Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1057-1074)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO II. La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti. CAPITOLO II. Delle virtù morali. Art. II. § III. Della virtù dell’obbedienza. I. Natura e fondamento dell’obbedienza. II. I gradi dell’obbedienza. III. Le qualità dell’obbedienza. IV. L’eccellenza dell’obbedienza.



 
 
 
§ III. Della virtù
dell’obbedienza
 1057-1.

Questa virtù si connette colla giustizia perchè l’obbedienza è un ossequio,
un atto di sottomissione dovuto ai Superiori; ma se ne distingue perchè importa
ineguaglianza tra superiori ed inferiori. Esponiamone:


  • 1° la
    natura e il fondamento;

  • 2° i
    gradi;

  • 3° le
    qualità;

  • 4° l’eccellenza.



I. Natura e fondamento
dell’obbedienza.


1057.   1°
Definizione.
L’obbedienza è una virtù morale soprannaturale che ci inclina a sottomettere
la volontà nostra a quella dei legittimi superiori in quanto sono rappresentanti
di Dio.
Spiegheremo prima di tutto le ultime parole, essendo esse il
fondamento della obbedienza cristiana.

1058.   2°
Fondamento di questa
virtù.
L’obbedienza è fondata sul supremo dominio e sulla sottomissione
assoluta che la creatura gli deve.

A) È prima di tutto cosa evidente che dobbiamo obbedire a Dio, n. 481.

1) Creati da Dio, dobbiamo stare in intiera dipendenza dalla santa sua
volontà. Tutte le creature obbediscono alla sua voce: “Omnia serviunt
tibi”
 1058-1; ma le creature ragionevoli vi sono più
obbligate delle altre, avendo da lui ricevuto di più, specialmente il dono della
libertà, del quale non possiamo mostrarci meglio riconoscenti che col
sottomettere liberamente la volontà nostra a quella del Creatore.
2) Figlio di Dio, dobbiamo obbedire al Padre celeste, come fece Gesù
che, entrato nel mondo per obbedienza, non ne uscì che per obbedienza:
“factus obediens usque ad mortem” 1058-2. 3) Riscattati dalla
schiavitù del peccato, non siamo più nostri, ma apparteniamo a Gesù Cristo, che
diede il sangue per farci suoi: “Jam non estis vestri, empti enim estis
pretio magno”
 1058-3; dobbiamo quindi obbedire alle sue
leggi.

1059.   B) Onde dobbiamo pure
obbedire ai legittimi rappresentanti di Dio: ecco il punto che bisogna
capir bene. a) Vedendo che l’uomo non può bastare a sè per
l’educazione fisica, intellettuale e morale, Dio vuole che viva in
società. Ora la società non può sussistere senza un’autorità che
coordini gli sforzi dei membri al bene comune; Dio vuole dunque che vi sia una
società gerarchica, con superiori incaricati di comandare e inferiori che devono
obbedire. A rendere questa obbedienza più facile egli delega la sua autorità ai
legittimi superiori: “Non est enim potestas nisi a
Deo”
 1059-1, per guisa che obbedire ad essi è
obbedire a Dio, e il disobbedirli è andare incontro alla propria dannazione:
“Itaque qui resistit potestati Dei ordinationi resistit, qui autem resistunt
ipsi sibi damnationem acquirunt”
 1059-2. Il dovere dei superiori è di non
esercitare l’autorità che come delegati di Dio, per procurarne la gloria e
promuovere il bene generale della comunità; se vi mancano, sono responsabili di
quest’abuso d’autorità davanti a Dio e davanti ai suoi rappresentanti. Ma il
dovere degli inferiori è d’obbedire ai rappresentanti di Dio come a Dio stesso:
“Qui vos audit, me audit… qui vos spernit, me
spernit”
 1059-3. La ragione è chiara: senza questa
sottomissione non vi sarebbe nelle varie comunità che disordine ed anarchia e
tutto ne soffrirebbe.

1060.   b) Ma
quali sono i
superiori legittimi?
Sono coloro che furono posti da Dio a capo delle varie
società.

1) Nell’ordine naturale si possono distinguere tre specie di società:
la società domestica o familiare, a cui presiedono i genitori e
principalmente il padre di famiglia; la società civile, governata da chi
è legittimamente investito dell’autorità secondo i vari sistemi riconosciuti
nelle varie nazioni; la società professionale ove sono determinati dal
contratto di lavoro 1060-1.

2) Nell’ordine soprannaturale i superiori gerarchici sono: il
S. Pontefice, la cui autorità è suprema e immediata in tutta la
Chiesa: i Vescovi, che hanno giurisdizione nelle rispettive diocesi, e,
sotto la loro autorità, i parroci e i vicari, ognuno nei limiti
fissati dal Codice di Diritto canonico. Vi sono pure nella Chiesa comunità
particolari con costituzioni e regole approvate da Sommo Pontefice o dai
Vescovi, con Superiori nominati secondo le Costituzioni o regole; anche qui
abbiamo legittime autorità. Onde chiunque entra in una comunità si obbliga per
ciò stesso a osservarne le regole e ad obbedire ai superiori che comandino nei
limiti definiti dalla regola.

1061.   C) Vi sono dunque dei
limiti fissati all’esercizio dell’autorità.

1) È chiaro prima di tutto che non è nè obbligatorio nè lecito ubbidire a un
superiore che comandi qualche cosa di manifestamente contrario alle leggi divine
od ecclesiastiche; si dovrebbe allora ripetere la parola di
S. Pietro: 1061-1 “È meglio ubbidire a Dio che agli
uomini, obedire oportet Dei magis quam hominibus”: parola liberatrice,
che affranca la cristiana libertà da ogni tirannia 1061-2. Lo stesso è a dirsi se ciò che viene
comandato è cosa chiaramente impossibile: ad impossibilia nemo tenetur.
Ma, essendo noi facili ad illuderci, nei casi dubbi bisogna presumere che
il superiore ha ragione: in dubio præsumptio stat pro superiore.

2) Se un superiore comanda fuori delle sue attribuzioni, per esempio, se un
padre s’oppone alla vocazione maturamente studiata del figlio, allora oltrepassa
i suoi diritti e non si è tenuti ad ubbidirgli. Lo stesso dicasi di un superiore
di comunità che desse ordini fuori di ciò che gli permettono le costituzioni e
le regole, avendone queste saviamente determinati i limiti dell’autorità.

 
II. I gradi dell’obbedienza.

1062.   1° Gl’incipienti
procurano prima di tutto di osservar fedelmente i comandamenti di Dio e della
Chiesa; e di sottomettersi almeno esternamente agli ordini dei legittimi
superiori con diligenza, puntualità e spirito soprannaturale.

1063.   2° Le anime più
progredite: a) meditano diligentemente gli esempi che Gesù ci dà dal
primo istante di vita, in cui s’offre per fare in tutto la volontà del Padre,
fino all’ultimo, in cui muore vittima della sua ubbidienza. Lo supplicano di
venire a vivere in loro con questo spirito d’obbedienza; e si sforzano di unirsi
a lui per sottomettersi ai superiori come era sottomesso lui a Maria e a
Giuseppe: “et erat subditus illis” 1063-1.

b) Non si contentano d’ubbidire solo esternamente, ma assoggettano
internamente la volontà anche nelle cose penose e contrarie al
loro genio; lo fanno di gran cuore senza lagnarsi, liete anzi di potere così più
perfettamente accostarsi al divino modello. Schivano soprattutto i raggiri per
indurre i superiori a volere ciò che vogliono loro. Perchè, come osserva
S. Bernardo  1063-2 “se, desiderando una cosa, voi o
apertamente o secretamente brigate per farvela comandare dal padre spirituale,
non vi crediate di ubbidire in questo: non fate che illudervi. Non siete voi che
ubbidite al superiore ma è lui che ubbidisce a voi”.

1064.   3° Le anime
perfette
fanno anche di più: sottomettono il giudizio proprio a quello del
superiore, senza neppure esaminare le ragioni per cui egli comanda.

È quello che spiega molto bene S. Ignazio: 1064-1 “Se qualcuno vuole fare di sè un
sacrificio perfetto, è necessario che, dopo aver sottomesso a Dio la volontà,
gli consacri pure l’intelletto… in modo che non solo voglia ciò che il
Superiore vuole, ma che sia pure dello stesso parere e che il giudizio suo sia
intieramente sottomesso al giudizio del superiore, per quanto una volontà già
sottomessa può sottomettere l’intelletto… Il giudizio può, come la volontà,
traviare in ciò che riguarda noi, e quindi, come ad impedire che la nostra
volontà si disordini, l’uniamo a quella del superiore, così pel timore che il
nostro giudizio s’inganni, dobbiamo parimenti conformarlo al giudizio del
Superiore.” Aggiunge però che: “se si presenta alla vostra mente qualche
sentimento diverso da quello del superiore, e vi pare, dopo aver consultato
Nostro Signore nella preghiera, di doverlo esporre, potete farlo. Ma, per tema
che in ciò l’amor proprio e il vostro modo di vedere v’ingannino, è bene usare
questa precauzione che, prima di proporre il vostro sentimento e dopo averlo
esposto, vi teniate in perfetta tranquillità d’animo, dispostissimo non solo a
fare o a lasciare ciò di cui si tratta, ma anche a tenere per partito migliore
quanto il superiore avrà fissato”. — È quella che si chiama ubbidienza
cieca, per cui uno è nelle mani del Superiore “perinde ac
baculus… perinde ac cadaver” 1064-2; ma, colle riserve fatte da
S. Ignazio e quelle da noi poste più sopra, tale ubbidienza non ha nulla di
irragionevole, perchè in tal caso sottomettiamo a Dio la volontà e l’intelletto,
come chiariremo anche meglio esponendo le qualità dell’ubbidienza.

 
III. Le qualità dell’obbedienza.

L’obbedienza, a riuscir perfetta, dev’essere:
soprannaturale
nell’intenzione, universale nell’estensione, integrale
nell’esecuzione.

1065.   1°
Soprannaturale
nell’intenzione: vale a dire che dobbiamo vedere Dio stesso o Gesù Cristo nei
superiori, procedendo da lui la loro autorità. Nulla rende più facile
l’ubbidienza; perchè chi vorrebbe rifiutare di ubbidire a Dio? È ciò che
S. Paolo raccomanda ai servi: “Siate ubbidienti ai vostri padroni con
riverente timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non facendo
il vostro dovere solo sotto gli occhi del padrone come chi vuol piacere agli
uomini, ma come servi di Cristo che fanno di buon grado la volontà di Dio:
non ad oculum servientes, quasi hominibus placentes; sed ut servi Christi,
facientes voluntatem Dei ex animo”
 1065-1.

Questo pure scriveva S. Ignazio ai suoi Religiosi del Portogallo:
“Desidero che vi diate con tutta la diligenza e con tutta l’applicazione
possibile a riconoscere Gesù Cristo Nostro Signore in qualsiasi superiore, e a
rendere alla divina Maestà, con un profondo rispetto verso la sua persona,
l’onore che le dovete… Non considerino quindi mai la persona cui obbediscono,
ma vedano in lei Gesù Cristo N. S. per rispetto al quale essi ubbidiscono.
Infatti, se si deve obbedire al Superiore, non è già per riguardo alla sua
prudenza, alla sua bontà, o ad altre qualità che Dio potesse avergli date, ma
unicamente perchè è luogotenente di Dio… Che se invece paresse di minor
prudenza e assennatezza, non è questa una ragione di obbedirgli con minore
esattezza, perchè, nella sua qualità di superiore, rappresenta la persona di
Colui la cui sapienza è infallibile, e che supplirà egli stesso tutto ciò che
potesse mancare al suo ministro, sia in virtù sia in altre buone
qualità” 1065-2.

Nulla di più saggio di questo principio. Infatti, se oggi obbediamo al
superiore perchè ci piacciono le sue belle qualità, che faremo domani se
avessimo un superiore che ci sembrasse sfornito di queste qualità? E non
perdiamo il merito sottomettendoci a un uomo perchè lo stimiamo, in cambio di
sottometterci a Dio stesso? Non consideriamo dunque i difetti dei nostri
superiori, il che rende l’obbedienza più difficile, e neppur le loro doti, il
che la rende meno meritoria, ma Dio che vive e comanda nella loro persona.

1066.   2°
Universale
nell’estensione, nel senso che dobbiamo obbedire a tutti gli ordini del
legittimo superiore, quando comanda legittimamente. Quindi, come
dice San Francesco di Sales 1066-1, l’obbedienza “amorosamente si
assoggetta a far tutto ciò che le è comandato, alla buona, senza mai considerare
se il comando è bene o mal dato, purchè colui che comanda abbia il potere di
comandare, e il comando serva all’unione della nostra mente con Dio”. Aggiunge
però che se un superiore comandasse cosa manifestamente contraria alla legge di
Dio, si ha il dovere di non sottomettervisi; tale ubbidienza, come insegna
S. Tommaso, sarebbe indiscreta: “obedientia… indiscreta, quæ etiam in
illicitis obedit”
 1066-2.

Fuori di questo caso, il vero ubbidiente non erra mai, anche quando erri il
superiore e comandi cose meno buone di quelle che si vorrebbero fare: allora
infatti Dio, a cui si obbedisce e che vede il fondo dei cuori, ricompensa
l’obbedienza assicurando il buon esito di ciò a cui ella pone mano. “Il vero
ubbidiente, dice S. Francesco di Sales 1066-3, commentando la sentenza:
“vir
obediens loquetur victorias”,
rimarrà vittorioso in tutte le difficoltà in
cui verrà a trovarsi per obbedienza, e uscirà con onore dalle vie che per
ubbidienza batterà, per quanto possano essere pericolose”. Insomma il superiore
comandando può errare, noi non erriamo mai obbedendo.

1067.   3°
Integrale
nell’esecuzione, e quindi puntuale, senza restrizione, costante e anche
allegra.

a) Puntuale; perchè l’amore, che presiede all’obbedienza
perfetta, ci fa obbedire prontamente: “l’obbediente ama il comando, e appena lo
intravede, qual che si sia, gli vada a genio o no, l’abbraccia, l’accarezza e
l’ama teneramente” 1067-1.

Tanto dice pure S. Bernardo 1067-2: “Il vero obbediente non conosce
dilazioni, ha in orrore il domani; ignora i ritardi; previene il comando; tiene
gli occhi attenti, le orecchie tese, la lingua pronta a parlare, le mani
disposte a operare, i piedi svelti a slanciarsi; è tutto raccolto per cogliere
subito la volontà di colui che comanda”.

b) Senza restrizione; fare una scelta,
obbedire in certe cose e disobbedire in altre, è perdere il merito
dell’obbedienza, è mostrare che uno si sottomette in ciò che piace, e che quindi
questa sottomissione non è punto soprannaturale. Ricordiamoci dunque di ciò che
dice Nostro Signore: “Un solo iota o un solo apice della Legge non passerà senza
che tutto sia compito, iota unum aut unus apex non præteribit a lege donec
omnia fiant”
 1067-3.

Ci vuole pure costanza; è uno dei grandi meriti di questa virtù:
“perchè fare lietamente ciò che viene comandato, per una volta sola, finchè
piacerà, è cosa che costa poco; ma quando vi si dice: Farete questo sempre e per
tutto il tempo della vita; qui sta la virtù ed è qui il
difficile” 1067-4.

c) Allegra: “Hilarem enim datorem diligit
Deus”
 1067-5. Non può essere allegra l’obbedienza
nelle cose penose se non è ispirata dall’amore; nulla infatti riesce penoso a
chi ama, perchè allora non si pensa al patimento ma a colui per cui si patisce.
Ora quando si vede Nostro Signore nella persona di chi comanda, come non amarlo,
come non fare di gran cuore il piccolo sacrificio richiesto da Colui che morì
vittima di ubbidienza per noi? Ecco perchè bisogna rifarsi sempre al principio
generale che abbiamo stabilito: veder Dio nella persona del superiore; allora
s’intendono pure meglio l’eccellenza e i frutti dell’obbedienza.

 
IV. L’eccellenza dell’obbedienza.

1068.   Discende da quanto abbiamo
detto l’eccellenza dell’ubbidienza. S. Tommaso non esita a dire che dopo la
virtù della religione, è la più perfetta delle virtù morali, perchè ci unisce
più di tutte le altre a Dio, nel senso che ci distacca dalla nostra volontà che
è il più grande ostacolo all’unione divina 1068-1. Ed è pure la madre e la custode delle
virtù e transforma gli atti ordinari in atti virtuosi.

1069.   1° L’obbedienza ci
unisce a Dio e ci mette in abituale comunione con la sua vita.

a) Infatti sottomette direttamente alla volontà divina la volontà
nostra e quindi pure tutte le altre nostre facoltà, in quanto queste sono
soggette alla volontà. Sottomissione tanto più meritoria perchè
libera: le creature inanimate obbediscono a Dio per necessità di natura,
ma l’uomo obbedisce per libera scelta della sua volontà. Offre così al Supremo
Padrone ciò che ha di più caro e gl’immola la più eccellente delle vittime:
“per obedientiam mactatur propria voluntas” 1069-1. Entra pure
in comunione con
Dio,
non avendo più altra volontà che la sua e ripetendo gli eroici accenti
di Gesù nell’ora dell’agonia: “non mea volontas, sed tua
fiat”
 1069-2. Comunione grandemente meritoria e
grandemente santificatrice, perchè unisce la nostra volontà, che è il più
prezioso nostro bene, alla sempre buona e santa volontà di Dio.

b) Ed essendo la volontà regina di tutte le facoltà, unendola noi a
Dio, uniamo a lui tutte le potenze dell’anima. Sacrificio maggiore di quello dei
beni esterni che facciamo con la povertà e di quello dei beni del corpo che
facciamo con la castità e la mortificazione; l’ottimo dei sacrifici: melior
est obedientia quam victimæ
 1069-3.

c) Ed è pure il più costante e il più durevole; con la comunione
sacramentale non restiamo uniti a Dio che pochi istanti, ma l’obbedienza
abituale forma tra l’anima nostra e Dio una specie di comunione spirituale
permanente, che ci fa restare in lui come egli resta in noi, volendo noi tutto
ciò che vuol lui e null’altro fuori di ciò che vuol lui: “unum velle, unum
nolle”
; or questa è veramente la più vera, la più intima, la più pratica di
tutte le unioni.

1070.   2° L’obbedienza quindi è
madre e custode di tutte le virtù, secondo la bella espressione di
S. Agostino: “Obedientia in creatura rationali mater quodammodo est
custosque virtutum”
 1070-1.

a) L’obbedienza si confonde praticamente con la
carità, perchè,
come insegna S. Tommaso, l’amore produce prima di tutto l’unione delle
volontà: “In hoc caritas Dei perfecta est quia amicitia facit idem velle ac
nolle”
 1070-2. E non è questo l’insegnamento di
S. Giovanni? Dopo aver dichiarato che chi pretende d’amar Dio senza
osservarne i comandamenti, è un mentitore, aggiunge: “Ma chi osserva la sua
parola, in lui l’amor di Dio è veramente perfetto e da ciò sappiamo che siamo in
lui, qui autem servat verba ejus, vere in hoc caritas Dei perfecta est, et in
hoc scimus quoniam in ipso sumus”
 1070-3. E non è pur questo l’insegnamento del
divino Maestro, quando dice che nell’osservanza dei suoi comandamenti sta
l’amore per lui? Si diligitis me, mandata mea
servate”
 1070-4. La vera ubbidienza è dunque in fondo
un ottimo atto di carità.

1071.   b) L’obbedienza ci fa
pur praticare le altre virtù in quanto che sono tutte comandate o almeno
consigliate: “ad obedientiam pertinent omnes actus virtutum, prout sunt in
præcepto”
 1071-1.

Ci fa praticar la mortificazione e la penitenza, così spesso prescritte nel
Vangelo, la giustizia, la religione, la carità e tutte le virtù contenute nel
Decalogo. Ci fa perfino somigliare ai martiri che sacrificano la vita per
Dio; come infatti spiega S. Ignazio, 1071-2 “per lei la propria volontà e il
proprio giudizio sono continuamente immolati e stesi come vittime sull’altare,
cosicchè nell’uomo, al posto del libero arbitrio, non vi è più che la volontà di
Gesù Cristo N. S. intimataci da colui che comanda; e non è solo il
desiderio di vivere, come avviene nel martire, che è immolato con l’obbedienza,
ma tutti insieme i desideri. Tanto pure diceva S. Pacomio a un giovane
religioso che desiderava il martirio: “Muore abbastanza martire chi ben si
mortifica; è maggior martirio perseverare tutta la vita nell’ubbidienza che
morire tutt’a un tratto di spada” 1071-3.

1072.   c) L’ubbidienza ci dà
così sicurezza perfetta: lasciati a noi stessi, ci chiederemmo che cosa
sia più perfetta; l’ubbidienza, segnandoci il dovere di ogni istante, ci mostra
la via più sicura per santificarci; facendo ciò che prescrive, adempiamo più
pienamente possibile la condizione essenziale richiesta dalla perfezione, cioè
l’adempimento della santa volontà di Dio: “quæ placita sunt ei facio
semper”
.

Quindi un sentimento di
pace profonda ed inalterabile: “pax multa
diligentibus legem tuam, Domine”;
chi non vuol altro che la volontà di Dio
espressa dai superiori, non si dà pensiero nè di ciò che occorra fare nè dei
mezzi da adoperare: non ha che da ricevere gli ordini di colui che tiene il
posto di Dio ed eseguirli meglio che può: al resto pensa la Provvidenza. Non ci
si chiede la buona riuscita ma semplicemente lo sforzo per compiere gli ordini
dati. Si può per altro star sicuri sul risultato finale: è chiaro che se noi
facciamo la volontà di Dio, egli penserà a fare la nostra, cioè ad esaudire le
nostre richieste e assecondare i nostri disegni. Pace quindi in questa vita; e,
giunti al termine, l’obbedienza ci apre pure la porta del paradiso: perduto per
la disubbidienza dei nostri progenitori, riconquistato con l’ubbidienza di Gesù
Cristo, il paradiso è riserbato a coloro che si lasciano guidare dai
rappresentanti di questo Salvatore divino. Niente inferno pei veri obbedienti:
“Quid enim odit aut punit Deus præter propriam voluntatem? Cesset voluntas
propria, et infernus non erit”
 1072-1.

1073.   3° In fine l’ubbidienza
trasforma in virtù ed in meriti le più comuni occupazioni della vita, i
pasti, le ricreazioni, il lavoro; tutto ciò che è fatto in spirito d’ubbidienza
partecipa al merito di questa virtù, piace a Dio e sarà da lui ricompensato.
Invece tutto ciò che è fatto in opposizione alla volontà dei Superiori, fosse
pure in sè ottima cosa, non è in fondo che un’atto di disubbidienza. Ecco perchè
si paragona spesso l’ubbidiente a un viaggiatore salito su una nave guidata da
abile nocchiero; ogni giorno, anche quando riposa, egli avanza verso il porto,
giungendo così, senza fatica e senza pensieri, alla bramata meta, al porto della
beata eternità.

1074.   Concludiamo colle parole che Dio
rivolge a santa Caterina da Siena 1074-1: “Oh quanto è dolce e gloriosa questa
virtù in cui sono tutte le altre virtù! Perchè ella è concepita e partorita
dalla carità; in lei è fondata la pietra della santissima fede; ella è una
regina; e colui di cui ella è sposa non sente verun male ma sente pace e quiete.
L’onde del mare tempestoso non gli possono nuocere, così che l’offendano per
alcuna sua tempesta nel midollo dell’anima sua… Non ha pena che l’appetito non
sia pieno, perchè l’obbedienza gli ha fatto ordinare e desiderare solamente me,
che posso, so e voglio compire i desideri suoi e lo ha spogliato delle mondane
ricchezze… Oh obbedienza, che navighi senza fatica, e senza pericolo giungi a
porto di salute! Tu ti conformi col Verbo unigenito mio Figliuolo; tu sali nella
navicella della santissima croce, recandoti a sostenere, per non trapassare
l’obbedienza del Verbo nè uscire dalla dottrina sua… Sei grande con lunga
perseveranza e sì grande che tieni dal cielo alla terra, perchè con essa si
disserra il cielo”.

 
NOTE
1057-1 S. G. Climaco,
La
scala,
IV; S. Tommaso, IIª IIæ, q. 104-105;
S. Cat. da Siena, Dialogo; S. Fr. di Sales, La
Filotea,
P. 3ª, c. XI; Conferenze X-XI; Rodriguez,
P. III, tr. V. Dell’obbedienza; J. J. Olier, Introd., c. XIII;
Tronson, De l’obéissance; S. Alfonso, La vera sposa, c. VII;
Mgr Gay, Virtù et vita ecc., tr. XI, L’obbedienza; C. De
Smedt,
Notre Vie surnat., t. II, p. 124-151; Ribet,
Vertus, c. XXIX; D. C. Marmion, Le Christ idéal
du moine,
Conf. XII.

1058-1 Ps. CXVIII, 91.

1058-2 Phil., II, 8.

1058-3 I Cor., VI, 20.

1059-1 Rom., XIII, 2.

1059-2 Rom., XIII, 1.

1059-3 Luc., X, 16.

1060-1 Si veda l’Enciclica di
Leone XIII, Rerum novarum, e il nostro Tratt. De justitia,
ove ne diamo il commento.

1061-1 Act., V, 29.

1061-2 Tal è dottrina di
S. Fr.
di Sales,
Trattenimenti spir., c. XI, p. 170-171: “Molti si sono
grandemente ingannati… credendo che l’obbedienza consistesse nel fare a
diritto e a torto tutto ciò che ci potesse venir comandato, fosse pure contro i
comandamenti di Dio e della Santa Chiesa; nel che errarono grandemente… perchè
in tutto ciò che riguarda i comandamenti di Dio, non avendo i Superiori potere
alcuno di far mai precetto contrario, gl’inferiori non hanno mai obbligo
d’ubbidire in tal caso, anzi se ubbidissero peccherebbero”.

1063-1 Luc., I, 51.

1063-2 Serm. de diversis,
XXXV, 4.

1064-1 Lettera CXX, trad.
Brouix, 1870, p. 464.

1064-2 S. Ignazio,
Costituzioni, VI, § I, reg. 36.

1065-1 Ephes., VI, 5-9.

1065-2 Lettere CXX.

1066-1 Trattenimenti
spirituali,
c. XI, p. 170.

1066-2 S. Tommaso, IIª
IIæ, q. 104, a. 3, ad 3.

1066-3 Veri [“Vedi”?]
Trattenimenti spirituali, c. XI, p. 191.

1067-1 Ibid., p. 178.

1067-2 Sermo de diversis,
XLI, 7; è da leggersi tutto questo sermone sull’ubbidienza.

1067-3 Matth., V, 18.

1067-4 S. Fr. di Sales,
Conf. spirituali, c. XI, 182.

1067-5 II Cor., IX, 5.

1068-1 Sum. Theol., IIª
IIæ, q. 104, a. 3.

1069-1 S. Gregorio,
Moral., l. XXV, c. 10.

1069-2 Luc., XXII, 42.

1069-3 I Reg., XV, 22.

1070-1 De Civit. Dei,
l. XIV, c. 12.

1070-2 Sum. Theol., IIª
IIæ, q. 104, a. 3.

1070-3 I Joan., II, 5.

1070-4 I Joan., XIV, 15.

1071-1 S. Tommaso, IIª
IIæ, q. 104, a. 3, ad 2.

1071-2 Lettera
citata, p. 231-236.

1071-3 Citato da
S. Fr. di
Sales,
Trattenimenti spirituali, l. c.

1072-1 S. Bernardo,
Sermo
III
in tempore paschali, 3.

1074-1 Il Dialogo, edizione
Gigli, 1726.

 
 
 
Quest’edizione digitale preparata da Martin Guy
(martinwguy@yahoo.it).

Ultima revisione: 1 febbraio 2006.