B. ANDREA CARLO FERRARI (1850-1921)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Don Giovanni Rossi, suo segretario, attestò di lui: “Non lo vidi mai un istante inoperoso: o pregava o scriveva o parlava”. “Sue prerogative erano: la proprietà in tutto, l’ordine in ogni cosa, la celerità dei mezzi”. “Suo motto era: “Fare molte cose e farle tutte bene””. A chi si lamentava della nequizia dei tempi, rispondeva: “Lamentarsi è inutile; bisogna fare, fare, fare!” oppure: “Ad ogni iniziativa cattiva opporne un’altra buona”. A nessuno dava del tu e tanto nelle circostanze più solenni quanto nei momenti più intimi, con il suo contegno non indulgeva mai a familiarità. Secondo Don Rossi, “quest’uomo, che visse un programma tutto di umiltà e di nascondimento, non palesò mai al di fuori, a chicchesia, le stupende meraviglie della sua vita interiore”.

         Dopo S. Carlo Borromeo (+1584) è il primo arcivescovo di Milano che sia stato elevato all’onore degli altari. Egli nacque a Lalatta, frazione di Pratopiano (Parma), il 13-8-1850, primo dei quattro figli che Giuseppe, modesto ciabattino, ebbe da Maddalena Longarini. Al fonte battesimale gli fu imposto il nome di Andrea. Quando, da bambino, fu colpito dall’orticaria, la mamma lo portò al santuario di Fontanellato per implorarne dalla Vergine SS. la guarigione. Da sacerdote e da vescovo il beato vi ritornerà due volte all’anno con vivi sentimenti di gratitudine.
        Andrea apprese i primi rudimenti del sapere dal parroco, Don Giovanni Agostini, che lo ammise alla prima comunione ( 1860). Costui quando si avvide che il fanciullo preferiva costruire altarini e celebrare Messe anziché fare il pastorello o trastullarsi con i coetanei, esortò i genitori ad avviarlo al sacerdozio. In quel tempo, a Parma, cappellano della celebre chiesa della Madonna della Steccata era Don Pietro Ferrari. Andrea approfittò dell’ospitalità che lo zio gli offerse per frequentare i corsi ginnasiali del seminario come alunno esterno. Vi entrò stabilmente a sedici anni per lo studio della filosofia e della teologia secondo i severi schemi del tomismo e i rigidi canoni dell’intransigenza. Tra i compagni si distinse per l’amore alla preghiera e alla solitudine, l’ubbidienza ai superiori e la grande forza di volontà.
          Appena fu consacrato sacerdote dal suo vescovo Mons. Domenico Villa (+1882), Don Andrea fu mandato ad esercitare il ministero in tre diversi paesi della diocesi, ma dopo soli due anni fu nominato prima vicedirettore del seminario e poi rettore. Benché non avesse che ventisette anni di età si imponeva a tutti per il grande equilibrio di cui diede sempre prova nella vita e la rettitudine di animo. Nel 1878 il Ferrari fu nominato professore di teologia dogmatica fondamentale e canonico della cattedrale. L’anno successivo insegnò Storia Ecclesiastica, e quando fu eretta l’Accademia di S. Tommaso (1880), ne fu eletto segretario. Nel 1883 il suo nuovo vescovo, Mons. Andrea Miotti (fl893), lo incaricò di insegnare ai chierici la teologia morale, e lo nominò teologo collegiate della Facoltà Parmense appena si fu laureato in teologia. Per i suoi scolari, tra i quali emerse il Ven. Guido Conforti (+1931), in seguito vescovo e fondatore dei Saveriani, pubblicò una Summula Theologiae Dogmaticae generalis (1885) senza pretese scientifiche, e scrisse vari articoli su l’Eco dell’Accademia di S. Tommaso. Non ebbe, però, il tempo e il modo di diventare un erudito. L’ambiente chiuso e diffidente per tutte le novità in cui visse non gliene fornì l’estro.
        Leone XIII si fece un alto concetto di Don Ferrari tanto che, il 23-6-1890, a soli quarant’anni, lo elesse vescovo di Guastalla. Il beato si preparò all’ordinazione episcopale con un corso di esercizi spirituali al termine del quale, sapendo di possedere un temperamento forte e impulsivo, si propose di “tacere e soffrire” sempre. Così facendo, secondo il P. Giustino Borgonovo, missionario degli Oblati di Rho, “divenne santo gradualmente, ma effettivamente”.
         A Guastalla Mons. Ferrari si accorse presto che l’episcopato costituiva un mare di guai. Li affrontò riponendo la sua fiducia nell’Immacolata che aveva fatto dipingere sul suo stemma con l’invocazione: “Tu fortitudo mea“. Avendo notato che l’istruzione religiosa era trascurata e le sacre funzioni disertate, si mise egli stesso a fare in cattedrale il catechismo ai ragazzi e a predicare le missioni al popolo. Benché le rendite non sorpassassero le L. 4000 annue, il beato trovò il modo di aiutare chi si trovava nel bisogno e di mantenere i chierici del seminario “vivendo a castagne”, tenendo soltanto un cameriere al suo servizio e rammendando all’occorrenza da sé le vesti povere, ma pulite.
         Mons. Ferrari indisse e iniziò la visita pastorale alla sua piccola diocesi. ma non la poté concludere perché Leone XIII, nel 1891, lo trasferì alla sede di Como che contava 314 parrocchie e oltre 500 sacerdoti con i quali stabilì subito rapporti giusti, caritatevoli e continui. Sei mesi dopo che ne aveva preso possesso aprì la visita pastorale e la portò avanti con una straordinaria energia. I comaschi dicevano di lui: “E dappertutto come la presenza di Dio”. Non rallentò, infatti, le sue peregrinazioni neppure quando Leone XIII lo creò cardinale (18-5-1894) e, tre giorni dopo, lo preconizzò arcivescovo di Milano.
          In data 19-2-1894 il corrispondente del Corriere della Sera così scrisse del santo pastore: “Mons. Ferrari è soprattutto un operoso. Nei tre anni che ha diretto la diocesi di Como non si è dato pace per lui stesso, e non ne ha data al suo clero. Credo che sia stato il solo vescovo di quella diocesi… che ne abbia visitata ogni parrocchia, ogni borgata o chiesa, fra monti e burroni; andando a cavallo o a piedi, dove il cavallo non poteva arrampicarsi; non lasciandosi vincere da stanchezza; dormendo alle volte malamente nella casa sguarnita di un povero curato; mangiando con lui alla meglio, e levandosi la mattina di buon’ora per riprendere l’apostolico cammino. E dappertutto visite minuziose alle chiese… consigli e ammonizioni secondo il caso… Il suo debole è la predicazione.
         Discorre bene, con buona voce, senza enfasi e senza abbandonarsi alle volgarità dei predicatori comuni. Fa fino a quattro prediche al giorno, torna a casa stanco da non poterne più, eppure il giorno dopo riprende la stessa vita. E non ha salute da vendere perché egli non è robusto, né copioso di forme, ma è piccolo, piuttosto magro e di color terreo, dagli occhi vivi e neri, e dall’insieme ascetico di chi soffre privazioni di sonno e forse anche di cibo”.
          Il card. Ferrari si impose subito all’ammirazione dei milanesi seguendo le orme di S. Carlo di cui volle assumere il nome. Per ventisette anni, difatti, si sforzerà di essere per tutti un vero padre, maestro e pastore, soprattutto con le continue visite alle parrocchie, il mezzo che gli era più congeniale per conoscere e farsi conoscere dai giovani, dagli operai, dai poveri e anche dagli aristocratici i quali avrebbero preferito a un arcivescovo di umili natali un nobile, a un teologo piuttosto intransigente, un erudito di fama nazionale. Finirono, però, ben presto con accettarlo per la santità della vita. In episcopio aveva scelto per sé la stanza più povera, vi aveva fatto collocare un letto di ferro, e al suo servizio non aveva assunto che due camerieri, un portiere, un cuoco e un economo. Per il proprio sostentamento, quello dei familiari e degli ospiti occasionali non spendeva più di L. 900 al mese. Cercava di economizzare al massimo per spirito di penitenza e per soccorrere poveri, orfani e malati in grande numero.
          Alle cinque del mattino il beato era già in cappella per le sue devozioni. Amava pregare senza far uso di libri, all’infuori del Salterio. La sera recitava il rosario con i suoi familiari nella cappella che si ergeva dirimpetto al suo studio e nella quale si rifugiava sovente durante la giornata.
          Riservava la mattinata alle interminabili udienze perché la diocesi di Milano contava allora 1.600.000 abitanti, 2.300 sacerdoti e 11.000 suore. Don Giovanni Rossi, suo segretario, attestò di lui: “Non lo vidi mai un istante inoperoso: o pregava o scriveva o parlava”. “Sue prerogative erano: la proprietà in tutto, l’ordine in ogni cosa, la celerità dei mezzi”. “Suo motto era: “Fare molte cose e farle tutte bene””. A chi si lamentava della nequizia dei tempi, rispondeva: “Lamentarsi è inutile; bisogna fare, fare, fare!” oppure: “Ad ogni iniziativa cattiva opporne un’altra buona”.
        A nessuno dava del tu e tanto nelle circostanze più solenni quanto nei momenti più intimi, con il suo contegno non indulgeva mai a familiarità. Secondo Don Rossi, “quest’uomo, che visse un programma tutto di umiltà e di nascondimento, non palesò mai al di fuori, a chicchesia, le stupende meraviglie della sua vita interiore”.
        A Milano il card. Ferrari praticamente non trascorse un solo anno senza visitare almeno una parte della sua diocesi, fatta eccezione del 1902 in cui andò pellegrino in Palestina. Secondo il Yen. Ildefonso Schuster (+1954) arcivescovo di Milano dal 1929, “le sue quattro visite pastorali per la vasta diocesi con centinaia di migliaia di cresime, di comunioni, di ininterrotta predicazione, oltre il restante peso della corrispondenza, delle udienze, dei negozi di curia, richiesero non solo una costituzione fisica sana, ma uno spirito eroicamente fervente verso Dio e verso il prossimo”. Durante i viaggi, improntati a penitenza e a povertà di mezzi, il B. Andrea pregava o leggeva libri spirituali o di cultura di cui era avido. Lungo il percorso erano abituali le scene di entusiasmo popolare. Secondo Don Rossi “pochi uomini raccolsero tanto amore al pari di lui”. Ed egli godeva un mondo la calca delle folle, specialmente dei bambini ai quali distribuiva a piene mani medaglie e immaginette.
            Ovunque il santo pastore giungeva voleva che per l’istruzione e la formazione della gioventù si istituisse l’oratorio con tutte le attività catechetiche e sportive. Nei discorsi che teneva ai fedeli era raro che non terminasse con la sua abituale esclamazione: “Dottrina cristiana! Dottrina cristiana!” perché in Italia non si voleva più l’insegnamento della religione nelle scuole. Si prese tanto a cuore il problema che nel 1896 fu in grado di offrire alle regioni della Lombardia e del Piemonte un testo unico di catechismo. Tra tante belle pagine scritte dal card. Ferrari nel corso delle sue visite pastorali, ce ne fu una “nera” che lo fece tanto soffrire.
          Era stata scritta 1’8 maggio del 1898 dall’insurrezione degli anarchico-socialisti della Pirelli per il rincaro del pane e la mancanza di lavoro. Nello scontro con i soldati ci furono almeno 80 morti e 450 feriti. La vigilia dei tumulti il beato era partito per l’annunciata visita pastorale alla pieve di Asso (Como), mal consigliato da alcuni autorevoli canonici. La sua assenza fu considerata una “fuga” dalla stampa laica e per diversi mesi aspramente criticata. Il cardinale accettò in silenzio la purificazione che gli venne dall’umiliazione subita e propose di essere in avvenire più vigilante sul gregge.
          Ai parroci il beato non si stancava mai di ripetere: “Se volete conquistare il cuore del popolo amate i fanciulli, i vecchi, gli ammalati, i poveri”.
          A tutti ne dava costantemente l’esempio visitando e aiutando le opere assistenziali e caritative del B. Luigi Guanella (+1915); di Santa Francesca Saverio Cabrini (+1917); del P. Gerardo Beccaro OCD (+1912), costruttore del grandioso tempio dedicato al Corpus Domini a ricordo del Congresso Eucaristico Nazionale svoltosi a Milano nel 1895; di Don Domenico Pogliani, fondatore nel 1896 dell’Ospizio Sacra Famiglia per incurabili; di Armida Barelli (+1952) che si prendeva cura dei bambini abbandonati nella periferia della città. La sua carità rifulgerà in modo ancora più ammirabile durante la prima grande guerra nell’assistenza ai soldati feriti e alle loro famiglie.
         Quando il card. Ferrari fece il suo ingresso a Milano il clero era diviso a causa dell’esistenza in città di due seminari: quello diocesano, di tendenze torniste, e quello del P. Luigi Villoresi (+1883), barnabita, di tendenza rosminiane, detto anche Opera dei Chierici Poveri. Per uniformare la formazione dei chierici trasformò il Villoresi in un collegio; fondò la Rivista Diocesana Milanese; istituì nel seminario maggiore la facoltà teologica pontificia (1897); ad essa unì pochi anni dopo la facoltà giuridica con corsi biennali per chierici e laici e incaricò il Ven. Giuseppe Toniolo (+1918) di insegnare ai chierici economia sociale.
           Dopo l’unificazione dei seminari il beato si adoperò per far rivivere le istituzioni dei Sinodi e dei Consigli Provinciali caduti in disuso. Egli li radunò più volte con grande giovamento di tutto il popolo di Dio, anche a costo di essere accusato di episcopalismo dagli intransigenti fratelli Scotton, sacerdoti di Breganze (Vicenza). Per amalgamare clero e popolo organizzò pure numerosi pellegrinaggi a Roma e a Lourdes, indisse congressi e celebrò centenari per dare sicurezza ai fedeli avversati da tanti nemici, a conclusione dei quali chiedeva a tutti l’impegno concreto per la restaurazione o la costruzione di chiese.
           Prima di morire avrà la consolazione di consacrarne circa duecento senza permettere mai che un solo centesimo dei tanti milioni che dovette maneggiare si attaccasse alle sue mani.
          Alla morte dei Leone XIII uno dei grandi elettori di Pio X nel conclave fu il card. Ferrari. I due santi si stimavano e si amavano. Ciononostante Iddio permise che tra di loro sorgessero affliggenti contrasti riguardo a modernismo e alla stampa cattolica. Il papa, in vista del bene generale della Chiesa, pretendeva risolvere i due grossi problemi alla luce dell’intransigenza; l’arcivescovo di Milano, preoccupato della crescente diffusione dell’anticlericalismo preferiva risolverli alla luce del bene particolare della sua chiesa.
         L’accusa che Milano fosse il “centro del modernismo” venne al cardinale Ferrari da Don A. Cavallanti, direttore di L’Unità Cattolica, giornale fiorentino ultra-antimodernista. È vero che un gruppo di cattolici laici nel 1907, aveva dato vita a Milano alla rivista Rinnovamento, di tendenze moderniste, ma è anche vero che il Ferrari era stato sollecito nel condannarla e proscriverla Essendo un uomo apertissimo ai problemi sociali del tempo, il beato fu sospettato di aderire a quel movimento di riforma religiosa tendente a conciliare la fede con la filosofia dell’immanenza, soltanto a causa di insinuazioni fatte da fanatici integralisti e testardi conservatori. Il suo seminario verrà sottoposto a tre visite apostoliche e il card. Ferrari morirà senza ricevere la minima soddisfazione alle sue istanze in favore dell’ortodossia del clero ambrosiano. A chi un giorno gli suggerì di andare a Roma e di restituire. come protesta, a Pio X il cappello cardinalizio, rispose con fierezza: “Questo non sarà mai; io ubbidisco sempre, sempre, sempre. Gli ordini del papa non si discutono”.
          Alla fine del 1910 anche i fratelli Scotton con il loro giornale La Riscossa, finanziato da Pio X, scesero in campo per accusare il clero milanese di modernismo. Il card. Ferrari ne rimase talmente indignato che si ritenne in dovere di stigmatizzare La Riscossa non tanto per gli attacchi alla sua persona quanto per gli oltraggi fatti al suo seminario che amava come la pupilla degli occhi. Il beato ignorava che il perugino Don Umberto Benigni (+1934) aveva fondato in Vaticano un organismo chiamato Sodalicium Pianum il quale dava eccessivo peso ai pettegolezzi dei giornali e a quanto da Milano gli comunicavano alcuni sacerdoti integralisti e ostili a qualche “foglio” modernista che circolava tra i chierici desiderosi di farsi un’idea più chiara riguardo a quel movimento.
          Il card. Ferrari invocò un intervento di giustizia da parte della S. Sede, ma non lo ottenne mai. Pio X era persuaso che La Riscossa fosse scesa in campo per difendersi dagli attacchi del clero ambrosiano, e che in esso se non c’era del modernismo “teorico” ce n’era molto di “pratico”.
         Altro motivo di attrito tra Pio X e il card. Ferrari fu la loro diversa posizione riguardo al giornalismo cattolico di cui tutti avvertivano la necessità per contrastare il laicismo imperante. Pio X esigeva che la stampa cattolica, tanto nell’aspetto esterno quanto nel contenuto, fosse rigidamente aderente ai principi evangelici; il card. Ferrari, invece, pensava a un giornale di penetrazione, cioè laico nell’aspetto, ma di sicuro orientamento religioso. Nel 1907, di due giornali, intransigenti l’uno, L’Osservatore Cattolico, diretto un tempo da Don Davide Albertario (+1902), e conciliatorista l’altro, La Lega Lombarda, diretta dal marchese Cario O. Cornaggia, riuscì a farne un altro, L’Unione, che affidò alla direzione dell’avvocato Filippo Meda (+1939). Nel nuovo giornale furono trattate tutte le questioni moderne con larghezza di idee, con grande soddisfazione dei lettori. I fratelli Scotton non ne condivisero l’indirizzo. Cominciarono, perciò, a tacciare di modernismo il direttore e coloro che lo sostenevano.
         L’anno stesso in cui nacque L’Unione sorse la Società Editrice Romana, un “trust” di giornali cattolici di “penetrazione” finanziariamente sostenuto dal conte Giovanni Grosoli (+1937) e da diversi azionisti. Anche L’Unione ne fece parte. Pio X nella lettera che il 28-3-1911 scrisse al card. Ferrari non se ne mostrò entusiasta perché i cattolici laici che li dirigevano erano troppo desiderosi di vedere sepolti i giornali di indirizzo intransigente, perché indifferenti “della libertà e dell’indipendenza del papa”, e perché il clero, nel leggere i loro scritti, ne avrebbe subito il fascino. Il papa praticamente voleva che il cardinale sconfessasse L’Unione perché causa di “modernismo pratico” nell’arcidiocesi. Il Ferrari, invece, riteneva che Pio X esigesse da lui soltanto la correzione di alcuni difetti riscontrati nel giornale. Per questo, il venerdì santo, in buona fede, egli ribadì ai chierici del seminario in partenza per le vacanze pasquali la necessità di contrapporre alla stampa laica quella di penetrazione, di notizia, come allora si diceva. Tra l’altro disse loro: “Anche nella questione dei giornali state sempre con il vostro vescovo e sarete con il papa… e non sbaglierete mai”.
          Il discorso del cardinale fu sunteggiato e ciclostilato da alcuni chierici in seguito a istigazione di alcuni professori dissenzienti e fatto giungere sul tavolo di Pio X in Vaticano. Il santo pontefice ne rimase molto amareggiato. Copia della lettera che egli scrisse al card. Gaetano De Lai., segretario della S. Congregazione Concistoriale, giunse nelle mani del beato a Desio, dove si trovava in visita pastorale. Il Ferrari ne rimase affranto. Tuttavia rispose: “Non ho coscienza di avere contraddetto agli ordini precisi del papa … Comunque sia, sono pronto a deplorare ritrattare ogni cosa che abbia potuto recargli dispiacere”. Il perdono gli fu accordato, ma i giornali di “penetrazione” o a carattere informativo non furono più riconosciuti “conformi alle direttive pontificie”. In mezzo alla tormenta il beato, invece di escogitare rappresaglie contro i suoi denigratori, si limitò a rinnovare il proposito che aveva fatto il giorno dell’ordinazione episcopale: “Soffrire e tacere”.
          Finché visse, il card. Ferrari continuò a venerare il papa e a farlo amare da tutti, ma riguardo alla stampa e alla politica non sentì il bisogno di cambiare idea. Il tempo gli diede ampiamente ragione. Dal canto suo Pio X (+1914), a distanza di alcuni anni, ebbe l’umiltà e il coraggio di dire a Mons. G.B. Rosa, vescovo di Perugia e suo confidente: “Purtroppo sul conto del Card. Ferrari ci siamo sbagliati”. Evidentemente era stato male informato dai delatori di Milano, Firenze e Breganze, e consigliato peggio dal Card. Merry del Val (+1930), suo segretario di Stato, dal Card. Giuseppe Vives y Tutó (+1913), cappuccino, prefetto della S. Congregazione dei Religiosi e il Card. De Lai (+1928), veneto.
         Alla morte di Pio X fu eletto a succedergli Benedetto XV (+1922). Sotto il suo pontificato a poco a poco il modernismo tramontò e il card. Ferrari poté riprendere con vigore la sua attività pastorale. Non contento di avere moltiplicato i collegi arcivescovili per l’educazione della gioventù; di essersi presa a cuore la “Santa Stanislao”, un’associazione studentesca fondata e diretta da Don Luigi Testa; di avere incoraggiato e aiutato finanziariamente nel 1910 la “Pro Cultura”, un’associazione composta da dotti laici e sacerdoti, per la conservazione e l’incremento del patrimonio scientifico cattolico, riorganizzò meglio l’Azione Cattolica della Gioventù con l’aiuto di valenti laici quali Filippo Meda e Piero Panighi, e la collaborazione di ferventi sacerdoti quali Gian Domenico Pini e Francesco Olgiati. Soleva dire: “Mandiamo avanti ai preti questi giovani, essi apriranno le strade al ministero sacerdotale”. Per questo da tutti veniva chiamato “il cardinale dei giovani”. Il beato ad Annida Barelli, terziaria francescana, nel 1918 affiderà il primo nucleo della gioventù femminile milanese, che Don Olgiati preparerà all’apostolato con appropriate conferenze in episcopio.
         Il beato già nel 1906 aveva affidato l’assistenza generale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) a Don Pini, laureato in legge. Fu costui a suggerire al Ven. Vico Necchi di darsi all’apostolato laicale; a convertire dal socialismo Edoardo Gemelli; a incoraggiarlo a farsi francescano; a sostenerlo nel proposito di fondare l’Università Cattolica del S. Cuore.
         Quando in Italia, sotto la presidenza del conte Stanislao Medolaghi Albani (+1921), sorse l’Unione Economica Sociale per il coordinamento delle banche, delle casse rurali e operaie, delle cooperative, un po’ ovunque si formarono le cosiddette Leghe Bianche, prima espressione dei sindacati cattolici. Il Ferrari diede loro tutto l’appoggio possibile, e ne seguì lo sviluppo, segnando sopra una grande mappa tutte le associazioni di nuova formazione e persino le mense degli operai. Egli fu il primo vescovo italiano a istituire i cappellani del lavoro nella sua diocesi.
          In occasione del giubileo episcopale del loro pastore (1915), i milanesi proposero di offrirgli la sede, chiamata Casa del Popolo, in cui egli intendeva riunire tutte le iniziative di bene che si erano sviluppate in diocesi. La nascente opera del card. Ferrari prosperò sotto la guida di Don Giovanni Rossi. Il 17-11-1920 il fondatore vi stabilì la comunità di San Paolo, che Pio XI chiamò Compagnia di San Paolo quando, nel 1926, l’approvò come società di vita comune, formata da sacerdoti e laici, uomini e donne.
         Nonostante la guerra e una grossa ernia che gli impediva di camminare e di predicare speditamente, il card. Ferrari non rinunciò a compiere per la quarta volta la visita pastorale alla sua diocesi, a parlare in raduni e convegni, a visitare soldati feriti negli ospedali e a organizzarne l’assistenza. A poco a poco la salute gli venne meno per gli sforzi da lui compiuti nell’esercizio del suo ministero finché, nel luglio 1919, dovette essere operato di un grosso papilloma alla laringe. Poiché il tumore si rinnovava, di mese in mese per ben dodici volte fu sottoposto ad abrasioni spesso dolorosissime. Il 23-1-1920 si recò a Roma per presentare al papa lo statuto che con il P. Gemelli (+1959) aveva preparato per la fondazione dell’Università Cattolica del S. Cuore. Avrebbe voluto essere esonerato dal governo della diocesi, ma Benedetto XV gli concesse soltanto di fare un ultimo pellegrinaggio a Lourdes. Invece della guarigione ottenne dalla Vergine SS. la grazia di conformarsi maggiormente alla volontà di Dio.
          Quando il cancro gli chiuse quasi completamente la gola, il beato il 2-9-1920 fu sottoposto senza anestesia a tracheotomia e gli fu immessa nella gola una cannula d’argento. Al termine della dolorosa operazione volle scrivere nel suo Diario: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore. esultiamo e rallegriamoci in esso”. Durante la malattia non omise mai la recita del Breviario e la confessione quotidiana. Attese la morte pregando, sbrigando la corrispondenza e leggendo i giornali. Non potendo più parlare si faceva capire con cenni o scrivendo su fogli le sue volontà. Quando il cancro gli cagionava spasimi e gli rendeva dolorosa assai la deglutizione, invece di fare ricorso a calmanti scriveva: “Soffrire, soffrire, soffrire!”. Il 10-11-1920 volle andare a visitare in automobile, per l’ultima volta, le principali chiese di Milano, testimoni del suo zelo e delle sue ardenti adorazioni eucaristiche. Il 13 novembre celebrò la Messa per l’ultima volta. Due giorni dopo volle ricevere con solennità il Viatico. Al mesto suono delle campane una folla enorme si assiepò intorno all’arcivescovado, e poiché essa non accennava ad andarsene, fu spalancato il portone d’ingresso per dare a tutti la possibilità di vedere come moriva il loro amato pastore. Si calcola che non meno di 15.000 persone siano sfilate davanti a lui nei tre mesi che ancora visse. Non aveva egli proclamato: “Voglio morire come se facessi un solenne pontificale”!
          Don Rossi ebbe la felice sorte di portare al cardinale morente per l’ultima volta la comunione il 2-2-1921. Subito dopo il beato scrisse sopra un foglietto di carta: “Oggi vado in Paradiso!”. Morì la sera, al suono dell’Angelus, tenendo stretti tra le mani la corona del rosario e il crocifisso, con accanto la scritta: “Così si muore”.
         Nonostante la pioggia, i funerali del pastore defunto riuscirono un trionfo per l’incredibile concorso di vescovi, di sacerdoti e di fedeli. Il governo italiano lo commemorò alla camera e permise che fosse sepolto in duomo. Don Giovanni Roncalli, che ebbe frequenti contatti con lui, lo considerò sempre “un autentico santo”, e quando diventò papa non si stancava di ripetere: “Se Pio X aveva una statura di santità di un metro, il Card. Ferrari l’aveva di quattro”. Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 1-2-1975 e Giovanni Paolo II lo beatificò il 10-5-1987. Le sue spoglie mortali, ancora ben conservate, sono venerate nel duomo di Milano sotto l’altare dedicato al S. Cuore di Gesù.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 48-58.
http://www.edizionisegno.it/

B. ANDREA CARLO FERRARI (1850-1921)

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Don Giovanni Rossi, suo segretario, attestò di lui: “Non lo vidi mai un istante inoperoso: o pregava o scriveva o parlava”. “Sue prerogative erano: la proprietà in tutto, l’ordine in ogni cosa, la celerità dei mezzi”. “Suo motto era: “Fare molte cose e farle tutte bene””. A chi si lamentava della nequizia dei tempi, rispondeva: “Lamentarsi è inutile; bisogna fare, fare,  fare!” oppure: “Ad ogni iniziativa cattiva opporne un’altra buona”. A nessuno dava del tu e tanto nelle circostanze più solenni quanto nei momenti più intimi, con il suo contegno non indulgeva mai a familiarità. Secondo Don Rossi, quest’uomo, che visse un programma tutto di umiltà e di nascondimento, non palesò mai al di fuori, a chicchesia, le stupende meraviglie della sua vita interiore”.

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