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FERNAND VAN
DE VELDE - Postulatore
La breve vita (1890-1924) di questo «prete
di fuoco» fu interamente uniformata al programma di vita scritto sull'immagine-ricordo
della sua ordinazione, il 1° maggio 1916: «Il sacerdote è un altro Cristo».
Egli aveva scelto, come «Magna Charta» della sua vita sacerdotale, il discorso
d'addio di Cristo nel
Edward Poppe proveniva dal modesto ambiente
di un panettiere di Temse. Da sua madre, semplicemente e profondamente pia,
egli aveva preso non solo una naturale disposizione alla preghiera
Questo ragazzo tanto dotato non defletteva
mai da ciò che aveva deciso. L'anno 1909 fu importante per Edward: fu l'anno in
cui l'amore verso gli umili ereditato da suo padre, la sua vocazione
sacerdotale - la decisione fu presa il 20 maggio - e gli ideali del movimento
della gioventù fiamminga chiamato «Blauvoeterie» si fusero in una meravigliosa
unità. Quando Edward un anno più tardi cominciò gli studi da seminarista come
studente-soldato della compagnia universitaria a Lovanio, fu chiaro che la rude
vita di caserma non poteva distoglierlo dalla sua vocazione; fu il tempo in cui
divenne il suo libro preferito la «Storia di un'anima».
Il 13 maggio 1912 entrò nel seminario «Leone
XIII» dove, secondo la sua stessa testimonianza, gli furono donati i mezzi per
la sua futura felicità: amore di Dio, coscienza della presenza di Dio, umiltà e
amore verso la Vergine Santa. Nella sua scala di valori Luigi Maria Grignion de
Montfort e Teresa Martin stavano più in alto che il dottorato in filosofia
ottenuto a Lovanio nel 1913, con ottimi voti.
Durante le vacanze il seminarista Poppe
animava con mano ferma e santo ardore il gruppo studentesco da cui era lui
stesso uscito. Spronava i suoi compagni al combattimento per l'emancipazione
della sua cara «Arm Vlaanderen» (Povera Fiandra) e li formava alla prassi del
«vedere giudicare agire». Quando scoppiò la guerra, gli studi teologici di
Edward furono forzatamente interrotti, ma per i disegni della divina
Provvidenza egli giunse al piccolo villaggio vallone di Bourlers. Questa fu una
doppia tappa per il suo avvenire sacerdotale.
1. Nell'insegnamento preparatorio alle
Comunioni che il parroco gli aveva affidato, Poppe scoprì il suo carisma per la
catechesi e l'educazione alla fede.
2. Leggendo la «Vita del Padre Chevrier»
vide in essa descritto il proprio ideale sacerdotale. Egli seguirà il Maestro
nella sua povertà (il Presepe) nella sua offerta (la Croce) e nel suo amore (il
Tabernacolo). Il motto di Chevrier «La mia vita è Gesù Cristo» divenne il suo.
1. Nominato il 16 giugno 1916 vicario della
Parrocchia del quartiere operaio di Gent Santa Coletta, don Poppe trovò il
programma del suo futuro apostolato nel passo di Luca IV, 18 che egli tradusse
così per se stesso: «Il Signore mi ha mandato a predicare ai poveri, a guarire
i cuori feriti, a liberare i prigionieri e a dare la vista ai ciechi». A Santa
Coletta, Poppe divenne «il nostro Curato d'Ars». Povero fra i poveri, egli va
di preferenza alla ricerca delle piccole case miserabili nella città
secolarizzata e segnata dalle miserie della guerra. Il suo amore per il suo
popolo vi divenne adulto.
La crisi per la giustizia sociale non lo
abbandonò mai. La sua predilezione era per i bimbi dei poveri abbandonati,
secondo la «piccola via di Teresa Martin: «praticare l'amore nelle piccole cose
e farsi piccoli fino all'eroismo». Due anni di S. Coletta «fecero» Poppe, ma
gli rovinarono la salute.
2. Per ragioni appunto di salute, alla fine
della guerra passò a Moerzeke per riprendere le forze: in questo villaggio
isolato fu elemosiniere del convento per quattro anni (1918-1922) durante i
quali fu più spesso a letto che in piedi. L'interminabile malattia gli
concedeva molto tempo da dedicare alla preghiera, allo studio e alla
riflessione. Fu un tempo di grande interiorità. La relazione quotidiana con
Dio, alla scuola missionaria del Beato Grignon de Montfort, caratterizzata
dalla profonda venerazione di Maria, («che ha donato al mondo la Divina
Sapienza fattasi uomo e che è pure per il mondo il cammino del ritorno a Dio»),
non determinava soltanto il suo comportamento interiore verso Maria, ma lo
preparava pure alla tormentata epoca che si avvicinava, con le ferite del
marxismo e del materialismo.
Lo studio della teologia, con preferenza per
la mariologia, e delle scienze umane, particolarmente quella dell'educazione,
tratta dall'insegnamento e dalla vita dei Santi, fanno di Poppe un geniale
pedagogista di religione che, in un tempo record, attraverso le sue lettere e i
suoi scritti (fra gli altri «Eucharistisch
La piccola voce di Teresa divenne
definitivamente il suo «cammino interiore» e sulla scia di Teresa, Edward fece
a sua volta, come lei due anni prima della sua morte, nel 1° mese dell'anno
nuovo 1922, l'offerta di se stesso all'amore misericordioso del Signore. Questo
significò per lui la rinuncia totale alla sua volontà e l'abbandono totale alla
volontà del Padre, come egli l'avrebbe conosciuta dalla voce del suo direttore
spirituale.
Era là, a giudizio di Poppe, la conseguenza
ultima della «scorciatoia» che la sua santa prediletta aveva percorso prima di
lui e per la quale egli pregava ogni giorno la «preghiera infuocata» di
Grignon.
Ognuno trovava presso l'elemosiniere di
Moerzeke ciò di cui aveva bisogno. Là si pregava, si era incoraggiati,
riconfortati, guariti, indirizzati verso cammini di pace e di riconciliazione,
in una Fiandra divisa dai contraccolpi della guerra. Ma non era Poppe; era il
Maestro che si ascoltava per tornare a casa percorrendo un'altra strada.
3. La stima del Card. Mercier condusse don
Poppe a Leopoldsburg il 6 ottobre 1922. Vi fu nominato direttore spirituale
degli ecclesiastici di tutto il paese, che venivano a fare il servizio militare
al campo di Beverlo. Fu la terza ed ultima nomina. Poppe vi giunse in pieno
vigore e vi conobbe il suo tempo più felice. Fu il suo «Anno Miracolo». I
Cibisti - così furono chiamati gli ecclesiastici che facevano il servizio
militare al C(entro) I(struzione) B(arellieri) e I(nfermieri) - misero a
profitto la sua direzione collettiva (allocuzioni, conferenze, ritiri
spirituali) e il suo contagioso esempio. Lui stesso si nutriva del nutrimento
che presentava (cibando cibor). Oltre alla direzione spirituale personale Poppe
passava la maggior parte del suo tempo a scrivere per rispondere a lettere e
redigere articoli.
La prima parte della trilogia pedagogica «Il
metodo eucaristico» apparve all'inizio del 1924. Fu con «L'amico dei piccoli»
ed il suo opuscolo «Salviamo i nostri operai» che entrò definitivamente nel
mondo della francofonia. I saggi di catechesi e di liturgia erano pressoché
finiti, un trattato sulla mediazione era in preparazione.
Ma prima di tutto egli voleva annunciare la
Buona Novella. Concepiva il suo sacerdozio sulla traccia dei suoi Santi
preferiti. Già 40 anni prima del Concilio, grazie al fervido impegno in vari
apostolati e ad una sempre più profonda crescita interiore, don Poppe maturò e
visse, nel giro di circa 8 anni, quello che il Vaticano, «nel decreto del 7
dicembre 1965 su iuIl ministero e la vita dei sacerdoti, e Giovanni Paolo II,
nella sua Enciclica “La formazione dei sacerdoti per il nostro tempo” (1992),
auspicavano.
Viveva l'essenziale del ministero
sacerdotale come un carisma di annuncio della Parola di Dio, per mandato della
Chiesa, nella misura in cui i più alti gradi di intensità sacramentale di
questa Parola gli sono affidati (K. Rahner) o come un carisma di direzione che
realizza l'unità della Chiesa attraverso il servizio della parola, il servizio
dei sacramenti (in particolare dell'Eucaristia e della Confessione) e la
diaconia mutua e comunitaria (W. Kasper).
Benché obbediente - e talvolta fu difficile
- Poppe non esitava a segnalare al Cardinale i problemi che la più alta
autorità ecclesiale non vedeva: fra gli altri, le lacune dell'insegnamento
della religione, il dovere della gerarchia di vegliare sulla educazione alla
fede nelle scuole e le opere di apostolato, il non delegare ad altri la più
alta autorità, l'opporsi alla pressione morale sulla coscienza fiamminga
cercando anche di comprendere le associazioni studentesche contestatrici.
Quanti argomenti per le conferenze dei Vescovi! Poppe divenne pure l'apostolo
dei suoi confratelli, ma insieme l'apostolo del sacerdozio comune dei laici, di
tutti i fedeli (bimbi compresi) che chiamava alla santificazione ed
all'apostolato. Faceva appello al sostegno dei contemplativi e sognava un
rendimento apostolico accresciuto finché dei «consacrati senza abito religioso»
si immergessero nel mondo, fuori dai conventi.
All'inizio del 1924 l'angelo della morte
impedì improvvisamente a Poppe, in vacanza a Moerzeke, di tornare a
Leopoldsburg. Quando si furono calmate le violente crisi di angoscia davanti
alle morte e al Giudizio, Poppe lasciò serenamente il suo ministero, redasse il
suo testamento e presentò la sua vita al Signore per la santificazione dei suoi
confratelli. Il sogno della sua vita si realizzava.
L'11 aprile 1924 espresse così la sua
felicità ad un collega: «Fratello, è meraviglioso vivere così dipendente dalla
Madre, da essere trasformato in un altro Gesù nel suo seno di grazia!». Come da
Teresa Martin, Poppe aveva appreso a vivere, così poteva morire come lei
dicendo: «Io trovo buono tanto il morire quanto il vivere; questo significa che
se potessi scegliere, io preferirei morire. Ma poiché il Buon Dio sceglie per
me, io voglio ciò che Egli vuole. Faccio più volentieri quello che Lui
sceglie».
Poppe morì il mattino del 10 giugno 1924,
con gli occhi fissi sulla statua del Sacro Cuore, nella misericordia del quale
aveva posto la sua totale confidenza. Tutta la Fiandra era in lutto. Nella sua
lettera di condoglianze a mamma Poppe il Cardinale scriveva: «Cara Signora,
comprendo il vostro dolore, perché ho avuto la fortuna di conoscere colui che
Voi piangete. Non avreste potuto desiderare un figlio più affezionato e più
virtuoso. Egli portava Cristo non solo nella sua anima, ma anche nel suo
linguaggio e perfino nel suo comportamento; non si poteva entrare in contatto
con lui senza sentirsi
migliori. Il Sacro Cuore vi accordi la
grazia di accettare coraggiosamente questa prova. Da parte mia pregherò
certamente ed offrirò la Santa Messa per la sua intenzione; ma non esiterò ad
invocarlo perché ho la convinzione che vostro figlio sia santo e che il Dio
della pace già l'abbia accolto nella sua gloria. Gli raccomanderò la sua
Crociata eucaristica e la nostra cara gioventù del «C(entro) I(struzione)
B(arrellieri) e I(nfermieri)» di cui era la guida luminosa e l'amico
profondamente amato». D.J. Card. Mercier Arcivescovo di Malines.
GIUSEPPE MEES -
Arcivescovo titolare di Ieper
Prendiamo tre esempi per dimostrare
l'attualità del messaggio trasmesso dal sacerdote Poppe: 1) La centralità della
Eucaristia nella vita cristiana e nel ministero sacerdotale. Il santo Pio X è
stato il Papa che ha promosso in modo straordinario la vita eucaristica nella
Chiesa. Egli ha reso accessibile la santa Comunione anche ai fanciulli. Nella
spiritualità di Poppe la santa Messa è veramente il centro e la sua pedagogia è
fatta anzitutto per promuovere con parole e scritti, con la direzione
spirituale, questo apostolato eucaristico, centro della vita cristiana.
Purtroppo nei tempi presenti siamo immersi in tante attività di apostolato, in
tante iniziative di promozione sociale, che rischiamo di perdere di vista
l'Eucaristia come base dell'apostolato e del ministero sacerdotale nella
Chiesa. Il beato ci insegna anche come nella pratica e nella vita sacramentale
dei fedeli, a cominciare dai fanciulli, c'è sempre bisogno di
2) La devozione alla santissima Vergine,
vissuta in modo profondamente sentito e completo, fa parte integrante della
spiritualità di Poppe. La sua vita, la sua vocazione al sacerdozio, il suo
apostolato, sono intimamente uniti alla sottomissione filiale e gioiosa alla
Madonna; sulle orme di Luigi Grignion de Monfort, egli ha imparato a
consacrarsi interamente alla santa Vergine. Il Santo Padre Giovanni Paolo II
non perde occasione per sottolineare la centralità della devozione mariana
nella vita della Chiesa. La santa Vergine è veramente la «Madre della Chiesa»,
titolo che il Papa Paolo VI ha dato a Lei durante il Concilio Vaticano II.
Anche in questo aspetto della Chiesa postconciliare, troviamo Poppe come
precursore. Se la Chiesa vuole trovare la strada giusta da seguire, nella
evangelizzazione del mondo moderno, in questi tempi difficili e di continua
evoluzione, dev'essere un punto fermo ed indispensabile la devozione a Maria
santissima, Madre della Chiesa e di ogni cristiano.
3) La sua spiritualità. Esiste una evidente
similitudine tra la spiritualità di Poppe e quella di santa Teresa di Gesù
Bambino. Nel corso degli anni, la piccola carmelitana di Lisieux diventava
sempre più la santa favorita di Poppe: troviamo un perfetto parallelismo tra il
metodo di santificazione di s. Teresina «la piccola via» e ciò che Poppe
chiamava «il cammino scorciatoia» verso la santità. Adesso che la carmelitana
di Lisieux ha ricevuto il titolo di Dottore della Chiesa, è evidente che il
Papa e l'episcopato del mondo intero, sono convinti che la sua spiritualità sia
adatta al nostro tempo. La spiritualità di Poppe era parallela a quella di
santa Teresina: qualcosa dunque di valido anche per il nostro tempo e per la
generazione del terzo millennio
ARTHUR LUYSTERMAN -
Vescovo di Gent
Chi ha conosciuto Poppe ci ha raccontato che
tante persone, subito dopo la sua morte, avevano già espresso il giudizio che
era stato un giovane prete veramente santo. Tale reazione immediata è
importantissima; davvero può vedersi frequentemente nel caso di santi. La gente
si rende conto spontaneamente quando ha da fare a un santo. Edward Poppe non è
nato santo. Non fu protetto da fanciullo delle cose che passarono intorno a
lui. Conosceva il mondo anche cogli aspetti brutti e negativi. Neanche era
venuto al mondo col talento innato di essere un uomo totalmente offerto per gli
altri. Per conquistare questa virtù si è battuto. Ma aveva la ferma volontà di
diventare un santo, e voleva diventarlo rapidamente. All'età di 33 anni, molti
di quelli che l'avevano conosciuto credevano che in verità era già santo.
Poppe considerava la santità nel senso
originale: sono sante le persone e le cose vicine a Dio. Per conseguenza Iddio
gli occupava spesso la mente. Voleva sapere come avevano vissuto i grandi
santi. Una lettera, scritta nel 1923, cioè un anno prima della morte, ci scoprì
il suo pensiero sulla spiritualità. Eccone il contenuto: «La mia spiritualità? Di' piuttosto un'Ave Maria per me e non mi far
parlare della mia spiritualità! Che so io, fratello, se è benedettina o
ignaziana? Quel che so è che, abitualmente, cerco i fondamenti nel Vangelo e
nella Sacra Scrittura. Solo dopo l'azione constato se ha più di Sant'Ignazio o
di san Benedetto. Tutto quel che so dire è che essa vive umilmente unita alla
vita di Gesù Cristo nella sua Santa Chiesa e pienamente sottomessa a tutti
coloro per mezzo dei quali Nostro Signore ci dirige; che non cerca i suoi
elementi nelle cose straordinarie, ma nei doveri, nelle croci, nelle situazioni
in cui ci mette la Provvidenza di Gesù, hic et nunc, (in questo luogo e in
questo momento); che vuol portarci
semplicemente al più completo distacco interno ed esterno ed alla pura
conformità a Gesù, così da trasformarci in altrettanti Gesù, in fratellini
straordinariamente somiglianti a Gesù, viventi per Lui e in Lui, in tutti i
nostri pensieri, preghiere e azioni, soprattutto nella nostra carità verso i fratelli,
gli uomini tutti, amici o nemici; che in questa spiritualità l'altare sta al
centro, con sopra l'Agnello divino, come il Calvario col Crocifisso sta al
centro della storia... Dove stiamo meglio che con Maria, ai piedi della Croce,
in piedi con la Corredentrice, dissetando all'altare l'anima nostra, nutrendo
il nostro spirito con l'Ostia?Quando potremo in piena e perfetta unione di
desideri, d'amore e di disposizioni con Maria, bere a larghi e dolcissimi sorsi
alla sorgente di energie costituita dalle piaghe di Gesù? Fratello carissimo,
non chiedermi più un nome per la mia spiritualità: non ho mai preteso di averne
una speciale. Benedettina nel senso che intendi tu, no, non lo è affatto.
Ripeto: pietà sentimentale in nessun modo, ma vita di fede e vita di amore. Si
appoggia di preferenza sulla fiducia, perché ne deriva una maggior generosità
per morire del tutto a se stesso, in Gesù. Lo trovo nel modo più intimo in
Grignion di Montfort, negli scritti sulpiziani e di S. Francesco di Sales.
Anche il metodo di Sant'Ignazio si trova, in forma semplificata, nel mio
insegnamento circa l'esame di coscienza, la meditazione, ecc. Devo aggiungere
che mi è impossibile indicare in tutto ciò la minima particella che mi
appartenga esclusivamente, e che non si tratta di una inmiali(?)
spiritualità.
Col distacco di tre quarti d'un secolo,
questo stile di scrittura e di vita appare passato, anzi antiquato. Ma siamo
chiari: soltanto lo stile! La santità mantiene lo stesso carattere attraverso
tutti i tempi. Nella fede cristiana, un santo è qualcuno che può dimenticare se
stesso in modo di aprire tutto lo spazio interno e
Il segreto di Poppe ebbe le sue
radici nel desiderio di compiere la volontà di Dio nel modo più perfetto
possibile, secondo l'esempio di Gesù e Maria e sulle orme dei santi Così come
Gesù entrò nel mondo tramite e grazie a Maria, anche noi dobbiamo rinascere dal
suo grembo misericordioso di Maria. I santi
ci mostrano come questa rinascita possa
avvenire. Per Poppe i santi il cui esempio seguire furono Agostino, Francesco
d'Assisi, Francesco di Sales ed i beati (ora santi) Grignion di Montfort,
Teresa
Già da bambino, Poppe fu familiare con la
società pluralistica: il padre fu seguace di Daens; il suo unico zio, tutore
della famiglia dopo la morte del padre (1907), fu liberale e presidente della
fondazione Willems; la sua unica cugina fu moglie del fondatore del partito
socialista di Temse.
Egli conobbe i capi del movimento sociale e
pedagogico fiammingo. S'impegnò per la conciliazione fra le diverse tendenze
all'interno del movimento fiammingo dopo la prima guerra mondiale. Propose un Tentativo di Soluzione Pratica nel
conflitto fra movimento studentesco e gerarchia. Contestò gli abusi nella
chiesa e nella società. Mantenne innumerevoli contatti con sacerdoti nelle
Fiandre, in Vallonia (più di cento) e nei Paesi Bassi (Breda, Haarlem, Meersen,
Nijmegen, Tilburg). Poppe fu sensibile ai segni del suo tempo. Ma fu anche
anima proiettata al futuro.
Egli previde la crisi nella Chiesa e nella
società a causa del dilagarsi del marxismo, materialismo e secolarismo. Egli
denunciò le lacune nella scuola cattolica e nell'insegnamento religioso ed
esortò l'Episcopato a prendersi cura dell'educazione alla fede senza
abbandonarla.
Vivendo così intensamente il suo sacerdozio,
Poppe riuscì in soli otto anni a superare la teologia e spiritualità
sacerdotali del suo tempo ed aprì la strada ad una visione del sacerdozio e
della liturgia in cui viene considerato il Cristo intero, in armonia con il
Vaticano II. Egli visse l'essenza del sacerdozio ministeriale come un carisma
di predicazione della parola di Dio per incarico della Chiesa, in modo tale che
gli furono confidati i poteri sacramentali di questa parola nella forma più
elevata (K. Rahner) o come un carisma di guida che concretizza l'unità della
Chiesa tramite il culto della parola, il culto dei sacramenti (in particolare
l'eucaristia e la confessione) e la diaconia reciproca e comune (W. Kasper).
Poppe diventò non soltanto l'apostolo dei
suoi confratelli, ma del sacerdozio comune dei credenti (bambini inclusi) che
invitò all'autosantificazione ed all'apostolato.
Egli fece appello al sostegno dei
contemplativi e sognò un rendimento apostolico superiore, se i religiosi si
sarebbero impegnati nel mondo. La pastorale giovanile, l'apostolato nel proprio
ambiente, la Chiesa dei poveri furono per lui obiettivi prioritari che devono
tenere acceso il fuoco degl'inizi nella Chiesa di oggi. Edward Joannes Maria Poppe,
riconobbe la priorità della coscienza formata cristianamente e l'autonomia dei
valori terrestri che soltanto con il Vaticano II vennero professati
ufficialmente dalla Chiesa.
Nel 1986, dopo accurato studio della sua
vita e dei suoi scritti, con tante testimonianze di indiscussa autorità, fu
dichiarato servo di Dio. Mancava soltanto il miracolo per procedere alla
beatificazione. Come fu il caso per il beato P. Pio anche per Poppe si direbbe
che il diavolo ha fatto di tutto per ostacolare questo ulteriore requisito e
per ritardare in tal modo il momento che il sacerdote belga, dichiarato
ufficialmente beato, potesse essere presentato al clero diocesano come un
modello di vera vita sacerdotale nel mondo moderno. Finalmente, dopo tanti
fatti miracolosi che per l'una o l'altra ragione dovevano essere scartati,
venne alla luce la miracolosa guarigione completa, pronta e duratura della
bimba Godelieve Delanghe da tubercolosi polmonare, malattia giunta ad uno
stadio che le possibilità di guarigione erano minime. Era l'anno 1928 e la
medicina nel campo della TBC non aveva ancora fatto gli enormi progressi che
conosciamo ai nostri giorni. Inoltre non c'era alcun dubbio per l'intercessione
del Servo di Dio perché la grazia fu proprio ottenuta pregando sulla tomba del
candidato alla beatificazione. Dopo approfondito studio il miracolo fu
approvato dalla consulta medica, dai teologi e poi dalla riunione dei Cardinali
e Arcivescovi della Congregazione delle cause dei Santi. Nel 1998 la causa ebbe
il suo felice epilogo con il decreto e l'approvazione del Santo Padre. Come
abbiamo detto, il 3 ottobre Sua Santità procederà alla celebrazione ufficiale
della beatificazione.
G.M.
(C) L'OSSERVATORE
ROMANO Domenica 3 Ottobre 1999
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