A CHI SPETTA IL DIRITTO EDUCATIVO

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

L’Enciclica di Pio XI sull’educazione (Cfr. Divini illius magistri – 31 dicembre 1929 ), colà dove tratta del diritto educativo, inizia questo argomento con una sentenza fondamentale: “L’educazione è opera necessariamente sociale, non solitaria”.

L’Enciclica di Pio XI sull’educazione (Cfr. Divini illius magistri – 31 dicembre 1929
 http://www.totustuus.biz/users/magistero/p11divin.htm ), colà dove tratta del diritto educativo, inizia questo argomento con una sentenza fondamentale: “L’educazione è opera necessariamente sociale, non solitaria”.
Perciò è vana ed illusoria la pretesa “autoeducazione”, ignota agli antichi, introdotta e usata ed abusata largamente dai moderni pedagogisti, come vano ed illusorio è l’orgoglio umano, che si crede assolutamente indipendente e fonte di perfezione a se stesso.
Il pensiero filosofico moderno, specialmente da Kant in poi, ha inventato parecchi di questi “auto”, come “autocoscienza”, “autonomia della ragione”, ecc., confondendo l’attività immanente, propria dell’essere vivente ed in particolare l’attività del libero arbitrio, propria dell’essere razionale, con l’indipendenza assoluta, che è propria esclusivamente della Causa prima, Dio.
E’ bensì vero che l’uomo, essere vivente e razionale, ha attività immanente e determina se stesso liberamente; ma è falso che sia indipendente.
Giacché egli dipende assolutamente, nell’essere e nell’operare, come ogni creatura, da Dio creatore, conservatore e datore di ogni attività; ed è in molte guise dipendente dalle cause seconde: nell’essere anche dai genitori; e nell’operare, dalle leggi fisiche quanto alla sua vita vegetativa e sensitiva; dalla legge morale, quanto all’esercizio della volontà; dall’oggetto e dalle leggi della logica quanto all’esercizio dell’intelletto.
Dunque anche nella sua educazione l’uomo è in molti modi dipendente, sia dalle leggi fisiche e dalle leggi morali e intellettuali, sia dai genitori, dai maestri, dall’ambiente, dalla società, dalla tradizione, ecc. E’ perciò vano il termine di autoeducazione, fuori del senso che l’educando debba cooperare attivamente e liberamente alla sua formazione educativa, il che è stato sempre inteso con il semplice termine tradizionale di educazione.
E’ pertanto non solo improprio, ma inutile ed anzi futile ed illusorio il nuovo termine, perché da l’illusione di un’autonomia inesistente.
E’ altresì ingiurioso alla educazione cristiana tradizionale quasi fosse fondata sulla inerzia e passività del fanciullo. Ma vi ha di peggio: è un termine antieducativo, perché atto a fomentare nell’educando più facilmente l’orgoglio, l’indocilità e l’arroganza, stimandosi egli interamente arbitro della sua educazione, anziché lo spirito di iniziativa e di risolutezza.
Abbiamo creduto opportuno tornare ad insistere sulla vanità dell’autoeducazione, non solo per ragioni pedagogiche, ma principalmente per ragioni filosofiche, e cioè alla luce del retto ragionamento, perché questo nuovo termine è in stretta connessione con i falsi sistemi del soggettivismo orgoglioso, che erige l’uomo a misura e norma suprema e indipendente della verità, della moralità e del diritto.
Soggettivismo, che ebbe la manifestazione più sovvertitrice, nel campo religioso, con la ribellione luterana, la quale introdusse il soggettivismo individualistico, fomite di orgogliosa presunzione e di scissioni, col “libero esame”; ed il soggettivismo politico con il tirannico principio cuius regio eius religio, cioè che il principe ha il diritto di imporre la sua religione, in altri termini, il suo arbitrio.
Nel campo filosofico il soggettivismo teoretico si svolse nell’autonomia della ragione e della morale di Kant e dei suoi epigoni sino alla sostituzione dell’uomo a Dio, secondo la logica conseguenza: l’uomo ha creato Dio, non Dio l’uomo.
Nel campo politico, il soggettivismo oligarchico si è affermato brutalmente nella statolatria.
Or appunto il genere umano in generale, e le singole nazioni in particolare, più o meno, secondo la misura in cui hanno subito e subiscono l’influsso del soggettivismo orgoglioso, ne hanno sofferto e soffrono le conseguenze pratiche rovinose.

IL DIVINO EDUCATORE.
Dunque l’educazione non è opera né solitaria né autonoma, ma sociale e dipendente, e richiede almeno due termini: l’educatore e l’educando. Indi sorge il quesito: A chi spetta il diritto di educare?
L’Enciclica stabilisce: “Colui è principio di educazione alla vita, che è principio di vita”. E’ un assioma evidente, ed è enunciato dall’Angelico Dottore S. Tommaso nei seguenti termini, citati dall’Enciclica: “Il padre carnale partecipa in modo particolare la ragione di principio, la quale in modo universale si trova in Dio… Il padre e principio e della generazione e dell’educazione e della disciplina, e di tutto ciò che si riferisce al perfezionamento della vita umana” (S. Th., 2-2, q. 102, a. 1). Per conseguenza il diritto educativo spetta originariamente e inammissibilmente a chi ha la paternità.
Sotto tale aspetto, Dio, padre universale di tutti gli uomini, è il supremo educatore del genere umano. Infatti, è questa la funzione dominante nell’economia della Provvidenza, come rilevano i Padri della Chiesa nella Storia del mondo, particolarmente nell’economia della Redenzione, alla quale Dio preparò e dispose le genti con l’esperienza del decadimento e della miseria morale seguitane, che richiedeva il riparatore e restauratore. Di poi più particolarmente, nella formazione e preparazione del popolo eletto, depositario del culto del vero Dio e della grande promessa del Redentore, illuminandolo con i prodigi, elevandolo pure gradatamente con le leggi religiose e morali, ammonendolo nei traviamenti, castigandolo nelle sue ostinazioni e riaccogliendolo paternamente nel pentimento filiale; sino a quando, in Gesù, il Maestro divino, eleva alla perfezione l’insegnamento ed i comandamenti in un complesso organico, che affida alla sua Chiesa con la missione di madre, maestra ed educatrice perfetta dei popoli.
La stessa longanimità e pazienza divina educatrice, svoltasi attraverso i molti secoli anteriori alla venuta del Redentore, si manifesta in luminoso compendio nella vita pubblica di Gesù Cristo, che istruisce ed educa gradualmente i suoi apostoli, i discepoli e le turbe, e si perenna nell’opera materna della Chiesa per tutti i secoli avvenire sino alla fine del mondo, quando si raccoglieranno i frutti della divina educazione e sarà fatta la definitiva separazione del buon grano dal loglio infruttuoso.
Apparve a tutti gli uomini — dice S. Paolo, in un mirabile quadro di questa divina pedagogia — la grazia di Dio Salvatore nostro, insegnando a noi che, rinnegata l’empietà ed i desideri disordinati del mondo, viviamo in questo secolo, con temperanza, con giustizia e con pietà, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo” (Tit., 2, 11-12). Dove sono tutti gli elementi essenziali dell’educazione cristiana: 1) l’agente nella grazia, che esprime tutta l’efficacia, la bontà, la benignità longanime ed indulgente del divino Educatore; 2) il soggetto in tutti gli uomini esposti al traviamento delle passioni disordinate; 3) la forma e norma, secondo i doveri fondamentali, di temperanza verso se stessi, di giustizia e carità verso il prossimo, di pietà verso Dio; 4) il fine prossimo nella formazione alla vita virtuosa, che consiste nell’adempimento di tutti i doveri, ed il fine ultimo nella aspirazione alla beata eternità.

LA FAMIGLIA E LA CHIESA
Posto dunque il principio evidente ed incontrastabile che l’educazione spetta alla paternità, viene primariamente in considerazione la paternità nell’ordine naturale; onde l’Enciclica stabilisce: “Alla famiglia, nell’ordine naturale, Iddio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine” e, si può aggiungere, a spiegare la parola “ordine”, di disciplina, come requisito essenziale perché sia osservato l’ordine dagli esseri liberi. “La famiglia ha dunque immediatamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole, diritto inalienabile perché inseparabilmente congiunto con lo stretto obbligo, diritto anteriore a qualsiasi diritto della società civile e dello Stato, e quindi inviolabile da parte di ogni potestà terrena. Tale obbligo e conseguente diritto della famiglia permane nella sua forza e validità” sino a quando la prole sia in grado di provvedere a se stessa. Infatti, “Della famiglia non è soltanto la generazione della prole, ma anche il suo svilupparsi e progredire fino al perfetto stato dell’uomo in quanto è uomo, cioè lo stato di virtù”.
L’Enciclica non si stanca di confermare questa verità con tutti gli argomenti, appunto perché è ora troppo contraddetta dal sociologismo nelle sue varie forme culminanti nella statolatria moderna. E’ ben futile la ragione che alcuni arrecano: l’uomo nasce cittadino e perciò appartiene primariamente allo Stato, e questo perciò ha diritto assoluto sulla sua educazione, perché, “prima di essere cittadino, l’uomo deve esistere, e l’esistenza non l’ha dallo Stato, ma dai parenti”, e secondo l’espressione esatta di Leone XIII, nell’Enciclica Rerum novarum, “I figli, non essi per se medesimi, ma attraverso la comunità domestica, nella quale sono stati generati, entrano a far parte della civile società”; onde “La patria potestà è di tale natura che non può essere né soppressa né assorbita dallo Stato”.
La Chiesa ha sempre tutelato e difeso il diritto educativo della famiglia, come dimostra eloquentemente il fatto che “padri e madri, anche se poco o nulla credenti, mandano e portano a milioni i loro figli agli istituti fondati e diretti dalla Chiesa”. Giacché, soggiunge l’Enciclica: “l’istinto paterno, che viene da Dio, si orienta con fiducia verso la Chiesa, sicuro di trovarvi la tutela dei diritti della famiglia, insomma quella concordia che Dio ha posto nell’ordine delle cose”. E conclude con una solennità di stile degna del Vicario di Cristo, Pastore e Maestro universale in argomento di sommo rilievo: “Abbiamo pertanto due fatti di altissima importanza: la Chiesa che mette a disposizione delle famiglie il suo ufficio di maestra e di educatrice, le famiglie che corrono a profittarne e danno alla Chiesa a centinaia, a migliaia, i loro figli; e questi due fatti richiamano e proclamano una grande verità, importantissima, nell’ordine morale e sociale. Essi dicono che la missione dell’educazione spetta innanzi tutto, soprattutto, in primo luogo alla Chiesa e alla famiglia, spetta a loro per diritto naturale e divino e perciò in modo inderogabile, ineluttabile, insurrogabile”.
Nella magnifica e grandiosa maestà di questa sentenza, bisogna notare come Pio XI abbia messo alla pari con la Chiesa la famiglia, tanto è grande e fondamentale l’importanza di questa nell’ordine della Provvidenza. Infatti — chi ben rifletta — riconoscerà che in queste due fondamentali istituzioni divine, l’una nell’ordine soprannaturale, l’altra nell’ordine naturale ma altresì elevata al soprannaturale col Sacramento del Matrimonio, si aggirano, come su due inseparabili e indispensabili cardini, il vero benessere e la vera pace e felicità, anche temporale, dell’umana convivenza, e quindi dell’altra società di ordine naturale, la società civile e lo Stato.
Ogni attentato contro l’integrità dell’una istituzione si ripercuote nell’altra, con le più rovinose conseguenze sociali. Or appunto alla integrità della famiglia, non meno che della Chiesa appartiene il diritto educativo “in modo inderogabile, ineluttabile, insurrogabile”, segnatamente nelle nazioni cristiane; ed appunto per i gravi attentati, che ivi sono stati perpetrati contro tale diritto, queste nazioni si vanno avviando allo sfacelo.
Il medesimo solenne richiamo fece il regnante Sommo Pontefice Pio XII nella sua prima Enciclica: Summi Pontificatus del 20 ott. 1939 (Civ. Catt., 1939, IV, 193-281):
Davanti al Nostro sguardo stanno in dolorosa chiarezza i pericoli che temiamo potranno derivare a questa generazione e alle future dal misconoscimento, dalla diminuzione e dalla progressiva abolizione dei diritti propri della famiglia. Perciò Ci eleviamo a fermi difensori di tali diritti in piena coscienza del dovere, che C’impone il Nostro apostolico ministero”.
Dovrà dunque lo Stato, per salvare la società, abbandonare tutta l’istruzione e l’educazione della gioventù alla Chiesa ed alla famiglia? Per nulla!
Questa interrogazione, d’intonazione ironica, che intende ridurre ad absurdum le rivendicazioni della Chiesa e della famiglia, si fonda sull’equivoco che diritto sia lo stesso che monopolio. A nessuno, né alla Chiesa, né alla famiglia, né allo Stato, il monopolio, cioè l’esclusiva direzione ed amministrazione delle scuole e dell’educazione; bensì a ciascuno il suo diritto. Perciò alla salvezza della società basta che lo Stato, che ha in mano la forza e la copia dei mezzi per provvedere al bene comune, che è il suo fine proprio, rispetti il diritto educativo superiore della Chiesa e quello anteriore della famiglia e si metta in armonia con entrambi, e non in contraddizione, come sinora ha fatto e fa lo Stato moderno, o piuttosto, come pensano e fanno quelli che hanno in mano le sorti dello Stato e lo governano secondo le loro ideologie e non secondo la realtà concreta.
Anche su questa armonia, indispensabile per la pace delle nazioni, insiste, il Santo Padre Pio XII nel suo radiomessaggio del Natale del 1942: “Chi vuole che la stella della pace spunti e si fermi sulla società… sostenga il rispetto e la pratica attuazione dei seguenti fondamentali diritti della persona: il diritto a mantenere e sviluppare la vita corporale, intellettuale e morale, e particolarmente il diritto ad una formazione ed educazione religiosa… Curi soprattutto, che tra scuole pubbliche e famiglia rinasca quel vincolo di fiducia e di mutuo aiuto, che in altri tempi maturò frutti così benefici, e che oggi è stato sostituito da sfiducia colà ove la scuola, sotto l’influsso o il dominio dello spirito materialistico, avvelena e distrugge ciò che i genitori avevano istillato nelle anime dei figli” (riportato dalla Civ. Catt., 1943, I, 74).

MADRE, MAESTRA, EDUCATRICE SOPRAEMINENTE.
La radice della accennata parità e connessione inseparabile tra la Chiesa e la famiglia sta appunto in quello che dice l’Enciclica: “Con la missione educativa della Chiesa concorda mirabilmente la missione educativa della famiglia, poiché entrambe procedono da Dio in modo assai somigliante. Infatti alla famiglia, nell’ordine naturale, Dio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine”.
Iddio ha comunicato immediatamente la fecondità, principio di vita divina della Grazia, e quindi di educazione alla vita eterna, insieme con l’autorità principio di ordine soprannaturale.
L’Enciclica dichiara questi due titoli, cominciando da quello dell’autorità. Triplice autorità: di governo, di magistero, di ministero, espressa nelle parole di Cristo: “Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi (autorità). Andate dunque, ammaestrate tutte le genti (magistero), battezzandole nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo (ministero): insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato (governo)” (Matt., 28, 18-20; Marc., 16, 15-16; Jo., 20, 21).
Il secondo titolo è la Maternità soprannaturale, onde la Chiesa, Sposa immacolata di Cristo, genera, nutre ed educa le anime nella vita divina della Grazia, con i suoi Sacramenti e il suo insegnamento. Perciò a buon diritto afferma S. Agostino: Non avrà Dio per padre, chi avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre”.
E poiché questi due titoli sono di ordine soprannaturale, il diritto educativo della Chiesa è di necessità sovraeminente, quindi superiore a qualsiasi altro diritto di ordine naturale, quali sono il diritto della famiglia e il diritto dello Stato, del quale diremo tosto.
Si noti però che la parola “sovraeminenza” adoperata dall’Enciclica, a bello studio, non è affatto sinonimo di dispotismo (che suona capriccio, come dice il noto: Sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas), ma ha un significato di superiorità amorevole, paterna e materna come quella che regna in ben ordinata e costumata famiglia. Ed ha cura di dichiararlo ampiamente la stessa Enciclica in un passo, che vale la pena riportare per la chiara e soave luce onde illumina questo punto, troppo oscurato dai pregiudizi e dalle prevenzioni dei giurisdizionalisti antichi e dagli statolatri moderni: “Con tale sovraeminenza della Chiesa, non solo non sono in opposizione, ma sono anzi in perfetta armonia i diritti della famiglia e dello Stato, e anche i diritti dei singoli individui rispetto alla giusta libertà della scienza, dei metodi scientifici e d’ogni cultura profana in generale. Giacché, per indicare subito la ragione fondamentale di siffatta armonia, l’ordine soprannaturale, al quale appartengono i diritti della Chiesa, non solo non distrugge né menoma l’ordine naturale, al quale appartengono gli altri diritti menzionati, ma anzi lo eleva e lo perfeziona, ed ambedue gli ordini si prestano mutuo aiuto e quasi complemento rispettivamente proporzionato alla natura e dignità di ciascuno, appunto perché entrambi procedono da Dio, il quale non si può contraddire”.
Con la sovraeminenza sono collegate due qualità preziose: l’infallibilità del magistero e l’efficacia del ministero.
L’infallibilità della Chiesa nel magistero, importa che, per l’assistenza promessale dal divino Maestro, essa non può errare nell’insegnamento delle verità religiose e morali ed altresì in quelle che da esse derivano e vi sono in qualche modo contenute. Nell’azione e vigilanza della Chiesa si riceve la genuina dottrina di Gesù Cristo e si è tutelati dagli errori contrari, intellettuali e morali, che corrono nel mondo, in ogni rispetto ai doveri individuali, familiari e sociali, e particolarmente in riguardo alla filosofia, che è più direttamente connessa con le verità religiose e morali; poiché dalle filosofie erronee derivano i traviamenti che turbano anche il benessere temporale dell’umana convivenza.
L’efficacia educativa viene dai mezzi della Grazia, dispensati dal ministero della Chiesa; tanto i mezzi efficaci, cioè che producono la Grazia, quali sono i Sacramenti, quanto gli impetrativi, cioè che la ottengono, quali sono la preghiera pubblica e la privata. Tutte fonti copiose ed inesauribili di luce all’intelletto e forza alla volontà per correggere e dominare le passioni disordinate ed acquistare le virtù, che è, e non può non essere, lo scopo immediato dell’educazione. Si pensi quali mezzi potenti all’acquisto della virtù sono nella Confessione e nella Comunione, non solo come Sacramenti produttori della Grazia, ma anche come pratiche pedagogiche, e quanto influsso educativo emana dalla preghiera pubblica della Chiesa, cioè dalla sacra Liturgia.
Qualsiasi maestro o educatore, per quanto buono e di esemplari costumi, non potrà fare altro che insegnare ed esortare alla virtù, ma non potrà mai dare la forza intrinseca e la luce inferiore, che danno soltanto i mezzi della Grazia: Sacramenti e preghiera. Ben a ragione, il gran Santo educatore delle moltitudini, Don Bosco, lo fece notare, quando riferiva di una visita fatta al suo Oratorio dal protestante Lord Palmerston, il quale, meravigliato al vedere tanta disciplina di circa 500 giovanotti ivi a studiare in ampia sala senza assistenti, gli disse: — Come mai è possibile ottenere tanto silenzio e tanta disciplina? E don Bosco: — Il mezzo che si usa tra noi non si può usare tra voi; sono arcani soltanto svelati ai cattolici. — Quali? — La frequente Confessione e Comunione e la Messa bene intesa. Ed il Palmerston: — Avete proprio ragione, noi manchiamo di questi potenti mezzi d’educazione. Però, a scanso d’equivoci, facili a prendere dai profani, bisogna aggiungere la norma osservata dal Santo e dagli educatori cattolici: “Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei Santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli”.
Di questa efficacia l’Enciclica da uno specchietto compiuto, che giova riportare: “L’ambiente educativo della Chiesa non comprende soltanto i suoi Sacramenti, mezzi divinamente efficaci della grazia, e i suoi riti, tutti in modo meraviglioso educativi, ne solo il recinto materiale del tempio cristiano, pur esso mirabilmente educativo nel linguaggio della liturgia e dell’arte, ma anche la grande copia e varietà di scuole, associazioni e ogni genere di istituzioni intese a formare la gioventù alla pietà religiosa insieme con lo studio delle lettere e delle scienze e con la stessa ricreazione e cultura fisica”.
Quel che segue ha importanza speciale, perché ci da là chiave a spiegare un fatto parimenti importante. Soggiunge dunque l’Enciclica: “Ed in questa inesauribile fecondità di opere educative, com’è mirabile, allo stesso tempo che insuperabile, la provvidenza materna della Chiesa, altrettanto mirabile è l’armonia sopra accennata, che essa sa mantenere con la famiglia cristiana, tanto da potersi dire con verità, che la Chiesa e la famiglia costituiscono un solo tempio dell’educazione cristiana”.
Si noti quell'” insuperabile”, che non è un’esagerazione, perché con pochissimi mezzi la Chiesa moltiplica le istituzioni educative e si attira irresistibilmente la fiducia delle famiglie, anche di non credenti. Insomma, a parità di condizioni, anzi in condizioni di molto superiori, né lo Stato, né veruna istituzione laica educativa può gareggiare con la Chiesa quanto alla efficacia pedagogica ed alla fiducia delle famiglie.
E’ questo un fatto che da la chiave a spiegare un altro fatto, che, dove lo Stato moderno non ha compreso la grande utilità sociale delle opere della Chiesa e le guarda con diffidenza o avversione, la principale e più organizzata guerra, più o meno legale, la fa contro le scuole e le istituzioni educative di lei, sino a strappare per forza tutta la gioventù all’influsso della Chiesa, nonostante la dichiarata fiducia delle famiglie verso di essa; le lascia invece una certa libertà nell’ambito del tempio. La spiegazione è: non potendo non ostante la ricchezza dei suoi mezzi gareggiare con la Chiesa in leale concorrenza, nel campo dell’educazione e dell’influsso sulla gioventù, che vuole avere tutta per sé, lo Stato ricorre alla forza ed alla violenza; ma non si rende conto, purtroppo, che con ciò si scava il terreno sotto i piedi, perché, come avverte l’Enciclica, “senza la retta istruzione religiosa e morale, i giovinetti non abituati al rispetto di Dio non potranno sopportare alcuna disciplina di onesto vivere, e usi a non negare mai niente alle loro cupidigie, facilmente saranno indotti a sconvolgere gli Stati”. Infatti, i rivoluzionari si servono principalmente dei giovani, tanto più facili a sovvertire ogni ordine quanto meno educati religiosamente.

LO STATO
Dopo quello che si è detto sui diritti della famiglia e della Chiesa, sembra che non resti più nulla allo Stato in fatto di educazione.
Innanzi tutto, qui non si tratta di assegnare alla società civile ed allo Stato un “resto” di educazione della gioventù. La Chiesa non ha mai detto, che la totalità o la massima parte dell’educazione spetti a lei ed alla famiglia ed un resto allo Stato. Nessuna di queste espressioni si trova nell’Enciclica, anzi vi si legge il contrario, cioè che tutta l’educazione appartiene alla Chiesa, tutta alla famiglia e tutta anche allo Stato, ma in diverso modo: “L’educazione, la quale riguarda tutto l’uomo, individualmente e socialmente, nell’ordine della natura e in quello della grazia, appartiene a tutte e tre queste società necessarie”.
Il soggetto educando non è divisibile in pezzi o compartimenti separati: tutto il fanciullo è figlio di Dio e della Chiesa, tutto è figlio della famiglia, tutto è cittadino dello Stato e membro della nazione. Però, soggiunge subito l’Enciclica: “in misura proporzionata, corrispondente, secondo il presente ordine di provvidenza stabilito da Dio, alla coordinazione dei loro rispettivi fini”.
Perciò: alla Chiesa, il cui fine è la salvezza eterna degli uomini, spetta l’educazione religiosa e morale primariamente, e secondariamente ogni altra educazione: civile, letteraria, scientifica, artistica, fisica, ecc. in quanto sia mezzo necessario e conveniente al suo fine, cioè in quanto può essere giovevole, promovendola, o contraria all’educazione cristiana, vigilandola dottrinalmente e disciplinarmente. E questo diritto le spetta sovraeminentemente, poiché d’ordine soprannaturale, e indipendentemente da qualsiasi potestà terrena.
Alla famiglia, il cui fine è la procreazione ed educazione della prole sino allo stato perfetto dell’uomo in quanto è uomo, cioè allo stato di virtù, come dice S. Tommaso nel luogo dinanzi citato, spetta quello che comprensivamente dice il can. 1113 del Diritto Canonico: “I genitori sono gravemente obbligati a curare a tutto potere l’educazione sia religiosa e morale che fisica e civile della prole, e della prole stessa provvedere anche al bene temporale”. E questo diritto le spetta anteriormente allo Stato, perché ad esso è anteriore, ed inviolabilmente, ma tuttavia, dipendentemente dalla Chiesa quanto all’ordine soprannaturale, nel quale è la famiglia cristiana, e dipendentemente dallo Stato quanto alla tutela giuridica ed agli ordinamenti civili, poiché è cellula della società civile.
Allo Stato — il cui fine è il bene comune temporale, il quale, per dirla con le parole stesse dell’Enciclica, “consiste nella pace e sicurezza, onde le famiglie e i singoli cittadini godano nell’esercizio dei loro diritti e insieme nel maggior benessere spirituale e materiale che sia possibile nella vita presente, mediante l’unione e il coordinamento dell’opera di tutti. Doppia è dunque la funzione dell’autorità civile, che risiede nello Stato: proteggere e promuovere; non già assorbire la famiglia e l’individuo, o sostituirsi ad essi” — spetta per conseguenza proteggere e promuovere l’educazione in tutto il suo ambito, sempre però in accordo, non in contraddizione, con il diritto sovraeminente della Chiesa e con il diritto anteriore della famiglia.
Proteggere e promuovere hanno un significato talmente ampio, che si può parlare, in un senso giusto, di una totalitarietà di opera educativa dello Stato su tutta la gioventù. Infatti, dice l’Enciclica, “è diritto e dovere dello Stato proteggere l’educazione morale e religiosa della gioventù rimuovendone le cause pubbliche ad essa contrarie”; e “promuovere in molti modi la stessa educazione ed istruzione della gioventù: dapprima e per sé, favorendo ed aiutando l’iniziativa e l’opera della Chiesa e delle famiglie, la quale, quanto sia efficace, viene dimostrato dalla storia e dall’esperienza. Di poi, completando quest’opera, con scuole ed istituzioni proprie”, nelle quali, s’intende, disporrà che si curi l’educazione morale e religiosa.
Tutto ciò è possibile e assolutamente doveroso in una nazione interamente cattolica qual è l’Italia, nella quale la scuola neutra e la scuola laica sarebbero un assurdo, bastando, tutt’al più, esentare dall’insegnamento religioso quelli i cui genitori lo chiedano espressamente.
Ma anche nelle nazioni divise in confessioni religiose diverse, lo stato può e deve aiutare il compito della famiglia in direzione del bene comune, come dichiara sapientemente l’Enciclica, non con la scuola neutra o con la scuola mista, ma con la scuola confessionale: “dovendo lo Stato più ragionevolmente e potendo anche più facilmente provvedere con lasciare libera e favorire con giusti sussidi l’iniziativa e l’opera della Chiesa e delle famiglie. E che ciò sia attuabile, con soddisfazione delle famiglie, e con giovamento dell’istruzione e della pace e tranquillità pubblica, lo dimostra il fatto di nazioni divise in varie confessioni religiose, dove l’ordinamento scolastico corrisponde al diritto educativo delle famiglie, non solo quanto a tutto l’insegnamento — particolarmente con la scuola interamente cattolica per i cattolici — ma anche quanto alla giustizia distributiva, con l’aiuto finanziario, da parte dello Stato, alle singole scuole volute dalle famiglie”.

LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO
Questo appunto è il concetto cattolico — e l’unico, ragionevole — della “libertà d’insegnamento”, la quale consiste essenzialmente, da parte dello Stato, nel lasciare libero l’esercizio agli aventi diritto educativo: la Chiesa e la famiglia; in altri termini disponendo gli ordinamenti scolastici, in modo da non contraddire a quei diritti; e ciò è sempre possibile, per quanto riguarda i cattolici, perché la Chiesa, prudentissima nel suo procedere con tutti gli Stati In qualsiasi legittima forma di governo, come è inflessibile nel non abdicare al suo diritto educativo per i suoi figli, i cattolici, cosi è tuttavia disposta a trattare, e stipulare ragionevoli accordi con mutua soddisfazione e con giovamento della pace e concordia nazionale.
Irragionevole e falso concetto è invece quello del liberalismo, che professa esser lecito non solo nella scuola, ma nella stampa e in ogni altra manifestazione del pensiero, insegnare quel che a ciascuno talenta, anche le dottrine sovversive. Questa non è libertà ma licenza sfrenata.
La Chiesa non potrà mai accettare ne’ tollerare per i suoi figli la scuola “neutra” o “laica”, cioè quella, dove si esclude la religione, lasciandola, come si dice dai suoi fautori, alle famiglie ed alle chiese, perché ciò è intrinsecamente antieducativo, non essendo possibile, nelle varie materie d’istruzione ed in molti casi della vita scolastica, non incontrare la religione, specialmente in una nazione cattolica qual è l’Italia; onde “nel fatto, dice l’Enciclica, la scuola neutra diviene irreligiosa”, con turbamento della pace nazionale. E parimenti, nelle nazioni divise in confessioni religiose, non potrà mai accettare ne’ tollerare per i suoi figli la scuola “mista” o “comune” per tutti gli alunni delle varie confessioni, quella cioè “in cui, pur provvedendosi a parte l’istruzione religiosa agli alunni cattolici, essi ricevono il restante insegnamento da maestri non cattolici in comune con gli alunni acattolici”.
La ragione è sempre la stessa: l’educazione è inseparabile dall’istruzione, quasi in qualsiasi ramo dello scibile (se si eccettui, forse, la matematica, nella quale tuttavia può insinuarsi qualche teoria contraria alla fede) e non è possibile non incontrare la religione e non dichiararsi pro o contro. La stessa astensione o indifferenza in tale argomento è antieducativa, quando non è ipocrisia, o rispetto umano, o addirittura viltà, cose tutte contrarie alla formazione del vero carattere.
La scuola per gli alunni cattolici deve essere interamente cattolica, nei maestri, nei programmi, nei libri e negli ordinamenti, come sopra si è detto, secondo l’insegnamento dell’Enciclica, che è l’insegnamento e la volontà perentoria ed inderogabile di Cristo stesso, quando, fondando la sua Chiesa, impose agli apostoli e loro successori: “Ammaestrate tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutto quello che io vi ho comandato”.
La Chiesa non può fare altrimenti che obbedire al comando di Cristo: e del resto è ben ragionevole quello che essa richiede per i suoi figli, i cattolici, come è ragionevole che i genitori pretendano per i loro figli la scuola secondo il diritto e l’obbligo della loro coscienza; ed è parimenti ragionevole che lo Stato provveda — e può agevolmente provvedere — a queste inderogabili esigenze della coscienza, almeno lasciando alla Chiesa effettiva libertà di istruire ed educare i suoi figli, in accordo con le famiglie, nelle sue scuole e nelle sue istituzioni ed associazioni educative.
Effettiva libertà in tal caso vuoi dire che non sia impedita, con vessazioni fiscali e legali ingiuste, nell’esercizio della sua opera educativa. Se lo Stato non concede questa libertà — ripetiamo, effettiva — allora esso esercita una persecuzione, più o meno larvata, ma vera e reale persecuzione, della quale esso stesso risentirà, presto o tardi, le dannose conseguenze e la nazione ne soffrirà turbamento della pace. La storia delle persecuzioni contro la Chiesa insegna che il bilancio finale è sempre negativo per lo Stato e per le nazioni; anche quanto al benessere temporale.
Non occorre dilungarci a discutere quello che l’Enciclica, dopo aver esortato i cattolici a sostenere e difendere le loro scuole, anche a prezzo di grandi sacrifici, ed a procurare che si sanciscano leggi scolastiche giuste, dichiara a maniera di epifonema: “Col procurare la scuola cattolica per i loro figli, sia proclamato altamente, e sia bene inteso e riconosciuto da tutti, i cattolici di qualsiasi nazione al mondo non fanno opera politica di partito, ma opera religiosa indispensabile alla loro coscienza; e non intendono già separare i loro figli dal corpo e dallo spirito nazionale, ma anzi di educarli nel modo più perfetto e più conducente alla prosperità della nazione, poiché il buon cattolico, appunto in virtù della dottrina cattolica, è per ciò stesso il miglior cittadino, amante della sua patria e lealmente sottomesso all’autorità civile costituita, in qualsiasi legittima forma di Governo”.
Non occorre neanche enumerare ancora le varie funzioni dello Stato in ordine all’educazione pubblica, le scuole che può riservarsi, segnatamente per la milizia, a difesa interna ed esterna della pace, e la molteplicità e varietà dell’educazione civica, delle quali cose nulla è omesso dall’Enciclica, che serba rigorosamente la norma della giustizia: unicuique suum. Ma sempre con la medesima, inderogabile conclusione: “purché lo Stato abbia cura di non ledere i diritti della Chiesa e delle famiglie”, cioè dia a Dio quel che è di Dio. In caso contrario non si potrà mai avere pace e prosperità nelle nazioni, come ben espresse il Tommaseo in una sua sentenza citata dall’Enciclica: “Quando l’educazione letteraria, sociale, domestica, religiosa, non s’accordano insieme, l’uomo è infelice, impotente”.

CONCLUSIONE
Non vi ha dunque altra via per assicurare la felicità degli individui e la potenza, pace e prosperità delle nazioni, quanto più è possibile nelle contingenze della vita terrena, se non l’accordo delle tre società necessarie, stabilite da Dio, aventi diritto sull’educazione in vario modo, come si è detto, ma coordinate secondo i loro rispettivi fini.
Un siffatto accordo, per la consuetudine ormai stabilita nelle relazioni della maggior parte degli Stati con la potestà suprema della Chiesa, si ottiene con i Concordati con la S. Sede e nella loro leale e fedele osservanza.
La necessità di questo accordo è dichiarata con precisione e solidità dottrinale con bella perspicuità ed efficacia di stile in un’opera veramente classica dell’educazione cristiana, la cui citazione fatta dall’Enciclica, vogliamo qui riportare a conclusione di tutta la nostra trattazione: “Quanto maggiormente il governo temporale coordina se medesimo allo spirituale, e più lo favorisce e promuove, tanto più concorre alla conservazione della repubblica. Perciocché, mentre il rettore ecclesiastico procura di formare un buon cristiano, con l’autorità e mezzi spirituali, secondo il fine suo, procura insieme, per conseguenza necessaria, di fare un buon cittadino, quale deve essere sotto il governo politico. Il che avviene, perché nella Santa Chiesa Cattolica Romana, città di Dio, una stessa cosa è assolutamente il buon cittadino e l’uomo dabbene. Laonde grave è l’errore di coloro che disgiungono cose tanto congiunte, e che pensano poter avere buoni cittadini con altre regole e per altre vie da quelle, che contribuiscono a formare il buon cristiano. E dica pure, e discorra la prudenza umana quanto le piace, non è possibile che produca vera pace, né vera tranquillità temporale tutto quello che ripugna e che si diparte dalla pace e dall’eterna felicità” (Silvio Antoniano, Dell’educazione cristiana e politica dei figliuoli, lib. I, cap. 43).

M. Barbera S. I.