B. PAOLO BURALI (1511-1578)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque ad Itri presso Gaeta nel 1511 dal ramo dei nobili Burali di Arezzo, Dopo essersi laureato a 25 anni, in diritto civile e canonico svolse la sua attività di avvocato e giudice per dodici anni nelle aule giudiziarie del Tribunale di Napoli, con tanta rettitudine e integrità da meritarsi l’appellativo di “amico della verità e padre dei poveri”. Nel 1557 entrò nell’Ordine dei Chierici Regolari (Teatini) prendendo il nome di Paolo. Nel 1564 fu mandato presso la Corte di Spagna per impedire o almeno moderare l’attività del Tribunale dell’Inquisizione a Napoli. Il 23 luglio 1568 papa Pio V lo nominò vescovo di Piacenza e poi cardinale. Inviato a Napoli pubblicò nel 1577 un “Catechismo per i sacerdoti” e iniziò ad applicare le direttive del Concilio di Trento, ma la morte sopraggiunse dopo due anni. Morì a Torre del Greco alle falde del Vesuvio, dove si era ritirato per un breve periodo di riposo il 17 giugno 1578.

Questo beato, figlio spirituale di S. Gaetano da Thiene (+1547) e campione della riforma cattolica voluta dal Concilio di Trento, nacque, secondo di quattro figli, a Itri, oggi in provincia di Latina, da padre aretino, prima gentiluomo del re si Spagna e poi diplomatico al servizio di Clemente VII (+1534), e da madre appartenente all\’alta società di Barcellona, Vittoria Olivares. Al fonte battesimale gli fu dato il nome di Scipione. A detta dei biografi il bambino crebbe intelligente, pio e incline al soccorso dei poveri.
A tredici anni il beato fu mandato dai genitori a perfezionare gli studi presso la famosa università di Salerno (1524), da dove si trasferì a Bologna, chiamata allora "lucerna del diritto". Tra i suoi maestri figurò pure Ugo Buoncompagni. il futuro Gregorio XIII (+1585). A venticinque anni ottenne la berretta di dottore in utroque iure. In onore della Madonna volle discutere la tesi di laurea in giorno di sabato, indizio certo di quella calda devozione che informerà tutta la sua vita. Per guadagnarsi il pane quotidiano, dal 1536 al 1548 il Burali esercitò nel foro di Napoli sia pure attraverso "crisi di spirito dettate da una coscienza aliena da compromessi e sotterfugi". E\’ risaputo che gli avvocati non godono sempre fama di uomini disinteressati e sinceri. Il nostro beato, invece, dai napoletani si era meritato il soprannome di "dottore della verità". Dai poveri, che proteggeva contro le angherie dei malvagi, non esigeva onorari. Più volte, anzi, donò somme considerevoli a chi non disponeva delle risorse necessarie per condurre avanti il processo.
Nel 1550 l\’intergerrimo avvocato fu colto da una violenta crisi religiosa motivo per cui, in preda agli scrupoli, visse nella solitudine della casa paterna da lui interrotta solo ogni tanto per visitare il tempietto dedicato alla Madonna della Misericordia. A sottrarlo all\’ozio di Itri fu il viceré di Napoli. Lo nominò difatti, consigliere regio e giudice dei processi criminali, ma il Burali, invece di gravitare attorno alla corte, come faceva la gioventù, frequentava abitualmente la chiesa di San Paolo Maggiore, officiata dai Padri Teatini, e affidava la direzione della propria anima al B. Giovanni Marinoni (+1562), che a Napoli svolse con S. Gaetano da Thiene un fecondo apostolato tra i poveri, i malati e i criptoluterani seguaci di Giovanni de Valdés (+1541).
Sotto la sua guida il Burali imparò a distaccarsi dalle attrattive terrene, a nutrire una serena fiducia nella divina Provvidenza, a fortificarsi con la comunione frequente e una intensa vita mariana. La buona reputazione del beato nel foro napoletano crebbe talmente che il viceré ritenne opportuno affidare a lui il delicato incarico di recarsi presso lo scontroso Paolo IV (+1559) per appianare divergenze sorte tra il Regno di Napoli e la Santa Sede. La sua missione non solo ebbe pieno successo, ma gli offrì la possibilità di diventare uditore del tribunale della Sacra Romana Rota. Il Burali, invece, rinsaldò la sua vocazione allo stato religioso mantenendo continui contatti con i Padri Teatini che officiavano in Roma la chiesa di San Silvestro.
A Napoli il beato cominciò a far parte dei Chierici Regolari Teatini il 25-1-1557. Il 2 febbraio vestì l\’abito religioso e il 2 febbraio dell\’anno successivo emise la professione religiosa con il nome di Paolo dopo il noviziato trascorso con S. Andrea Avellino (+1608), già sacerdote e modello di santità. Bramoso come era di abnegazione e di nascondimento sarebbe rimasto volentieri semplice fratello laico, ma sia il direttore spirituale e sia i superiori non furono dello stesso parere. Perché diventasse al più presto sacerdote gli accorciarono persino il periodo di prova richiesto.
Facendosi Teatino il Burali si riteneva per lo meno al sicuro dalle dignità, invece, nel capitolo generale di Venezia (1560) fu nominato Preposto del Monastero napoletano di San Paolo Maggiore in cui, per volontà del Card. Alfonso Carata, aveva già ricoperto la carica di esaminatore del clero. Poco dopo, Filippo II (+1598), re di Spagna, e Pio IV (+1565), zio di S. Carlo Borromeo (+1584), gli offersero successivamente i vescovadi di Crotone e di Brindisi, ma egli li rifiutò a causa, diceva, della sua "assoluta incapacità". I suoi confratelli non erano di tale avviso. Nel capitolo generale del 1563 lo ridessero difatti per la seconda volta Preposto di San Paolo Maggiore e, al termine della carica, lo nominarono Preposto di San Silvestre, sede centrale romana dell\’Ordine. Il beato avrebbe trascorso volentieri la sua vita nella cella, dedito alla preghiera e allo studio, invece era volontà di Dio che per il bene del prossimo si immergesse nel gorgo degli affari.
"Le tribolazioni", cioè le cariche onorifiche, al dire del beato, non erano ancora terminate. Nel 1565 i napoletani, con il sostegno di S. Carlo Borromeo, segretario di Stato di Pio IV, lo incaricarono di una fastidiosa missione diplomatica presso la corte di Madrid: ottenere che tra loro non fosse istituita l\’Inquisizione, e che non fossero confiscati i beni degli eretici ritenuti tali. Il Burali fu costretto a una estenuante attesa di sei mesi prima di essere ricevuto in udienza da Filippo II, spiacente solo, date le notevoli spese, di dovere "mangiare il sangue dei poveri". Il re promise ai napoletani "di liberarli per sempre dall\’Inquisizione", ma riguardo all\’altra richiesta si riservava di pensarci sopra.
La multiforme esperienza acquisita dal beato nel foro, nel confessionale, al capezzale dei malati, nella diplomazia, lo rendeva maturo per compiti maggiori. S. Pio V (+1572) nell\’aprile del 1567 lo incaricò di compilare un trattato "De censibus" in preparazione di una bolla, e di esaminare uno dei casi più clamorosi e discussi dell\’Inquisizione concernente l\’arcivescovo di Toledo. Del lavoro svolto dal Burali il papa fu molto soddisfatto se, nel maggio del 1568, lo preconizzò vescovo di Piacenza. Mons. Burali ne prese possesso il 29 settembre dello stesso anno soltanto perché costrettovi dall\’ubbidienza, dopo essere stato consacrato vescovo in San Silvestro. Contenta della sua scelta fu la comunità piacentina che contribuì con generosità alla ricostruzione di un apposito baldacchino, e soddisfatto ne fu il Card. Carlo Borromeo, suo confinante nella diocesi di Milano e alfiere della riforma cattolica, perché ne apprezzava la bontà di vita, la scienza e l\’esperienza.
A Piacenza il B. Burali rimase soltanto otto anni, ma svolse una attività pastorale più vasta e più incisiva di quella di tutti i suoi predecessori dal 1500 al 1568. Lo straordinario zelo che dispiegò per attuare le prescrizioni del Concilio di Trento nonostante le resistenze del clero, sempre freddo, raramente zelante, gli meritarono da S. Pio V il cappello cardinalizio (27-5-1570) del titolo di S. Pudenziana. Nel conclave del 1572 al posto del defunto pontefice fu eletto Gregorio XIII. Il Card. Rurali, che S. Carlo Borromeo riconosceva degno del papato, non fu eletto perché i cardinali temevano che avrebbe trasformato la Chiesa in un convento, data la sua propensione alla rigida osservanza sulla scia del defunto pontefice.
La giornata del beato aveva inizio con la celebrazione quotidiana della Messa, alla quale faceva precedere una lunga preparazione con la recita del Mattutino e delle Lodi. Ogni settimana si confessava e ogni domenica prendeva parte in duomo alla Messa cantata e ai Vespri. La sua giornata era sempre divisa tra la preghiera, lo studio, l\’assistenza ai poveri, la visita alle parrocchie della diocesi, i pellegrinaggi fatti a piedi ai più famosi santuari della città, ed era sempre conclusa con la recita delle Litanie davanti al SS. Sacramento. Era tanta la devozione che nutriva per l\’Eucaristia che vigilava perché fosse decorosamente conservata e portata solennemente in processione nella festa del Corpus Domini. La gente aveva preso a chiamarlo "il vescovo santo".
Quando passava per la strada le donne correvano a baciargli la veste, e quando tornava in sede dopo le momentanee assenze la gente allestiva in suo onore grandiose coreografie. I piacentini da quasi settanta anni non avevano visto un pastore risiedere stabilmente in mezzo a loro come lui. Appena avvicinarono il neo-eletto dal volto scavato per le malattie e le penitenze, dalla parola convincente, dall\’attività vertiginosa, era naturale che sentissero il bisogno di applaudirlo freneticamente. Trovandosi esposto alla tentazione della vanità, S. Andrea Avellino, che il card. Durali aveva scelto come guida della sua anima benché più giovane di lui, nelle lettere che gli scriveva gli raccomandava con una monotonia quasi esasperante la virtù dell\’umiltà e del distacco dal mondo.
I pilastri stabiliti dal Concilio di Trento per la rinascita cattolica erano tre: l\’istituzione dei seminari, la residenza dei vescovi e la celebrazione dei sinodi. Il Card. Burali ne fece subito immediato programma del suo episcopato fino allo scrupolo. In questo subiva il fascino di S. Carlo Borromeo di cui cercava di seguirne le orme. Nel 1568 in un camerone dell\’episcopio diede inizio al seminario con l\’aiuto di una commissione disciplinare e di una commissione amministrativa. Primo rettore del seminario fu un Teatino per un anno e poi, per sei anni, Don Andrea Gigio, che il Rurali aveva chiesto in prestito a S. Carlo Borromeo. Primo direttore spirituale pare che sia stato S. Andrea Avellino, stabilitesi a Piacenza come preposito della chiesa di San Vincenzo con alcuni confratelli in seguito alla richiesta che il beato ne aveva fatto al Capitolo Generale dell\’Ordine. In detta chiesa ogni mattina i seminaristi prendevano parte alla Messa e si confessavano anche dal santo.
Gli aspiranti al sacerdozio costituirono il chiodo fisso del santo pastore. Più ancora che con le regole, egli istillò nei loro cuori la vita inferiore con la forza trascinatrice dell\’esempio. Li visitava se malati, li soccorreva nelle loro necessità, li invitava a mensa con sé per la lettura spirituale, li istruiva nelle cerimonie e nel canto sacro, e di ciascuno segnava in un apposito registro pregi e difetti. Li amava come la pupilla dei suoi occhi.
Subito dopo l\’istituzione del seminario, il Burali fece della visita pastorale alla diocesi uno dei cardini fondamentali della riforma. Nessun vescovo prima di lui aveva ispezionato personalmente tutte le 400 parrocchie che facevano parte del suo gregge. Egli le visitò per ben due volte in carrozza o a dorso di cavallo facendo uso della "severità della giustizia" e del "rigore della disciplina", impregnate però della "mansuetudine del padre" e della "affettuosità del pastore".
Dei loro parroci il vescovo voleva conoscere la moralità e il titolo di possesso, il grado di cultura ecclesiastica e la gratuità nell\’amministrazione dei sacramenti, l\’adempimento della residenza e la fedeltà al dovere pastorale. I punti sui quali il beato insisteva di più con coloro che avevano cura di anime erano il culto eucaristico e l\’istruzione religiosa. Non li considerava pecore da tosare. Sovente difatti nelle visite portava con sé le provvigioni necessario per non essere di peso a nessuno. Non esigeva cattedratico, anzi sborsava somme considerevoli per i restauri delle chiese fatiscenti e il sostentamento del clero più bisognoso. I sacerdoti, quindi, rimasero conquisi dalla sua austera bontà. Perché viveva in episcopio come in un convento, e osservava fino allo scrupolo le prescrizioni del Concilio di Trento, guardavano a lui con gioioso sbalordimento. Il Concilio di Trento aveva imposto ai vescovi la regolare celebrazione dei sinodi diocesani. Mons. Burali non fu il primo vescovo piacentino a convocare il suo clero in cattedrale, ma nessuno in questo compito fu più assiduo e più profondo di lui. Ne tenne due, nel 1570 e nel 1574, di cui possediamo gli atti a stampa. Essi costituiscono le pietre miliari nella storia ecclesiastica di Piacenza per la loro aderenza alle esigenze reali. Segretario dei due sinodi fu il pronotario apostolico Pietro Galesinio, braccio destro di S. Carlo Borromeo nella riforma della chiesa milanese. Il Burali glielo aveva chiesto come specialista, e il Borromeo glielo aveva concesso perché il vescovo di Piacenza, immediatamente soggetto a Roma, aveva scelto Milano come sede metropolitana. Si spiega così la grande affinità esistente tra gli atti della chiesa milanese e i sinodi del Burali. E’ nota del resto la premura con cui il beato intervenne ai sinodi milanesi come suffraganeo e più ancora come amico e consulente prezioso. Nell\’aspettativa che il seminario desse i suoi frutti, il santo pastore cercò di elevare la scarsa cultura del suo clero pretridentino benché più che uomo di scienza, come il suo amico il Card. Guglielmo Sirleto (+1585), fosse un apostolo.
Nel sinodo del 1570 aveva fatto questa raccomandazione ai sacerdoti: "Quando avanza un briciolo di tempo dopo gli impegni del ministero, non lo dedichino alla caccia, alle osterie e alle danze, ma lo investano nella proficua lettura dei Santi Padri o di libri istruttivi. Meditino giorno e notte la dottrina della Scrittura e il contenuto della legge di Dio". E precisava il minimo indispensabile di libri che dovevano arricchire gli scaffali della canonica. Per rendere i sacerdoti più consci del loro dovere di istruire i fedeli, il Burali fece leva su alcuni mezzi ancora oggi in vigore: gli esami di concorso per un beneficio, i convegni sacerdotali per la soluzione dei casi e i corsi di aggiornamento, sostituiti in seguito con i convegni sacerdotali.
Elevando la cultura del clero, il Card. Burali sperava di migliorarne anche la disciplina morale. Per la buona fama dei preti prescrisse che tutti portassero la talare, che di notte non si facessero vedere bighellonare per le strade, che di giorno non accedessero ai monasteri e che, se costretti a scendere in città per affari, andassero ad alloggiare in episcopio anziché nelle trattorie, quasi sempre luoghi molto equivoci. Quanto all\’obbligo della residenza fu intransigente con tutti i beneficiati. Coloro che avevano accumulato diverse prebende dovettero rinunciare a tutte, eccetto una, pena la destituzione. Anima della residenza materiale nella mente del beato doveva essere l\’attività pastorale, cioè l\’assiduità del clero al confessionale, all\’altare e al pergamo dovendo pascere il gregge affidato alle sue cure. Per una più intelligente pastorale era indispensabile una buona anagrafe parrocchiale. Con i decreti relativi ai registri dei battesimi e dei matrimoni si può dire che il Burali gettò la prima pietra dei moderni archivi parrocchiali.
Molti parroci non risiedevano nella loro chiesa a causa della scarsità delle rendite, degli assegni annui da pagare ai loro predecessori rinunciatari, e delle onerose gabelle imposte ai beni ecclesiastici dalle caparbie autorità civili. Il beato si interessò alla questione sociale del clero con lo stesso spirito di altruismo con cui si adoperò per risanare le piaghe dolorose del popolo. Aggirandosi fra le parrocchie della diocesi si era accorto che esisteva un parallelismo impressionante tra l\’indigenza spirituale e il bisogno economico. Il saggio pastore dimezzò allora tutte le tasse di curia, e agì con estrema risoluzione contro gli usurpatori dei benefici ecclesiastici.
Una delle cause più diffuse del decadimento economico era la mancata compilazione di diligenti inventari, giuridicamente validi. Ordinandone la stesura e la consegna entro un determinato tempo al cancelliere vescovile il patrimonio della chiesa piacentina fu posto dal beato su basi sicure. Il Burali ebbe occhi di linee e mano di ferro anche quando si trattò di salvaguardare dalle angherie dei disonesti il patrimonio dei poveri rappresentato dagli ospedali, dai legati pii e dai monti di pietà.
Oltre che alla elevazione culturale e morale del clero, il Card. Burali si adoperò anche per risollevare le famiglie religiose dalla crisi disciplinare e morale in cui versavano. Nei monasteri femminili, a causa della scarsa assistenza spirituale di cui soffrivano, della mancanza di attività apostoliche e della poca osservanza della clausura, regnava il pettegolezzo e il litigio. Lo zelante pastore li tenne sotto il suo controllo nella loro vita quotidiana e nei loro avvenimenti più importanti, ripristinò in essi senza eccezioni la clausura più stretta e soppresse d\’autorità quelli ribelli o inguaribili. Il secolo XVI era detto "dei bastardi" perché regnava sovrana nella società l\’immoralità e la prostituzione. Il beato, nell\’intento di combattere il male salvando le peccatrici, fondò il 20-4-1573 il monastero delle Convertite con l\’aiuto del principe Ottavio Farnese, signore della città.
Il convento di Santa Maria Maddalena prosperò sia perché saggiamente diretto nello spirito da S. Andrea Avelline, e sia perché il popolo, che ne aveva subito compreso l\’importanza per il risanamento della società, lo aiutò con lasciti testamentari e periodiche offerte. Le donne di strada che esprimevano la volontà di tornare a Dio, prima di essere introdotte in monastero erano affidate a una esperta gentildonna per un periodo di prova. Se si chiudeva positivamente senza nostalgia per il passato, il beato stesso trasportava le pentite dal luogo della prova alle sede del convento. Di grande aiuto nell\’organizzazione dell\’opera furono Don Alessandro Boria, che S. Filippo Neri (+1595) aveva ceduto al Card. Burali temporaneamente, come maestro di casa, e due convertite milanesi che S. Cario gli aveva imprestato come Maestre delle novizie, e il suo abile Vicario generale Mons. Gaspare Sillingardo. Per le orfanelle votate alla prostituzione il beato aveva già fondato nel 1571 un istituto con l\’aiuto di generose gentildonne che, per loro amore, si trasformarono in questuanti, e per le zitelle in età da marito continuò a costituire cospicue somme di denaro per la loro dotazione.
Con gli Ordini Religiosi il Burali fu più discreto perché rappresentavano un terreno minato dall\’esenzione e dallo spirito di insubordinazione. Cercò di renderli migliori richiamandoli all\’osservanza delle prescrizioni del Concilio di Trento e, soprattutto, immettendo in diocesi famiglie religiose più docili alle sue direttive. Affidò difatti nel 1570 ai Padri Cappuccini il convento di San Bernardino, e di loro si servì per le missioni al popolo e le opere di carità. Nel 1571 affidò ai Teatini la chiesa di San Vincenzo, e di loro si servì come direttori spirituali del seminario, confessori di monache, predicatori, catechisti e penitenzieri. I cappuccini e i teatini suscitarono nella diocesi piacentina una primavera di vita religiosa con grande soddisfazione dei fedeli che furono con loro generosi di aiuti.
Il Concilio di Trento aveva indicato come cardine essenziale della restaurazione cattolica la catechesi. Dopo quattro mesi dalla sua entrata in Piacenza il beato aveva capito che, a causa del diffuso analfabetismo religioso, era improrogabile l\’erezione della Confraternita della Dottrina Cristiana in tutte le parrocchie. Non disponendo di personale capace lo fece venire da altre città, e ne stabilì la sede nei chiostri della chiesa di Sant\’Alessandro (1569). Per superare resistenze e pigrizie da parte del clero, nei sinodi precisò i doveri e ribadì l\’obbligo per tutti coloro che avevano cura di anime di evangelizzare gli adulti mediante l\’omelia domenicale e di catechizzare i fanciulli nelle feste. Come le altre opere del beato anche questa prosperò in tutta la diocesi con immenso beneficio per i fedeli. Egli stesso faceva il catechismo in cattedrale, predicava nelle parrocchie che visitava, e vigilava perché nessun pastore se ne esimesse. Persino i mendicanti e i girovaghi furono oggetto delle sue premure.
Sotto il porticato dell\’episcopio voleva che con il cibo per il corpo un suo segretario, chiamato lo "spenditore", distribuisse anche catechismo per lo spirito. Con il miglioramento intellettuale e spirituale del clero il Card. Burali giunse anche alla riforma morale del popolo, troppo assuefatto ormai alla bestemmia, al concubinato, alla vendetta e all\’usura. Per l\’edificazione del popolo di Dio conferì nuova vitalità alla Confraternita del SS. Sacramento.
Per le famiglie più distinte nel 1576 fondò pure la Confraternita dei Cappuccini Laici Conversi di Santa Maria delle Torricelle. Nelle feste gli ascritti si radunavano nella loro chiesetta per cantare l\’ufficio della Madonna e prendere parte alle processioni vestiti di sacco. Quattro volte all\’anno si accostavano ai sacramenti, assistevano i malati con la questua e i poveri con il gratuito patrocinio e l\’erogazione di notevoli somme di denaro. Ogni venerdì digiunavano a pane e acqua. Tutto l\’episcopato del Burali è stato un continuo flusso di elargizioni ai bisognosi, motivo per cui il vescovo fu salutato "padre dei poveri".
Nel 1575 era corso a Roma per acquistare le indulgenze del giubileo. L\’anno successivo ne volle organizzare uno a Piacenza che riuscì splendido e ricco di frutti spirituali. Per l\’accoglienza gratuita degli uomini trasformò in albergo l\’episcopio e, per l\’accoglienza gratuita delle donne, trasformò in albergo le adiacenze di San\’Antonino. Pietà e spirito di penitenza distinguevano le processioni collettive per la visita alle quattro chiese stabilite. Alla loro testa si metteva il cardinale che incedeva a piedi scalzi e a mani giunte, trasfigurato in volto. Sovente il beato fu visto somministrare ai pellegrini il vitto che i più facoltosi cittadini mettevano a disposizione di tutti. Frutto di quel vigoroso amor del prossimo suscitato dal giubileo fu la Confraternita della SS. Trinità, eretta da Mons. Sillingardo a nome del vescovo e aggregata a quella di Roma, fondata nel 1548 da S. Filippo Neri con i medesimi intenti: provvedere all\’alloggio dei pellegrini durante gli anni santi e assistere i convalescenti durante gli altri anni.
Per volontà di Gregorio XIII il 29-10-1576 il card. Burali fu costretto a lasciare, piangendo, l\’episcopio piacentino da lui restaurato e a trasferirsi a Napoli. Nei due anni che vi rimase a guida della diocesi, per le continue crisi di salute non ebbe modo di dispiegare tutto il suo zelo. Si distinse ugualmente nelle visite alle parrocchie della città, nella riforma dei monasteri di monache scapestrate e nella cura del seminario. Frutto del suo zelo fu il sorgere di una Confraternita i cui membri si sarebbero adoperati per la redenzione e il battesimo degli infedeli caduti schiavi di padroni napoletani nelle guerre contro i turchi. Una frattura alla gamba, accentuando gli acciacchi di un organismo già esile e macerato dalle penitenze, condusse il Burali alla tomba il 17-6-1578. Mentre per la sua povertà non trovò da lasciare in eredità al nipote che un vecchio orologio, al convento di Santa Maria Maddalena di Piacenza volle elargire cinquanta scudi d\’oro.
Clemente XIV lo beatificò il 13-5-1772.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 194-203
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