se avessimo commesso anche un solo peccato mortale,
meriteremmo già per questo eterne umiliazioni. Ma quand’anche non avessimo
commesso che colpe veniali, dobbiamo pensare che la minima di esse è
offesa di Dio, è volontaria disubbidienza alla sua legge, è atto di ribellione
con cui preferimmo la volontà nostra alla sua; cosicchè un’intiera vita passata
nella penitenza e nell’umiliazione non basterebbe ad espiarla.
c) Inoltre conserviamo in noi, anche quando siamo rigenerati,
profonde inclinazioni al peccato, ad ogni sorta di peccati, cosicchè, come
insegna S. Agostino, se non siamo caduti in tutti i peccati del mondo, lo
dobbiamo alla sola grazia di Dio 1129-1.

Dobbiamo quindi per giustizia amar le umiliazioni e accettar tutti i
rimproveri: se ci dicono che siamo avari, disonesti, superbi, dobbiamo
convenirne, perchè portiamo in noi la tendenza a tutti questi vizi. “Onde,
conchiude l’Olier 1129-2, in ogni malattia, persecuzione,
disprezzo o qualsiasi altra afflizione, bisogna che ci mettiamo dalla parte di
Dio e contro di noi, riconoscendo che meritiamo quello e molto di più ancora,
che Dio ha diritto di servirsi di ogni creatura per punirci, e adorando la
grande misericordia che ora esercita su di noi, memori che al tempo della
giustizia ci dovrà trattare più rigorosamente”.

Ecco dunque il doppio fondamento dell’umiltà: essendo
nulla da noi, dobbiamo amare il nascondimento e l’oblìo: nesciri et
pro nihilo reputari;
essendo peccatori, meritiamo tutti i disprezzi e
tutte le umiliazioni.

 
II. I vari gradi di umiltà.

Vi sono varie classificazioni dell’umiltà secondo i vari aspetti sotto cui
uno la guarda. Ne indicheremo solo le principali, che possono ridursi a quattro:
quella di S. Benedetto, quella di S. Ignazio, quella
dell’Olier e quella di S. Vincenzo de’ Paoli.

1130.
I dodici gradi di
S. Benedetto.
Cassiano aveva distinto dieci gradi nella pratica
dell’umiltà: S. Benedetto ne compie la divisione aggiungendovi due altri
gradi. Per coglierne bene l’ordinamento, bisogna sapere che S. Benedetto
considera questa virtù come “un’abituale disposizione dell’anima che regola
tutto il complesso delle relazioni del monaco con Dio nella doppia sua qualità
di creatura peccatrice e di figlio adottivo” 1130-1. È fondata sulla riverenza versi Dio e
comprende, oltre l’umiltà propriamente detta, l’obbedienza, la pazienza e la
modestia. Di questi dodici gradi sette si riferiscono agli atti interni e
cinque agli esterni.

1131. Tra gli atti
interni
S. Benedetto pone:

1) Il timor di Dio che è continuamente presente agli occhi della
nostra mente e ci fa praticare i comandamenti: prima timor dei castighi
poi timore riverenziale che si perfeziona nell’adorazione: “timor Domini
sanctus, permanens in sæculum sæculi”
 1131-1.

2) L’obbedienza, o la sottomissione della volontà nostra a quella di
Dio: infatti se abbiamo la riverenza e il timor di Dio, ne faremo la
volontà in tutto: quest’obbedienza è atto di vera umiltà, perchè è espressione
della nostra dipendenza rispetto a Dio.

3) L’obbedienza ai Superiori per amor di Dio,
pro amore Dei; è
cosa più difficile sottomettersi ai Superiori che a Dio, occorrendo maggior
spirito di fede per veder Dio nei superiori; e abnegazione più perfetta, perchè
questa obbedienza s’applica a un maggior numero di cose.

4) L’obbedienza paziente anche nelle cose più difficili, sopportando
le ingiurie senza lagnarsi, tacitâ conscientiâ, soprattutto quando
l’umiliazione viene dai Superiori; per riuscirvi si pensa alla ricompensa
celeste e ai patimenti ed umiliazioni di Gesù.

5) La confessione delle colpe segrete, compresi i pensieri, al
superiore 1131-2 fuori della sacramentale confessione:
atto di umiltà che diventa freno gagliardo, perchè il pensiero di dover palesare
le colpe anche più segrete trattiene spesso sul pendìo dell’abisso.

6) L’accettazione cordiale di tutte le
privazioni e vili
occupazioni,
considerandosi impari al proprio ufficio.

7) Credersi sinceramente, dal fondo del cuore, l’ultimo di tutti gli uomini:
“si omnibus se inferiorem et viliorem intimo cordis credat affectu”. È
grado raro: i Santi ci arrivano pensando che, se gli altri avessero avuto tante
grazie quante loro, sarebbero migliori.

1132. Com’è naturale, questi atti
interni si manifestano con atti esterni, di cui i principali sono:

8) La fuga della singolarità: non far nulla di straordinario,
contentandosi di ciò che è permesso dalla regola comune, dagli esempi degli
antichi e dalle legittime consuetudini; infatti voler fare il singolare è segno
di superbia o di vanità.

9) Il silenzio: saper tacere finchè non si sia interrogati o non si
abbia buona ragione di parlare, porgendo altrui occasione di discorrere: vi è
infatti molta vanità a voler sempre prendere la parola.

10) Il riserbo nel ridere: S. Benedetto non condanna il riso
quando è espressione di gioia spirituale, ma solo il riso di cattiva
lega,
il riso grossolano o il riso beffardo, o la disposizione a ridere
facilmente e rumorosamente, segno di poco rispetto alla presenza di Dio e di
poca umiltà.

11) Il riserbo nelle parole: quando si parla, farlo dolcemente e
umilmente, senza scatti o scoppi di voce, ma con la gravità e la sobrietà del
savio.

12) La modestia nel contegno: camminare, sedersi, star ritto,
guardare, modestamente, senza affettazione, col capo leggermente inclinato,
pensando a Dio e riflettendo che si è indegni di alzar gli occhi al cielo:
Domine, non sum dignus ego peccator levare oculos meos ad cælum”.

Spiegati i diversi gradi d’umiltà, S. Benedetto
aggiunge che conducono all’amor di Dio, a quell’amore perfetto che esclude il
timore: “Ergo his omnibus humilitatis gradibus ascensis, monachus mox ad
caritatem Dei perveniet illam quæ perfecta foris mittit timorem”: l’amor
di Dio, ecco dunque il termine a cui conduce l’umiltà: aspra è la via, ma la
vetta a cui mena sono le sublimità dell’amor divino.

1133.
I tre gradi di
S. Ignazio.
Verso la fine della seconda settimana degli Esercizi, prima
delle regole sulla retta elezione delle cose, S. Ignazio propone a chi fa
gli esercizi tre gradi d’umiltà, che in fondo sono tre gradi d’abnegazione.

1) Il primo “consiste nell’abbassarmi e nell’umiliarmi quanto più mi
sarà possibile e quanto mi è necessario per obbedire in tutto alla legge di Dio,
nostro Signore; di modo che, quand’anche mi si offrisse la signoria di tutto il
mondo, o mi si minacciasse della vita, io non metta neppure in deliberazione la
possibilità di trasgredire un comandamento di Dio o degli uomini che mi obblighi
sotto pena di peccato mortale”. Questo grado è essenziale per ogni cristiano che
voglia conservare lo stato di grazia.

2) Il secondo grado di umiltà è più perfetto del primo. “Consiste nel
sentirmi in un’intiera indifferenza di volontà e di affetto tra le
ricchezze e la povertà, l’onore e il disprezzo, vita lunga o vita breve, quando
ne provenga uguale gloria a Dio e uguale vantaggio all’anima mia. Così pure che
quand’anche si trattasse di guadagnar l’intiero universo o di sottrarmi alla
morte, io non ponga neppure in deliberazione il pensiero di commettere un solo
peccato veniale”. È disposizione già molto perfetta, a cui non pervengono che
ben poche anime.

3) Il terzo grado d’umiltà è perfettissimo. “Inchiude i due primi e
vuole di più che, supponendo eguali la lode e la gloria della divina Maestà, ad
imitare più perfettamente Gesù Cristo, Nostro Signore, e rendermi veramente più
simile a lui, io preferisca ed abbracci la povertà con Gesù Cristo povero,
anzichè le ricchezze; i disprezzi con Gesù Cristo saziato di obbrobri, anzichè
gli onori; il desiderio di esser tenuto per uomo inutile e stolido, per amor di
Cristo che volle primo passar per tale, anzichè esser tenuto per uomo savio e
prudente agli occhi del mondo”. È il grado dei perfetti, è l’amor della croce e
dell’umiliazione in unione con Cristo e per amor suo; giunti a questo punto, si
è nella via della santità.

1134.
I tre gradi di umiltà
secondo l’Olier.
Esposta nel catechismo cristiano la necessità dell’umiltà e
il modo di combattere l’orgoglio, l’Olier spiega nell’Introduzione i tre
gradi di umiltà interiore che convengono alle anime già fervorose.

a) Il primo è di
compiacersi nella vera conoscenza di sè, della
propria viltà e bassezza, dei difetti e peccati propri. La sola conoscenza delle
proprie miserie non è umiltà; vi sono di quelli che rilevano i propri difetti ma
attristandosene e cercando in sè qualche perfezione che li salvi dalla
confusione che provano: il che è effetto di superbia. Ma quando uno si compiace
nella conoscenza delle proprie miserie, quando si ama la propria viltà ed
abbiezione, si è veramente umili.

Se si ebbe la disgrazia di commettere un peccato, si deve certamente
detestarlo, ma nello stesso tempo amare la viltà a cui si è ridotti per il
peccato. A potersi compiacere delle proprie miserie, bisogna pensare che questo
sentimento onora Dio, appunto perchè la piccolezza nostra fa risaltare la sua
grandezza, e i peccati nostri la sua santità. L’anima protesta così la sua
nullità e la sua incapacità di fare il bene da se stessa, e che tutto viene da
Dio, tutto dipende da lui, tutto dev’essere in noi da lui operato.

b) Il secondo grado è di amare di essere
conosciuto per vile,
per abietto, per nulla e peccato, e di passar per tale
nella mente di tutti. Infatti se, conoscendo ed amando la nostra miseria,
volessimo essere stimati dagli uomini, saremmo ipocriti, desiderando di
apparir migliori di quello che siamo.

È questa, ahimè! la nostra tendenza: di qui nasce il dispiacere che proviamo
quando si scoprono le nostre imperfezioni; di qui lo studio di riuscire nelle
nostre imprese e di acquistar la stima degli uomini. Ora desiderar questa stima
è essere ladro e furfante, perchè si desidera di appropriarsi ciò che appartiene
soltanto all’Essere Supremo. L’anima umile invece non bada a ciò che si pensi di
lei; soffre in sentirsi lodata e preferirebbe l’affronto alla lode, essendo
quello fondato sulla verità e questa sulla menzogna.

c) Il terzo grado è di voler essere non solo
conosciuti ma trattati da vili, abbietto, spregevoli; è di ricevere
lietamente tutti i disprezzi e tutte le confusioni possibili; è insomma
desiderare di essere trattati secondo il merito. Ora qual disprezzo non è dovuto
al nulla, che non ha in sè cosa degna di stima, e soprattutto qual disprezzo non
è dovuto al peccato, che ci allontana dal bene vero che è Dio?

Quindi, quando Dio ci manda aridità, abbandoni interiori e ripulse, dobbiamo
prendere le parti di Dio contro di noi e confessar che ha ragione di rigettare
le opere nostre e le nostre persone. Parimenti, se siamo maltrattati dai
superiori, dagli eguali e anche dagli inferiori, dobbiamo rallegrarcene come
della cosa più giusta, più vantaggiosa per noi e più conforme al desiderio di
Gesù Cristo. Non si deve neppure per superbia aspirare ad alto seggio in
paradiso; si deve certamente volere amar Dio quanto egli desidera, e renderci a
lui fedeli per giungere a quel grado di gloria e di felicità che ci prepara, ma
quanto al posto che occuperemo in paradiso, bisogna abbandonarsi nelle mani di
Dio.

“Si è allora nel vero annientamente, e Dio solo vive e rgena
in noi”.

1135.
I tre gradi di umiltà
secondo S. Vincenzo de’ Paoli.
S. Vincenzo de’ Paoli è noto nella
Chiesa di Dio come il santo della carità; ma dalla sua vita risulta che forse la
sua umiltà superò anche la sua carità. È bene quindi conoscere la dottrina di
questo santo intorno all’umiltà, dottrina che egli attinse dallo studio assiduo
ed amoroso della vita e degli insegnamenti di Gesù Cristo.

L’umiltà, secondo lui, ha tre gradi o, com’egli si esprime, esige queste tre
condizioni “tres has conditiones exigit: 1135-1

a) La prima condizione o il primo grado è “stimarsi con ogni sincerità
degno del disprezzo degli uomini: se hominum vituperio dignum cum omni
sinceritate reputare”
. b) Il secondo grado è “godere che gli
altri vedano le nostre imperfezioni e quindi ci disprezzino: gaudere quod
alii imperfectum nostrum videant et nos deinde contemnant”
.
c) Il terzo grado è “se il Signore operi qualche cosa o in noi o per
mezzo nostro, cercare di occultarlo, se è possibile, al pensiero della propria
viltà; se poi ciò non è possibile, attribuir tutto alla misericordia divina e ai
meriti altrui: Si Dominus per nos aut in nobis aliquid operetur, illud, si
fieri possit, occultare ad aspectum propriæ vilitatis: sin autem id fieri non
possit, totum divinæ misericordiæ et aliorum meritis tribuere”
.

“Questa umiltà, conchiude S Vincenzo, è il fondamento di tutta la
perfezione evangelica e il nodo di tutta la vita spirituale; chi possederà
quest’umiltà, acquisterà pure con lei tutti i beni; chi poi ne sarà privo,
perderà anche quel bene che ha e sarà agitato da continue angustie: Et hoc
est universæ evangelicæ perfectionis fundamentum, nodusque totius spiritualis
vitæ: ei qui humilitatem istam possidebit, omnia bona venient pariter cum illâ;
qui vero eâ carebit, etiam quod habet boni auferetur ad eo, continuisque
agitabitur angustiis”
1135-2

Conclusione. Ognuno dei quattro aspetti dell’umiltà da noi esposti
secondo l’insegnamento di S. Benedetto, di S. Ignazio, dell’Olier e di
S. Vincenzo de’ Paoli, ha le sue buone ragioni: sta al direttore a
consigliar quello che meglio corrisponde alle condizioni spirituali del
penitente.

 
III. L’eccellenza dell’umiltà.

A intendere bene il linguaggio dei Santi su questo argomento, bisogna
distinguere tra umiltà in sè e umiltà come fondamento delle altre
virtù.

1136. 1° Considerata
in sè,
l’umiltà, dice S. Tommaso 1136-1, è inferiore alle virtù
teologali,
che hanno Dio per oggetto diretto; inferiore anche a certe virtù
morali, come la prudenza, la religione, la giustizia legale che riguarda il bene
comune; ma è superiore alle altre virtù morali (eccetto forse l’ubbidienza), pel
suo carattere universale e perchè ci assoggetta all’ordine divino in ogni cosa.

1137. 2° Ma, considerando l’umiltà
come chiave che apre i tesori della grazia e fondamento
delle virtù, è, al dire dei Santi, una delle più eccellenti virtù.

A) È la chiave che apre i tesori della grazia:
“humilibus autem dat
gratiam”
 1137-1. a) Dio infatti sa che
l’anima umile non si compiace delle grazie che le dà, che non ne trae motivo di
vanità, ma che ne riferisce a Dio tutta la gloria; onde può effondere in lei la
copia dei suoi favori, perchè così la sua gloria ne sarà aumentata. Al contrario
si vede costretto a togliere la sua grazia ai superbi “Deus superbis
resistit”
 1137-2, perchè essi la sfruttano per sè e se
ne fanno un titolo di gloria; il che Dio non può tollerare: “Gloriam meam
alteri non dabo”
 1137-3.

b) E poi l’umiltà ci vuota l’anima di amor proprio e di vana gloria,
preparando così ampia capacità che Dio s’affretta a riempire; perchè, come dice
S. Bernardo, vi è stretta affinità tra la grazia e l’umiltà: “Semper
solet esse gratiæ divinæ familiaris virtus humilitas”
 1137-4.

1138. B) È anche il
fondamento di tutte le virtù; se non ne è la madre, ne è almeno la
nutrice; per doppia ragione: perchè senza di lei non si dà virtù
soda, e con lei tutte le virtù diventano più profonde e più perfette.

1) Essendo la superbia il grande ostacolo alla
fede, è certo che
l’umiltà rende la fede più pronta, più facile, più ferma, e anche più
illuminata: “Abscondisti hæc a sapientibus et revelasti ea parvulis”.
Quanto è più facile piegar l’intelletto all’autorità della fede, quando si è
persuasi della dipendenza nostra da Dio! “in captivitatem redigentes omnem
intellectum in obsequium Christi”
. A sua volta la fede, mostrandoci
l’infinita perfezione di Dio e il nostro nulla, ci rassoda nell’umiltà.

2) Lo stesso è della
speranza: il superbo confida in sè e presume
troppo delle proprie forze; non pensa gran fatto a chiedere il divino aiuto;
l’umile invece mette tutta la speranza in Dio, perchè diffida di sè. La speranza
a sua volta ci rende più umili, mostrandoci che i beni celesti sono talmente
sopra le nostre forze che, senza l’onnipotente aiuto della grazia, non potremmo
conseguirli.

3) La carità ha per nemico l’egoismo; onde solo nell’anima vuota di sè
cresce l’amor di Dio; e questo a sua volta rende più profonda l’umiltà,
sentendoci lieti di scomparire dinanzi a Colui che amiamo. Quindi
S. Agostino giustamente dice che non vi è nulla di più sublime della
carità, ma che solo gli umili la praticano: “Nihil excelsius viâ caritatis,
et non in illâ ambulant nisi humiles”
 1138-1. Parimenti per praticar la carità verso
il prossimo, non c’è mezzo più sicuro dell’umiltà, la quale stende un velo sui
suoi difetti e ce ne fa compatir le miserie in cambio di sdegnarci contro di
lui.

1139. 4) La
religione è
tanto meglio praticata quanto più chiaramente si vede che tutto deve annientarsi
e sacrificarsi per Dio.

5) La richiede la prudenza; perchè gli umili riflettono volentieri e
prendono volentieri consiglio prima di operare.

6) La giustizia non si può praticar senza l’umiltà, perchè il superbo
esagera i suoi diritti a scapito di quelli del prossimo.

7) La fortezza del cristiano, venendo non da lui ma da Dio, si trova
veramente solo in coloro che, coscienti della propria debolezza, s’appoggiano su
Colui che solo può renderli forti.

8) La temperanza e la
castità, come abbiamo visto, suppongono
l’umiltà. La dolcezza e la pazienza non si praticano bene se non quando si sanno
accettare le umiliazioni.

Si può quindi dire che senza umiltà non vi è soda e duratura
virtù e che con lei invece tutte le virtù crescono e si radicano più
profondamente nell’anima. Onde possiamo conchiudere con S. Agostino: “Vuoi
elevarti? Comincia con l’abbassarti. Pensi di costruire un edificio che tocchi
il cielo? Pensa prima a porre il fondamento dell’umiltà. Quanto più alto vuol
sorgere l’edifizio, tanto più profondo dev’esserne il fondamento: Magnus esse
vis? A minimo incipe. Cogitas magnam fabricam construere celsitudinis? De
fundamento prius cogita humilitatis”
 1139-1.

 
NOTE
1127-1 Cassiano,
Conf. XVIII, c. XI; S. G. Climaco, Scala, XXV;
S. Bernardo, De Gradibus humilitatis et superbiæ; S. Tommaso, IIª IIæ, q. 161;
Rodriguez,
P. II, Tr. III, Dell.umiltà; S. Fr. di Sales, La
Filotea,
P. IIIª, c. IV-VII; J. J. Olier, Introd., c. V;
L. Tronson, Tr. de l’humilité; Scaramelli, Direttorio Ascetico, tr. III. art. XI;
S. Alfonso, La vera sposa, c. XI; Mgr Gay, Vita e Virtù, tr. VI;
V. Libermann, Ecrits
spirit.,
Dell’umiltà; Beaudenom, Formation à l’humilité; C. De Smedt,
Notre vie surnat., t. II, p. 305-342;
D. Col. Marmion, Le Christ idéal du moine, XI,
p. 277-333.

1127-2 De gradibus
humilitatis,
c. I, n. 2.

1128-1 IIª IIæ,
q. 161, a. 3.

1128-2 I Tim. I, 17.

1128-3 Apoc., VII, 12.

1129-1 Gratiæ tuæ deputo et
quæcumque non feci mala: quid enim non facere potui, qui etiam gratuitum facinus
amavi? Et omnia mihi dimissa esse fateor; et quæ meâ sponte feci mala, et quæ,
te duce, non feci. (Confess., l. II, c. 7, P. L.,
XXXII, 681).

1129-2 Catéch. chrétien,
P. Iª, lez. XVIII.

1130-1 D. Columba Marmion,
Le Christ, idéal du moine, 1922, p. 299.

1131-1 Ps. XVIII, 10.

1131-2 Secondo il Codice,
can. 530, i Superiori religiosi non possono più in nessun modo obbligare
gli inferiori a manifestar loro la coscienza; ma, aggiunge il Codice, “è bene
che i religiosi ricorrano ai Superiori con filiale confidenza, esponendo anche,
se i Superiori sono sacerdoti, i dubbi e la angustie della loro
coscienza”.

1135-1 Regula seu Constitutiones
Comm. Congreg. Missionis,
C. 2, n. 7.

1135-2 La dottrina di
S Vincenzo de’ Paoli sull’umiltà e quella dell’Olier sono molto affini; il
che non deve far maraviglia, chi pensa che l’Olier fu il diletto amico e
spirituale discepolo di S. Vincenzo il quale pure amorosamente lo
assistette in punto di morte.

1136-1 IIª IIæ,
q. 161, a. 4

1137-1 I Petr., V, 5.

1137-2 I Petr., V, 5.

1137-3 II Cor., X, 5.

1137-4 Super
Missus est,
homil. IV, 9.

1138-1 Enarrat. in Ps. CXLI,
c. 7.

1139-1 Sermo 10 de Verbis
Domini.


 
 
Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy (martinwguy@yahoo.it).

Ultima revisione: 1 febbraio 2006.