B. GIOVANNA FRANCESCA della VISITAZIONE (1843-1888)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Poiché diffidava di se stessa, la beata, prima di prendere una decisione importante, chiedeva abitualmente consiglio a chi la dirigeva e persino a Don Bosco. Il canonico Nicco non condivideva la sua idea che l’Istituto dovesse vivere soltanto di questua e delle offerte dei benefattori. Su questo punto Madre Giovanna Francesca fu irremovibile come S. Chiara d’Assisi con le “Damianite”. Un giorno fu trovata in un angolo della casa che esclamava piangendo: “Signore, dammi un’anima che mi comprenda, mandami un sacerdote che mi aiuti!” Costretta a sostenere da sola il suo punto di vista più volte fu udita dire: “Dovessi cominciare dieci, cinquanta volte l’istituzione la comincerei perché sono sicura che è voluta da Dio”.

            Questa madre dei malati poveri, al secolo Anna Michelotti, nacque il 29-8-1843 ad Annecy (Alta Savoia), terza dei quattro figli che Gianmichele, calderaio e negoziante di stoffe, ebbe da Pierina Mugnier-Serrand. La beata ricevette un’austera educazione dalla madre la quale diceva della figlia: “Annetta è birichina, ma cresce con una limpidezza cristallina”. Dal padre, oriundo da una famiglia di Almese, nella diocesi di Susa (Torino), non ricevette che cattivi esempi. Difatti alcuni anni dopo la nascita della figlia condusse una vita tanto disordinata che ridusse la famiglia in miseria. Quando morì (1849), alla moglie furono sequestrati per ordine del giudice anche gli oggetti più indispensabili alla vita. Non osando chiedere un tozzo di pane per i suoi figli la vedova fu soccorsa dalla Congregazione di Carità.
           Il 25-3-1855 Anna fece la sua prima comunione. La mamma in ringraziamento del dono ricevuto la condusse quel giorno a visitare un povero infermo. Senza saperlo infondeva nel cuore della figlia i primi germi della futura vocazione. A quattordici anni, la beata con la madre e il fratello Antonio si recò per due mesi ad Almese dove fu ospite dello zio, Don Giacomo Michelotti, maestro di scuola, il quale s’interessò subito dei diritti legali degli orfani nella divisione dell’eredità paterna. Costui, avendo saputo che la nipote si sentiva chiamata alla vita religiosa, le suggerì di scendere a Torino per trovare un monastero disposto ad accettarla. Anna, dopo una sosta nel santuario della Consolata, si recò nel vicino monastero delle Visitandine, fondato nel 1610 ad Annecy da S. Francesco di Sales (+1622) con l’aiuto di S. Francesca Giovanna Frémyot de Chantal (+1641), ma la sua richiesta non fu accolta, forse perché priva di dote.
            Verso i diciassette anni la beata riuscì ad entrare come educanda nell’Istituto delle Suore di S. Carlo, fondate a Lione nel 1685 per l’istruzione e l’educazione della gioventù, e a diciannove anni fu anche ammessa al noviziato (22-8-1862), ma non lo terminò perché si sentiva maggiormente inclinata ad assistere i malati poveri a domicilio che a darsi all’insegnamento.
           Dopo la morte della madre (1864) la Michelotti, in attesa di conoscere meglio la volontà di Dio nei suoi riguardi, accettò di fare per due anni da istitutrice a Lione alle due figlie dell’architetto Charvet. Il 1867 lo trascorse in casa della damigella Dufaud con la quale si diede alla vita di preghiera, alla lettura delle vite dei santi e alle opere di carità. A Lione la beata era da tutti chiamata “la signorina dei malati poveri” perché di essi andava costantemente in cerca. Il P. Mathieu OP., che la dirigeva spiritualmente, pensò di farne dono al Terz’Ordine regolare di S. Domenico, ma la beata, tornata ad Annecy per riscuotere l’affitto della modesta casa ereditata dalla madre, avendo incontrato una certa Suor Caterina, ex-novizia dell’Istituto di S. Giuseppe, che nutriva i suoi medesimi sentimenti, le si unì.
          Di comune accordo le due eroine di carità decisero di stabilirsi a Lione e di iniziare privatamente l’assistenza ai malati poveri e abbandonati. Con l’aiuto del P. Mathieu, loro direttore spirituale, ottennero dall’arcivescovo della città il permesso di vestire l’abito religioso e di fare la professione temporanea dei voti (29-6-1869) come membri della Congregazione delle Serve dei Poveri Ammalati. A causa della guerra scoppiata tra la Francia e la Prussia, nel 1870 l’Istituto si dissolse. La beata, vestita da suora, ritornò ad Annecy e divise il suo tempo tra la preghiera e l’assistenza ai malati. Un giorno, durante la visita al SS. Sacramento nella cattedrale, sentì una voce misteriosa che le disse: “Va’ in Italia a fondare il tuo Istituto per gli ammalati poveri; potrai salvare molte anime”.
          Dopo aver sistemato i propri interessi ad Annecy la Michelotti si recò ad Almese (1870) per liquidare la parte di eredità che le spettava. Durante i trenta giorni che rimase con lo zio si recò sovente a Torino per conferire con il Can. Camillo Pelletta di Cortanzone, della metropolitana di Torino, che aveva scelto come direttore spirituale. Nel frattempo ricevette da Suor Caterina una lettera che le ingiungeva di ritornare immediatamente nell’Istituto, perché era stato riaperto. Il Can. Pelletta le suggerì di ubbidire. Essendo giunta a Lione più tardi del previsto per motivi indipendenti dalla sua volontà, venne duramente redarguita dalla superiora e costretta a ricominciare il suo postulandato benché avesse già fatto i voti. La beata accettò la prova con molta umiltà, ma quando Suor Caterina si decise a riammetterla alla professione ella, con il consiglio del suo confessore, preferì lasciare l’Istituto sia perché le sembrava molto difettoso, e sia perché deperiva di salute. Prima di fare ritorno ad Annecy prese a pigione per un mese una cameretta e si curò.
          Iddio aveva speciali disegni su di lei. Un giorno mentre pregava nella cappella dove le Visitandine conservavano le reliquie dei loro santi fondatori, la Michelotti si sentì toccare più volte la spalla da una mano invisibile mentre una voce chiara e distinta le diceva: “Va’ a Torino a fondare il tuo Istituto”. Prima di recarvisi (1871) andò a chiedere una speciale benedizione al vescovo della sua città natale il quale, ammirato dei suoi buoni proponimenti, nel congedarla le fece dono di un anello d’oro con l’augurio che divenisse presto la diletta sposa di Gesù.
           La beata giunse ad Almese a dorso di un mulo, vestita da suora, da dove proseguì per Torino con una lettera di raccomandazione da parte del pie vano del luogo (settembre 1871 ). A Moncalieri il Can. Stefano Martini, prevosto di Santa Maria, le trovò ospitalità presso le signorine Lupis con le quali rimase oltre tre anni (1871-1874). Bramosa di servire i malati poveri, per un anno si recò tutti i giorni a piedi a Torino munita di una scopa, di un panierino e di una macchinetta a spirito finché, senza congedarsi dalle signorine Lupis, prese in affitto una cameretta prima presso la chiesa della Gran Madre di Dio e poi presso la parrocchia di Santa Maria. Per vivere si diede a confezionare guanti a conto di una ditta. A poco a poco riuscì pure a raccogliere alcune ragazze disposte a coadiuvarla nel suo apostolato tanto apprezzato dai parroci. Con il permesso dell’arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi, al principio del 1874 vestì l’abito religioso nella chiesa di Santa Maria e il 2 ottobre dell’anno seguente vi emise la prima professione con le due sue prime compagne. Nasceva così l’Istituto delle Piccole Serve del S. Cuore di Gesù, il quale, ai tre voti, aggiungeva anche quello di assistere gratuitamente gli ammalati poveri a domicilio. A Lione si spegneva frattanto Suor Caterina della cui congregazione non rimase memoria. La fondatrice prese il nome di Madre Giovanna Francesca in onore dei fondatori dell’Ordine della Visitazione di S. Maria di cui era sempre stata molto devota.
           Gli inizi dell’Istituto furono molto difficili per la penuria dei mezzi, le defezioni e le frequenti morti tra le novizie provenienti da ambienti poveri e poco sani. Il superiore ecclesiastico, il canonico Antonio Nicco, e il medico della comunità, il prof. Fissore, erano del parere che l’Istituto venisse chiuso, ma il P. Felice Carpignano, oratoriano e parroco di S. Filippo, suggerì di andare avanti con fede perché riteneva che quell’opera fosse voluta da Dio. La fondatrice più di una volta fu udita esclamare in lacrime nello stabile appigionato sulla piazzetta del Corpus Domini: “O mio buon Dio, l’opera che io intraprendo è tutta tua! Se vuoi, dammi aiuto, non privarmi di tante buone figliuole, di tanti soggetti che potrebbero aiutarmi… O mio buon Dio, mi trovo tutta sola, dammi aiuto… Sono disposta, o mio caro Signore, a ricominciare l’opera tua anche cinquanta volte se fa bisogno, ma aiutami!” Il Signore la esaudì.
          Nel 1879 la damigella Antonia Sismonda, venuta a conoscenza del misero stato in cui versavano le Piccole Serve del S. Cuore di Gesù, mise a loro disposizione la villa che possedeva sui colli di Torino fino al 1882, anno in cui riuscirono ad acquistare una casa propria in Valsalice.
          Madre Giovanna Francesca fu definita: “Un’anima virile in un corpo di donna”. Se così non fosse stata non sarebbe riuscita di certo a superare le difficoltà incontrate sul suo cammino per seguire la propria vocazione e fondare l’Istituto. Ella stessa affermava che fin da fanciulla per amore del Signore aveva lottato costantemente per vincere la naturale sua inclinazione alla tenacia e all’ira. Per tenerle a freno non temeva di disciplinarsi talvolta con mazzi di ortiche, di dormire per terra o sopra un saccone di paglia, di mescolare acqua fredda o cenere nella minestra e nella pietanza. In congregazione voleva delle persone energiche e molto generose nel servizio di Dio. Non le piacevano quelle suore che ad ogni minima osservazione avevano le lacrime agli occhi o che sembravano più a pupattole vestite che a religiose sante. Poiché rifuggiva dalla simulazione e dalla doppiezza nel fare correzioni o nel dare consigli parlava in modo molto chiaro sì da farsi capire anche dalle persone meno intelligenti. Sovente diceva alle sue suddite: “Se sbagliate, discendete di un gradino, se vi umiliate, ascendete di tre”. Per esse nutriva il massimo rispetto, la massima carità e la massima imparzialità anche se nel riprenderle era d’ordinario un po’ forte. Era perciò amata e ricercata in generale da tutte le sue figlio perché anche in mezzo alle più gravi difficoltà sapeva conservarsi gioviale e serena di spirito.
          Poiché diffidava di se stessa, la beata, prima di prendere una decisione importante, chiedeva abitualmente consiglio a chi la dirigeva e persino a Don Bosco. Il canonico Nicco non condivideva la sua idea che l’Istituto dovesse vivere soltanto di questua e delle offerte dei benefattori. Su questo punto Madre Giovanna Francesca fu irremovibile come S. Chiara d’Assisi con le “Damianite”. Un giorno fu trovata in un angolo della casa che esclamava piangendo: “Signore, dammi un’anima che mi comprenda, mandami un sacerdote che mi aiuti!” Costretta a sostenere da sola il suo punto di vista più volte fu udita dire: “Dovessi cominciare dieci, cinquanta volte l’istituzione la comincerei perché sono sicura che è voluta da Dio”.
          Per formare le suore alla vita spirituale e al loro specifico apostolato la fondatrice leggeva sovente la S. Scrittura e teneva alla comunità delle conferenze nelle feste e nei capitoli mensili, che chiudeva abitualmente raccomandando di pregare per il sommo pontefice, per i bisogni della Chiesa e la conversione dei peccatori. Diceva loro: “Le sorelle destinate all’assistenza degli ammalati devono essere prudenti, zelanti e piene di carità; in essi devono vedere la persona stessa di Gesù Cristo, quindi li tratteranno come veri loro padroni, li serviranno con tutto il rispetto e la sottomissione possibile, saranno umilissime nel loro operare e dolcissime nelle parole per entrare così nel loro cuore e portarli ai santi sacramenti”. Perché nessun malato ne morisse privo faceva celebrare con particolare solennità la festa del patrocinio di S. Giuseppe e quella del S. Cuore di Gesù di cui fece esporre l’immagine in tutti i locali dell’Istituto, e in onore del quale compose una preghiera, la fece stampare e distribuire ai malati assistiti dalle suore.
          La fondatrice esigeva che le sue figlie osservassero tutti i voti fino allo scrupolo, soprattutto quello di povertà. Si dimostrava afflitta anche quando vedeva che sprecavano le minime cose che chiamava provvidenza di Dio. Per amore della povertà che riteneva “madre e compagna della vita”, non permetteva che in casa si tenessero oggetti d’oro e d’argento e che ogni suora per cucire disponesse più di tre aghi. Poiché l’Istituto aveva per base la più assoluta povertà, per vivere le suore andavano alla questua. La beata non si sottrasse a questo compito. Quando, recandosi nei pubblici esercizi, veniva ricoperta d’ingiurie, si limitava a dire con profonda rassegnazione: “Sia tutto per amore di Dio”.
         Le Piccole Serve dovevano avere caro oltre il capezzale dei malati poveri anche la dimora del Divino Prigioniero. La beata avrebbe desiderato di istituire in seno alla comunità un gruppo di suore adoratrici, ma poiché il Can. Nicco non ne volle sapere, dispose che ogni suora facesse un’ora di adorazione e sette visite al SS. Sacramento ogni giorno. In cappella la beata se ne stava sempre in ginocchio e parlava con Dio senza fare uso di libri. Alle preghiere vocali preferiva quelle mentali. Quando aveva maggior bisogno di aiuto pregava a lungo con le braccia in croce o distendendosi bocconi per terra o allungando la mano destra verso il tabernacolo nel gesto caratteristico di chi chiede l’elemosina.
          Durante il giorno le suore sentivano la loro fondatrice ripetere sovente: “Tutto per il S. Cuore di Gesù”. A ogni ora soleva dire: “Tutto per Te, o mio Dio, quanto penso, dico e faccio; a ogni mio respiro ti consacro il mio cuore e l’anima mia”. Quando per casa incontrava una suora la salutava dicendo: “Viva Gesù nei nostri cuori”. Dalla Francia aveva portato una bella statuetta della Madonna che fece benedire da Mons. Gastaldi (+1883). Ogni tanto la prendeva in braccio e la portava in processione per i viali del giardino al canto delle litanie. Per fare onorare convenientemente la Vergine SS. esortava le sue figlie alla recita del rosario intero e dell’ufficio della Madonna.
          Madre Giovanna Francesca nutrì pure una profonda devozione alla Passione del Signore. Ogni domenica compiva con le sue religiose il pio esercizio della Via Crucis. Tutti i giorni, alle tre pomeridiane, si metteva in ginocchio, distendeva le braccia ed esclamava tre volte: “Gesù Cristo si è fatto per noi ubbidiente fino alla morte e alla morte di Croce”.
         Esortava le suore a fare altrettanto e a meditare per un quarto d’ora prima di cena la passione del Signore tutti i venerdì dell’anno. Il venerdì santo pranzava in piedi o in ginocchio alla porta del refettorio o seduta per terra come una sposa desolata. Sovente baciava i piedi alle religiose e prima di assidersi a mensa chiedeva per carità a questa o a quella suora un tozzo di pane.
         Negli ultimi anni di vita la beata fu travagliata da asma bronchiale cronica che sovente la costringeva a tenere il letto e a impartire disposizioni per interposta persona. Perché non era più ritenuta adatta a governare l’Istituto in consolante sviluppo e soprattutto perché il suo modo di fare forte e risoluto non piaceva a un gruppetto di suore anziane, il canonico Nicco, il 26-12-1887 l’esonerò per un anno dal compito di superiora generale. La fondatrice accettò l’umiliazione dicendo con tutta semplicità: “Grazie, o Rev.mo Padre, accetto tutto dalle mani di Dio; sia fatta la sua divina volontà”. Nella sala del capitolo fece per prima l’atto di sottomissione alla nuova superiora che lei stessa aveva suggerito e invitò le consorelle a fare altrettanto.
        Da quel giorno i dolori della beata andarono aumentando. A chi le chiedeva come stesse rispondeva: “Sto bene, questo è niente. Per Gesù ogni sacrificio è piccola cosa”. Andò incontro alla morte con animo forte e sereno. Sentendo avvicinarsi la fine disse alle sue figlie: “Io sto per morire, ma voi non temete. Io continuerò ad aiutare e a dirigere le Piccole Serve del S. Cuore di Gesù e degli infermi poveri”. Morì il 1-2-1888 dopo aver pronunciato in francese i nomi di Gesù e di Maria. Il giorno prima era stata preceduta in paradiso da S. Giovanni Bosco. Fu seppellita come i poveri in un campo comune del cimitero con i fianchi cinti del cingolo di San Francesco d’Assisi. Le sue reliquie sono venerate a Torino nella casa madre di Valsalice. Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 15-XII-1966 e la beatificò il 1-11-1975.
 
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 11-17.
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