B. GIOVANNI MARTINO MOYE (1730-1793)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Quando, durante la rivoluzione francese, fu imposto ai sacerdoti di giurare la costituzione civile del clero, il Moye incoraggiò i confratelli alla resistenza finché fu costretto a rifugiarsi a Treviri con le Suore e il noviziato. Si preparò alla morte trascorrendo il tempo nel pregare, nell\’assistere i poveri e nel visitare i malati dell\’ospedale, a contatto dei quali contrasse il morbo che lo portò alla tomba. Pio XII lo beatificò il 21-11-1954.

Il fondatore delle Suore della Divina Provvidenza di Porthieu nacque il 27-1-1730 a Cutting (Moselle), nella diocesi di Metz (Francia), sesto tra i tredici figli che ebbero i suoi genitori, modesti contadini. In Martino si manifestò presto, come in altri due suoi fratelli, la vocazione allo stato ecclesiastico. Egli fece i suoi studi nei collegi che i Gesuiti avevano aperto a Pont-à-Mousson e a Strasburgo, ma si preparò al sacerdozio nel seminario di Metz.
Il rettore avrebbe voluto farne un professore di belle lettere, ma il beato, dopo l\’ordinazione sacerdotale (1754), preferì darsi al ministero sacro come vicario in diverse parrocchie. Molto pio, decisamente austero con sé e con gli altri, predicò un po\’ ovunque a Metz e nei paesi più abbandonati. Non era un oratore, ma sapeva esporre con semplicità e convinzione quello che pensava e soprattutto quello che praticava. I fedeli rimanevano colpiti dal suo spirito di povertà, dall\’amore ai poveri, dalle penitenze che praticava e dalla devozione che nutriva per la Passione del Signore.
Nel corso delle sue predicazioni, vedendo in quale miseria materiale e spirituale versavano gli abitanti delle campagne, pensò di fondare le Suore della Provvidenza, perché facessero scuola alla gioventù che cresceva analfabeta. Trovò presto delle candidate alla vita religiosa disposte ad assecondarlo nei suoi disegni, di modo che, con il permesso del vicario capitolare, riuscì ad aprire le prime due scuole a Vigy e a Béfey (1672) fidando unicamente nell\’aiuto dei buoni. A Metz però influenti laici ed ecclesiastici biasimarono lo zelo del beato. Non avendo fondato la sua opera su rendite fisse credevano che fosse necessariamente votata al fallimento. In un primo momento il vescovo gli proibì di aprire altre scuole, ma quando vide che Dio benediceva l\’impresa di lui gli restituì la libertà d\’azione.
Le scuole di campagna non erano sufficienti ad appagare lo zelo del beato. Vivendo continuamente a contatto del prossimo, costatava con amarezza come, di frequente, molti bambini morissero senza battesimo. Scrisse allora un opuscolo per segnalare la negligenza delle ostetriche e dei parroci della città, ma costoro non gradirono la lezione. Per pacificarli, i vicari generali dovettero allontanare il Moye dall\’ufficio di direttore spirituale del seminario e nominarlo vicario di Dieuze. Anziché scoraggiarsi, il beato ne approfittò per reclutare nuove istitutrici e fondare altre scuole. Perché la sua opera si stabilisse su solide basi scrisse per le sue Suore un Progetto delle scuole delle Figlie dette della Provvidenza per le campagne e alcune Regole e Istruzioni per la condotta delle Suore.
Nella direzione spirituale egli insisteva soprattutto sull\’abbandono alla Provvidenza, la semplicità, la povertà e la carità. Si rendeva conto che, il vivere senza rendite fisse, poteva sembrare una follia per molti, ma diceva: "O questo progetto è secondo la volontà di Dio o no; se è secondo la sua volontà, essendo onnipotente, Egli ha mille mezzi per condurlo a termine; se non è conforme al beneplacito di Dio, ci rinuncio fin da questo momento". Alle suore insegnava: "Non dobbiamo ostinarci in niente, ma conservarci nella santa indifferenza, non volendo né una cosa né l\’altra fino a tanto che non avremo modo di conoscere il beneplacito di Dio".
L\’attività del beato da molti non fu bene accetta. Un giorno, chiamato da una madre accanto al figlio caduto nel fuoco, le disse: "Pregate, non desolatevi, vostro figlio guarirà". Essendo avvenuto conforme alla sua parola, la madre si affrettò a spargere la voce che il vicario faceva miracoli. Qualcuno ne rimase scandalizzato e si ritenne in dovere di sporgere denuncia al vescovo, quasi che Moye assumesse atteggiamenti di profeta e di taumaturgo. Nella settimana santa del 1767 egli ricevette l\’interdizione di esercitare il ministero a Dieuze. Non avendo un posto fisso, approfittò allora della libertà per predicare un po\’ ovunque e fondare altre scuole. Nel 1768 il prevosto del capitolo di St-Dié gli offerse la direzione del seminario di quel territorio nullius diocesis, ma dopo un anno la fondazione fu chiusa.
Essendo ancora una volta rimasto senza un\’occupazione fissa, il Moyè pensò di mandare ad effetto un progetto che accarezzava da tempo; partire missionario. Alla fine del 1769 si recò al seminario delle Missioni Estere di Parigi e vi trascorse diversi mesi. Nell\’attesa di un battello che lo trasportasse fino a Macao, ritornò in diocesi a predicare e a fondare scuole. Partì alla volta di Se-Tchuen (Cina) il 7-9-1771, affidando le sue Suore alla Provvidenza. Scrisse loro da Parigi: "Abbiate fiducia in essa ed ella non vi abbandonerà mai. Amate la povertà; rallegratevi nelle pene e nelle persecuzioni; amatevi le une le altre; siate sottomesse alle vostre superiore, sempre pronte ad andare dove esse vi manderanno. Se dovete scegliere, preferite i posti più difficili, i più umilianti e i meno lucrativi… Insegnate gratuitamente, e non aspettatevi per salario che disprezzi e rimproveri. Aspettatevi di essere considerate come delle insensate; così sarete crocifisse al mondo e il mondo sarà crocifisso per voi. Nelle vostre pene cercate la consolazione presso il SS. Sacramento e ai piedi della croce".
In viaggio verso Macao scrisse ancora loro: "Non attaccatevi a niente, al denaro meno che a qualsiasi altra cosa. Niente provviste per l\’avvenire, ma un perfetto spogliamento, una completa fiducia e un totale abbandono alla Provvidenza… Date il poco che avete ai poveri, e Dio vi nutrirà, vi vestirà, vi alloggerà… Se manchiamo di pane, è perché manchiamo di fede". Naturalmente timido, confidò al fratello parroco come si comportava con i viaggiatori: "Io fuggo gli uomini perché preferisco conversare con Dio e con i santi; ma quando si presenta qualche buona azione da fare, qualche anima da guadagnare, mi sento infiammare il cuore. Non c\’è conversazione più insipida per me di quella che ha per unico oggetto le cose del mondo". E ancora: "Benedetto sia il Signore"! Non mi aspetto più alcun piacere umano sulla terra. La natura non vede più nulla nell\’avvenire che la colpisca… Io vedo ora da quanti pericoli Dio mi ha preservato… Ho provato nella mia vita molte umiliazioni e tribolazioni. Ebbene, tutto ciò mi era necessario!".
A Macao, il Moyè dovette travestirsi da mercante per raggiungere, dopo tre mesi di viaggio sul fiume Azzurro, la sua residenza, perché ai missionari era interdetta l\’entrata in Cina. Il vicario apostolico, Mons. Pottier, gli affidò, da evangelizzare, la parte orientale del paese con il titolo di provicario. Il beato apprese il cinese con sorprendente rapidità e, nonostante la persecuzione, sì diede a percorrere, da un capo all\’altro, il suo vasto distretto. Per attirare le benedizioni di Dio sulla cristianità alla quale si dirigeva, indiceva subito dei digiuni e delle preghiere, e poi faceva due prediche oltre le istruzioni particolari. Per facilitare ai fedeli la preghiera, compose egli stesso in cinese diverse raccolte di orazioni.
La sua accortezza e le attenzioni dei cristiani che lo ospitavano per la celebrazione notturna della Messa, non riuscirono a impedirgli di cadere almeno due volte nelle mani dei persecutori, dalle quali fu sottratto quasi miracolosamente dal Signore dopo schiaffi e bastonate. Lieto di essere ritenuto "criminale di Gesù Cristo", scrisse il 15-4-1773 alle sue Suore: "La sola consolazione di soffrire non è poca cosa; un\’anima senza croce langue e cade a terra con il suo proprio peso. Un\’anima che soffre sente non so quale forza che l\’eleva verso Dio e che la rende conforme a Gesù Cristo. Io ero felice di vedere che Dio mi faceva la grazia di partecipare in qualche cosa alle pene e alle umiliazioni di suo Figlio. La vista delle sofferenze di Gesù Cristo mi faceva trovare le mie ben piccole, benché, in certi momenti, avessi visto di buon occhio la morte, se tale fosse stato il beneplacito di Dio".
Spostandosi da una cristianità all\’altra il beato pregava sempre. Scrisse ad un amico: "Questi rosari durano quasi un\’ora, talora quasi mezza giornata. Quando sono seduto in una barca, in viaggio, i discorsi dei battellieri pagani non mi distraggono. Saluto ancora tre volte al giorno le cinque piaghe di nostro Signore, il suo adorabile Volto, il suo santo Nome, con delle preghiere tratte dalla Sacra Scrittura… I lunedì, quando ne ho il tempo, recito l\’ufficio dei morti; il mercoledì i salmi graduali; il venerdì i salmi penitenziali e le preghiere degli agonizzanti". Alle sue Suore raccomandava: "Adorate, sera e mattina, il Sacro Cuore di Gesù. Per parte mia, l\’ho incessantemente sulla bocca e nel cuore".
Le continue persecuzioni, le fatiche dei viaggi e l\’impossibilità di adattarsi al riso dei cinesi non arrestarono lo zelo del Moye. Giunto in Cina in età matura, forte della propria esperienza e per temperamento poco portato alle concessioni, ancora una volta andò incontro a difficoltà con i confratelli. Costoro rimasero difatti sorpresi quando dichiarò immorali i "contratti di pignoramento" per cui i prestatori conservavano in pegno gli immobili dei loro creditori, in cambio di somme molto inferiori al loro valore. Ne seguirono aspre discussioni, ma quando la Congregazione di Propaganda Fede li dichiarò illeciti, tutti si sottomisero (15-2-1781).
Anche in Cina il beato si pose il problema del battesimo ai bambini. Ritenendo di poter battezzare tutti i figli dei pagani che si trovavano in probabile pericolo di morte, durante la peste e la fame del 1778 e 1779 riuscì a farne battezzare 30.000 nel suo distretto, con l\’aiuto delle donne raggruppate nella \’\’Opera angelica per il battesimo dei fanciulli". Gli altri missionari fecero ricorso a Roma. La Congregazione di Propaganda Fede permise di battezzare soltanto i bambini già personalmente colpiti da grave malattia, ed il beato vi si attenne senza discutere.
I confratelli rimproveravano pure al Moyè un eccessivo rigorismo. Difatti consigliava ai cristiani di non fare uso di grasso nei giorni di digiuno, benché ne avessero ricevuto la dispensa; organizzava delle lunghe riunioni di preghiera; imponeva agli apostati, desiderosi di essere riammessi nella Chiesa, delle penitenze rigide non in armonia con quelle più miti suggerite da Benedetto XIII. Ciononostante, i missionari erano costretti a costatare con meraviglia che i cristiani più ferventi erano proprio quelli catechizzati da lui.
La spiegazione di tanti frutti spirituali va ricercata nell\’intensità della vita inferiore del beato, quale traspare dalle sue lettere e nelle quali si firmava sempre: "Moyè, l\’ultimo e il più indegno di tutti i missionari". Il 21-4-1775 raccomandò alle sue Suore: "Non riponete la vostra fiducia negli uomini, ma in Dio solo. Amate le croci, e troverete il paradiso sulla terra, sarete ripiene di gioia spirituale… E con la croce che Gesù Cristo ci ha generati; è con la croce che io pure vi ho generate. Posso dirvi che le pene, le pene interiori soprattutto, che ho sofferto a vostro riguardo, sorpassano l\’immaginazione… Soffro oggi altre pene per la conversione dei pagani; tocca a voi soffrire per i progressi delle scuole e la conversione dei bambini… Il vostro genere di vita ed il mio sono simili. Voi siete senza dimora fissa, ed io pure.
Voi siete povere, ed io pure. Coloro che vi danno da mangiare mancano sovente del necessario; capita sovente che se avessi, come voi, delle patate, mi riterrei felice. Voi avete un saccone per coricarvi mentre io non ho sovente due dita di paglia; io dormo sopra una semplice stuoia, sul duro legno. Ciò che dico, non lo dico per lamentarmi, ma per consolarmi e rallegrarmi con voi. Io amo il mio stato".
Nell\’ottobre del 1775 in una lettera alle sue Suore ritornò sul medesimo argomento per stimolarle allo spirito di povertà: "Si vive molto poveramente su queste montagne. Io mangio, con i nostri bravi cristiani, del grano saraceno schiacciato e cotto nell\’acqua con qualche legume o erba salata; ma la soddisfazione che provo al vedere questi stranieri farsi cristiani è un cibo più delizioso per me che le più squisite carni". Il 19-2-1776 confidò loro; "Io sono, gotto molti aspetti, più povero di voi. Non ho che due camicie, che porto da due o tre anni. Dispongo soltanto di un fazzoletto e di un lenzuolo. Non ho sedie per sedermi, ma un piccolo banco della larghezza di una mano. Per casa ho delle capanne. Quando posso avere del pane di grano saraceno cotto sotto la cenere, mi ritengo felice, perché non posso abituarmi al cibo dei cinesi".
A causa della deficiente alimentazione il Moye non era in grado di praticare i digiuni o di macerare il proprio corpo con flagelli e cilici come aveva fatto nella Lorena. Allora verso sera, credendosi non visto, s\’inoltrava tra i canneti ed i cespugli degli acquitrini, ed esponeva le proprie spalle ai morsi delle zanzare fino a sanguinarne. Il desiderio di prendere parte alle sofferenze del Figlio di Dio era in lui veemente. Scriveva difatti: "La Passione del Signore è il mio tesoro. La mia più grande devozione è ripassarne ogni giorno i misteri… Ero così commosso delle sofferenze di nostro Signore, soprattutto il venerdì, che fin dal mio risveglio mi sentivo penetrato da uno di questi misteri dolorosi o da una circostanza particolare della Passione. Questo ricordo s\’imprimeva così fortemente nel mio spirito che vi perseveravo tutta la giornata e per molto tempo dopo. Ne risultava che non osavo prendere nessun piacere, né alcun sollievo naturale, né bere, né mangiare, né riscaldarmi, né sedermi fino alle tre pomeridiane, ora in cui il Signore è morto, perché la vista delle sue sofferenze era sempre nel mio spirito… La sera non prendevo che del pane e dell\’acqua. Questa devozione è una delle più grandi grazie che Dio mi ha fatto nella vita".
Fin dal suo arrivo in Cina il beato aveva pensato alla creazione delle scuole, ma vi attese soltanto dopo sei anni. Scelse qualche vedova e qualche giovane, le istruì convenientemente e poi le lanciò all\’azione. Alle prime riservò i compiti di amministrazione e di assistenza; alle seconde affidò il colpito dell\’insegnamento ai bambini all\’interno delle loro case. Queste ultime vivevano come vere religiose ed il missionario cercava di dare loro una formazione spirituale vasta e solida. I primi risultati furono talmente soddisfacenti che, diversi suoi confratelli, gli chiesero di mandare alcune vergini cristiane nei loro distretti oppure di formare alla loro scuola le giovani che gli avrebbero affidato. Il fondatore il 13-3-1778 le propose all\’imitazione delle Suore scrivendo loro: "Esse pregano con molto fervore e digiunano sovente. Esse hanno un meraviglioso talento per parlare solidamente, metodicamente, chiaramente. Persino i pagani le rispettano e le ascoltano… Sono veramente dei miracoli della Provvidenza".
Tra tante opere di zelo il beato non poteva sfuggire alle contrarietà. Il suo più rude avversario fu Giovanni Didier de St-Martin. Costui mal sopportava l\’influsso che il Moye esercitava sul vicariato anche perché gli aveva fatto qualche osservazione sul modo con cui egli amministrava il proprio, il meno fiorente di tutti. Mons. Pottier si lasciò influenzare da lui anziché continuare a incoraggiare il beato come aveva fatto all\’inizio. Il St-Martin pubblicò le preghiere che il Moye aveva messo in onore introducendovi importanti modifiche senza prevenirlo. Le Vergini Cinesi si videro esposte al pericolo della soppressione. Furono tanti i litigi e le prepotenze alle quali andarono incontro, che una di loro ne morì di dispiacere.
Le persecuzioni dei pagani, le incomprensioni dei confratelli e l\’impossibilità di nutrirsi indussero il beato a chiedere di ritornare in patria. Lasciò definitivamente la Cina il 2-7-1783. Nel viaggio di ritorno, che durò quasi un anno, scrisse una Relazione dei suoi dieci anni di apostolato. A Parigi era stato preceduto da relazioni a lui sfavorevoli da parte dei superiori. I dirigenti delle Missioni Estere ne rimasero male impressionati. Senza chiedergli di abbandonare il seminario, gli permisero di ritornare nel paese natio perché si desse alla predicazione, si occupasse della formazione delle Suore della Provvidenza e raccogliesse fondi per le missioni cinesi.
Pochi mesi dopo il suo arrivo in Europa, la Congregazione di Propaganda Fede approvò le opere alle quali aveva dato vita in Cina, in particolare l\’Istituto delle Vergini Cristiane. La loro prosperità indusse i missionari a cambiare opinione nei riguardi del loro fondatore. Oggi il Moye è pure considerato un precursore dell\’Opera della Santa Infanzia, fondata a Parigi nel 1843 da Mons. Carlo Augusto de Forbin-Janson, vescovo di Nancy.
Quando, durante la rivoluzione francese, fu imposto ai sacerdoti di giurare la costituzione civile del clero, il Moye incoraggiò i confratelli alla resistenza finché fu costretto a rifugiarsi a Treviri con le Suore e il noviziato. Si preparò alla morte trascorrendo il tempo nel pregare, nell\’assistere i poveri e nel visitare i malati dell\’ospedale, a contatto dei quali contrasse il morbo che lo portò alla tomba il 4-5-1793. Fu sepolto nel cimitero di San Lorenzo che nel 1803 fu trasformato in piazza di armi. Il corpo del Moyè non fu ritrovato. Pio XII lo beatificò il 21-11-1954.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 93-99.
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