B. MARIA ANNA RIVIER (1768-1838).

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

La fondatrice (delle Suore della Presentazione di Maria per l’istruzione e l’educazione della gioventù) diceva sovente alle sue religiose: “Voi siete inviate nelle parrocchie per educarvi cristianamente i bambini e fare il catechismo… L’insegnamento della scrittura, della lettura e della grammatica è soltanto l’esca con cui attrarre i fanciulli”. Certi sindaci, liberi pensatori, avrebbero fatto volentieri a meno degli insegnamenti religiosi, ma la beata rispondeva: “Niente catechismi, niente suore. Preferirei che la casa crollasse perché è stata fondata soltanto per questo”. Nel 1803 scrisse a una sua figlia: “Soffro sempre più nel sapere che in tante parrocchie non c’è nessuno che mostra la via del cielo a tanti poveri fanciulli che si perdono. Quanto siamo pochi per fare conoscere e amare il Signore ovunque non è conosciuto e amato!”

 E’ la fondatrice delle Suore della Presentazione di Maria per l’istruzione e l’educazione della gioventù. Pio IX, nel 1853, in occasione dell’introduzione della causa di beatificazione, la chiamò “donna apostolo”. Nacque il 19-12-1768 a Montpezat, nella diocesi di Viviers, nell’Ardèche (Francia), terzogenita dei quattro figli che Giovanni Battista, commerciante in vino, ebbe da Maria Anna Combe, che gestiva l’osteria del paese. A sedici mesi cadde dal letto sul quale la mamma l’aveva adagiata, e si fratturò l’anca. Non riuscendo a stare in piedi neppure con le grucce, la mamma prese a portarla nella vicina chiesa parrocchiale, e a collocarla sopra una coperta davanti alla statua raffigurante l’Addolorata con il Figlio morto tra le braccia. Il pio pellegrinaggio durò quattro anni senza che nel cuore della bambina venisse meno la speranza della guarigione. Ogni tanto la si sentiva sospirare: “Santa Vergine, guariscimi, guariscimi! Se tu mi guarisci, io ritornerò a vederti ogni giorno”. Una mattina, in attesa di essere trasportata davanti alla statua della Pietà, benché non avesse ancora cinque anni, sentì forte il desiderio di dedicarsi a fare scuola ai fanciulli per fare loro conoscere e amare Gesù qualora fosse guarita dalla sua infermità. Pregò quindi con più fervore e costanza: “Vergine Santa, guariscimi, e io raccoglierò tanti bambini e farò loro scuola, e dirò loro di servirti bene”.
 Nella festa della Natività di Maria del 1774, la beata ebbe l’improvvisa sensazione di potere camminare. In principio si servì delle grucce, ma ben presto se ne sbarazzò. Prese perciò sul serio la sua missione di maestra, radunando con più frequenza attorno a sé le coetanee per insegnare loro le preghiere imparate dalla mamma o condurle nella cappella di Nostra Signora della Pietà o sulla collina dove erano state erette le stazioni della Via Crucis. Nonostante uno zelo tanto ardente. Dio permetterà che, per tutta la vita, sia tormentata da scrupoli angosciosi, motivo per cui la minima mancanza le sembrerà un peccato gravissimo.
 Con il passare degli anni, Maria Anna si sentì spinta a ritirarsi in solitudine per vivere più unita a Dio. Dopo la prima comunione e la cresima la madre pensò di farla istruire un poco con la sorella maggiore nel pensionato delle Figlie di Nostra Signora di Pradelles fondare da S. Giovanna di Lestonnac (+1640). In esso non trovò quello che tanto desiderava: la disciplina e lo spirito di orazione. Le collegiali presero a deriderla per la sua piccola statura, ma ella con la pazienza e l’amabilità seppe guadagnarsi la stima di tutte. Confesserà più tardi: “Vedendo” la più piccola delle compagne, mi facevo la serva di tutte cercando di guadagnarle con il cedere alle loro volontà in tutto ciò che potevo” e “quando vedevo in me qualche ripugnanza che mi pareva di ostacolo il mio dovere, la combattevo”. Le religiose stesse rimasero tanto soddisfatte di lei che la incaricarono di preparare le bambine più piccole alla prima comunione.
 La mamma, non potendo stare senza la figlia, nel 1782 la richiamò a casa. Maria Anna ubbidì. Ogni giorno, dopo aver pregato davanti alla statua dell’Addolorata e sbrigato le faccende domestiche, riuniva i bambini del vicinato per fare loro il catechismo. Costoro ne erano tanto entusiasti che la chiamavano “la mammina”. Non sentendosi però ancora sufficientemente preparata a fare da maestra, chiese alla madre il permesso di ritornare a studiare nel monastero di Pradelles. Le sarebbe piaciuto diventare una religiosa educatrice, ne fece persino domanda alla superiora del monastero, ma la sua richiesta non fu accolta.
 Per tenere fede alla promessa fatta alla Madonna, anziché cadere nello scoraggiamento, la beata propose: “Poiché non mi si vuole lasciare entrare in convento, ne farò uno io stessa”. Nel 1786, a diciotto anni, si presentò al parroco per chiedergli il permesso di aprire una scuola.
 Piuttosto scettico questi le rispose: “Faresti meglio a vendere il grano con tua madre. Però, se tu ci tieni proprio, non te lo impedisco”. Appena le Suore del Terz’Ordine di S. Domenico le concessero l’uso di una stanza nel loro convento cominciò la scuola, tra la generale incredulità dei compaesani. Maria Anna, benché non fosse più alta di m. 1,35, riuscì a imporsi anche ai più indisciplinati dando il meglio di sé e facendosi amare, nonostante l’indispensabile severità. I genitori rimasero molto soddisfatti della maniera con cui i loro figli, dalla maestrina in erba, venivano istruiti e preparati alla prima comunione. Persino le Terziarie Domenicane e poi le Terziarie Francescane rimasero tanto ammirate delle capacità didattiche di lei che le chiesero di occuparsi delle loro aspiranti alla vita religiosa. Prima di morire la beata esclamerà: “Di tutto ciò che ho fatto nella mia vita, nulla mi consola tanto quanto l’avere, nella mia giovinezza, lavorato a istruire e a educare nella pietà dei fanciulli che sono diventati dei ferventi cristiani”.
 Con l’aiuto dell’amica Enrichetta Chambon, che le mise a disposizione la propria casa, Maria Anna si occupò pure delle giovinette che non appartenevano a nessuna associazione e delle loro madri. Ogni domenica le radunava per insegnare loro come vivere da buone cristiane, educare i figli e governare la famiglia. Nell’ammaestrarle era tanto persuasiva che tutte dicevano di lei: “E’ lo Spirito Santo che parla con la sua bocca”.
 Nell’autunno del 1790, dopo la proclamazione della costituzione civile del clero, la Rivier, sempre più desiderosa di fare conoscere e amare ovunque il Signore, accettò l’invito del parroco di St-Martin-de-Valamas di aprire colà una scuola. Dopo venti mesi, però, per le fatiche e i digiuni sostenuti, cadde ammalata. La mamma andò a riprendersela. Del resto le opere che aveva iniziato a Montpezat avevano ancora bisogno della sua direzione.
 Essendo sempre ossessionata dall’idea del convento, la beata, oltre alle esterne cominciò a prendere nella sua scuola anche un numero limitato di pensionanti a causa della mancanza di locali e della tristezza dei tempi. Durante il Terrore i rivoluzionari francesi ricercavano i sacerdoti che non avevano giurato la costituzione civile del clero per imprigionarli o ghigliottinarli. La chiesa di Montpezat fu trasformata in granaio e Maria Anna dovette praticamente sostituirsi al parroco nell’esortare i fedeli alla fortezza, nel consolare i malati e prepararli a ben morire.
 A Thueyts, grosso borgo vicino a Montpezat, viveva rifugiato presso la zia Luigi Pontanier (+1824), giovane prete di S. Sulpizio, economo del seminario maggiore di Viviers. La beata ebbe modo di avvicinarlo, di fargli la sua confessione generale ed esporgli i suoi progetti. Quando il Direttorio di Privas mise all’incanto il convento delle Terziarie di S. Domenico, il Pontanier le scrisse che era volontà di Dio che si trasferisse a Thueyts. Ella vi andò a dorso di un asino il 14-7-1794 per aprirvi una scuola. Aveva venticinque anni ed era senza risorse. I pochi risparmi della mamma defunta (+1793) li aveva distribuiti ai poveri.
 La scuola che la Rivier aperse nel convento delle Terziarie Domenicane fu subito frequentata non soltanto dalle fanciulle, ma anche dai ragazzi, che educò come al solito con fermezza e bontà. Più tardi dirà sorridendo alle sue religiose: “Voi non potete battere le giovani. Io menavo diversi ragazzi. Essendo troppo piccola, mi alzavo sulla punta dei piedi per arrivare a dare loro uno scapaccione. Poi ridiventavo colomba per fare amare loro la scuola”. Quanto l’amassero glielo diedero a vedere quando, nel curare la nipote del Pontanier, Maria Anna contrasse il tuo e si trovò in punto di morte. Tutti gli abitanti del paese le erano riconoscenti anche per le sante esortazioni che rivolgeva loro nei giorni di festa nella chiesa rimasta senza prete, le preghiere che faceva loro recitare e gli inni che faceva loro cantare.
 Il 21-11-1795, giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio, il Pontanier volle che la beata offrisse la casa, le allieve, i suoi progetti alla Madre di Dio. Al termine della Messa, celebrata nella soffitta dell’edificio scolastico, le diede un sigillo su cui erano incise le iniziali dell’Ave Maria dicendole: “Prendetelo, sarò il timbro del vostro convento”. Sorgeva così la congregazione delle Suore della Presentazione di Maria.
 Le maestre di cui la fondatrice aveva bisogno stentarono a venire. Frattanto ella non si stancava di pregare: “Signore, se vuoi che la tua opera si compia, inviaci delle Suore”. Alle prime cinque compagne a poco a poco se ne aggiunsero altre. Diverse non perseverarono per la durezza degli inizi. Confesserà più tardi la fondatrice: “Quando vedevo che eravamo sul punto di trovarci senza pane, andavo nella cappella della soffitta o in chiesa a pregare ai piedi della Vergine, raddoppiavamo le nostre preghiere comuni, facevamo processioni e la Provvidenza veniva in nostro aiuto”. Per consolidare l’Istituto il Pontanier ne chiese l’approvazione a Régis Vernet (+1843), suo confratello, che il vescovo di Viviers, Mons. Francesco d’Avian, aveva nominato vicario generale. L’opera, appena abbozzata nel momento in cui tutte le case religiose venivano chiuse, fu ritenuta da lui ridicola e temeraria. Anche senza l’esplicita approvazione ecclesiastica la congregazione delle Suore della Presentazione di Maria ebbe tanto successo che la fondatrice fu costretta a comperare una casa più vasta con quanto il padre le aveva lasciato in eredità. Non le mancarono contrarietà da parte di soggetti strani, ma ella continuò a sperare in Dio e a lavorare strenuamente per il consolidamento dell’Istituto. Del resto amava dire: “Mi riterrei abbandonata da Dio se tutto andasse bene e se Nostro Signore non mi facesse partecipe della sua croce”, oppure: “Dove non è piantata la croce, c’è poco da fidarsi”.
 Crescendo le allieve e le pensionanti, il 22-7-1798 la beata fu costretta ad ampliare la primitiva casa pur non disponendo del denaro necessario. Più tardi confesserà: “Se avessi avuto dei soldi per fare le mie opere, non ne sarei venuta a capo e non avrei mai osato intraprenderle, ma siccome non possedevo nulla, ho sempre sperato che Dio avrebbe fatto tutto”.
 In Francia al governo rivoluzionario del Terrore (1793-94), dominato dai Giacobini, era succeduto quello del Direttorio (1795-99), ancora peggiore del precedente. Nel febbraio del 1799 dal dipartimento di Privas fu mandata a Thueyts una compagnia di cento uomini con l’ordine di disperdere il convento delle Suore della Presentazione di Maria. Il comandante avrebbe voluto prima arrestare la fondatrice e le sue compagne, e poi farle frustare sulla pubblica piazza alla presenza dei suoi uomini, ma i patrioti vi si opposero perché erano tutti troppo affezionati alle istitutrici delle loro figlie. In quella dolorosa circostanza la beata scrisse al Pontanier, suo direttore spirituale: “Ho domandato a Dio, se così gli fosse piaciuto, di mandarmi tutte le croci, di rendermi il rifiuto del mondo, di affliggermi con malattie, pene interiori, di privarmi di qualsiasi consolazione, e questo fino alla fine del mondo… a condizione che l’Istituto sia conservato. E sono sempre più tenace in queste disposizioni, e mi sembra che farei il sacrificio di non vedere mai Dio se potessi lavorare per tutta l’eternità alla salvezza delle anime”.
 Dopo d’allora le Figlie di Madre Rivier non furono più molestate. Esse rimasero, però, fedeli alle raccomandazioni che furono fatte loro dalla fondatrice, e cioè di sapere sempre e soltanto “pregare, lavorare e tacere”. Per accelerare lo sviluppo dell’Istituto, il Pontanier ottenne alla beata un incontro con il Vernet a Chomerac, alle porte di Privas, dove viveva nascosto. Durante il viaggio ogni tanto diceva: “Signore, dammi delle aiutanti e dei denari”. Il vicario generale l’accolse paternamente, l’ascoltò, entrò subito nell’ordine delle sue idee e le promise protezione e aiuto.
 Il 18-6-1801 egli si recò in incognito al convento di Thueyts e per una decina di giorni celebrò la Messa nella cappella delle Suore, predicò, confessò, e preparò per loro le costituzioni. Impressionato per l’estrema povertà in cui vivevano, diede loro del denaro perché almeno a mezzogiorno facessero uso di un po’ di carne. La sera del 4-8-1801 alla Presentazione di Thueyts, con il vicario generale giunse, vestito da parrucchiere, anche il vescovo di Viviers, Mons. Carlo Francesco d’Avian (1736-1826), il quale non potè fare a meno di esclamare: “Mie figlie, il dito di Dio è qui; è impresso su questa fondazione e sulle sue opere!”. Prima di ripartire approvò le costituzioni, confermò Madre Rivier nella sua carica di superiora, e ricevette la professione di cinque nuove suore.
 Lo sviluppo della Congregazione non conobbe più soste. Prima di morire la beata lascerà 300 religiose in 141 case, sparse in 15 diocesi. costruite con l’aiuto di Mons. Giovanni Battista Chabot, nuovo vescovo di Mende (sede alla quale dopo il concordato di Napoleone II (1821) con Pio VII (+1823), Viviers fu momentaneamente unita) e la collaborazione di Vernet, riconfermato vicario generale per l’Ardèche, con residenza a Thueyts. La congregazione sarà autorizzata da una ordinanza di re Carlo X il 29-5-1830 e avrà il Decreto di Lode da Gregorio XVI il 6-5-1836. Le suore svolsero il loro apostolato nelle parrocchie tra mille sacrifici.
 Sovente non disponevano che di una sola stanza. Doveva quindi servire loro da scuola, da cucina e da dormitorio. La fondatrice diceva sovente alle sue religiose: “Voi siete inviate nelle parrocchie per educarvi cristianamente i bambini e fare il catechismo… L’insegnamento della scrittura, della lettura e della grammatica è soltanto l’esca con cui attrarre i fanciulli”. Certi sindaci, liberi pensatori, avrebbero fatto volentieri a meno degli insegnamenti religiosi, ma la beata rispondeva: “Niente catechismi, niente suore. Preferirei che la casa crollasse perché è stata fondata soltanto per questo”. Nel 1803 scrisse a una sua figlia: “Soffro sempre più nel sapere che in tante parrocchie non c’è nessuno che mostra la via del cielo a tanti poveri fanciulli che si perdono. Quanto siamo pochi per fare conoscere e amare il Signore ovunque non è conosciuto e amato!”
 Durante una ricreazione, a una suora che aveva espresso il desiderio di andare presto in paradiso, rispose: “Oh, la pigracciona! Se per qualche istante fossi S. Pietro, io farei uscire dal paradiso tutti i santi giovani, e li manderei sulla terra perché lavorino per la salvezza delle anime”. E sospirava: “Oh, quanto amo questa vocazione! Io l’amo più del paradiso! Se fosse possibile convertire i demoni e i dannati, andrei volentieri a fare il catechismo nell’inferno”. Nel mandare le suore nelle parrocchie, dopo aver dato loro delle sagge direttive, talora diceva: “Invidio la vostra sorte”. Rimpiango di non potere più fare scuola e soprattutto il catechismo”.
 Appena la fondatrice fu libera dall’insegnamento per il moltiplicarsi delle maestre, si dedicò completamente al governo dell’Istituto e ai ritiri alle giovani e alle donne delle parrocchie in cui aveva aperto o stava per aprire una scuola. I parroci ne erano molto soddisfatti per gli evidenti frutti spirituali. Questo servizio della beata alla parola di Dio durerà oltre trent’anni. Diversi sacerdoti che udirono le sue istruzioni tanto chiare, persuasive e commoventi, espressero in seguito questo giudizio: “Per trattare così simili argomenti bisogna che ella abbia ricevuto un dono speciale”.
 Il segreto di tanto successo va ricercato nelle confidenze che la fondatrice faceva alle sue Figlie: “Posso dire che non parlo mai né alle persone del mondo, né alle suore, né alle novizie senza avere riflettuto e pregato”. E tacciava di “orgogliose” quelle istitutrici che “di punto di bianco andavano a fare delle istruzioni senza preparazione e senza preghiera”. Nelle novizie e nelle suore la beata sopportava e perdonava tutto, eccetto la superbia di cui aveva più paura di tutti i demoni. Per parte sua non si stancava mai di ripetere che tutto, nella Congregazione, era opera di Dio, che in essa nulla ci aveva potuto mettere di suo perché non aveva né talenti, né virtù, né scienza, né ricchezza. Eppure, a sentire il Vernet, ella “aveva una testa capace di governare un regno”.
 Nelle suore oltre all’umiltà la B. Maria Anna voleva che fiammeggiasse lo zelo di S. Francesco Saverio (+1552) e S. Francesco Régis (+1640), l’apostolo del Vivarese. Diceva loro: “Tutte le vostre azioni devono essere come un catechismo che insegna a vivere cristianamente e la vostra vita un Vangelo aperto… La salvezza delle anime non si compie che attraverso la grazia unita alla vostra cooperazione; ora la grazia si ottiene con la preghiera. Per lavorare efficacemente al servizio delle anime bisogna pregare di continuo”.
 Madre Rivier all’orazione e alla comunione quotidiana univa anche la sofferenza. Finché visse fu tormentata da scrupoli e ossessioni, dalla paura della morte e del giudizio di Dio, dai dispiaceri provenienti dalla defezione o dalla morte di tante suore giovani e dalle ristrettezze economiche, da un falso sentimento di impotenza e di incapacità. Ritenendosi responsabile di tutte le infrazioni fatte dalle suore alla regola, bramava di essere esonerata dal compito di superiora. Si rivolgeva alla Madonna e sospirava: “Ottienimi di essere una santa e di non morire superiora”. In tale ufficio temeva di perdersi benché fosse convinta che “la volontà di Dio è la prima superiora della comunità”. Il P. Vernet cercava di dissipare questi suoi eccessivi timori con lunghe lettere, ma non sempre ci riusciva. Ciò nonostante la beata seppe comunicare e diffondere attorno a sé sicurezza, gioia e zelo alle suore con le quali viveva. A una di esse l’11-12-1808 scrisse: “Posso dirti che sono con te sul Calvario, e con la grazia di Dio voglio restarvi tanto quanto Egli vorrà. Stabiliamo su di esso la nostra dimora per tutta la nostra vita. Di là noi saliremo al ciclo. Disprezziamo tutte le dolcezze della terra, e amiamo soltanto la croce”. Il 21 novembre dell’anno precedente il Vernet ne aveva consegnata una di argento ad ogni suora come distintivo.
 Nel 1813, durante una conferenza, la fondatrice disse alle suore di Thueyts: “Figlie mie, questa casa è troppo piccola, e non possiamo ingrandirla di più. Orbene, benché abbia soltanto 4000 franchi, vi annuncio che tra sei anni saremo in un superbo convento. In che luogo, lo ignoro, ma vedrete!” Fu profeta. A Bourg-St-Andréol c’era in vendita il monastero delle Visitandine. Lo comperò, lo fece ristrutturare conforme alle esigenze del suo Istituto, e vi stabilì con la Casa Madre un orfanotrofio e una scuola gratuita per le fanciulle povere. Le spese che dovette sostenere furono ingenti. La gente diceva che vi faceva fronte con un tesoro da lei trovato sotto un fico del giardino. Al Dott. Cade, medico della comunità, che ne voleva sapere di più, disse sorridendo e mostrando la statuetta della Vergine che teneva sul tavolo: “Io non ho mai cercato denaro che con la preghiera ed è sempre venuto”. Alla Madonna ricorreva in tutte le necessità. La chiamava in aiuto agitando un campanellino o scrivendo lunghe lettere che portava direttamente o faceva recapitare nei Santuari più celebri.
 La casa di Bourg-St-Andréol fu benedetta il 16-6-1820 sotto gli auspici di S. Francesco Régis. Nella festa della natività di Maria del 1821 la fondatrice ebbe la gioia di consegnare alle sue figlie una copia stampata delle Regole. Nell’esortarle all’osservanza affermò: “Posso assicurarvi che questa buona madre ha fatto tutto in questa casa. Quando cominciai. non sapevo che cosa voleva da me. Non avrei mai creduto di giungere dove siamo giunte…”. Che l’opera fosse voluta da Dio apparve anche dalle prodigiose moltiplicazioni dell’olio e del grano ottenute dalla beata con la fiduciosa preghiera e il soccorso ai poveri che non lasciò mancare loro anche nei casi di estrema necessità.
 Madre Rivier ogni anno visitava le case, che aveva fondato, a piedi, a cavallo, in carrozza. Ci teneva che in esse le scuole funzionassero bene. Alle superiore e alle maestre raccomandava l’impegno nella propria santificazione, l’unione con Dio mediante la preghiera, il dialogo, la carità, la riflessione e la vigilanza. Diceva loro: “Figlie mie, voglio portarvi tutte in Paradiso, griderò a Dio come una pazza in vostro favore”. Era tanto amata dalle suore che non riusciva a liberarsene ovunque andava. D’altronde ella stessa era costretta a dichiarare: “L’amore che io nutro per le mie Figlie è per me un martirio”. Anche la gente accorreva per “vedere la santa” e toccare le sue vesti. E dire che la beata si vergognava persino di sentirsi chiamare “Madre”!
 Giorno e notte la B. Maria Anna era tormentata dal desiderio di visitare le case da lei fondate e spronare le suore a moltiplicare il loro zelo, nonché dalla brama di istruire le donne del paese. Quando Leone XII, nel 1826, estese a tutto il mondo l’anno giubilare, la beata fu per ore ed ore predicatore instancabile. Il Dott. Cade se ne inquietava e diceva alle Suore: “Vostra Madre vuole ammazzarsi”. L’infermiera le faceva osservare che aveva la febbre. Le rispondeva: “L’avrei molto di più se non parlassi loro”. Le cuoche le dicevano che non doveva dimenticarsi di mangiare. Le interrompeva dicendo: “Figlie mie, ho fame della salute delle vostre anime; bisogna che soddisfi questa prima dell’altra”. La beata finché visse non godette mai di una buona salute. Già nel 1815 fu colpita da una lunga malattia durante la quale al Dott. Cade confidò candidamente che “trovava duro morire nel proprio letto”. Guarì, ma dal 1821 cominciò a sentire il peso dei viaggi per causa del catarro, della tosse, delle erisipele, delle enfiagioni alle gambe, dei reumatismi e del bruciore agli occhi. Per ordine dei medici e del Vernet si sottopose a cure termali e pellegrinò a diversi santuari tra cui quello di Nostra Signora di Le Puy e di S. Francesco Régis di La Louvesc, ma era volontà di Dio che non guarisse più.
 Nel 1830 scrisse a una suora: “Tutti i giorni qui sono segnati da croci. Dio vuole così, che ne sia benedetto. Prega per me. Del resto io sono piena di coraggio e nulla mi abbatte”. Nella festa dell’Immacolata dello stesso anno, ebbe il coraggio di dire alle sue Figlio: “Quando ci capita una croce, dovremmo riceverla in ginocchio”. In mezzo ai dolori ripeteva con la corona del rosario in mano: “In questo stato io sono contenta. Vedo in tutto la volontà di Dio e mi ci sottometto”. Se le suore che l’andavano a trovare si mostravano tristi in volto allora cantava forte l’alleluia o altri inni.
 Negli ultimi cinque mesi di vita Madre Rivier aprì ancora otto case. A chi le raccomandava il riposo rispondeva con una certa vivacità: “Quando si trattava della gloria di Dio e della salvezza delle anime, i santi non dicevano mai “basta”: morivano, come il Saverio, nella fame del loro zelo”. Tra i dolori sovente esclamava: “Misericordia, mio Dio, misericordia!”. Oppure sospirava guardando una statuetta della Madonna: “Madre mia, presto, presto”. Morì il 3-2-1838. Leone XIII ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 13-6-1890 e Giovanni Paolo II la beatificò il 23-5-1982. Le sue reliquie sono venerate nella cappella del convento di Bourg-St-Andréol.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 77-85.
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