B. FRANCESCA ANNA CIRER y CARBONELL (1781-1855)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Un giorno si sparse la voce che la beata nella chiesa parrocchiale era andata in estasi. La domenica, effettivamente, non dovendo lavorare in campagna, trascorreva in essa molte ore in adorazione per raccomandare a Dio le necessità di tutti gli uomini vivi e defunti, giusti e peccatori. Invece di recitare molte preghiere vocali, ella preferiva meditare la Passione del Signore, i dolori della Madonna e i principali misteri della fede. Sovente pensando a Dio, al paradiso, alla Madonna, andava in estasi e vi rimaneva fino a tre ore, secondo la testimonianza del suo stesso parroco-confessore Don Giovanni Molinas (+1872). Allora restava immobile, perdeva l’uso dei sensi e ogni tanto bisbigliava versetti del Magnificat e del Te Deum
 

          Considerando la sorprendente vita mistica di questa contadina povera ed analfabeta torna alla mente quanto l’apostolo Paolo scrisse ai Corinzi: “Dio ha scelto ciò che è stoltezza del mondo per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che è debolezza del mondo per confondere i forti; Dio ha scelto ciò che è ignobile nel mondo e ciò che è disprezzato e ciò che è nulla per annientare le cose che sono, affinchè nessuno possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cr. 1, 27-30).
         La beata nacque il 1-6-1781 a Sansellas, nella diocesi di Maiorca (Isole Baleari), da Giovanni Cirer e Giovanna Carbonell, modesti contadini, ma ferventi cristiani. Il giorno stesso in cui nacque, al fonte battesimale essi fecero imporre alla loro figlia i nomi di Francesca, Anna, Maria e Bonaventura. Sotto la loro guida crebbe molto ubbidiente e pia, ma analfabeta perché non ebbero forse modo di farle frequentare la scuola. Ciò nonostante imparò tanto bene a viva voce la dottrina cristiana che, a sette anni, meritò di essere cresimata da Mons. Pietro Rubio Benedetto, vescovo della diocesi e, in seguito, di essere ammessa alla prima comunione. Crescendo in età la farà tutti i giorni modestamente vestita nonostante la contrarietà della madre e lo stupore dei suoi paesani, abituati a comunicarsi una volta all’anno. Perché non sfigurasse tra le compagne, la mamma le aveva preparato, per l’occasione, una mantiglia bianca con merletto; la figlia preferiva invece fare uso della mantiglia nera della nonna perché ci teneva poco a figurare nel mondo.
          Durante il giorno Francesca, invece di intrattenersi con le coetanee nei giuochi, aiutava i genitori nei lavori domestici e agricoli. Era suo compito sorvegliare una mucca al pascolo. Il padre la riforniva di pane, formaggio e salsicce per la colazione. La Beata donava il companatico alle bambine più povere di lei e si nutriva con pane e acqua. Verso sera, con il permesso dei genitori, ritornava in chiesa perché voleva prendere parte al rosario o alla Via Crucis, pie pratiche alle quali rimase molto affezionata per tutta la vita. La domenica, dopo aver preso parte alle funzioni in parrocchia, radunava da grandicella i bambini della prima comunione attorno a sé e insegnava loro a pregare e a praticare le virtù proprie del loro stato. Rimase un mistero, non sapendo né leggere e né scrivere, come abbia fatto a parlare con tutti di Dio e del bene delle anime con tanta competenza.
          Sotto la direzione del parroco, Francesca sentì presto nascere in sé l’aspirazione a farsi religiosa nel monastero della Pietà di Palma di Maiorca. I genitori le si opposero perché avevano già perso tre figli, ed ella rimaneva l’unico sostegno della loro vecchiaia. P. Francesco Fornés, francescano, attestò che in quel tempo Dio la consolò rivelandole che sarebbe diventata suora nella sua stessa casa. Vi ci si preparò quindi iscrivendosi a 17 anni al Terz’Ordine Francescano, astenendosi dai cibi che le piacevano di più, digiunando tutti i sabati, nutrendosi sovente soltanto di pane e acqua e dormendo, specialmente d’estate, sopra un fascio di armenti con una pietra per guanciale.
        Il 17-2-1807 la beata rimase orfana di madre. Poiché si trovava nel fiore degli anni poté far fronte da sola a tutte le faccende domestiche e a buona parte dei più pesanti lavori agricoli, senza tralasciare per questo le sue solite pratiche di devozione, le visite ai malati, il soccorso ai poveri. Tuttavia, non trovandosi a suo agio nel mondo, chiese di nuovo al padre il permesso di farsi religiosa, ma egli la supplicò di avere pietà della sua canizie. La Beata, che comprendeva tutta l’importanza della conformità al volere di Dio, ubbidì senza recriminazioni, e Dio il 2-5-1815 le rivelò che la sua stessa casa sarebbe stata trasformata in un convento delle Figlie di Carità di San Vincenzo de’ Paoli.
         A 40 anni Francesca rimase orfana anche di padre. Essendole praticamente impossibile ottenere l’ammissione in un convento perché troppo avanzata in età, senza dote e senza istruzione, decise di condurre vita religiosa in casa, in compagnia prima di una certa Chiara Llabrés, insegnante e, dopo alcuni anni, di Maddalena Cirer, sua cugina. Finché visse condivise con costei la vita di preghiera e di lavoro. Insieme coltivavano le terre, attendevano alla raccolta e all’essicazione dei fichi, vendemmiavano, cucivano, facevano cordoni e curavano la manutenzione della biancheria della chiesa. Francesca faceva anche parte di un gruppo di otto persone chiamate “operaie del buon Gesù”, le quali, in quaresima, si impegnavano a questuare nelle famiglie il denaro occorrente per sostenere le spese che bisognava fare nella settimana santa. Dei beni ereditati dal padre ella fece subito tre parti: una la destinò al soccorso dei poveri, un’altra al suffragio delle anime del Purgatorio, la terza alle necessità della sua comunità.
         I compaesani, sempre più ammirati delle virtù della beata, la chiamavano Zia Xiroya, per indicare nel loro dialetto che era una dona allegra, sempre di buon umore, benché ai loro occhi apparisse molto semplice e umile nel vestire, nel camminare, nel conversare con tutti, specialmente con i bambini, i malati e i poveri. Anche gli abitanti dei paesi circonvicini avevano cominciato a parlare di lei come della “Santa di Sansellas”, e ad accorrere a chiederle consiglio e a raccomandarsi alle sue preghiere. Erano convinti che fosse prediletta dal Signore. La loro supposizione non era campata in aria.
        Un giorno si sparse la voce che la beata nella chiesa parrocchiale era andata in estasi. La domenica, effettivamente, non dovendo lavorare in campagna, trascorreva in essa molte ore in adorazione per raccomandare a Dio le necessità di tutti gli uomini vivi e defunti, giusti e peccatori. Invece di recitare molte preghiere vocali, ella preferiva meditare la Passione del Signore, i dolori della Madonna e i principali misteri della fede. Sovente pensando a Dio, al paradiso, alla Madonna, andava in estasi e vi rimaneva fino a tre ore, secondo la testimonianza del suo stesso parroco-confessore Don Giovanni Molinas (+1872). Allora restava immobile, perdeva l’uso dei sensi e ogni tanto bisbigliava versetti del Magnificat e del Te Deum. Per farle riacquistare l’uso dei sensi bastava che il parroco la toccasse leggermente sulla spalla o che qualche sacerdote presente glielo ordinasse sia pure con parole molto sommesse. La veggente quasi sempre attorno a sé vedeva una folla di curiosi commossi e ammirati, ma ne rimaneva profondamente turbata perché amava restare nascosta agli occhi di tutti. Se le fosse stato possibile si sarebbe sprofondata nelle viscere della terra.
         Francesca pensava a Dio e pregava anche per la strada, in casa, in mezzo ai campi, alle vigne e ai boschi. Accesa in volto, ogni tanto la si udiva sospirare: “Oh, Dio mio!”. Le piaceva molto pregare per la propagazione della fede nel mondo, la conversione dei peccatori e il suffragio delle anime che si trovavano ancora in purgatorio. Per questo, quando i lavori in campagna erano meno pressanti, radunava nella sua casa le donne del vicinato, e con loro ora recitava il rosario, ora faceva la Via Crucis, ora diceva altre preghiere.
         D’estate, la Beata si trasferiva, in compagnia di Maddalena, in una sua casetta di campagna distante circa mezz’ora dal paese per la raccolta e la essiccazione dei fichi. Nonostante la lontananza, di buon mattino ella si recava in chiesa per prendere parte alla Messa e fare la comunione specialmente in suffragio di tanti defunti che le venivano raccomandati da parenti e conoscenti. Un giorno, stando in estasi, Dio le fece vedere le anime che con le sue preghiere e penitenze aveva liberato dalle pene del purgatorio. Esse formavano una lunga processione. Più volte, mentre si recava alla Messa sgranando il rosario, Dio permise che diverse anime di defunti le apparissero o per raccomandarsi alle sue preghiere, o per ringraziarla dei suffragi che per loro aveva offerto al Signore. Per invogliare anche altri in quest’opera di misericordia, dopo le fatiche del giorno raccoglieva nella sua casetta le ragazze e i giovincelli dei dintorni, e organizzava per loro dei balli innocenti sia per impedire loro che frequentassero cattive compagnie, sia per fare recitare loro il rosario prima di andare a dormire e sia per esortarli a crescere da veri figli di Dio.
         La B. Francesca nella sua vita non cercava altro che la gloria di Dio e il bene del prossimo. Perciò a chi incontrava per i campi, per la strada, in casa, raccomandava invariabilmente la conformità al volere di Dio con molta naturalezza e discrezione. A chi le chiedeva preghiere per la salute dei malati, la scelta della vocazione, il buon esito di un affare o del fidanzamento soleva dire: “Non preoccupatevene e state tranquilli. Abbiate soltanto fiducia in Dio. Io non posso nulla, ma Egli può tutto”. E quando i suoi ammiratori andavano a ringraziarla per i favori e le grazie che avevano ottenuto rispondeva: “E stato il Signore, non io, a fare questo”. A una lode ella avrebbe preferito uno schiaffo. Perché i compaesani dopo la sua morte non parlassero più di lei avrebbe preferito che il suo corpo fosse dato alle fiamme.
        Finché visse, Francesca si preoccupò pure di fare molte preghiere e penitenze per la conversione e la salvezza dei peccatori. Si adoperava per allontanarli dalle occasioni di peccato, li ammoniva con bontà quando vi erano caduti, e li esortava a pentirsene parlando loro della infinita misericordia del Signore. Quando qualche peccatore non si convertiva ella versava lacrime amare, e quando veniva a trovarsi in punto di morte, ella non esitava a offrirsi vittima per lui. Allora si udiva sospirare: “Scarica su di me, o Signore, tutto ciò che quest’anima deve soffrire perché essa non si perda”. In riparazione dei peccati commessi dagli uomini vestiva cilici, sovente si disciplinava e portava sul petto una croce di legno lunga una spanna e tutta foderata di punte di ferro.
         Il principe delle tenebre, il nostro avversario il diavolo, mal sopportava che la beata con le sue orazioni e penitenze gli strappasse dagli artigli tante anime. Se ne vendicava perciò ferocemente cercando di atterrirla apparendole sotto forma di cani, di gatti e di rospi, molestandola di notte con urla e rumori assordanti, percuotendola selvaggiamente e gettandola per terra dopo che l’aveva coperta di lividi e bernoccoli. Senza perdere la calma, sotto i colpi del maligno ella si limitava a esclamare: “Quest’anima è di Dio; a me è stata affidata; non te ne impadronirai”. Maddalena Cirer al fracasso che il demonio produceva rimaneva mezza morta e diceva alla cugina che preferiva abbandonare la sua casa. La Beata la rassicurava dicendole: “Resta. I demoni non vengono per te”. E soggiungeva percuotendo con un piede la terra in segno di sfida: “Vengano pure tutti i demoni dell’inferno, non ne avrò timore”.
          Francesca Anna ebbe la consolazione di diventare finalmente religiosa soltanto il 23-12-1850, a 70 ani di età, quando trasformò la sua casa in un Istituto di Carità in seguito al suggerimento di Don Francesco Ignazio Cabrera, predicatore di missioni al popolo e poi gesuita, e con l’aiuto del suo parroco. Nello stesso giorno per testamento lasciò erede di tutti i suoi beni la stessa Casa di Carità della cui amministrazione si presero cura alcuni sacerdoti del paese. Essendo analfabeta adottò quasi integralmente le regole che il vescovo di Maiorca, Mons. Bernardo Nadal, aveva approvato per le Suore di Carità di Felanitx, e con le prime due compagne, tra cui Maddalena Cirer, il 7-12-1851 vestì l’abito delle Suore di Carità di Manacor, le quali per un po’ di tempo si assunsero il compito di avviarle alla vera vita religiosa. Erano state autorizzate a compiere quel passo il 25-11-1851 dal vicario generale della diocesi, il canonico Giuseppe Amengual y Hernàndez, con il compito di insegnare la dottrina cristiana alle fanciulle, assistere gli infermi, soccorrere i poveri ed esortare il prossimo al bene. Effettivamente Madre Francesca si adoperò subito per mettere in pratica il fine dell’Istituto, raccomandando alle consorelle di trattare la gente con dolcezza, ed esortando coloro con i quali venivano a contatto ad amare Dio sopra tutte le cose.
         Quando la beata ordinò ai muratori di trasformare la sua casa in convento non mancarono sacerdoti i quali, sorpresi, le chiedevano: “Ma dove prenderai i soldi per terminare i lavori? Come farai a mantenere le giovani che ti seguiranno?”. Senza scomporsi ella rispondeva: “Rassicuratevi, non mancheranno i mezzi per portare a termine l’opera voluta dal Signore”. Nel corso dei lavori avvennero fatti che neppure il capomastro riuscì a spiegare. Ogni tanto diceva alla fondatrice che il giorno dopo non sarebbe venuto a lavorare perché o mancava l’acqua, o mancava la calce, o mancavano le pietre. Francesca senza incertezza gli rispondeva: “Venite, venite, non mancherà nulla. Lavorate soltanto di buona lena. Il buon Gesù provvederà”. Dove prendesse tutto il materiale che le occorreva rimase un mistero.
          Nell’oratorio che aveva fatto costruire in onore di Maria SS. Addolorata la beata era solita trascorrere molte ore in preghiera e a continuare ad andare in estasi. La gente lo sapeva e ne approfittava volentieri per ricorrere a lei per averne luce, conforto e aiuto. Un giorno ella vide giungere alla Casa di Carità alcuni marinai che, riconoscenti per una grazia ricevuta, con sé recavano un sacco di riso e una somma di denaro. In procinto di naufragare avevano invocato “la Santa di Sansellas” e ne erano stati preservati. Nell’oratorio Madre Francesca era solita fare sovente secondo la sua abitudine la Via Crucis. Quando la effettuava dentro il cortile dell’Istituto portava talora in spalla una croce dell’altezza di una persona versando abbondanti lacrime. Era indotta a compiere il pio esercizio dal suo stato di vittima per i peccatori. Per essi otteneva sempre grazie segnalate. Una notte nel dormiveglia si sentì chiamare tre volte. Supponendo che la voce fosse di Suor Maddalena, le chiese che cosa volesse. Avendole costei risposto che non era stata lei a chiamarla, si rivolse allora al crocifisso che teneva alla spalliera del letto e gli chiese: ”Signore, che cosa vuoi?”. Sentì rispondersi: “Alzati, e va’ sulla strada di Inca. Tra il cimitero e l’orto dei frati troverai un padre e un figlio che stanno litigando e vogliono uccidersi”. La beata prontamente andò all’appuntamento e con la grazia di Dio e il prestigio di cui godeva rappacificò i due contendenti.
            Nel documento in cui Don Molinas dichiara che Francesca ha fatto la vestizione religiosa, si trovano pure queste sue espressioni: “Ella visse sempre con pietà e devozione; governò la Casa con prudenza esemplare e ammirabile; fu arricchita di estasi prodigiose, e morì in concetto di santità”. Infatti, il 27-2-1855, dopo che ricevette l’Eucaristia come al solito in parrocchia, fu colpita da apoplessia e dopo poche ore volò al cielo. I suoi funerali riuscirono un trionfo. Le sue ossa furono esumate nel 1883 e traslate in chiesa. Oggi sono venerate nell’Oratorio della Casa di Carità di Sansellas, la quale fu unita ad altri Istituti simili, esistenti in altri paesi di Maiorca, durante l’episcopato di Mons. Giacinto Cervera. Giovanni Paolo II di Francesca Anna riconobbe l’eroicità delle virtù il 21-3-1985 e la beatificò il 1-10-1989.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 282-287
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