BB. BRAULIO MARIA CORRES, FEDERIGO RUBIO (+1936) e altri 74 MARTIRI

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Durante la guerra civile spagnola, fu effettuata una delle più grandi persecuzioni religiose della storia della Chiesa; la guerra fra i rivoltosi rossi al governo e la destra del Generale Franco, procurò centinaia di migliaia di morti, e giacché si vedeva nella Chiesa un nemico dei marxisti rivoluzionari, si passò ad uccidere indiscriminatamente chiunque fosse un religioso o un sacerdote, uomo o donna, parroco o contemplativo. Fra Braulio e fra Federico e gli altri confratelli martiri, appartengono tutti all’Ordine di s. Giovanni di Dio cioè dei Fatebenefratelli, tutti dediti alla cura degli ammalati e dei feriti negli ospedali, rimasti al loro posto nonostante la bufera che si avvicinava e che non avrebbe rispettato nemmeno il bene che professavano. Sono stati beatificati da papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992.

Il 14-5-1991 Giovanni Paolo II ha riconosciuto il martirio di 76 religiosi dell'Ordine Ospedaliere di San Giovanni di Dio o Fatebenefratelli, uccisi in odio alla fede all'inizio della guerra civile spagnuola (1936-1939). Di essa si ebbero i prodromi quando fu proclamata la repubblica ( 14-4-1931) senza nessuna opposizione da parte della Chiesa. Ciò nonostante vennero bruciate 200 chiese, espulsi alcuni vescovi, sottomesse allo stato tutte le confessioni religiose, laicizzata la nuova costituzione, approvata la legge contro gli Ordini e le Congregazioni religiose. Il 16-2-1936 fu sciolto il parlamento, si tennero nuove elezioni e il Fronte Popolare trionfò.
Presidente della Repubblica fu nominato l'anticlericale Manuel Azana (+1940). Sotto la spinta di Associazioni, Federazioni e Leghe di estremisti si ebbero fino al 18-7-1936 13 scioperi generali e 218 parziali e, in vari convegni, fu proibita qualsiasi forma di culto esterno. Il 6 giugno dello stesso anno alle cellule comuniste fu imposto l'ordine di eliminare i generali dell'esercito. Il 16 giugno il deputato monarchico Calvo Sotelo, alle Cortes riunite, rivelò che erano stati incendiati 284 edifici, distrutte 171 chiese e assassinate numerose persone. Il 13 luglio egli stesso fu ucciso. Il 18 dello stesso mese, per riparare a tanto sfacelo, alcuni generali, tra cui Francisco Franco Bahamonde ( 1892-1975), diedero il via all'insurrezione militare che si estese dal Marocco alla Spagna occidentale con l'appoggio dei monarchici, dei cattolici, delle Falange fascista di Primo de Rivera, del Portogallo, della Germania e dell'Italia. La guerra fu convertita dai marxisti in una satanica persecuzione religiosa. Provocherà, difatti, oltre la distruzione di centinaia e centinaia di chiese, la morte di 4033 sacerdoti del clero secolare, di 2333 religiosi, di 267 religiose, di 12 vescovi e di un amministratore apostolico.
Pio XI, da Castelgandolfo, il 14-9-1936 ne denunciò vigorosamente i soprusi di fronte a un folto gruppo di profughi spagnuoli. Tra l'altro disse: "Tutto venne assalito, manomesso, distrutto nei più villani e barbari modi, nello sfrenamento tumultuoso, non più visto, di forze selvagge e crudeli tanto da crederle impossibili, non diciamo con l'umana dignità, ma con la stessa natura umana, anche la più miserabile e più in basso caduta".
Tra i 76 Fatebenefratelli martiri figurano anche 15 religiosi che appartenevano al Sanatorio Marittimo di Calateli (Tarragona), destinato a 60 fanciulli rachitici e scrofolosi, che i Fratelli mantenevano andando ogni giorno alla questua. Quattro giorni dopo l'insurrezione, nella tarda serata, i miliziani trasportarono tutti i mobili della chiesa di Calateli sulla piazza e diedero loro fuoco. Malgrado i tristi segni premonitori, i Fatebenefratelli avevano sperato che la loro comunità sarebbe stata preservata dalla devastazione se non altro per la carità da essa esercitata verso i poveri infelici. Il loro superiore generale, il 4-4-1936, aveva difatti disposto con lettera ai Provinciali di Spagna: "I nostri religiosi non abbandonino l'assistenza degli infermi fino a quando le autorità non se ne assumono l'incarico. Vestano da secolari, se così viene consigliato dalla prudenza, ma stiano al capezzale degli infermi fino a quando forza maggiore non imponga di abbandonarli. Questo, in alcuni casi, dato lo stato di anarchia dominante, sarà eroico, ma così c'impone un sacro dovere".
Un delegato del governo regionale della Catalogna rassicurò i Fratelli che non sarebbe accaduto loro nulla di male. Il Sanatorio, però, fu occupato, perquisito e spogliato di tutte le sacre immagini. I miliziani impedirono ai religiosi di fare recitare ai bambini le solite preghiere. Facendosene beffe, dissero ai piccoli infelici che, quando i Fratelli se ne sarebbero andati, avrebbero dato ad essi da mangiare pollo tutti i giorni, che tutte le domeniche nella chiesa li avrebbero rallegrati con rappresentazioni cinematografiche e che, la mattina, sarebbero stati svegliati al grido di "Dio non esiste". Conducendoli disordinatamente a spasso per gli orti e per le vigne, insegnavano loro ad alzare il pugno chiuso al canto di inni rivoluzionari.
In una ispezione fatta al noviziato la sera del 24 luglio, i miliziani ingiunsero agli aspiranti alla vita religiosa di uscire dalle loro celle con le mani alzate, e promisero loro che, prima avrebbero rotto e bruciato tutto ciò che si trovava in chiesa, e poi che li avrebbero fucilati. L'anarchico, che montava la guardia all'ingresso del noviziato, li apostrofò: "Parassiti!, che mangiate senza lavorare. Ah, banditi! Ora sì che siete sistemati!". Il 30 luglio, giorno del martirio, i sei professi e i 19 novizi dei Fatebenefratelli del Sanatorio dopo pranzo furono ammassati in portineria, spogliati degli oggetti religiosi che possedevano e forniti di 10 pesetas. Per assistere e curare i bambini di cui i "rossi" erano incapaci, in seguito al suggerimento dei superiori, rimasero 4 religiosi e 4 novizi.
In mattinata, prestissimo, i Fratelli, presentendo che sarebbero stati fucilati, benché i miliziani avessero dato loro a intendere che avrebbero loro permesso di partire in treno per Barcellona, nella cappella del noviziato avevano preso parte alla Messa e si erano comunicati sotto forma di Viatico dopo che il B. Braulio Maria Corres, maestro dei novizi, nato nel 1897 a Torralba del Rio (Navarra), aveva rivolto loro una fervorosa esortazione a subire il martirio. "O amatissimi fratelli! Quale fortuna la nostra, se il Signore ci concedesse tanta felicità! E chi vorrà rifiutarla, se in questi momenti pare che ci conducano come in trionfo a un epilogo così glorioso? Animo e avanti, fino al martirio, se sarà necessario".
I Fratelli si divisero in due gruppi: quello che stava alle dipendenze del B. Fra Giuliano Carrasquer, Priore, nato nel 1881 a Sueca (Valenza), si diresse alla stazione di San Vicente, un paese a 4 chilometri di distanza; quello che stava alle dipendenze del P. Maestro si diresse alla stazione di Calateli. Entrambi i gruppi erano seguiti da miliziani armati.
A Calafell, non essendoci treni in partenza fino alle 15, i religiosi ebbero modo di recitare passeggiando, il rosario e il Vespro della B. Vergine. Poi, mentre stavano per recarsi alla stazione, furono affrontati da due miliziani che chiesero loro conto del B. Fra Costanza Roca, nato nel 1895 a San Sadurnì de Noya (Barcellona). Il ricercato si fece avanti dicendo: "Sono io. Desiderano qualche cosa da me?". I miliziani esclamarono: "Buona pezza è costui: non per niente voleva fuggire". Gli ordinarono di mettersi in cammino davanti a loro. Giunti a un ponte che si ergeva sopra una rotaia lo fucilarono alle spalle. Il martire cadde a terra. Essendo rimasto soltanto ferito, fino a sera gemette in attesa che qualcuno gli portasse un sorso d'acqua. Fu soccorso proprio da alcuni fanciulli del Sanatorio che passavano da quelle parti, e lo udirono perdonare i suoi nemici e pregare per la loro conversione. I miliziani, appena seppero che era rimasto vivo, si recarono sul posto e lo finirono.
Verso le ore 16 giunse a Calafell un camion con uomini armati i quali imposero ai religiosi di non muoversi dalla stazione. Poco tempo dopo dissero loro: "Dato che non avete salvacondotto perché vi si possa dare il biglietto per recarvi a Barcellona, è necessario che veniate a San Vicente, dove lo riceverete". Colà giunti, furono caricati con gli altri confratelli sopra un camion e portati via. Giunti sulla piazza di Vendrell, paese a pochi chilometri da Calateli, furono fatti scendere tra gente scalmanata.
Il B. Fra Benedetto Labre Manoso, nato nel 1879 a Lomoviejo (Valladolid), appena si accorse che la chiesa era stata profanata, gridò: "Viva Gesù Sacramentato!". La folla urlò: "Chi è questa canaglia?". Fra Benedetto le andò incontro con il cappello in mano e a capo chino, ma il popolaccio infuriato gli vomitò contro una montagna di insulti. Diverse persone gli puntarono sul petto fucili e pistole urlando: "Lasciatelo qui costui, sulla strada".
I miliziani fecero salire i Fatebenefratelli sopra una camionetta dando loro ad intendere che li avrebbero condotti a Barcellona. A un certo momento la camionetta rallentò la corsa. Fu allora che il P. Braulio esclamò: "Figli miei, preparatevi! Ora ci uccidono". E diede loro l'assoluzione. Arrivati a Calateli, i miliziani imboccarono la strada provinciale. Subito andò loro incontro un'automobile con uomini armati. Costoro fecero fermare la camionetta, costrinsero i religiosi a scendere a terra con la minaccia: "Adesso, grandissimi bricconi, le pagherete tutte!". Separarono quindi dal gruppo un argentino e quattro novizietti dicendo: "Voi, creature, non temete nulla. Sappiamo bene che siete schiavi di queste canaglie. Venite, perché noi vi porteremo a casa dei vostri genitori".
Poco distante, a un declivio, vicino a una piccola fabbrica di mattoni, i miliziani ordinarono ai Fratelli di scendere uno per volta nel fossato di uno degli scavi. Di mano in mano che scendevano, venivano fucilati sotto lo sguardo atterrito dei novizi risparmiati. Erano circa le diciassette. Il primo a scendere sorridente fu il Priore, Fra Giuliano. Nel momento in cui stavano per essere immolati, il P. Braulio stese le braccia nel gesto di tenere allineati i suoi compagni, ed esclamò: "Padre, perdona loro. Non sanno quello che fanno!". Il B. Fra Tommaso Urdànoz, nato nel 1903 a Echarri (Pamplona), gridò: "Viva Cristo Re!"; il B. Fra Eusebio Forcades, nato nel 1875 a Reus (Tarragona), incrociò le mani sul petto; altri fecero professione della loro fede. L'ultimo a cadere ucciso fu Fra Giuseppe Benedetto Labre. I miliziani, alla sua vista, gridarono: "Dalli a costui! Dalli a costui che ha gridato Viva Gesù Sacramentato!" L'ultima vittima della comunità di Calateli fu il B. Fra Mattia Morin, nato nel 1913 a Salvatierra di Tormes, in diocesi e provincia di Salamanca.
Nel luglio del 1937 venne chiamato alle armi ed assegnato come portaferiti alla sanità nella 30a Brigata dell'esercito repubblicano, che operava sul fronte di Guadarrama. Non potendo egli sopportare l'atmosfera di irreligiosità dominante in quell'ambiente, dopo pochi giorni tentò di passare nella zona nazionale scavalcando la trincea con l'armadietto sanitario di cui era dotato. Fu scoperto, arrestato, processato, condannato a morte e fucilato a El Cerro di Salamanca. Non volle che gli fossero bendati gli occhi. Morì al grido di: Viva Cristo Re!
Oltre i 15 Fratelli appartenenti al Sanatorio di Calateli, ne furono fucilati altri 7 appartenenti alle case di Barcellona, di Manresa e di San Braulio de Llobregat, acquistata dal B. Benedetto Menni nel 1895. La maggior parte dei 52 religiosi che vi assistevano i 1300 ricoverati poterono espatriare dopo che un "Comitato di Guerra", proveniente da Barcellona, il 26 luglio prese possesso del Sanatorio e dichiarò i Fratelli in stato di arresto. Animati tutti dallo stesso spirito e desiderosi di salvare le proprie anime anche a costo del martirio, non accettarono la proposta dei persecutori di restare a curare i malati collaborando con loro.
Alcuni religiosi, che non erano riusciti a raggranellare il denaro sufficiente per l'imbarco verso la Francia, furono consigliati dai superiori di rifugiarsi presso i propri familiari o amici. Due di loro morirono, uno per le sofferenze patite, e l'altro, il B. Fra Francesco Ponsò, per martirio cruento. Era nato nel 1916 a Moyà, nella diocesi di Vich. Si era fatto religioso a San Braulio e, dopo la professione, era stato incaricato di assistere i tubercolotici. Fu arrestato il 27 settembre nella casa di campagna che suo padre possedeva in località Molino Nuovo, chiuso in una stanza del convento dei Padri Scolopi, e fucilato ventenne nel pomeriggio del giorno dopo a Coli de Posas. A chi gli raccomandava di non esporsi troppo per non mettere a repentaglio la propria vita, rispondeva: "Me ne rendo conto. Che cosa potranno farmi? Togliermi la vita? La morte non mi fa paura. Se viene, sono preparato. Se è volontà d Dio, la darò volentieri".
Il Sanatorio di Manresa fu inaugurato nel 1932 per fanciulli poveri e storpi, affetti da rachitismo e tubercolosi ossea. Fu occupato dal Municipio marxista poco dopo l'insurrezione nazionale. I sei religiosi di San Giovanni di Dio che formavano la comunità poterono lasciare incolumi il Sanatorio. Tuttavia due di loro, il B. Fra Maurizio Iniguez de Heredia, nato nel 1877 a Dallo (Alava) e il B. Fra Luigi Beltràn Sola Jiménez, nato nel 1899 ad Arnunarizqueta (Navarra), appena avevano riacquistato la libertà, si erano rifugiati in una pensione di Barcellona, ma furono arrestati sulla piazza dell'Università verso la fine di agosto 1936, e fucilati, pare, nelle vicinanze dell'ospedale universitario perché qui furono trovati i loro cadaveri.
L'Asilo-Ospedale San Giovanni di Dio di Barcellona, fondato dal B. Benedetto Menni nel 1867 e sede del Provinciale, ebbe molto da soffrire benché fosse molto stimato dalla gente. All'inizio dell'insurrezione militare i religiosi ritennero opportuno confessarsi e consumare le ostie conservate nel tabernacolo, comunicandosi sotto forma di Viatico. Dinanzi ai vandalismi commessi dai miliziani contro le chiese e le case religiose, essi non si fidarono delle assicurazioni ricevute. Difatti i "rossi"
armarono gli inservienti dell'asilo-ospedale, vi fecero affluire cibi e bevande in quantità, e lo adornarono con bandiere e cartelloni inneggianti all'idea comunista. I Fratelli riuscirono a fare celebrare la Messa ancora la mattina del 23 luglio nella cappella della clausura, poi, allineati sotto il pulpito, vigilati da uomini armati, furono costretti ad assistere alla devastazione della loro chiesa. Si lasciarono, quindi, rinchiudere in un dormitorio con sentinelle alla porta e la proibizione di affacciarsi alle finestre per ben tre giorni. Per avere salva la vita il Provinciale dovette consegnare il denaro che aveva presso di sé o nelle banche. Il direttore-capo dell'ospedale comunicò loro che, essendo difficile rilasciare ai religiosi un passaporto collettivo per l'estero, li avrebbe fatti trasferire in automobile nelle case che avrebbero scelto. Propose pure loro di rimanere come singoli lavoratori al servizio dell'ospedale, ma nessuno accettò. Per non irritare maggiormente i "rossi" ne furono lasciati soltanto tre a disposizione del Comitato.
Tra i Fatebenefratelli dell'asilo-ospedale di Barcellona i miliziani fecero quattro vittime:
1) il B. Fra Pietro d'Alcantara Villanueva, nato nel 1881 a Osinaga (Navarra) e fattosi religioso a Ciempozuelos, fu arrestato dai miliziani il 4-9-1936 a Barcellona nella famiglia presso cui aveva trovato ospitalità, e fucilato una settimana dopo. A chi gli raccomandava di occultare il suo stato religioso, rispondeva: "Questo mai! Non vi è cosa più bella che morire per Cristo! Se mi daranno una o due fucilate andrò più presto al cielo!";
2) il B. Fra G. B. Egozcuezàbal, nato nel 1882 a Nuin (Navarra) e fattosi religioso a Ciempozuelos quando era già trentenne. Il 26-7-1936 lasciò l'asilo-ospedale, ma non trovò nessuna famiglia disposta a ospitarlo. I miliziani, riconosciutolo come religioso, lo fucilarono dopo avergli inutilmente ingiunto di bestemmiare il nome di Dio e della santa ostia. Il suo cadavere fu trovato in un campo di carrube nel comune di Esplugas de Liobregat, a 5 chilometri da Barcellona;
3) il B. Fra Acisclo Pina, nato nel 1878 a Caspe (Saragozza), ed entrato a 37 anni a Ciempozuelos. Alla dispersione della sua comunità fu ospite di varie famiglie finché, il 5-11-1936, fu arrestato da una pattuglia in perlustrazione, rinchiuso nella tristamente famosa prigione di San Elias e assassinato tra il 10 e l'11 novembre con una quarantina di sacerdoti e religiosi;
4) il B. Fra Protasio Cubells, buon pedagogo e musicista, nato nel 1880 a Coli de Nargó (Lérida), e fattosi religioso a Ciempozuelos nel 1899. Prestò servizio in molte case dell'Ordine, in alcune delle quali fu pure Vicario-Priore. A Barcellona visse in alcune pensioni dando lezioni di musica per vivere, e poi presso una famiglia benefattrice dell'asilo-ospedale. In essa fu arrestato il 14-12-1936 e assassinato fuori città. La padrona di casa lo avrebbe aiutato volentieri a espatriare, ma egli, molto timido, rifiutò dicendole: "Non sempre a una persona si presenta l'occasione di essere martire; avvenga quel che Dio vorrà".
Nel mese di novembre 1936 a Paracuellos del Jarrama, a 18 chilometri da Madrid, furono uccisi altri 22 Fatebenefratelli della comunità di Ciempozuelos, centro della provincia Andalusa. Nell'ospedale, fondato nel 1877 dal B. Benedetto Menni, erano ricoverati e curati circa 1200 infermi. Priore della comunità era il B. Fra Guglielmo Llop, nato nel 1880 a Villareal, nella diocesi di Tortosa, e maestro del noviziato era il B. Giovanni Gesù Adradas, nato nel 1878 a Cinquezela, della diocesi di Sigùenza. All'inizio dell'insurrezione militare il comitato marxista di Ciempozuelos accrebbe contro i sacerdoti e i religiosi la sua campagna persecutoria. La Chiesa parrocchiale fu profanata e trasformata in carcere. Di notte i miliziani facevano uscire di casa gli iscritti nella lista nera con il pretesto che dovevano essere interrogati dal Comitato rivoluzionario, e li fucilavano senza pietà nelle cunette delle strade. Prevedendo il peggioramento della situazione, i superiori procurarono il passaporto ai religiosi, e indicarono loro i luoghi dove avrebbero potuto eventualmente trasferirsi. L'ospedale fu circondato da miliziani armati.
Per prudenza i Fatebenefratelli si vestirono da secolari. Furono così autorizzati ad andarsene dove avrebbero preferito. Tolsero dalla chiesa il SS. Sacramento per evitare profanazioni. Il P. Adradas lo nascose nelle pieghe interne degli stivali avvolto in pannilini. I religiosi si strinsero maggiormente attorno ai loro superiori e moltiplicarono le preghiere. L'ospedale fu incamerato dal governo civile di Madrid. La chiesa fu chiusa dopo che erano stati tolti tutti gli oggetti religiosi e la casa perquisita. L'autorità civile sospettava che in essa fossero state occultate delle armi.
In quel frangente giunse da Talavera de la Reina, sul Tago, la ferale notizia del martirio del B. Federico Rublo, superiore della locale Scuola Apostolica, nato nel 1862 a Benavides de Orbigo, nella diocesi di Artoga e in provincia di Leon, e di altri tre confratelli: 1) il B. Fra Primo Martinez, Vicario Priore, nato nel 1869 a San Romàn de Campezo, nella diocesi di Viteria e in provincia di Alava; 2) Ufi. Fra Girolamo Ochoa, nato nel 1904 a Goni, nella provincia di Navarra, di professione cuoco; 3) il B. Fra Giovanni della Croce Delgado, nato nel 1914 a Puebia de Alcocer, nella diocesi di Toledo.
Dopo il 18 luglio a Talavera i marxisti cominciarono ad arrestare le persone che consideravano di destra. Nel pomeriggio del 23 luglio un gruppo di miliziani bloccò l'ingresso della casa dei religiosi. Fra Girolamo accorse a vedere ciò che stava succedendo, ma fu arrestato e tenuto con le braccia sollevate per circa mezz'ora tra burla e spintoni. Altri miliziani perquisirono la casa in cerca di armi. A Fra Giovanni della Croce che li accompagnò alla porta disillusi, dissero: "Sappiamo che voi siete intelligenti, ma dovete cambiare mestiere". Nel pomeriggio del 24 luglio era giunta a Talavera da Madrid una colonna di miliziani, "assetati di giustizia popolare". Il giorno dopo, al termine della Messa e della colazione, il superiore dispose che i Fratelli si vestissero da secolari. Verso le dieci entrarono di prepotenza i miliziani nel convento gridando: "Le armi! Dove sono le armi? Non lo volete dire? Tanto è lo stesso, perché nessuno di voi uscirà vivo". E, indicando loro un mucchio di paglia, dissero: "Lì vi bruceremo vivi!".
Invece i marxisti li portarono soltanto via tra le ingiurie e le minacce del popolaccio. Quando giunsero a Piazza Mariana, dove sorgeva il teatro Victoria, trasformato in carcere, i miliziani volevano costringere i Fratelli ad alzare in alto il pugno chiuso e a gridare: "Viva il Comunismo!".A nome di tutti soltanto Fra Guglielmo urlò: "Viva Cristo Re!".
Al presidente del Tribunale del Popolo il superiore disse: "Mi chiamo Federico Rubio, sono sacerdote, e non sapendo fino a quando dovremo restare qui, ho portato con me alcune ostie perché, se mi è possibile, possa celebrare la Messa". I miliziani andarono sulle furie. Uno di loro lo colpì con il calcio del fucile dicendogli: "Le ostie le porto io in questa canna, e presto le daremo a voi". Difatti li fecero salire sopra un automobile dando loro a intendere che li avrebbero portati a Toledo. Invece, non molto lontano da Talavera, li fecero scendere davanti al santuario di N. S. del Prato, patrona del paese, li condussero dietro la chiesa e, come cani randagi, li fucilarono davanti a una colonna di pietra, sormontata da una croce. Il P. Rublo e Fra Girolamo morirono sul colpo. Fra Giovanni della Croce morì mentre veniva trasportato all'ospedale. Fra Primo morì tra atroci sofferenze nell'ospedale dicendo: "Madonna del Carmine, abbi pietà di me. Signore, perdonali, come io li perdono".
Lo stesso giorno, il tabernacolo che i religiosi avevano lasciato chiuso nella cappella, a forza fu aperto nella parte posteriore da un gruppo di ferrovieri, guidati da una giovane maestra, la quale ebbe il diabolico coraggio di estrarre la pisside, buttare a terra le ostie consacrate e calpestarle tra le bestemmie e le oscene risate dei presenti.
Due settimane dopo, cioè il 7 agosto, primo venerdì del mese, la numerosa comunità di Ciempozuelos fu dichiarata in arresto, spogliata di tutto quanto possedeva e ricoperta d'insulti. In mattinata era riuscita a farsi celebrare l'ultima Messa e a fare la comunione nella cappella del noviziato. Dopo pranzo, gruppi di miliziani radunarono i religiosi con atroci insulti, li schedarono, li spogliarono dei loro oggetti devoti e dei denari che avevano ricevuto dai superiori e, verso mezzanotte, li condussero in refettorio per la cena. Il Priore li dispensò dal silenzio dicendo: "Giacché il Signore dispone così, noi non ci affliggiamo. Facciamo ricreazione. Sia lodato Gesù Cristo".
Il giorno dopo il Provinciale permise che alcuni Fratelli rimanessero in casa per il loro particolare servizio in ospedale. Gli altri nel pomeriggio furono trasportati a Madrid e rinchiusi in un sotterraneo. Per cena fu loro somministrato soltanto un po' di pane e un piatto di lenticchie. Il 9 agosto furono condotti nel carcere di Sant'Antonio, ex-collegio dei Padri Scolopi, diventato tristemente famoso. In tutto i Fratelli erano 54, inclusi i novizi, gli oblati e i postulanti i quali vivevano strettamente uniti al Provinciale, al Priore e al maestro dei novizi. La mattina prestissimo facevano le loro preghiere sdraiati sui pagliericci o riuniti in due o tre per non dare nell'occhio. Recitavano il rosario con le corone di corda che erano riusciti a confezionarsi, praticavano il ritiro spirituale, si confessavano passeggiando e si animavano al martirio dicendo: "Questa è una grazia troppo grande per noi".
Nel carcere erano presenti più di mille persone. Appartenevano alle più disparate categorie sociali e dovevano comparire ogni tanto davanti al Tribunale Popolare. I miliziani più perversi dicevano ai religiosi più anziani: "Guarda, guarda, che esemplari bellissimi che abbiamo! Che avranno fatto di utile questi all'umanità?". Se vedevano qualcuno dei superiori conversare con i Fratelli più giovani li affrontavano villanamente dicendo: "Svelto, via di lì. Non ti sembrano poche le cattiverie che hai insegnato ad essi?". Cercarono di indurre i più inesperti a bestemmiare, a commettere atti lascivi con insulti e coltelli alla mano, ma inutilmente. Uno di essi rispose loro: "È inutile che insistiate. Se avete da risolvere qualcosa fatelo subito perché altro non otterrete da me". I miliziani gli dissero: "Allora ti tiriamo due colpi". L'intrepido religioso li rimbeccò: "Anche se me ne volete dare cento è lo stesso".
Il prelievo e la fucilazione dei prigionieri furono iniziati ai primi di novembre 1936. Il giorno 7, in due spedizioni, furono mitragliati circa 1000 militari in una vallata sabbiosa, bagnata dal fiume Jarrama a circa 3 chilometri dal paese Paracuellos. Nella suddetta località furono fucilati anche 15 Fatebenefratelli il 28 novembre 1936 e 7 il 30, pienamente conformati al volere di Dio. Si erano separati dai confratelli in lacrime e con l'augurio: "Arrivederci in cielo". Furono fatti salire sui "veicoli della morte" con le mani legate dietro la schiena, tra gli insulti della folla accorsa alla porta del carcere. Si calcola che soltanto a Paracuellos siano state mitragliate 12.000 persone.
Il 19-9-1936 era già stato ucciso il B. Fra Giacinto Hoyuelos, nato nel 1914 a Matarrepudio, nella diocesi di Burgos, il quale, dal 27-1-1936, compiva il servizio di leva, per concessione dello stato, presso la a Clinica Psichiatrica Militare, annessa, ma separata dalla casa-ospedaliera di Ciempozuelos. Allorché stava per salire sulla camionetta che lo avrebbe portato al carcere o alla morte, il direttore della Clinica Militare aveva voluto che vi rimanesse con il consenso dei suoi superiori. Gli infermieri marxisti cominciarono a detestarlo. Una notte lo condussero davanti al Comitato. Gli furono fatte domande sulla sua condizione e sulle sue convinzioni religiose e politiche alle quali non diede risposta. I miliziani lo trasportarono allora sul ponte San Cosma, nei pressi della stazione ferroviaria, gli misero una corda al collo che avevano appesa al ponte, lo strangolarono e poi lo presero a fucilate. Aveva 22 anni!
I Fatebenefratelli della comunità di Carabanchel Alto (Madrid), incaricati dell'assistenza agli epilettici, il 29-8-1936 furono avvertiti dal sindaco che sarebbero stati allontanati dall'ospedale. Alcuni Fratelli e lo stesso Priore erano stati invitati con insistenza dai propri parenti a mettersi al sicuro in casa loro, ma non accettarono. Il 1 settembre dodici di loro furono caricati sopra un camioncino, scaricati vicino a un declivio nei pressi di Boadiglia del Monte e fucilati.
Tre religiosi della comunità di Ciempozuelos furono uccisi nel mese di agosto a Valdemoro (Madrid): 1) il B. Fra Gaudenzio lniguez, nato a Dallo nel 1882, nella diocesi di Viteria. In qualità di economo era stato mandato con 10.000 pesetas a Madrid perché pagasse tutte le pendenze che la casa aveva con i creditori. I miliziani di Ciempozuelos lo andarono ad attendere nei pressi della stazione di Valdemoro, lo arrestarono, gli sottrassero il denaro e poi lo fucilarono ai confini del paese; 2) il B. Fra Flavio Argùeso, nato nel 1877 a Mazuego de Valdeginate, in diocesi e provincia di Palencia, rimasto a Ciempozuelos perché curasse i malati appena rimessosi in salute; 3) il B. Francesco Arias, sacerdote novizio, nato a Granada il 26-4-1884, che aveva cercato inutilmente di nascondersi a Ciempozuelos in una piccola grotta dell'orto.
Un altro religioso, il B. Fra Tobia Borras, nato nel 1861 a San Jorge, nella diocesi di Tortosa, questuante della comunità di Ciempozuelos, fu ucciso nel novembre del 1936 a Valencia. Messo in libertà, dopo essere rimasto a Madrid per alcuni giorni in un albergo, andò a bussare a Valencia alla porta dell'asilo-ospedale di San Giovanni di Dio sulla spiaggia di Malvarrosa. Ignorava che i confratelli di quella comunità erano stati uccisi. Anche lui fu fucilato fuori città. Non si conosce il luogo in cui fu sepolto.
Nella comunità di Ciempozuelos stavano perfezionandosi nella formazione religiosa e professionale anche 7 Fratelli della Colombia. All'aggravarsi in Spagna della situazione civile e religiosa, i loro superiori si erano interessati perché l'ambasciata colombiana provvedesse al loro rimpatrio. I miliziani, prima di condurli a Madrid, secondo la loro pessima abitudine, li spogliarono del denaro che avevano ricevuto per il viaggio dal Provinciale e di tutti gli oggetti religiosi che portavano con sé. La sera del 7 agosto l'ambasciatore li fece accompagnare alla stazione perché prendessero il treno per Barcellona. Uno spione marxista, venutone a conoscenza, per telefono ne diede avviso ai miliziani di Barcellona i quali, alla penultima stazione, salirono sul treno e diedero ad intendere ai 7 Fratelli che erano stati inviati dal Consolato di Colombia per riceverli. Invece, erano stati incaricati dalla Federazione Anarchica Iberica di portarli al carcere di Calle Balmes e di fucilarli dopo averli orrendamente torturati.
Anche l'Asilo-Ospedale San Raffaele di Madrid, fondato nel 1892 dal B. Benedetto Menni per i fanciulli storpi e rachitico-scrofolosi, ebbe tre martiri. Pochi giorni dopo l'insurrezione nazionale, le Guardie d'Assalto fecero irruzione nell'ospedale perché erano persuase che vi fossero nascoste delle armi. Al peggiorare della situazione il Priore prima fece sospendere la questua, poi, non sapendo come mantenere i 200 ragazzi di cui i Fratelli avevano cura, la fece riprendere. Il 4-8-1936 uscì in cerca di elemosine il B. Fra Ganzalo Ganzalo, ma non fece più ritorno all'ospedale. Una portinaia lo aveva denunciato ai miliziani i quali non tardarono ad arrestarlo e a fucilarlo sulla piazza che sorge al termine di Via Velàsquez. Era nato nel 1909 a Conquezela, nella diocesi di Sigùenza.
In quel tempo il B. Fra Giovanni Antonio Burro stava prestando il servizio di leva nell'Ospedale Militare di Madrid. I compagni marxisti, appena vennero a sapere che faceva parte dell'Asilo-Ospedale di San Raffaele, cominciarono a studiare la maniera di toglierlo di mezzo. Un pomeriggio del novembre 1936 lo invitarono, con inganno, a uscire con loro per prendere un caffè. Per non apparire scortese li accontentò, ma appena mise piede fuori dell'ospedale i traditori lo consegnarono ai miliziani avvertiti in precedenza, i quali lo fucilarono in quella stessa notte. Morì al grido di "Viva Cristo Re!" e "Viva la Spagna!". Era nato a Barcellona nel 1914.
Il B. Fra Trinità di Andrés, nato nel 1877 a Maetzu, nella diocesi di Viteria, quando la comunità dell'Asilo-Ospedale San Raffaele fu dispersa, anch'egli si rifugiò in casa di amici. Il 5-2-1937 fu atteso invano per la cena. Era andato al Centro Vasco per ritirare una carta d'identità da consegnare al sacerdote che dirigeva gli uffici del Sanatorio Psichiatrico di Ciempozuelos, ma appena era uscito dal Centro fu arrestato dai miliziani, trasportato fuori Madrid e fucilato brutalmente soltanto perché religioso.
La gloriosa schiera dei 76 Fatebenefratelli spagnuoli vittime dell'odio comunista fu beatificata da Giovanni Paolo II il 25-10-1992.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 306 – 317
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