B. INNOCENZO XI (1611-1689)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Benedetto Odescalchi nacque a Como il 19 maggio 1611. A Napoli ricevé la tonsura il 18 febbraio 1640. A Roma intraprese la carriera ecclesiastica, ma conducendo una vita ritirata ed austera. Nel 1650 il papa lo nominò vescovo di Novara. Il 21 settembre del 1676 fu eletto papa, assumendo il nome di Innocenzo XI. Durante il suo pontificato combatté il nepotismo, l’usura e il lusso, esortando alla carità e alla beneficenza, dando il suo personale esempio e cercò di abolire il commercio degli schiavi. Riuscì a coalizzare le forze europee contro l’avanzata turca e nella difesa di Vienna e di Buda dall’offensiva musulmana. Innocenzo XI morì il 12 agosto 1689 e, acclamato santo dal popolo dei fedeli, fu sepolto in S. Pietro. Fu dichiarato beato da papa Pio XII il 7 ottobre 1956.

È stato definito il più importante e glorioso pontefice del secolo XVII, non solo per la santità di vita, ma anche per la saggezza di governo. Il beato nacque il 19-5-1611 a Como, allora parte integrante del ducato di Milano, sotto il dominio spagnuolo, quinto tra i sette figli che il principe molto munifico Livio Odescalchi (+1622) ebbe da Paola Castelli di Gandino Bergamasco. Al fonte battesimale gli fu posto il nome di Benedetto. Dopo la prima istruzione e educazione, che ricevette da un sacerdote, i genitori lo posero nel collegio dei Padri Gesuiti dove, per l'esemplarità di vita, fu iscritto alla Congregazione Mariana.
Ultimati i corsi umanistici, a quindici anni Benedetto si trasferì a Genova, presso la zio Papirio, che dirigeva la "Società Odescalchi", per impratichirsi nel disbrigo delle relazioni bancarie e commerciali. Durante la peste del 1630 si ritirò a Mendrisio (Svizzera), e dopo la morte dello zio (1632), che lo lasciò erede con i fratelli delle sue sostanze, condusse a Milano, a Como e a Genova una vita integerrima, frequentando i Sacramenti e fuggendo la compagnia delle donne, che detestava per la loro vanità. Quando partì per Roma (1636) non aveva ancora fissato la carriera o la professione da intraprendere lontano dalla patria.
Il cardinale De la Cueva, al quale era stato raccomandato dal governatore di Milano, lo persuase a frequentare alla Sapienza i corsi di diritto civile e canonico. Non sappiamo però il motivo per cui li terminò a Napoli, dove si laureò in utroque iure (1639). Non è improbabile che in detta città avesse interessi di famiglia, come a Roma aveva titoli sui banchi del sale. Non sappiamo neppure perché a tre anni dalla laurea abbia deciso di ricevere la tonsura (1640), pur non avendo intenzione di ascendere al sacerdozio o a dignità ecclesiastiche e a cariche pubbliche. E' molto probabile che, dopo aver superato una grave malattia, fosse mosso a fare un passo simile dal desiderio di consacrarsi al Signore in una vita celibe, segregata dal mondo e dedita alle opere di beneficenza.
Quando Benedetto ritornò a Roma in abito talare, il fratello Carlo, per l'onore della famiglia, stabilì d'iniziarlo alla carriera ecclesiastica nella prelatura romana acquistando per lui, secondo l'usanza del tempo, un presidentato e due segretariati di cancelleria prelatizia. Poco sappiamo di quello che fece dal 1640 al 1644 in qualità di protonotario apostolico partecipante, e poi di presidente della Camera Apostolica nella Roma del tempo, piena di tanti contrasti. E' certo che cominciò presto a spiccare oltre che per la straordinaria statura, anche per la modestia, la sobrietà, la ritiratezza e la beneficenza nascosta. Schivava difatti la conversazione delle donne, s'intratteneva volentieri con i religiosi, frequentava alla chiesa del Gesù l'esercizio della buona morte e la Congregazione dei Nobili.
I Barberini non tardarono a mettere gli occhi su di lui per affidargli il difficile ufficio di Commissario straordinario per le tasse nella Marca, allo scopo di rinsanguare l'erario esausto per le avverse vicende della disgraziata guerra di Castro, originata dalla ribellione a Urbano VIII (Maffeo Barberini) del suo feudatario Odoardo Farnese. Benedetto ubbidì con grande ripugnanza alle proposte dei superiori (1640), e assolse l'odioso compito con grande prudenza, equità e fortezza. I testi del processo apostolico insistono sulle abili manovre di lui per favorire quelle popolazioni e sulla carità che dispiegò generosamente nel sostituirsi ai poveri nella gravosa contribuzione. Ottenne così di essere eletto governatore di Macerata, carica che esercitò soltanto alcuni mesi perché al principio del 1645 Innocenze X lo elesse chierico di camera e, dopo quaranta giorni, cardinale diacono dei SS. Cosma e Damiano. Tuttavia gli furono sufficienti per mostrarsi in anticipo il sovrano ideale dello Stato Pontificio: energico nemico del vizio, del fasto, dell'avarizia in sé e nei suoi ministri, esatto amministratore della giustizia, modello esemplare nella vita pubblica e privata, generoso protettore dei poveri.
Il cardinale Odescalchi prese stanza nel palazzo Patrizi (poi Lovatelli) da cui non usciva che per le cappelle papali, i concistori, le congregazioni, come quella dei Vescovi e dei Regolari, della consulta e del buon governo, e per fare visita a qualche chiesa, o per l'opera dei catecumeni e neofiti, ossia degli ebrei convertiti, di cui era zelante protettore. Nel 1648 lo Stato Pontificio fu desolato da una grave carestia. Innocenzo X nominò allora l'Odescalchi Legato di Ferrara. Ancora una volta il beato piegò il capo con ripugnanza, ma prima di raggiungere la nuova sede volle recarsi ad Assisi per raccomandarsi alle preghiere di S. Giuseppe da Copertino (+1663), già in fama di santo. Tuttavia non trascurò le risorse della sua beneficenza e dei mezzi naturali, ordinando dalle Puglie una grande quantità di grano per provvedere ai più urgenti bisogni delle popolazioni affamate.
Il Legato diede subito prove di grande abilità amministrativa facendo censire il frumento esistente nella regione, opponendosi alle frodi degli avari che tenevano nascosto il grano, fissando un prezzo onesto al pubblico mercato, facendo abbondanti distribuzioni di pane e di denaro ai poveri, favorendo la concordia tra i nobili che ogni tanto invitava alla propria mensa. Siccome il popolo era avido oltre che di pane anche di giustizia, il beato fece porre nel suo palazzo una cassetta, di cui teneva con sé la chiave, affinché ognuno lo potesse con libertà avvisare delle ingiustizie commesse dagli impiegati, e fu vigoroso vindice della giustizia, mandando anche a morte i più pericolosi malfattori. Talora recandosi a visitare qualche chiesa il popolo lo accoglieva al grido: "Viva il Cardinale Odescalchi, padre dei poveri".
Nel 1650 il beato fu preconizzato vescovo di Novara. Confuso, accettò di esser ordinato sacerdote e vescovo in Ferrara, per conformarsi al volere di Dio che lo chiamava a lavorare "anche nella vigna spirituale". Sebbene nuovo alla cura delle anime, si mostrò zelante nel riformare i costumi del popolo e nel rinvigorire la disciplina del clero, seguendo le costituzioni sinodali di S. Carlo Borromeo (+1584). Visitò soltanto in parte la diocesi e s'interessò perché i fedeli fossero istruiti nella dottrina cristiana. Esisteva in Novara il Monte di Pietà, ma poiché era inefficiente per mancanza di fondi, il santo vescovo lo sovvenne con una forte somma affinché potesse far fronte ai bisogni dei meno abbienti. Arricchì e abbellì la cattedrale, ma per sovvenire alle necessità dei poveri non volle che, oltre la cupola, fosse dipinto anche il coro.
Il cardinale Odescalchi nel 1654 si recò a Roma per la visita ad limina.
Tornò ad abitare nel palazzo Patrizi e sia Innocenzo X che il suo successore, Alessandro VII, lo trattennero a lungo presso di loro per beneficiare dei suoi consigli. Vedendo che era impossibile svolgere contemporaneamente i due compiti, insistette perché fosse accettata la sua rinuncia (1656). Da Roma non si mosse più, tranne il periodo della peste (1656-1657), durante il quale fu a Capranica e nella regione del Cimino. Il cardinale si vedeva quasi unicamente nelle congregazioni romane e nelle chiese, intento al servizio della Santa Sede e alla vita "nascosta con Cristo in Dio". Se non ideatore di nuove opere, fu munifico promotore delle fondazioni del suo parente, Mons. Tommaso Odescalchi, cioè dell'ospizio di Santa Galla e dell'opera di San Michele a Ripa. Egli faceva le elemosine per impetrare da Dio una buona morte e per farne in maggior numero possibile non voleva attorno a sé né sfarzo, né lusso, né livree, né numero eccessivo di servi. Per condividere meglio l'apostolato redentivo dell'ordine della SS. Trinità volle farsene Terziario.
Nel conclave del 1676 non poté esimersi dall'accettare il peso del supremo pontificato con il nome di Innocenzo XI. Distinguendosi per l'austerità e ritiratezza di vita, per la pietà e la liberalità verso i poveri, i buoni attendevano da lui che "rimettesse nella casa di S. Pietro la modestia, la frugalità e la disciplina apostolica". Il nuovo papa non era né un diplomatico, né un teologo, ma soltanto un esperto amministratore, dotato di grande senso pratico, di coscienza rigida, di viva fede e profonda umiltà. Non cercava altro che la gloria di Dio e il bene della Chiesa confidando non in sé o nei mezzi umani, ma nell'aiuto divino attirato dall'assidua preghiera.
Nel Quirinale, dove stabilì la sua residenza, Innocenzo XI visse tanto poveramente da accontentarsi di mobili comuni e di indumenti rappezzati. Le stalle di palazzo erano male fornite perché preferiva devolvere ai poveri quello che riceveva di rendita dalla Santa Sede. Aveva in orrore le acclamazioni popolari, e perciò cercava di mostrarsi raramente in pubblico dicendo che il papa doveva "stare ritirato in casa e pregare Cristo per il suo popolo". Durante tutto il pontificato non si recò mai in villa a Castel Gandolfo, e non scese mai nei giardini vaticani o di Monte Cavallo dicendo che il maggior sollievo lo trovava nella recita dell'ufficio divino. Del resto frequenti erano le indisposizioni alle quali andava soggetto soprattutto a causa dei calcoli renali, della podagra e della gotta delle mani, che sovente lo costringevano a letto.
Innocenzo XI rifuggì sempre dall'inganno e dalla doppiezza. Sempre padrone di se stesso, fu con tutti affabile e mansueto, non esclusi i noiosi ed i maledici, geloso dei diritti della Chiesa, nemico delle raccomandazioni, giusto nell'assegnazione delle cariche. Incline alla malinconia e allo scrupolo, provava difficoltà estrema a prendere una decisione. Una volta presa, però, era irremovibile, ma non ostinato. Dopo l'elezione al pontificato attese sei mesi prima di fare qualche modifica. Molti si meravigliavano della sua indecisione. S. Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova, trattenuto a Roma da Innocenze XI per consigli, ebbe a dire: "Molti vorrebbero che più operasse: io credo che voglia prima ben informarsi e poi operare". E così fu.
Durante il pontificato il beato si occupò attivamente dello stato delle missioni e degli interessi dei singoli paesi non ancora cristiani. Era convinto che "come dall'oriente era a noi venuta la fede, così doveva l'occidente ridarla agli orientali". In pratica dovette limitarsi a difenderla dalle infiltrazioni dei protestanti impedendo in Germania i matrimoni misti, dalle intemperanze dei moralisti lassisti condannando 65 loro proposizioni e dagli errori del quietista Michele de Molinos (+1696), condannandolo al carcere a vita, benché fosse stato un suo protetto.
Sapendo quanto il popolo ignorasse le verità della fede, egli insistette presso il clero e gli stessi cardinali, perché s'insegnasse la dottrina cristiana a tutti: fanciulli, soldati e adulti; compilò un programma d'insegnamento, arruolò e sostenne un corpo di maestre che furono dal popolo chiamate le Maestre Odescalchi, profuse premi, concesse indulgenze, inviò ispettori, diffuse moltissime copie della Dottrina Cristiana. Ai predicatori inculcava ripetutamente che, lasciate da parte le ampollosità e i giuochi d'ingegno, proclamassero con semplicità la parola di Dio.
Innocenzo XI considerava la correzione dei costumi inseparabile dalla vera fede. Egli sentì la responsabilità di allontanare dal male le anime a lui affidate, e di fare regnare nei sudditi l'ordine e la tranquillità. Rinnovò, quindi, le prescrizioni già esistenti, e ne volle in ogni modo l'adempimento da tutti. Non voleva sacerdoti, e meno ancora vescovi, che non risiedessero nelle loro sedi, che non fossero degni del loro ufficio, e fu inesorabile contro il lusso ovunque riscontrato, anche nei conventi. Col suo esempio egli avviò una riforma importantissima perfino nel supremo grado della gerarchia togliendo l'antica e funesta piaga del nepotismo.
La gloria principale di questo pontefice fu di avere difeso l'Europa dall'invasione dei turchi, collegando assieme i principi cristiani, nonostante l'interessata opposizione del re di Francia, Luigi XIV, e somministrando loro ingenti somme ottenute introducendo rigorosissime misure di risparmio e abolendo le spese superflue. Mediante la lega che fu stretta tra l'imperatore Leopoldo I e il re di Polonia, Giovanni Sobieski, il 12-9-1683 ottenne la liberazione di Vienna, e mediante la "santa lega" tra la Polonia, la Repubblica di Venezia e la Russia, il 2-9-1686 rese possibile anche la riconquista di Buda. A ricordo dei due grandi trionfi delle armi cristiane, che segnarono il declino della potenza ottomana, Innocenzo XI istituì la festa del Nome di Maria e fece coniare una medaglia commemorativa con l'iscrizione: "La tua destra, o Signore, ha colpito il nemico".
Nel campo politico Luigi XIV poté impedire al papa di organizzare, come aveva ideato, un attacco concentrico di tutto il mondo cristiano alla Mezzaluna, ma nella sfera del diritto il re Sole trovò nel Pontefice un inflessibile antagonista. Il giovane re pretendeva estendere a tutte le diocesi del regno le "regalie", ossia il diritto di amministrare e riscuotere le entrate episcopali delle sedi vacanti. Innocenzo XI, conscio dei suoi doveri di Vicario di Cristo, con tre Brevi lo ammonì di ritirarsi dalla falsa via, ribadendo che "nessuno che sia sano di mente e di dottrina oserà porre in dubbio il principio che al potere secolare non spetta alcun diritto sulle cose sacre se non gli sia stato eventualmente concesso dalle autorità ecclesiastiche" e dichiarandosi pronto a soffrire piuttosto la morte che tradire i diritti della Chiesa. Il papa non si lasciò intimidire neppure quando l'assemblea del clero francese protestò contro "l'inconsueto procedimento" (1680) e accettò i quattro articoli gallicani (1682), e neppure quando fu pretesa la libertà del quartiere francese a Roma. Il beato non rinunciò a nessuno dei suoi princìpi nemmeno nella speranza di guadagnare l'animo di Luigi XIV contro i turchi.
Negli ultimi mesi di vita Innocenze XI andò incontro a un "indicibile martirio" a causa dei suoi mali. Le virtù che più rifulsero allora in lui furono la pazienza e la fortezza. Fu udito replicare: "O Signore, aumenta il dolore, ma aumenta anche la pazienza". Quando i dolori erano più acuti si limitava a esclamare: "O Dio! O salvatore mio!". Il dottor Lancisi, alcuni giorni prima della morte, gliene diede avviso. Il beato non fu mai visto tanto gioioso come dopo quell'annuncio. Volle ricevere subito gli ultimi sacramenti e morì il 12-8-1689 dopo avere molto pregato e più volte ripetuto il versetto del salmo: "Quoniam tu, Domine, singulariter in spe constituisti me".
Innocenzo XI fu sepolto nella basilica vaticana e beatificato il 7-10-1956 da Pio XII. La sua elevazione all'onore degli altari era stata ritardata per le calunnie che furono propalate in Francia contro il grande Pontefice. Benedetto XIV era stato indotto a sospenderne la causa.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 107-113
http://www.edizionisegno.it/