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Questa emula di S. Maria Goretti (+1902) nella difesa della propria verginità nacque a Stalle di Fiobbio, alle falde del Monte Misma (m. 1160), nel comune di Albino (m. 347) (Bergamo), primogenita di nove figli che Rocco, emigrato in Francia, e poi guardiano notturno dello stabilimento della SIAMA di Albino, ebbe da Sara Noris, impiegata pure lei ad Albino nello stabilimento di proprietà di Milly Honegger, di religione protestante. Al fonte battesimale le furono imposti i nomi di Pierina ed Eugenia. Dopo la sua nascita i genitori si stabilirono nel piccolo rustico, senza acqua e senza luce, chiamato "Polveriera", toccato in sorte al signor Rocco, al momento della divisione ereditaria. E il luogo in cui Pierina si santificò sotto la guida della mamma, donna di poche parole e di "antico stampo", dalla quale imparò molto presto a pregare, a ubbidire e a sbrigare le faccende domestiche.
La beata a sei anni fu ammessa dal parroco alla cresima, che ricevete ad Albino per le mani di Mons. Adriano Bernareggi (+1953), vescovo di Bergamo e, a sette, alla prima comunione perché l'aveva trovata ben preparata ai due sacramenti. Oltre che dalla scuola di catechismo, Pierina ricavò pure molto profitto dalle prime quattro classi delle elementari che frequentò a Fiobbio, e dalla quinta che frequentò ad Albino presso le Figlie del S. Cuore benché distasse quattro chilometri dalla sua casa e dovesse raggiungerla a piedi, percorrendo la mulattiera chiamata "Dosso Oltreserio". Al termine delle elementari le sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma dovette interromperli per aiutare la famiglia che cresceva di numero e che versava in tristi condizioni economiche a causa dell'infermità che aveva colpito il padre. Essendo stato dimesso dalla ditta, questi si vide costretto a coltivare soltanto i pochi ettari di terreno e di bosco che aveva ereditati.
Per essere di aiuto alla famiglia, Pierina imparò a fare la sarta da donna e da uomo tanto da essere in grado di provvedere alle necessità di tutti i familiari. Personalmente non aveva esigenze. Difatti portava i capelli a crocchia, indossava abitualmente un grembiule nero, calze spesse fatte a mano, e invece di scarpe faceva uso di zoccoli di legno anche quando si recava in chiesa per ascoltare la Messa e fare la comunione nonostante le proteste di qualche zia. Per questo da alcuni era chiamata "la povera ciabatta", ma ella non se ne curava perché sapeva che la gente per bene del paese lodava la sua modestia nel vestire e nel camminare. Era anche parca di parole. Se veniva interrogata rispondeva sorridendo, a voce sommessa, come se temesse di farsi sentire. Non parlava mai di se stessa e nascondeva con cura il bene che faceva.
Per interessamento della nonna a quindici anni Pierina trovò impiego come tessitrice ad Albino, presso il cotonificio Honegger che dava lavoro a 1500 operaie. In quel tempo il suo stipendio costituiva l'unica entrata sicura per la famiglia. Per guadagnare qualche lira in più, la mamma teneva a balia presso di sé cinque o sei bambini di famiglie amiche.
Ciononostante, quando lei o la sua primogenita si recavano a fare acquisti nelle botteghe del paese di solito non erano in grado di comperare altro che pane e pasta, taleggio e aringhe salate. Anziché lamentarsi delle ristrettezze economiche, Pierina si limitava a dire: "È il Signore che vuole così". E quando le amiche le confidavano i loro dispiaceri faceva loro animo dicendo: "Una croce c'è per tutti".
Quando nel cotonificio la beata era di turno alle ore 14, si alzava molto presto la mattina per giungere in tempo con la mamma alla messa parrocchiale delle 5.30, fare la comunione e un po' di meditazione. Finché visse fu sempre fedele al primo venerdì del mese, fece le novene in preparazione alle feste della Madonna e insegnò alle sorelle come fare in onore di lei "fioretti" nel mese di maggio, specialmente dopo che nell'atrio della loro casa era stata posta una bella statua dell'Immacolata davanti alla quale ogni tanto indugiava per pregarla che l'aiutasse a conservare intatto il giglio della sua verginità. Amava ripetere sovente, in dialetto, con grande fiducia: "O Maria, Madre di Gesù, fateci santi". Oppure: "Gesù, Maria, vi amo. Salvate anime". Pregava senza dare nell'occhio e senza assumere arie da fastidiosa bigotta.
In casa Pierina, di ritorno dalla chiesa o dallo stabilimento, lavorava per quattro. Poiché cresceva piena di salute si comportava verso i suoi familiari come la serva di tutti, tanto nei lavori più gravosi quanto nei servizi più umili. Non le rimaneva quindi tempo da dedicare ai passatempi sia perché abitava lontano dal paese e sia perché, oltre che badare ai fratellini e ai bambini presi a balia, c'erano i vestitini da confezionare per loro. Pierina non faceva distinzione tra le varie occupazioni perché era convinta che "il lavoro è preghiera" e che, eseguendolo con retta intenzione, si compie la volontà di Dio. Sua unica preoccupazione era quella di vivere per il Signore. La mamma si serviva di lei per sorvegliare e correggere le sorelle più piccole, ma esse sovente le si ribellavano chiamandola "scema". Anziché adontarsene un giorno disse al fratello: "Anche se mi prendessero a schiaffi, io ringrazierei". A nessuno dava occasione di litigare. Quando tra fratelli e sorelle sorgevano contrasti faceva immediatamente opera di pacificazione. Pur di vederli felici era disposta a cedere in tutto e ad assumersi anche le colpe degli altri. Se le capitava di compiere qualche malestro, esclamava confusa: "Sono una buona a nulla... una lazzarona!".
Finché visse la beata non mancò mai alle funzioni religiose in parrocchia. La domenica vi scendeva di buon mattino per assistere alla Messa, fare la comunione e sostare a lungo in adorazione davanti al SS. Sacramento. Nel pomeriggio vi tornava per insegnare il catechismo ai bambini, prendere parte ai Vespri, riordinare la chiesa e adornare di fiori l'altare sotto la guida del parroco, Don Antonio Savoldi, suo confessore, e di Suor Giacomilde Bormolini, delle Poverelle dell'Istituto Palazzolo di Bergamo, direttrice dell'asilo. A quindici anni volle fare parte delle zelatrici per le missioni. Riteneva, difatti, una cosa molto bella andare nelle terre dei non credenti, "salvare un'anima e poi morire". Volle pure farsi soda dell'Opera San Gregorio Barbarigo, istituita allo scopo di esortare i fedeli ad aiutare i seminaristi poveri. Più di una volta fu vista aggirarsi tra le case del paese con un sacco in spalla per questuare castagne a loro favore.
A sedici anni, Pierina fu scelta dal parroco quale delegata dell'Azione Cattolica per le Piccolissime.
Tutti i sabati faceva loro una conferenza e parlava loro con tanta convinzione e proprietà da trattenerle a lungo nonostante la loro vivacità. Un sacerdote che la udì discorrere non potè fare a meno di dire a un confratello: "Si vede che quella figliuola ha delle comunicazioni con Dio perché, quando parla, ha parole di scienza celeste". E dire che, quando si trattava di sceglierla, Don Salvatore Pirovano, viceparroco, che conosceva Pierina soltanto dall'esterno, aveva raccomandato a Suor Giacomilde: "La lasci stare; è una del 1600".
Quando Pio XII fece sapere al mondo che il 2 7-4-1947 avrebbe beatificato Maria Goretti, Pierina, che si sentiva attratta potentemente dalla martire della purezza, chiese e ottenne dalla madre il permesso di prendere parte dal 25 al 30 aprile, al pellegrinaggio organizzato per l'occasione dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica di Bergamo, in qualità di Delegata delle Beniamine. Non disponendo di un vestito e di scarpe proprie se li fece imprestare da un'amica. Nel viaggio si comportò con tanta modestia che le compagne di gruppo la chiamarono subito "l'angelotto". Nel visitare le basiliche romane, nel vedere per la prima volta il papa in S. Pietro, nell'udirlo esaltare la virtù della castità, alla beata parve di "essere come in paradiso". Quando ritornò a Fiobbio portò ai fratelli la vita di Maria Goretti. Nell'esortarli a leggerla ripeteva sempre: "Anche a me piacerebbe fare la sua fine". Per sé comperò un bel quadro della martire, lo collocò accanto al letto e vi tenne acceso davanti un piccolo lume. Molti anni dopo una giovane che lavorava con lei nello stabilimento di Albino le andò a fare visita. Alla vista della vecchia immagine della Goretti le chiese perché la conservava. Le rispose: "Io per Maria Goretti ho una devozione speciale. Che gioia fare la sua fine". Le obiettò: "Sei matta? Ti ammazzano!". Concluse il discorso dicendo semplicemente: "Tanto più presto vado in paradiso".
Verso i sedici o i diciassette anni Pierina cominciò a dire al fratello mentre si recava con lui in chiesa per la messa domenicale: "Sento una grande attrattiva per la vita religiosa e missionaria. Non mi piace restare nel mondo perché sento il bisogno di pregare e di sacrificarmi per la conversione dei peccatori". Parecchie Congregazioni religiose l'avrebbero ricevuta a braccia aperte. Personalmente la beata sentiva propensione per le suore delle Poverelle di Bergamo, ma i genitori la supplicarono ripetutamente ad avere pietà della loro povertà. Temendo di andare contro la volontà di Dio, dopo essersi consigliata con il confessore, decise di restare nel mondo dichiarando: "Posso farmi santa senza andare in convento". E si impegnò ad esercitare le comuni virtù in modo fuori dell'ordinario con gioioso equilibrio, spontaneità e continuità.
Certe settimane alla beata toccava prendere servizio nello stabilimento di Albino alle sei della mattina. Allora si alzava da letto, anche d'inverno, alle quattro per potere giungere in tempo ad Albino per fare una visita al santuario della Madonna del Pianto e andare a fare la comunione nella chiesa parrocchiale. Se i genitori o le compagne di lavoro la esortavano a dormire un po' di più, dal momento che, in mezz'ora, avrebbe potuto scendere a piedi dal monte Misma a valle seguendo la mulattiera di Dosso Oltreserio, che si snodava solitaria tra castagneti e capricciose asperità, ella rispondeva loro: "Non posso stare un giorno solo senza comunione. Senza Gesù nel cuore non posso vivere. Quando al mattino mi sono comunicata non ho più paura, mi sento forte". Un giorno giunse ad Albino con le calze in mano perché pioveva. A Suor Giacomilde che le espresse la sua meraviglia rispose: "Se posso rubare qualche Messa in più sono felice, perché quando ho ascoltato la Messa ho guadagnato la mia giornata". A chi le chiedeva come faceva alla luce di una lampadina elettrica reggersi sui sentieri ghiacciati della località detta la "Cedrina" confidava: "Scendo a piedi nudi e vado di corsa". Si rimetteva le calze prima di entrare in chiesa, ma si toglieva gli zoccoli di legno e li teneva in mano quando si accostava alla balaustra per fare la comunione onde non disturbare i presenti. Anche d'estate Pierina giungeva in paese con le solite calze molto spesse. Se qualcuno le faceva notare che erano fuori stagione rispondeva: "Bisogna pure fare un po' di penitenza".
L'assistente tessile del reparto in cui lavorava Pierina parlava di lei come delle operaie più nemiche dell'assenteismo, più diligenti sul lavoro e più gentili con tutti e, nello stesso tempo, come di una testimone aperta e convinta della propria fede. Difatti, appena veniva dato il segnale dell'inizio del lavoro, prima di avviare il telaio faceva il segno di croce e, durante il lavoro, dal movimento delle labbra si deduceva che faceva uso frequente di pie giaculatorie. Durante la mezz'ora di riposo che, alle ore 10, veniva concesso a tutte le operaie, Pierina consumava la sua piccola refezione, oppure, invece di assumere atteggiamenti di critica o di contestazione insieme alle colleghe di lavoro, si recava a pregare nella chiesetta che sorgeva accanto all'infermeria affidata alla custodia delle Ancelle della Carità. Quando alle quattordici faceva ritorno alla Polveriera, con chi le faceva compagnia recitava il rosario e diceva le preghiere in onore della Madonna venerata nella zona sotto diversi titoli. Talora eccedeva ed allora le amiche se ne lamentavano. Pierina si scusava dicendo: "A me piace tanto pregare; non smetterei mai".
Durante il lavoro Pierina subì due infortuni per cui dovette essere ricoverata nell'infermeria, una prima volta dal 9 marzo al 10 aprile 1946, per ferita ed ematoma alla gamba destra causati dalla rottura di una molla del suo telaio e, una seconda volta, dall'8 al 21 maggio, per una lesione tendinea alla regione tènar destra (flessore lungo del pollice). Fu allora che venne a conoscenza del P. Luciano Mologni, cappuccino, cappellano dell'infermeria del cotonificio. Le piacque il suo modo di confessare. Per questo fino alla morte volle affidargli la direzione della sua anima. Quando, nel 1949, dal convento di Albino il religioso fu trasferito a quello di Bergamo, una volta al mese la beata andava a rendergli conto in confessionale dell'anima sua. Fu P. Luciano che le permise di emettere privatamente prima il voto di castità, e poi anche quelli di ubbidienza e povertà, dal momento che per necessità familiari era costretta a fare "la suora in casa", Ogni anno li rinnovava nelle due solennità a lei più care: la Pentecoste e l'Immacolata. Nel processo canonico della sua diretta P. Luciano affermò: "In me suscitava meraviglia la semplicità, il candore di quella brava ragazza che, nella pratica della virtù, mi appariva straordinaria. Il suo spirito praticamente non incontrava ostacoli nel cammino spirituale perché li sapeva superare quasi con naturalezza".
Le più intime compagne di lavoro della beata, sempre inquiete riguardo al loro avvenire, ogni tanto le chiedevano: "Come fai, Pierina, ad essere sempre così contenta?". Senza batter ciglio rispondeva loro; "Posseggo Dio, nulla mi manca". Si sa che in cima a tutte le aspirazioni delle ragazze c'è la preoccupazione di un buon matrimonio. Se qualche curiosetta chiedeva a bruciapelo alla beata: "Ma a te i giovanotti non piacciono?", Pierina abbassava gli occhi e poi, rossa in volto, rispondeva decisa: "Io dei giovanotti non so che farne".
La beata non possedeva particolari doti di bellezza da attirare lo sguardo dei giovani su di sé. Eppure ad Albino c'era un certo Giuliano Schena, ventenne disoccupato, montatore elettricista ben noto ai carabinieri, megalomane e impenitente donnaiolo, figlio di genitori separati, il quale concepì il diabolico disegno di trascinarla nel fango, anche perché i cattivi compagni, bighellonando nei giardini pubblici con lui, un giorno, vedendo passare la Morosini davanti a loro, lo provocarono dicendo: "Se sarai capace di farla a quella lì, ti daremo £. 5000".
Tre settimane prima della morte lo Schena avvicinò, una decina di volte per strada Pierina mentre, al termine del suo turno di lavoro, faceva ritorno a casa. Ogni volta le fece perverse proposte di amore, ma la beata gentilmente se ne schermì adducendo il motivo che tra loro la differenza di età era troppo grande e che lei non si sentiva portata a un simile genere di cose. Nel piovigginoso pomeriggio del 4 aprile 1957 la inseguì, non visto, sulla mulattiera del Dosso Oltreserio con il preciso turpe intento di piegarla alle sue voglie. Nel punto in cui la mulattiera è intersecata dal sentiero che dalla parte superiore delle Cave Italcementi scende a valle, lo Schena uscì allo scoperto, si pose al fianco di Pierina che, appena lo vide, aveva accelerato il passo.
La beata domandò allo scapestrato che cosa era venuto a fare. Le rispose che, avendole promesso di vederla ancora, intendeva mantenere la parola data. Le rinnovò, quindi, con insistenza, le sue proposte di amore, ma la beata lo esortò a tornare a casa. Quando vide che le sue parole cadevano nel vuoto, immediatamente fece ricorso ad argomenti religiosi. Dopo aver percorso accanto a lei una trentina di metri in una zona alberata, la baciò. Pierina reagì a quel gesto cercando di dargli uno schiaffo. Subito dopo affrettò il passo su per l'erta della montagna, ma il tentatore la inseguì fin dove il sentiero ritornava ad essere pianeggiante. Avvistato un cespuglio posto a cavallo del sentiero l'afferrò per un braccio e ve la spinse dentro. Pierina a quel gesto afferrò per terra un sasso del peso di oltre un chilo, a forma di triangolo isoscele, e cercò di scagliarglielo contro. L'aggressore, infuriato, con rapida mossa le trattenne il braccio, le tolse il sasso dalla mano destra e, dopo averle fatto compiere un giro su se stessa, per reazione la colpì violentemente alla nuca. La beata, stordita e traballante, cercò di portarsi fuori del cespuglio mormorando ogni tanto: "Giuliano, fai peccato, offendi il Signore, prega per me".
Dopo una ventina di passi l'assassino, preso da furore, la colpì altre quattro o cinque volte alla nuca con lo stesso sasso. Pierina cadde a terra senza emettere un lamento. Prima di entrare in coma disse al tentatore: "Guarda in tasca, c'è un crocifisso e chiedi perdono dei peccati che stai facendo". Irritato da quelle parole, Giuliano prese il crocifisso e lo gettò via. La martire gli sussurrò dolcemente: "Giuliano, io ti perdono". Furono le sue ultime parole. Per tutta risposta il miserabile la deflorò violentemente, ma per lo stato di agitazione in cui si trovava, non riuscì a completare l'atto sessuale e neppure giunse alla eiaculazione, nonostante altri atti di libidine compiuti sul corpo della martire la quale, immersa in un coma irreversibile, roteava soltanto al testa da destra a sinistra.
Dopo circa mezz'ora lo Schena abbandonò la presa e, per altro sentiero, fece ritorno a casa senza immaginare che era stato visto sulla mulattiera da un boscaiolo e da alcuni operai della Italcementi. Reo confesso, il 10-5-1960 fu condannato dalla corte di Assise e di Appello di Brescia a dieci anni e undici mesi di reclusione per omicidio preterintenzionale. Della sua vittima affermerà: "Pierina era una donna di fede... Aveva una forza superiore alla mia".
Pierina fu trovata riversa sul sentiero dal fratello Santo, a 500 metri da casa, mentre si dirigeva al convento dei Cappuccini per confessarsi essendo il giorno dopo il primo venerdì del mese. Sul posto accorse il medico, il maresciallo dei carabinieri, Don Salvatore Pirovano, succeduto come parroco a Don Antonio Savoldi, e suor Giacomilde. Costei affermò nel processo: "Pierina giaceva sul sentiero sul fianco sinistro con il braccio destro aperto, con il velo vicino alla testa, a fianco la borsa con una mela e un pane bianco e presso i piedi gli zoccoli. Era ben composta. Smaniava quasi volesse allontanare qualcuno ed emetteva piccoli lamenti. Io la chiamai, mi feci riconoscere dalla voce, cercai di tranquillizzarla e notai che Pierina si acquietava.". Al collo portava un crocifisso e parecchie medaglie sospese a un cordoncino. Don Pirovano, dopo che Suor Giacomilde pulì alla morente le mani e la nuca, imbrattata di sangue, e la liberò dal cibo che aveva rigettato, le amministrò la santa unzione convinto che si trattasse soltanto di una fatale caduta. I compaesani, invece, salutarono subito in lei una martire della purezza. Un mese prima non aveva ella detto al fratello: "Io, piuttosto di commettere un peccato, mi lascerei uccidere"?
Pierina fu trasportata a valle adagiata sopra un materasso, legato a una scala a piuoli. A Trinità, frazione ai piedi del monte Misma, fu caricata con la mamma in lacrime sopra una autoambulanza e trasportata all'ospedale maggiore di Bergamo dove morì due giorni dopo, il 6-4-1957, senza aver ripreso conoscenza. Il Primario ostetrico ginecologo, Prof. Piero Bailo, che la visitò alla vigilia della morte, ha attestato che la giovane ventiseienne, "ha subito violenza carnale quando, però, sicuramente era incosciente: a) per lo stato comatoso determinato dalla proegressa frattura cranica; b) per assenza assoluta sul corpo dei segni caratteristici di chi, capace di intendere e di volere, oppone resistenza in casi del genere".
I funerali di Pierina Morosini riuscirono un trionfo. Sul luogo del suo martirio Don Pirovano fece erigere, a ricordo, una croce e il busto della martire. Dal 9-4-1983 le reliquie di lei sono venerate nella chiesa parrocchiale di Fiobbio (Bergamo). Giovanni Paolo II ne riconobbe il martirio il 3-7-1987 e la beatificò il 4-10-1987.
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 99-108.
http://www.edizionisegno.it/
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