AGENTI DI PRODUZIONE

Morale: contraccezione, dissenso...

Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J. – 1. Partizione e schiarimento – 2. Producono sostanze e moto – 3. Nella prima produzione sono principali, nella seconda sussidiarii – 4. Divario fra i varii agenti di produzione – 5. Si giustificano i canonisti – 6. Meraviglie dell'intelligenza umana e della bontà divina – 7. Quistioni che si connettono con questa trattazione – 8. L'uomo può impossessarsi delle cose materiali, – 9. secondo il bisogno e la limitazione di quelle – 10. Reità della limitazione fattizia: – 11. ossia monopolio – 12. Comunione negativa – 13. Ingiustizia dei violatori – 14. Diritto degli occupatori – 15. In qual senso le forze naturali lavorino gratuitamente – 16. Epilogo.

AGENTI DI PRODUZIONE
«La Civiltà Cattolica», 1859, a. 10, Serie IV, vol. III, pp. 401-413, pp. 529-538.

§. I. Agenti materiali.

SOMMARIO
1. Partizione e schiarimento – 2. Producono sostanze e moto – 3. Nella prima produzione sono principali, nella seconda sussidiarii – 4. Divario fra i varii agenti di produzione – 5. Si giustificano i canonisti ­ 6. Meraviglie dell'intelligenza umana e della bontà divina – 7. Quistioni che si connettono con questa trattazione – 8. L'uomo può impossessarsi delle cose materiali, – 9. secondo il bisogno e la limitazione di quelle – 10. Reità della limitazione fattizia: – 11. ossia monopolio – 12. Comunione negativa – 13. Ingiustizia dei violatori – 14. Diritto degli occupatori – 15. In qual senso le forze naturali lavorino gratuitamente – 16. Epilogo.

1. Il fin qui ragionato riguardava la produzione nel suo principio materiale, in tutto quel fornimento cioè che somministra alle forze produttrici il campo ove possono esercitarsi, e lo stromento materiale che ne perfeziona l'esercizio. Dobbiamo ora volgere una qualche considerazione al principio attivo e veramente efficiente, al quale con verità primitivamente dee attribuirsi l'opera della produzione.
È chiaro che l'opera ricerca un operante, e che l'operante deve avere la forza di produrre quell'opera. Questa forza produttrice ognuno può osservarla in due specie di sostanze: nelle sostanze materiali, dotate dalla natura della facoltà di produrre altre sostanze o di modifìcarle; e nell'uomo, il quale movendo con la volontà e regolando con l'intelligenza il moto della sua forza muscolare, esercitata intorno alle sostanze materiali, le investe di certe forme accidentali, per le quali si rendono o utili immediatamente ad uso di sostentamento, o strumenti adatti ad agevolare la produzione di utilità novelle (1). Diciamo separatamente di queste due specie di forze incominciando dagli agenti materiali: cui vi preghiamo a non confondere né con la materia, considerata filosoficamente dai fisici nella teoria dei principii corporei, né con la materia prima degli economisti, della quale abbiamo parlato nei paragrafi precedenti. Questi appellano materia prima quelle sostanze materiali, che ricevono passivamente nuove forme dagli agenti di produzione, in virtù di quelle proprietà che hanno per natura: i fisici appellano materia quell'ignoto soggetto, in cui s'incarna un attivo principio, considerandolo separato da questo principio medesimo. È evidente che né l'una, né l'altra di queste materie non possono dirsi agenti materiali di produzione. Non la prima perché essenzialmente inerte: non la seconda, perché la forza, che ella esercita, tutta si csaurisce nel ricevere e ritenere la modificazione, che le viene imposta dal produttore. Così il cotone ritiene la forma di percal, il marmo la forma di statua, in virtù di loro proprietà naturali. Non così per cagion d'esempio il campo o la greggia. Il bifolco che lavora sul campo vi imprime bensì la forma dei solchi, che la terra ritiene materialmente. Ma quando vi gitta il seme; incomincia un'operazione novella tutta propria della terra medesima, la quale riproduce a dieci, a quindici, a venti tanti quel seme che le fu raccomandato: e dite altrettanto della, greggia, del pollame eccetera; nei quali tutti il prodotto passivo presuppone un vero agente di produzione. Ma questo agente, essendo totalmente inerente alla materia e da lei dipendente, è un vero agente materiale; per contrapposto all'uomo, la cui vita partecipandosi dallo spirito non può dirsi dote della prima materia, nè permette di confondere l'uomo cogli agenti materiali. Chiarito così il vocabolo, entriamo a parlare di questi.

2. I primi che ridussero l’economia alle forme moderne solevano dividere gli agenti di produzione in terra, lavoro e capitale; comprendendo nel vocabolo terra miniere, pastorizia, caccia, pesca ed ogni altra estrazione di materie prime. È chiaro che la filologia dovea protestare contro tale nomenclatura, la quale ha ragionevolmente ceduto il luogo a quello di agenti o di forze naturali. Vede ognuno quanto sia estesa la funzione esercitata da queste; giacché esse sole possono darci compiuta la produzione sostanziale; e dirette dall'uomo possono inoltre contribuire efficacemente alla produzione trasformatrice e traslocatrice. In questa funzione esse vengono dirette dall'intelligenza umana, siccome ognuno può vedere nelle più vantate scoperte dell'industria moderna, come vapore, telegrafia elettrica, fotografia ecc. ecc. , nelle quali le forze di natura, dirette dall'intelligenza umana, producono effetti, a cui l'umana forza non basterebbe.
Pure fìnchè trattasi di trasformazioni o traslocazioni, moltiplicando definitivamente le braccia, gli antichi aiutati dalla schiavitù fecero opere, di che ancora stordiscono le generazioni presenti; cotalché possiamo ravvisare una qualche proporzione in questa specie di produzioni tra le forze umane e le forze di natura.

3. La parte in cui questa sarà sempre inimitabile ed inarrivabile è quella che appellammo produzione sostanziale; rispetto alla quale l'uomo non solo è debole, ma da sè solo propriamente ed assolutamente impotente. Ben potrà egli concorrere con la natura ed aiutarla mettendo in presenza gli agenti naturali sotto quelle condizioni e in quelle proporzioni, nelle quali le forze di natura, cieco e fatale stromento della Provvidenza, sono necessitate a produrre il loro effetto. E in questo modo l'uomo entra in quella funzione produttiva che abbiamo appellato sostanziale: nella quale impropriamente si direbbe che egli da sè produca sostanze; ma ben può dirsi che concorre a tale produzione, agevolandola alla natura. In questo senso abbiamo chiamato produttori di sostanze l'agricoltore, il pastore, il cacciatore, il minatore ecc., in quanto contribuiscono a mettere nel commercio umano quelle materie veramente prime, che immediatamente riceviamo di mano della natura. Questa benefica ministra della Provvidenza somministra il tesoro di tali materie con prodiga liberalità; non così peraltro che l'uomo non debba per lo più con l'opera sua raccogliere laboriosamente quei doni, perfezionando le condizioni di loro produzione, e cernendoli dalla mondiglia che ne diminuirebbe l'utilità. I frutti, le, biade, le carni sono dono di natura; ma divengono abbondanti e salubri quando l'uomo ha preparato il terreno, ha irrigate le campagne, le ha difese dalla rapacità delle fiere, ha perfezionate le razze e le piantagioni, ha raccolti, ripurgati, stagionati, custoditi i frutti. Dono di Dio sono i metalli, le perle, le gemme: ma quanta industria ci vuole per discoprirli, raccoglierli e purgarli? Tutte coteste operazioni mirano appunto a prevalersi utilmente di quella forza produttrice di sostanze novelle, cui sola possiede, e inimitabile, la natura. E siccome essa non suole esercitare coteste funzioni, se non incorporando le sue forze al terreno; per questo non del tutto erroneamente si adoperò anticamente la parola terra, per significare l'agente, a cui doveva altribuirsi cotesta funzione.

4. Molti però degli economisti, introdotto nella scienza quel vocabolo di Produzione in senso equivoco, applicabile ugualmente e alle sostanze, e alle trasformazioni e alle traslocazioni, ne trassero conseguenze erronee da noi altrove accennate, dicendo ugualmente fruttifero il terreno e lo strumento e il danaro. Né paghi d'insegnare questo errore, passarono a garrirne teologi e canonisti come ignoranti per mancanza di analisi. Faute d'avoir analisé la nature et d'avoir suivi dans son cours la circulation de la richesse, l'école théologique s'est montréè inconséquente (2). E in che sta di grazia l'incoerenza dei teologi? Ecco l'incoerenza: mentre proibivano al capitalista di ricavare un frutto dal suo danaro, lo concedevano a chi appigionava una casa, a chi affittava un terreno (3).
I nostri lettori che, analizzando con noi i fattori della produzione, hanno veduto la gran differenza che passa fra la virtù produttiva della moneta, quella dello strumento, quella del terreno, ci permet­teranno di volgere all'autore di quell'articolo il suo rimprovero, dicendogli che, se avesse meglio analizzato la natura ed i produttori della ricchezza, avrebbe veduto con quanta ragione si negasse al danaro ciò che si concede alla casa ed al terreno. Chi può negare che la casa esercita continuamente l'azione di difendere dall'intemperie, e il terreno quella di produrre vegetabili? Certamente non può negarsi al Troplong che, incolta, la terra non produrrà che cardi e felci; ma questo appunto dimostra che l'azione di produrre, essa l'esercita anche senza aiuto dell'uomo; che è dunque distinta dal lavoro umano; che può dunque valutarsi e pagarsi separatamente da quello. La casa similmente, se non alberga uomini, albergherà sorci e faìne: ma l'azione di albergare la esercita. Or mostri l'Economista; quale azione esercita il danaro senza l'uomo? Lo dice egli stesso: L'argent est sterile quand il reste oisif.

5. Falso è dunque il ragguaglio col quale conclude il Troploilg (4). L'argent devient productif par le besoin qu'en a l'emprunteur, de meme que l'édifice devient productif par le besoin qu'éprouve le locataire de s' y loger. Falso, diciamo, per chi studia la verità nella realtà delle cose e non nell'utilità della borsa. Per la borsa certamente tanto è infruttifera la casa non appiggionata quanto il danaro. giacente. Ma agli occhi del filosofo la casa non appigionata, è sempre un asilo contro le intemperie, il danaro giacente non esercita la funzione di agevolare i cambii.
Nel terreno poi, donde si producono nuove sostanze, questa verità è anche più evidente, poichè ivi è incorporata quella suprema forza produttrice di sostanze, di cui l'uomo è soltanto direttore e sussidio. All'opposto nelle operazioni di trasformazione e traslocazione il principale agente è l'umana intelligenza, la quale chiama in sussidio quei poteri immensi, con cui la Sapienza creatrice sembra dilettarsi e scherzare in questa immensa macchina dell'universo, secondo la bella espressione del Savio: Ludens in orbe terrarum. Mentre dal trono della sua eternità, quella Sapienza infinita avventa, per così dire, gli elementi sul nostro globo a tenzonare, per ottenere il fine che ella si propose della sua gloria; l'uomo adocchiando le leggi, secondo cui si muovono verso tal fine, s'ingegna d'innestarvi altri fini suoi proprii, facendo servire anche a questi quell'immensa potenza, che spinge tutta la natura a compiere l'intento del Creatore.

6. Nella quale opera colossale una mente osservatrice è naturalmente rapita in un'estasi di ammirazione, sì della potenza intellettiva che incatena in certa guisa a proprio servigio la forza stessa del supremo Artefice; sì, ed ancora più, della bontà infinita di questo Artefice supremo, che si lascia incatenare a servigio dell'uomo. Così fosse l'uomo almeno riconoscente alla benignità di tanta condiscenza e pago d'essere servito nei bisogni, non costringesse l'Altissimo a servirlo perfino nell'iniquità (5).

7. Forze produttive di nuova sostanza, forze sussidiarie dell'umana debolezza nella trasformazione e locomozione, ecco dunque i due aspetti, sotto i quali si presenta nel fenomeno della produzione la forza naturale. Sorgono qui due quistioni principalissime da noi già trattate in teoria parlando della proprietà; ma che non sarà inutile il ricordare, perché molto giovano a formarsi un giusto concetto del luogo, che debbono occupare coteste forze nel retto ordinamento degl'interessi sociali. Le questioni sono 1° Se e come possa l'uomo secondo la teoria cattolica appropriarsi le forze naturali: 2° Se il frutto di coteste forze appropriate sia gratuito o venale.

8. Rispetto alla prima, vedemmo già che il diritto d'impossessarsi del mondo materiale nasce dalla natura stessa di questa materia, paragonata con la natura dell'uomo, per cui solo essa potè crearsi; non essendovi altro che un'intelligenza che possa compiere il fine della creazione, la glorificazione di Dio; nè altro che un'intelligenza incarnata che possa abbisognare dei sussidii materiali. Se dunque il Creatore non potè produrre il mondo materiale senza un fine; se questo fine altro non potè essere che il sostentamento d'un intelligente in carne; il mondo materiale è destinato a servizio dell'uomo. Inoltre, poichè quella parte di sostanza materiale che si consuma per uno, non può consumarsi per l'altro; l'esclusione di tutti gli altri da ciò che uno si è appropriato secondo quel diritto, è immediata conseguenza della natura dell'uomo e delle cose. A questa voce di natura si aggiunse poi l'esplicita investitura, con cui il Creatore concedette all'uomo d'impossessarsi della terra, a misura che il genere umano andava moltiplicandosi (multiplicamini el possidete terram et subiicite eam). Sicchè il diritto di possedere e di usare le forze naturali non ammette il menomo dubbio, nè in faccia alla ragione, nè in faccia alla rivelazione. Onde notammo altre volte, tradirsi, non difendersi la causa della proprietà da quegli economisti, che per condiscendere al comunismo gli concedono essere illecito l'appropriarsi le forze naturali; soggiungendo poscia che i proprietarii nulla posseggono e nulla vendono, se non il proprio lavoro.

9. Ma qual è, secondo natura, il modo di appropriarsi le forze naturali ? – Questo risulta e dalla natura di quel diritto e dalla natura delle forze, a cui viene applicato. Nasce il diritto, come si disse, dal bisogno di sostentamento e dalla limitatezza delle sostanze che soddisfanno quel bisogno (6). Le cose dunque che soprabbondano a tutti i bisogni ripugnano per sè medesime al dominio strettamente detto, in quanto comprende l'esclusione d'altrui.
Quindi vedete diversamente doversi discorrere intorno all'appropriamento delle forze produttrici di sostanza, e di quelle produttrici di azione; diversamente di quelle incorporate in una materia limitata e di quelle prodigamente diffuse ad uso d'ogni uomo che respira. La diversità delle leggi, con cui l'uomo può impadronirsi di tutte coteste forze dipende dalla prima legge di giustizia e carità, secondo la quale ciascuno deve rispettare l'altrui diritto e volere efficacemente l'altrui bene. Secondo questa legge suprema vede ognuno essere lecito bensì l'impossessarsi di quella parte di sostanza materiale, che il proprio bisogno, preso in tutta la sua ampiezza, richiede, e da questa parte appropriata escludere altrui. Ma ottenuta questa soddisfazione del proprio bisogno, sarebbe egli lecito escludere gli altri dai beni non occupati, creando una scarsezza artificiale di un qualunque bene di natura, per crescere il valore di quella parte di esso bene che è già stata appropriata? Vede ognuno che un tale artificio sarebbe contrario e al diritto che tutti hanno d'impossessarsi dei beni naturali non ancora occupati (lesione di giustizia), e al debito che abbiamo di volere altrui ogni bene (lesione di carità).

10. La cupidigia spietata replicherebbe tosto non volersi da lei direttamente il male altrui, e solo non voler perdere l'utilità che può trarre dal vendere ad alto prezzo il proprio. Ma la replica è fondata sul presupposto di cotesto alto prezzo, il quale nasce in questa ipotesi dalla vessazione che tolse altrui l'uso legittimo dei suoi diritti, mentre per essere legittimo dovrebbe nascere dalla reale scarsezza del bene trafficabile.

11. Queste osservazioni manifestano l'origine della deformità morale di ciò che rettamente vuol dirsi monopolio: vocabolo usato oggidì in senso un po' diverso dal più degli economisti, appo i quali, sia giusto o ingiusto, l'appropriarsi esclusivamente la vendita di una derrata o di una capacità qualunque, sempre viene detto monopolio. Di che dividono i monopolii in varie specie, come personali, fondiarii, legali, convenzionali eccetera, secondochè la radice dell'esclusione altrui si trova nella persona, nelle terre, nei privilegi, nelle convenzioni di pochi negozianti. Lasciando ad altra occasione il discorrere di questi, ed attenendoci solo al senso volgare, a cui ci appellava la trattazione presente; comprenderà il lettore quanto ragionevolmente una sentenza di vitupero e d'ingiustizia abbia condannato per voce universale monopolio e monopolisti; perché appunto tali si dissero coloro, che fabbricarono a danno pubblico una penuria artificiale, sottraendo alcuni beni all'universale unicamente coll'intento di venderli a più caro prezzo. Perciò approviamo altamente un savio economista (il Minghetti, se non erriamo) il quale vorrebbe ridotto a senso di biasimo la voce monopolio, riserbando altri vocaboli equivalenti a quelle proprietà esclusive, che dipendono da doti naturali o da altri giusti motivi. L'avere trasferito cotesto vocabolo ad ogni prerogativa dei beni non partecipabili universalmente; sembraci liberare in parte dall'infamia chi la merita, rovesciandone una parte sugl'innocenti ed onorati. Vero è che questi economisti sono poi obbligati a ristorare i giusti concetti, distinguendo il monopolio artificiale dal naturale, il legittimo dall'illegittimo, eccetera. Ma perchè, se il cielo vi salvi, cangiare così il valore usuale dei sostantivi; per dover poscia rettificare gli equivoci con gli addiettivi? Perché non adoperare secondo i varii casi le voci, prerogativa, precellenza, dominio, proprietà, possesso e simili, che già esprimono per sè medesimi l'esclusione degli altri da ciò che è posseduto? Perché non lasciare la voce monopolio per significare l'esclusione indebita?

12. Ma questa quistione filologica non ha grande rilevanza: nè l'avremmo toccata, se non contribuisse a far bene comprendere in qual modo sia legittimo l'impossessarsi delle forze naturali. Le forze produttive di un terreno sono limitate nella periferia del terreno me­desimo; e i frutti che se ne traggono, consumati da uno non possono servire ad un altro: una caduta, una corrente d'acqua, se muove in un punto il vostro molino o feconda la vostra risaia, non può fecondare la mia. Quel terreno dunque, quell'acqua occupati da voi debbono da me rispettarsi. Per la stessa ragione non fabbricherò addosso, alla vostra casa togliendovi aria e luce preoccupate da voi; né pianterò un'abetina o un edifizio su quell'altura ove il vostro molino a vento già stese le ali per riceverne il moto. Ma se per aver piantato quel molino, voi pretendeste il possesso dell'aria; per avere edificata la casa, il possesso esclusivo della luce; vi arroghereste il bene altrui, privandolo di quel diritto che gli compete su i tesori non ancora occupati della creazione.

13. E generalizzando questa dottrina potete inferirne, niuno aver mai diritto di vietare altrui l'uso di qualunque dono di natura, perciò solo che ha la forza d'impedirglielo; né essere lecito di creare ostacoli o bisogni ad altrui per averlo poi ligio ed ossequente alla tirannia della propria cupidigia; il che si fa nell'usura da chi pretende parte delle altrui fatiche, perché altri non potrebbe faticare senza il capitale imprestato. Sia pago ciascuno di quello che si è appropriato, e di quello che dall'uso delle proprie forze sulla propria materia legittimamente risulta.

14. Da questo, che abbiamo detto intorno al modo di acquistare la proprietà degli agenti naturali, è facile l'inferire la risposta al secondo quesito, in cui si cerca se il frutto di coteste forze debba nelle vendite cedersi gratuitamente. Stabilito il principio che il possessore può dire senza ingiustizia «Coteste forze sono mie», che del suo egli può giustamente disporre; è chiaro che suoi sono i frutti e niuno può costringerlo a cederli gratuitamente. Così la pensa da settemila anni il genere umano, né sarà agevole il persuaderlo altrimenti. Né crediamo che altrimenti la pensi il chiarissimo Marescotti, sebbene ripetutamente insista (7) intorno alla parte gratuita della rendita concedutaci dalla natura. Iddio ti dà tutto gratuitamente, dic'egli (pag. 236); ma l'offerta gratuita della natura non va sempre distribuita gratuitamente a tutti (245). Vero è che immediatamente continua dicendo, avvenire cotesta in eguaglianza per qualche astuto monopolio; il che parrebbe riprovare ogni disuguaglianza, ed ogni vendita dell'utilità naturale. Ma poichè poco appresso egli ammette per legittime certe rendite ottenute da chiunque trovi prima degli altri un fonte naturale produttivo, il quale sorpassi gli ordinarii (pag. 253); tutta la sua teoria sembraci insistere sulla gratuità delle forze naturali; non già per inferirne il diritto che obblighi a cederle gratuitamente, ma solo per ispiegare il fatto del buon mercato, che va generalmente dilatandosi, e mettendo alla portata dei più poveri ciò che fu un tempo privativa dei ricchi.

15. In questo senso, non può negarsi, molta parte delle forze naturali lavorare gratuitamente pel produttore; e la concorrenza dei molti produttori, ed anche (senza la concorrenza) la loro equità e carità far sì che a cotesti doni gratuiti partecipi tutto il genere umano in quanto è consumatore. Se al lavoro di 50 operai tu sostituisci una macchina che consumi solo il valore di 10 delle loro giornate, potrai dare per 1 ciò che altra volta costava 5: e sì lo farai se o l'amore del prossimo ti conforta, o la concorrenza di altri competitori ti costringe a chiamarti pago del naturale frutto di tue fatiche. Ma se ta­cesse la carità nelle coscienze, e i competitori frattanto giungessero a convenire in un patto; il monopolio potrebbe stabilirsi, e rimanere privo il pubblico di quei doni che la natura dispensa gratuitamente ai produttori. Il che appunto veggiamo accadere nella eterodossa Inghilterra, quando capitalisti o impresarii cospirano contro i miseri operai, per ridurli inesorabilmente all'alternativa o d'un salario meschinissimo o d'una morte inevitabile. E se tal condizione d'Inghilterra in forza dei Congressi filantropici si andasse dilatando altrove, come notammo potersi augurare dal Congresso di Francoforte; universaleggiato il monopolio, tutto il mondo incivilito potrebbe essere ridotto, soppressa ogni concorrenza, a passare sotto le forche caudine di quel prezzo, che verrebbe determinato dall'aristocrazia di pochi giganteschi capitalisti (8). Le quali osservazioni abbiamo fatte affinché i lettori comprendano che in economia, come in ogni altro ramo dell'ordine sociale, non vi è speranza di giuste proporzioni, se non interviene ad assicurarle l'indirizzo della coscienza, che non può avere unità e gagliardia sufficiente, svelta che sia dalle influenze benefiche del cattolicismo. L'aver supposto altrimenti, il voler farci sperare senza più dalla sola armonia delle leggi naturali un paradiso terrestre, ove la cupidigia umana basti da sè medesima in forza di calcoli esatti ad introdurre l'ordine e la pace; è, a parer nostro, uno dei maggiori difetti di quel libro del Bastiat (ove peraltro belle e gravi osservazioni non mancano) che venne da lui intitolato Harmonies économiques. Se l'economista incredulo non avesse avuto il ticchio consueto dei liberi pensatori, la cui monomania sta nel trovare un meccanismo che faccia camminare il mondo senza Dio; egli avrebbe potuto raddoppiare la forza delle sue dottrine, aggiungendovi quell'elemento soprannaturale, che dà all'ordine tanto maggiore sicurezza, quanto è più efficace nelle cose morali la volontaria osservanza, che la necessità di natura, o l'antagonismo, dei rivali.

16. Ma tornando da questa breve disgressione al tema principale, e riassumendo il fin qui ragionato, vede il lettore che: 1° le forze naturali sono fattori importantissimi della produzione, in quanto da esse riceviamo le sostanze novelle che in natura perpetuamente si producono: delle quali l'uomo non è produttore se non in quanto offre deliberatamente alla natura quelle condizioni e combinazioni, nelle quali le leggi invincibili della creazione la costringono a produrre; 2° Chiamate in sussidio mercè delle scienze fisiche e meccaniche, esse somministrano all'uomo forze portentose per operare quelle produzioni colossali, che formano l'ammirazione del mondo moderno.
Coteste forze poi ora sono ristrette in materia limitata e fissa, ora profuse nell'ampio giro dell'universo. Nel primo caso formano parte della ricchezza stabile, quando per trarne frutto vennero occupate dal lavoro dell'uomo. Nel secondo caso ben può l'industria umana appropriarsi gli effetti, prodotti da quella forza, nel rapido corso con che ella trasvola, offerendo i suoi servigi a tutto il genere umano. Così il fotografo imprigiona gli effetti della luce, il telegrafo quei dell'elettricità. Ma l'elemento operatore non lascia imprigionarsi, e continua a battere quelle vie, per cui lo spinge benefica la Provvidenza.

AGENTI DI PRODUZIONE
«La Civiltà Cattolica», 1859, a. 10, Serie IV, vol. III, pp. 529-538.

§. II. Pregio diverso, delle varie maniere di produzione.

SOMMARIO
17. Si ricorda il detto altrove intorno agli agenti di produzione materiale e intellettiva. – 18. Triplice grado d'azione umana. -19. Triplice produzione. – 20. Diversità di pregio sociale da prezzo venale. – 21. Socialmente preferita la produzione di sostanza. – 22. Ragionevolezza del fatto rispetto al fine prossimo. – 23. La produzione sostanziale dà sostentamento. – 24. Temperanza necessaria in questa preferenza. – 25. Ragionevolezza del fatto rispetto al fine ultimo; – 26. esso esige che l'uomo sussista. – 27. Tendenze morali delle professioni; – 28. in ispecie dell'agricoltura. – 29. Effetti igienici. – 30. Tendenze politiche. – 31. Epilogo e conclusione.

17. Spiegammo altra volta avervi due specie di agenti di produzione: altri materiali, ove la natura opera fatalmente; altri intellettivi, ai quali è dato di regolare la propria azione e fino ad un certo segno, l'azione ancora degli agenti materiali. Delle forze materiali abbiamo ragionato nell'articolo precedente. Agente intellettivo è su questa terra l'uomo, le cui forze, come vedemmo, producono utilità (9). Questa utilità per altro può ella sempre entrare in commercio? Possono entrare in commercio le forze destinate a produrla? Può entrare in commercio la persona dotata di queste forze? Se l'utilità e le forze possono entrare in commercio, come stabilirne le proporzioni venali? Può darsi una tal proporzione tra utilità spirituale e moneta? Ecco molti quesiti, a cui dovremmo rispondere, se questa materia non fosse stata da noi preoccupata, quando trattammo della proprietà letteraria. Non sarebbe stato allora possibile ragionare di tal proprietà, senza vedere chi ne fosse il produttore. E poichè produttore di letteratura non può essere che l'agente intellettivo, ci trovammo necessariamente condotti a spiegare come l'opera umana appartiene alla persona; come il suo ultimo fine è la gloria di Dio, fine prossimo immediato la propria personale perfezione. Cotesta perfezione non ottenendosi se non nella società, la quale importa comunicazione delle opere; queste opere possono impiegarsi in altrui pro or con servigi immediati, or con lavoro intorno alle materie, di che altri può giovarsi. Nell'un caso e nell'altro l'opera umana merita ricompensa equivalente, se l'operante spontaneamente non vi rinunzi. Quando però cotesta opera s'impiega in lavori materiali, lavoro e materia sono elementi amendue permutabili: quando all'opposto l'opera s'impiega in servigio altrui, addottrinandone la mente, educandone il cuore, ecc.; allora il servigio merita sempre ricompensa, ma la quasi materia, intorno a cui lavora (intelletto e volontà) e l'utilità che vi produce (scienza, probità ecc.), trascendendo fuor d'ogni limite ogni valore materiale, non può con materiali ricchezze permutarsi.

18. Queste ed altre materie analoghe vennero da noi esaminate nel citato articolo del volume XI, terza serie. Restringendoci poscia alla produzione materiale propriamente detta, vedemmo che l'uomo può qui divenire agente sotto tre aspetti diversi, secondo che ado­pera le forze o nel trarre sostanze di mano alla natura, o nel modificare a coteste materie prime la forma, o ad agevolarne l'uso trasportandole ove il bisogno le chiama (10): e intorno a tale classificazione esaminammo i pareri di alcuni economisti.

19. Resta ora che prendiamo a contemplare sotto l'aspetto sociale il pregio relativo di coteste tre maniere di produzione; quale sia cioè, agli occhi di chi studia la società, il pregio delle professioni diverse, nelle quali coteste forze si impiegano per produrre utilità novelle. Già vedemmo i tre gradi, a cui può generalmente ridursi la produzione di utilità, vale a dire, utilità di nuova sostanza, di nuova forma, di nuova relazione. L'agricoltore, il minatore traggono nuove sostanze, nuova materia prima dalla mano liberale della natura; il tessitore, il fabbro le danno forma novella; il nocchiero, il trafficante la esibiscono in lidi remoti o in pubbliche officine a compratori, che neppure ne conoscevano l'esistenza.

20. Ora coteste tre forme di produzione hanno elleno, non diciamo adesso il prezzo venale medesimo, ma il medesimo pregio sociale? Capirà il lettore l'immensa distanza che corre tra queste due specie di estimazione. Se l'economia sociale ad altro non mirasse, come certuni sembrano pensare, che a far danaro; prezzo venale e pregio sociale camminerebbero sempre in proporzione. Ma poichè, secondo la spiegazione datane da noi fin da principio, economia sociale è tutt'altro che l'arte di fare danaro, e mira direttamente ad ordinare gli uomini secondo onestà in ciò che spetta alla ricchezza; è facile il comprendere potersi incontrare divario grandissimo fra il prezzo venale e il pregio sociale; e potersi e doversi tenere talvolta in grandissimo conto socialmente ciò, che all'occhio della cupidità mercantile potrà parere spregevole, secondo il celebre detto del Poeta:

Povera e nuda vai filosofia,
Grida la turba a vil guadagno intenta.

E quando diciamo socialmente, non intendiamo parlare soltanto del giudizio che dee portarsene dai pubblici ufficiali, incaricati di mantenere l'ordine rispetto agl'interessi; ma anche di quello che spontaneamente ed indeliberatamente se ne porta di fatto in una società bene ordinata, ove i retti principii delle sociali estimazioni ancora governino la pluralità delle menti.

21. In tali società e sotto ufficiali dotati di sapienza politica, il primato della prima classe di produttori fu e sarà sempre riconosciuto, ad onta di tutte le preoccupazioni contrarie della tesoreggiatrice avarizia; almeno per riguardo alla precipua parte di quei produttori vale a dire, pastorizia ed agricoltura. Rispetto agli antichi Popoli, eccettuati alcuni pochissimi, il fatto è notissimo: rispetto ai moderni, basterebbero gli sforzi dei comunisti nell'invadere le proprietà territoriali, e le perorazioni degli economisti che tentano difenderle, sforzandosi indarno di provare che tutte le specie di ricchezza sono uguali; basterebbero, diciamo, questi due grandi fatti per dimostrare indelebile nella società un sentimento di preferenza verso la proprietà territoriale. Tutti i pesi di gravezze pubbliche, tutta la celerità dei guadagni mercantili, tutti i raziocinii sottili degli economisti non riuscirono sinora a togliere dagli animi della società cotesto giudizio di preferenza.

22. Il fatto dunque ci sembra certissimo. Ma quali ne sono le cause? Interroghiamone la ragione, ed essa ci risponderà che il pregio delle opere e delle professioni umane dee sempre ripetersi ragionevolmente dalla proporzione che esse hanno col loro fine immediato, e questo col fine supremo. Per conseguenza, fra le tante professioni che tendono a produrre ricchezza, la preferenza apparterrà sempre a quella, che la produce più proporzionata ai fini, per cui la ricchezza dee prodursi, e con opere più proporzionate all'andamento morale, per cui l'uomo è guidato all'ultimo suo fine.
Or non è difficile il vedere che sotto amendue gli aspetti la produzione sostanziale, risguardata nella precipua sua parte accennata poc'anzi, ottiene meritamente la preferenza.

23. Infatti qual è, domando io prima, il fine immediato della produzione? Non è egli il sostentamento della vita? Certamente anche l'agiatezza del vivere può avere il suo pregio. Ma quale agiatezza potrebbe aversi nel vivere, se mancassero gli alimenti per sussistere? E a che varrebbe l'industria trasformatrice e la traslocatrice, se mancasse la sostanza da trasformarsi e trasportarsi?

24. La scuola fisiocratica non avea dunque intero torto quando dalla terra derivava ogni ricchezza; sebbene eccedesse forse nel non riconoscere che l'industria ed il commercio possono in qualche modo supplire per gli uni alla diretta produzione della sostanza, se questa preesista, traendola di mano agli altri produttori, mediante il contraccambio di nuove utilità che esse, vi aggiungono. Ma poichè queste utilità secondarie soddisfanno a bisogni meno urgenti e talora fattizii o fantastici, se non anche nocivi ed immorali; non è chi non veda essere pregio di saggio e prudente reggitore, che intende al vero bene dei popoli e non all'arricchimento dell'erario, il volgere le prime sue cure a questa produzione fondamentale: specialmente in quei popoli, ai quali la predilezione della Provvidenza divina aperse, come all'Italia nostra, nell'universale ubertà della gleba e nella benignità del clima, una vena inesausta di tesori multiformi.
Ciò non vuol dire che le altre due specie d'industria debbano porsi in non cale, essendovi molte ragioni di ordine pubblico, che comandano un progresso armonico nei tre ordini di produzione: fra le quali principalissima è la ragione politica dell'indipendenza che un popolo ottiene, quando proporzionata ai bisogni è in ogni specie d'industria e di commercio l'attività dell'indigeno. Di che abbiamo in Italia un bello esempio nel reame di Napoli, a cui la solerzia ed oculatezza di re Ferdinanclo ha procacciato tutti i più raffinati strumenti dell'industria forestiera, sicchè nulla abbia a temere di quell'isolamento, che, se cadesse su certi altri Stati che passano per modelli d'indipendenza, potrebbe essere una quasi desolazione. La quale indipendenza materiale ha potuto contribuire non poco a quella magnanima indipendenza politica, che ha formato in quest'ultimo biennio uno dei più begli episodii dei fasti di quel Monarca.
Abbiansi pur dunque anche le produzioni secondarie il loro pregio, ma non dimentichiamo mai che la loro base sta nella produzione delle materie prime; la quale, per conseguenza, al cospetto dell'ordinatore supremo d'una società vanta non contrastabile il primato per la stessa sua natura, e per l'immediata rispondenza al primo fine, a cui la produzione è diretta.

25. Se non che questa prima proporzione di ordine fra l'opera e il suo scopo immediato è tal perfezione, che ha più del materiale che del morale. Se taluno m'interrogasse qual è il più pregevole fra i varii generi di pittura, ed io rispondessi preferibile il pittore di storia; parlerei io d'una perfezione morale? Mai no: parlerei di perfezione artistica. E in questo senso appunto mostrai finora più pregevole delle altre la produzione di sostanze, perché meglio corrisponde al fine del produrre.
Ma la ragione non trova perfette le opere dell'uomo per questa sola perfezione materiale: essa vuole una perfezione morale, e, la moralità deriva dalle proporzioni dell'atto verso il fine ultimo, e non già verso il fine immediato. Or queste proporzioni verso il fine ultimo sotto due aspetti possono riguardarsi nella produzione: vale a dire e in quanto il suo fine immediato è subordinato all'ultimo, e in quanto il modo di ottenere il primo conduce spontaneamente a conseguire anche il secondo: e nell'un modo e nell'altro cotesto gene­re di produzione primaria acquista pregio agli occhi della ragione.

26. E in quanto alla subordinazione dei fini vede ciascuno, che il sostentamento, direttamente inteso dalla produzione di sostanze, è quello, che più direttamente conferisce al conseguimento dell'ultimo fine, prescritto all'uomo pel suo operare sulla terra; il quale altro non è che la glorificazione del Creatore. A questa è necessario il sussistere assai più che il vivere agiatamente. Anzi il vivere agiato gioverà molte volte, ma molte volte anche s'opporrà al vivere onesto: all'opposto sarebbe egli possibile il vivere onesto senza la necessaria sussistenza? Le professioni dunque che mirano immediatamente all'agiatezza, meno strettamente si connettono con l'ultimo fine in ragione del loro scopo immediato; e però sono meno pregevoli, sotto tale aspetto, della produzione agraria.

27. Se poi si riguarda il modo delle varie produzioni, le ragioni di preferenza appariscono anche più gagliarde in favore della professione rurale. Della professione, diciamo, giacché parliamo della moralità di questa, non della moralità degl'individui. L'individuo è libero sempre in qualunque professione, purché non malvagia, a volere il bene. Ma ciò non taglie che vi sieno nelle professioni certe intime tendenze a questo o quell'eccesso, alle quali, se resiste questa o quella persona; non resiste però l'universalità dei cultori. E chi vorrà negare che la professione militare tenda naturalmente a sopraffare con la violenza, la trafficante a tesoreggiare con l'avarizia, la letteraria a gonfiarsi per vanità? E chi non udrà con meraviglia la vita edificante di una cantatrice da teatro, d'un istrione, d'una ballerina? Una ballerina divota! non sarà un impossibile; ma certamente al senso comune la pare una sconcordanza in genere, numero e caso.

28. Vedete dunque che vi sono nelle professioni certe intime tendenze, che le rendano per sè più o meno pregevoli, perché inchinano chi le abbraccia a tendere a rinunziare ai pregi di morale onestà. E sotto tale aspetto la professione rurale ottiene meritamente la preferenza sulle altre forme di produzione, sì per l'atmosfera, sì per la maniera in cui vengono esercitate. La produzione agraria si esercita naturalmente nella vita domestica, come la produzione industre nella municipale, come la trafficante nella nazionale o internazionale. Il banchiere, il vetturale, il pilota sono condotti dalla stessa loro professione a vivere più di relazioni straniere che di domestiche: i fabbri, i treccani, i sarti, i calzolai sono in relazione continua con la pubblicità del loro municipio. Tutt'altra è la professione contadinesca, innamorata com'ella è ordinariamente, del modesto suo campicello. Mentre il bifolco suda da mane a sera all'aratro, alla zappa, al sarchiello, alla messe, alla vendemmia; raccogliere dall'orto i legumi del pasto frugale, mugnere la vacca, la capretta, curare nell'aia il pollame, nel castruccio il maiale, rimondare le vigne e le siepi provvedendo così al focolare le fascine, tessere lino e canapa e prepararne le vesti al marito che suda colà sull'aratro; ecco le naturali e continue occupazioni della villanella massaia, che trova nel suo tugurio isolato tutte le felicità della vita domestica. Ella è tutto ai suoi bamboli, nutrice, maestra, provveditrice d'ogni maniera di sostentamento, e la sua famiglia è tutto per lei, sicchè non conosce quasi altra mondo, né sa respirare altra atmosfera. Qual differenza tra le tendenze di questa vita sì placida, eppur sì operosa, e le tendenze di chi opera nel frastuono della città o palpita fra le agitazioni del mondo commerciale! La certezza di non mancare del necessario affeziona il campagnuolo al suo terreno; e la quasi impossibilità di fortuna repentina e colossale lo avvezza a quella tranquilla mediocrità, che neppur sogna la possibilità di subiti rivolgimenti.

29. E a questa esistenza indipendente corrisponde (a parità nel rimanente) e la robustezza e regolarità nelle membra e una cotale altezza di spiriti, che si manifesta anche attraverso la ruvidezza delle forme. Lo nota il valente De la Tour, parlando dell'Ungheria, con quella assennatezza che forma il carattere dei suoi gravi articoli. La population rurale était généralement belle, dans toutes les classes, et indiquait, par la dignité deses manières, la noblesse d'ame acquise à l'homme qui vit aisément du travail agricole, en proprietaire et salis aucun souci de l'avenir. Il n'y avait guère de declassements; le fils suivait le genre d'existence de son père… (11). E questa contentezza del proprio stato, e questo sottentrar del figlio ai lavori abbandonati dal padre, vede il lettore quanto contribuisca a rassodare quella tranquillità nell'ordine, che veggiamo ad ogni piè sospinto alterarsi e vacillare nelle altre professioni produttive; nelle quali non è né la tranquillità per l'avvenire, né l'affezione alla vita domestica e al campicello avito, né quell'assiduità di lavoro sempre rinascente, ma sempre discreto, che occupa sì dolcemente l'intera giornata dell'agricoltore.

30. La proporzione dunque della vita rusticana col fine immediato del produrre, che è il sostentamento; la necessità del sostentamento alla vita onesta; l'andamento naturalmente tranquillo, casalingo, costumato di chi si addice a tale professione, tutto dimostra che il naturale sentimento del volgo, il quale alla proprietà delle terre dà spontaneamente una certa preferenza, è fondato nella natura delle cose. Dètta la natura stessa alla semplice intelligenza del popolo essere l'agricoltura, come dice il Ferrier, fra tutte le occupazioni dell'uomo industre, la più utile e la più onorevole: la più utile perché dà sussistenza, la più onorevole perché dà indipendenza ed inclina a virtù (12).
Le quali naturali tendenze della professione vede ognuno non doversi trasandare da savio governante; essendo impossibile che le istituzioni più conformi alla natura nell'ordine domestico non sieno parimenti più conformi al pubblico bene nell'ordine politico: giacché finalmente, non è egli il Creatore medesimo che preparò l'uomo e alla vita domestica e alla civile?
In questo proposito ci sovviene aver letto delle osservazioni molto assennate nell''Univers (3 Agosto 1857), ove ragionandosi dei torbidi, che vanno agitando gli Stati dell'Unione americana, e specialmente la città di New York, se ne assegna per causa, oltre l'immigrazione straniera, l'immenso accrescimento dell'industria e del commercio. «Il primitivo piantatore americano viveva, dicesi, in mezzo ai campi da lui dissodati, quasi patriarca coronato dalla famiglia dei servi e degli schiavi, e bastevole in tale guisa alla propria esistenza e alla difesa: felice di non abbisognare né di un potere centrale, quale è richiesto a mantenere l'ordine nelle grandi città (terribile imbarazzo delle nostre società europee), né di una polizia numerosa, né di un esercito stanziale. Aveva certamente cotesta vita agreste una cotale ruvidezza, nutriva un'alterigia indomita, fomentava il sentimento d'indipendenza. Ma al postutto il candore, la semplicità, l'ospitalità, la morigeratezza compensavano cotesti inconvenienti, l'adornavano mirabilmente e preparavano quella grandezza, che la nazione oggi gode e che non sappiamo se tramanderà intera ai suoi discendenti, essendo lo stato delle cose interamente cangiato per gl'immensi incrementi della popolazione, dell'immigrazione e dell'industria» (13).
Queste osservazioni, elle potrebbero ripetersi rispetto ad altri popoli dell'antico e del nuovo mondo, nei tempi antichi e nei moderni, faranno comprendere abbastanza ai nostri lettori quale diversa importanza aver debbano, anche sotto il rispetto di ordine politico, agli occhi d'un savio economista le diverse maniere di produzione; e spiegheranno insieme l'impossibilità di abolire nei popoli inciviliti la preferenza data alla proprietà fondiaria. Questa preferenza non è, come vedete, un arbitrio del gusto, di cui possa dirsi Non est disputandum: essa ha il suo fondamento nella più perfetta consonanza della professione col disegno del Creatore; e da tale perfezione risulta, e per la famiglia e per la nazione, un'essenziale tendenza all'ordine e domestico e pubblico, e a quella tranquillità che naturalmente ne deriva. Se la dignità della professione rurale, e per conseguenza della proprietà stabile, è dettato di natura, ognun vede quanto sia ragionevole la Chiesa, allorchè nelle proprietà fondiarie bramò fondare la sussistenza del clero. Ella provvedeva in tal guisa al decoro dell'ordine ieratico e alla conservazione di uno spirito di ordine e di stabilità nei suoi membri.

31. E tanto basti intorno alle forze umane, considerate come principale agente di produzione. Dal poco che ne abbiamo detto, il lettore ha potuto conoscere che, sebbene esse non siano per sè venali, pure il loro uso acquista pregio di venalità, quando tende a incorporarsi in una materia per renderla materialmente più utile ad un fine materiale: di che nasce una recisa differenza tra quei lavori che tendono a perfezionare l'uomo morale e quelli che a sostentare il materiale.

NOTE

1) È singolare che il signor De Fontenay vuole escludere dagli agenti economici le forze naturali (Vedi l'analisi del libro di M. Courcelle Senueil nel Journal des Économistes Genn. 1859 pag. 104). Ivi il Critico biasima l'Autore dicendo che in Economia il n'y a qu'un agent, l'homme: car l'initiative, l'intention, la responsabilité constituent seules agent. Les forces naturelles sont des moyens, des instruments indifferents et passifs. E' chiaro· che il Critico vorrebbe qui abolire tutti gli agenti fisici, il che in sostanza è un cambiare il Vocabolario, e ciò con l'aiuto di una contraddizione dicendo le forze passive, laddove ogni forza è tendenza ad operare.

2) Dictionnaire d'Économie politique V. Intéret.

3) Non possiamo a meno di maravigliarci al vedere con qual franchezza certi economisti sputano ex tripode, contro i loro avversarii, di coteste sentenze di biasimo, con le quali mostrano talora o di non leggere o di non capire. Vedemmo altravolta il Baudrillart difendendo l'usura nel Journal des Débats, deridere col Bentham (uno, dice, degli Spiriti più sottili e svelti, legista o filosofo,) il grande Aristotele che non capiva potersi trar frutto dalla darica (moneta greca), purché si comprasse con essa una pecora, che partorirebbe in un anno un paio di agnelli. Ci vuole una buona dose di audacia per supporre che il maestro di color che sanno non capisse coteste trivialità. Invece di deridere così come ignorante e stolido un intelletto ammirato da tutti i savii, il Baudrillart avrebbe dovuto rimanere nella quistione e dimostrare, non già che colle monete si comprano delle pecore e le pecore partoriscono agnelli (il che si capisce anche da chi non è né sottilissimo, né sveltissimo come il Bentham): ma che il danaro non trafficato o mal trafficato produce, ovvero che producendo quando è ben traffica­to, questo trafficarlo bene dipende dal danaro e non dal trafficante. (Vedi il Débats 31 Marzo 1858).

4) Non sappiamo come s'accordi cotesta sentenza del dotto. Giureconsulto con ciò che egli dice altrove: «In virtù del Cristianesimo, la proprietà è il frutto del lavoro». Se il capitalista non lavora sul danaro mutuato, come può appropriarsene il frutto?» Troviamo queste parole riportate dal Dubois: Principii della Rivoluzione francese tradotta dall'Avv. Giuliani p. XXVI.

5) Veruntamen servire me fecisti in peccatis tuis. (Is, 43, 24).

6) Ricordi il lettore che prendiamo qui il bisogno in senso larghissimo, comprendendovi tutto il convenevole, l'agiato, il dilettevole, il disponibile anche in pro d'altrui.

7) Discorsi sull'Economia Sociale vol. III, Discorso VI, capo 2°

8) Gli economisti, che difendono libertà assoluta, deridono ordinariamente come un'assurdità il supporre la possibilità di tale convenzione e monopolio. Dubitiamo però fortemente che essi veggano impossibilità assoluta dov'è solo relativa. A misura che i mezzi di comunicazione abbreviano o annullano le distanze, molte cose divengono possibili che in altri tempi sembravano sogni: né oggi dovria parere impossibile che i colossi banchieri (che in ciascun popolo non sono ordinariamente più di tre o quattro), consociandosi da tutte le genti d'Europa, costituiscano un Potentato irrepugnabile, da cui debbano dipendere tutti i banchieri inferiori: come ci ricorda aver letto il disegno d'una società inglese che minacciava assorbire il negozio di tutte le seterie, esposte su tutti i mercati della terra.

9) Vedi III Serie, vol. XI, p. 690 e segg.

10) IV Serie, vol. II, pag. 642.

11) Univers 14 Agosto 1857.

12) L'agriculture est, de toutes les occupations, auxquelles l'homme peut se livrer, la plus utile et la plus honorable: la plus utile, parce qu'elle sert immédiatement à sa conservation; la plus honorable, parce qu'elle est la plus indépendante, et qu'elle engendre toutes les vertus, compagnes ordinaires de moeurs simples (FERRIER app. VILLENEUVE BARGEMONT lib. 1, cap. X). Chi bramasse vedere altri elogi dell'agricoltura, molti ne troverà presso questo dotto autore, degnissimo d'essere consultato da ogni savio e cattolico economista, e molti parimenti nella recente opera del sig. LE LIÈVRE: Exposé des principes économiques de la Societé chrétienne pag. 25 e segg.; opera, il cui autore si mostra profondamente versato nella pratica nelle manifatture, delle quali da lungo tempo conduce le imprese.

13) Le planteur vivait au milieu de ses cultures, entouré de ses serviteurs et de ses esclaves; c'ètait, en quelque sorte, une existence patriarcale; il pouvait suffire à ses propres besoins et se défendre lui-mème… On était hereux de n'avoir point besoin d'un pouvoir central pour surveiller les grandes villes, cet embarras de nos sociétés européennes. Cette situation permettait de se passer d'une police nombreuse et d'une armée permanente. Le développement de la population, l'accroissement de l'industrie et les immenses proportions qu'a pris l'émigration étrangère, ont entièrement changé cet état des choses.