8.b) Gli economisti e la legge piemontese sopra l’usura. (II)

Morale: contraccezione, dissenso...

di LUIGI TAPARELLI D\’AZEGLIO «La Civiltà Cattolica», 1856, a. 7, Serie III, vol. I, pp. 358-385. §. II. Il Prestito è egli naturalmente fruttifero?

Gradirà, speriamo, ogni savio lettore che avendo a trattare secondo la promessa fattane, i principii cattolici delle materie economiche, presentiamo di mano in mano quelli che prendono maggior vita dalle vicende sociali. E però a secondare questo presunto loro desiderio, ecco poche parole intorno agli economisti in materia di usura.
Ma possiamo noi presumere ugualmente che riesca gradito il vedere a simili materie intrecciato alcuna volta il dialogo? Uomini dotti e di scienza severa, ce ne fecero già qualche rimprovero. Ma se sapessero quali istanze contrarie ci vengono d\’altronde; se riflettessero che un periodico è libro più di salotto che di scuola; che gli uomini gravi e serii son pochi rispetto ai leggieri ed allegri; ci condonerebbero, ne siam certi, l\’usare verso i secondi per vantaggio della società qualche indulgenza. Tanto più questa volta che il dialogo entra piuttosto come un\’abbreviatura, per non dover ripetere continuamente, l\’avversario obbietta e noi rispondiamo. Introdotto il professore a favellare, e per lo più colle proprie sue parole, non può rimanere in dubbio qual sia la nostra dottrina: e compendiata poi questa in brevi formole nell\’epilogo finale, si presenterà speriamo in quella stessa chiarezza che potrebbe risplendere se assumesse le forme di un trattato.

§. II. Il Prestito è egli naturalmente fruttifero?

1. Arroganza dei moderati – 2. in favor degli economisti eterodossi. – 3. Sordido utilismo di loro dottrina. – 4. Liberalità dell\’economia cattolica – 5. coerente coi savii dell\’antichità. – 6. Contraddizioni del Boccardo e del De Foresta. – 7. Il capitale non è lavoro accumulato. – 8. Ridicolezza di tal dottrina – 9. che fa pagar due volte gli operai. – 10. Tre ragioni, su cui si appoggia, combattute. – 11. Ignoranza della vera dottrina della Chie­sa. – 12. Il danaro non è stromento, è materia. – 13. Ingiustizia di profittare dell\’altrui fatiche. – 14. Errore nel preferir sempre il danaro pre­sente. – 15. Altro errore nel confondere società con mutuo. – 16. Nel mu­tuo si trasferisce il dominio. – 17. Nè può pretendersi lucro per l\’utilità futura. – 18. senza contraddizione in terminis. 19. ed alterare il linguag­gio. – 20. L\’utilità della moneta uguaglia il suo valor nominale. – 21. Epilogo delle ragioni ed equivochi confutati. – 22. Evidenza assiomatica della dottrina cattolica. – 23. Sua nobiltà a fronte dell\’eterodossa. – 24. Interesse legale non è usura. – 25. Coll\’abolirlo s\’inceppano i prestiti.

1. Condannata dalla scienza e dall\’esperienza è, secondo il De foresta, la decrepita legislazione, la quale presupponeva il denaro e altri valori somiglianti non avere a gittare (per sè) un frutto o, come dicesi, un interesse. La burbanza da tripode con cui questa proposizione si avventa là come un oracolo in nome della Scienza e dell\’Esperienza è degnissima di uno di quei moderati i quali per sopraffare coll\’autorità gl\’ignoranti e i semplici, assumono co­me loro privilegio esclusivo il titolo di sapienti. Se il signor De Foresta volesse procedere, non diciamo con linguaggio cattolico (perché un cattolico non può così difender l\’usura), ma col riserbo di un modesto scienziato, non escluderebbe certamente in tal guisa d\’un tratto di penna dal novero dei sapienti (senza parlare di certi socialisti cui la scienza assolutamente non manca) tutti i dotti cattolici sien teologi o filosofi o canonisti o legisti od economisti ecc. i quali tutti concordemente ripetono col Pontefice Romano, essere ingiusto l\’accettare un frutto dal mutuo in forza del mutuo stesso.
2. Ma poiché costui s\’immagina di poterli escludere dal novero dei sapienti, come li potrebbe escludere dal ruolo dei suoi ufficiali, rassegniamoci alla parte d\’idioti, e andiamo invece a consultare quella SCIENZA che vien invocata dal sig. Ministro, aprendo un qualche trattato di sociale economia stampato in Torino da qualche professor piemontese. Oh! Eccone uno del prof. Boccardo, il quale nel 2. cap. del 2. libro (vol. I, pag. 183, ediz. torin. 1853) tratta ex professo del profitto o interesse dei capitali, recando fonti o malle­vadori di sue dottrine Ricardo, Smith, Say, Rossi e Bastiat. Levatevi il cappello, lettor mio gentile, perché costoro son pezzi grossi, e noi ringrazieremo il sig. Boccardo, che verrà in tal guisa a risparmiarci la fatica di andar rovistando gli scaffali della biblioteca, e le pagine degli autori per cercarvi le loro dottrine. Parli su dunque LA SCIENZA, e noi ci atterremo alla modesta funzione di scolaretti che andranno chiedendo tratto tratto qualche schiarimento per ben comprendere certe dottrine, a cui i grossi nostri cervelli non sempre arrivano: sol ci permetteremo di compendiare alquanto le parole del professore, quando crederemo poterlo fare senza scemar­ne o verità o chiarezza.
3. Professore. – L\’uomo non lavora per solo piacere di lavorare, bensì per la speranza d\’un premio (pag. 183).
Scolare. E non credete, sig. professore, che egli possa lavorare anche pel piacere di servire al suo prossimo? Anzi non credete che una persona dabbene, quando può rendere un servigio senza proprio danno o fatica o incomodo, debba stimarvisi obbligata, almeno per ­amorevolezza di umanità se non per carità cristiana o per giustizia naturale?
Prof. Oh questo no. Chi rende un servigio ha diritto a chiederne uno in corrispettivo. Questo servigio dovuto al prestatore è precisamente l\’interesse (pag. 205). I capitali d\’una nazione consistono in sussistenze, stromenti, merci, danari, e queste cose non si pre­stano gratuitamente… fino a tanto che saranno capitali avranno un prezzo, frutteranno cioè un interesse (pag. 207).
Scol. Così dunque s\’intende dagli economisti la filantropia uma­nitaria?
Prof. Qual dubbio? Senza un guadagno che lo premii, chi mai cercherebbe divenir capitalista? In vece di risparmiar i prodotti del proprio lavoro, ognuno preferirebbe consumarli immediatamente (pag. 183).
4. Scol. Or vedete quanto son cambiati i tempi! Altre volte un buon economo sapete che cosa insegnava ai suoi figli e nipoti? Insegnava a serbar sempre un gruzzoletto con che occorrere ai casi impensati, ovvero meritarsi l\’altrui benevolenza: io non vorrei, diceva (3) ai suoi figli e nipoti un nostro antico, avere ogni anno a sce­mare danari annoverati in casaquello che vi avanzasse serbate quando sopravvenissero maggiori spese, o per sovvenire la patria o aiutarne l\’amico o donarne al parente, o per altre spese le quali tutto il dì accaggiono, sì perché son dovute, sì perché son pietose opere che acquistano benevolenza, amore e grazia (pag. 63). E poco appresso ribadisce il documento colà ove interrogato dai giovani: «della moneta che ne dite voi? Spendasi, risponde, alla necessità; ­l\’avanzo si serbi, se caso venisse di servirne l\’amico, il parente, la patria».
Prof. Scempiaggini, vecchiumi d\’altri tempi, quando quei barbogi dei nostri nonni si lasciavano gabbare dai canonisti: e invece di pensare a far quattrini pensavano a render servigio agli amici e ad acquistar benemerenza colla patria. Ma codeste idee contrarie alla natura non era possibile che durassero, e fu proprio mestieri di tutta la mirifica sapienza curiale onde persuadere la gente, che chi domanda il frutto del capitale prestato sia un malfattore (pag. 195).
5. Scol. E pure potete voi negare che non solo il gius canonico, ma anche il diritto civile, i filosofì, i legislatori, Mosè, Salone, Licurgo, Marco Tullio fecero a gara a scagliarsi contro il povero prestator del danaro? (pag. 194) (4).
Prof. Non posso negarlo avendolo stampato io medesimo.
6. Scol. E direte voi che quei profondi pensatori studiavano l\’economia nelle decretali o nel MUTUUM DATE del S. Vangelo? (pag. 195). Mandare Solone, Licurgo e Marco Tullio a studiar le decretali, la sarebbe un po\’ grossa. Ma dunque come conciliate le vostre asserzioni? Da un canto mi dite che fu mirifica sapienza dei curialisti persuader la reità dell\’usura, dall\’altro che tutti i codici e Solone e Licurgo, e potevate aggiungere Aristotele, la condannarono! Come conciliate tanto consentimento di tutti i moralisti e di tutti i codici (pag. 194) colla evidenza da voi supposta della dottrina con­traria? Come supporre che Licurgo e Solone abbiano imparato dalla mirifica sapienza dei canonisti?
Prof. Sei pure il gran dabbenuomo se credi che noi dobbiamo andarci ad incatenare nella coerenza logica o nei fatti storici! Non l\’ha detto anche il Ministro che filosofi e teologi e legisti gareggiarono in sillogismi e in declamazioni contro l\’usura: eppure non soggiunge egli poi tosto, che i dotti però aveano sentito tutt\’altri­menti? S\’egli badasse alla storia oserebbe mai contrapporre i dotti ai teologi, e filosofi e legisti in un tempo in cui tutta la dottrina si riduceva a teologia, filosofia e legge (seppur non voglionsi consul­tar sopra l\’usura i medici e i grammatici)? Invece dunque d\’andare a ricercare il pel nell\’uovo con codesti rancidumi di storia e di logica senti qui le mie dimostrazioni. Io debbo provarti che ogni prestito di danaro merita oltre il capitale un guadagno che lo pre­mii. Or eccoti la dimostrazione spiccia spiccia. Il capitale non è che lavoro accumulato: dunque il capitalista merita un guadagno che lo compensi del suo lavoro (pag. 183).
7. Scol. Vi confesso che non comprendo bene la prima propo­sizione, la quale sarei tentato trattare di metafora o altra figura retorica, se voi non mi aveste protestato che le metafore le abbandonate ai poeti (pag. 200). Ma se questa non è metafora, il mio po­vero cervello non sa inghiottirsi che il capitale non sia altro che lavo­ro accumulato. Se così fosse, tutti i pigri che han paura del lavoro, quanto maggior paura avrebbero di un lavoro accumulato, di un capitale? Una damina che ha paura dell\’umido notturno o della rugiada, si esporrebbe ella a un cumulo di pioggia, a un\’acqua da catini e catinelle? E pure la cosa va tutta a rovescio: e gl\’infingardi che odiano il lavoro, sono i più pronti a rubare i capitali.
Prof. E pure la mia dottrina è evidente: il capitalista non possiede un capitale se non perché lo ha prodotto…. Ora nessuno negherà (a meno di negar la giustizia) a chi ha lavorato il di­ritto ad una mercede. Dunque il capitalista che ha aspettato di aver un bel cumulo di lavori per darlo in prestito ha dritto a rice­vere questa mercede (pag. 205).
8. Scol. Veramente il vostro sillogismo è in tutta regola: ma l\’imbroglio è che torna a fabbricarsi su quella proposizione che a me sembra una metafora: il capitale è un bel cumulo di lavori. A dir­vela tal quale, a noi cervelli di grossa pasta tagliati all\’antica, sem­bra piuttosto un bel cumulo di danari, anziché di lavori. E sapete come facciamo per accumularli? Facciamo così: lavoriamo 3, 4, 6, 10 settimane (e per quanto possiamo procuriamo di lavorare a cotti­mo: eh sì il cottimo fa venir voglia di lavorare. Quel pensare «Più lavoro più guadagno» è un gran cordiale per rinfrancar le forze: e quando il cumulo dei lavori pesa, il pensare a quel gruzzoletto, ti fa proprio tirare il fiato) – Lavoriamo dunque di lena; e al fin della settimana, trattone il necessario alla pancia, tutto il resto giù nel salvadanari. Così una settimana dopo l\’altra il gruzzoletto va crescendo: e quando lo tiriam fuori, ecco il nostro capitaluccio…
Prof. Bravissimo! Ma che cosa è codesto capitaluccio, se non il cumulo dei lavori?
Scol. Niente affatto. I miei lavori stanno in mano all\’impresario: o se chiamate lavoro la mia fatica, la mia stanchezza, questa sta sul capezzale dove mi coricai ogni sera stanchissimo per sorgerne la mattina rinfrancato e fresco. Nel salvadanari non c\’è entrato proprio altro che il guadagno, lo stipendio, il premio, il compenso, il frutto; chiamatela come volete quella moneta che vi posi. E per questo quella bella macchinetta si chiama salvadanari, e ci riesce sì cara. Se si chiamasse salvafatiche vi assicuro che l\’avremmo in uggia come il fistolo. Vorremmo piuttosto un parafatiche come voi altri dottori amate il parafulmine, o come in certi paesi usano il paraguai. Oh sì, un buon paraguai e un buon salvadanari se non sono sinonimi son certo due cari tesoretti.
Prof. Si vede che non sai molto la geografia né la storia contemporanea, se credi che il Paraguai assicuri da ogni calamità. Ma ciò poco monta. Torniamo al proposito. Tu dunque non ammetti che il capitale è lavoro accumulato e che per conseguenza il capitalista merita un guadagno che lo compensi.
9. Scol. Ma come volete che l\’ammetta se per noi altri ignoranti il capitale è appunto il cumulo dei guadagni che hanno premiato i nostri lavori? Che questo guadagno si accumuli nel gruzzoletto o si sprechi alla bettola, il lavoro gli è bell\’e pagato; onde se nell\’imprestare quel danaro noi dicessimo: «tu mi restituirai questo danaro prezzo dei miei valori, e poi mi pagherai i miei lavori» questi si farebbero pagar due volte e un artigiano onorato si vergognerebbe di farselo pagar due volte.
Prof. Mi sembra che tu sei uno di quei socialisti d\’oltremonte che chiamano se stessi fautori del credito gratuito e che chiedono oggidì in prestito ai glossatori delle decretali quegli argomenti con cui­ vorrebbero non solo limitato l\’interesse dei capitali, ma totalmente abolito (pag. 199). Di quei che parlano contro la tirannide del capitalista come il Blanc e il Lamennais (pag. 200).
Scol. Veramente ho sentito dire che costoro voglion rubar l\’al­trui, mentre io all\’opposto ricuso di riceverlo quando voi me l\’of­ferite: sarà anche questa una delle cose che non capisco. Ma ciò poco mi premerebbe se potessi capire in qualche altro modo il diritto che ha chi impresta a ricevere un interesse.
10. Prof. Ebbene vediamo se posso fartelo capire per quest\’altra via – Colui che impresta ha tre diritti al guadagnare.
Scol. Troppa grazia, Sant\’Antonio! Io chiedevo un diritto e voi me ne date tre!
Prof. Sissignore, tre. Il primo per mantenere il capitale e chia­masi fondo di ammortimento: il secondo è prezzo di locazione e chiamasi profitto netto: il terzo è premio di assicurazione pei rischi che corre il fondo affidandolo ad altra persona (pag. 184).
Scol. (stropicciandosi la fronte) Siam da capo nell\’imbroglio, caro sig. professore. Delle tre ragioni che portate non ce n\’è una che mi capaciti: giacché per mantenere il capitale non ho bisogno di guadagnar nulla; non se ne incarica il mutuatario promettendo di restituirmelo? Il prezzo di locazione ossia profitto netto mel date come un diritto, senza recarne alcuna pruova, e pure questo appunto è ciò che dovreste provare. Il premio di assicurazione suppone che il fondo corra un rischio: il che talora può accadere, ma molte volte è falso; correndo talora maggior rischio in mano mia, che in mano di certi ricchi e caritativi signori, che sembrano farsi gli amministratori dei poveri, tanta è la generosità onde con essi largheggiano. Dunque, caro signore, permettetemi di dirvela, io amo meglio tenermela col parroco che in fin dei conti mi tien sicura la coscienza.
Prof. E tu statti col parroco che studia l\’economia nelle decretali: né s\’accorge il buon uomo che se il danaro per sé non frutta come la terra può per altro comprare la terra che frutta (pag. 195).
11. Scol. Oh qui, scusate, siete voi quel che non capite il parroco e le decretali. Egli dal canto suo sempre ripete che se il danaro io l\’avea destinato a comprar cosa che frutta, a proporzione del frutto che perdo ho diritto a ricevere, un interesse.
Prof. Oh! Dunque l\’interesse non è sempre proibito dal parroco?
Scol. No certamente, quando vi è lucro cessante; e mi meraviglio che voi ignoriate questa dottrina dei cattolici. Credetemi, caro signore: anche i professori qualche volta farebbero bene d\’andare a sentir la predica o il catechismo. Altrimenti che figura fanno quando sembrano ignorare quelle dottrine stesse contro le quali combattono, e che si conoscono da ogni villanzuolo che vada alla dottrina.
12. Prof. Questo dunque è un dire che il danaro per sé non potrebbe fruttare, ch\’è appunto quella dottrina di cui parla il De Foresta dimostrata falsa ormai dalla scienza e dalla esperienza. Or di questa appunto io vorrei capacitarti; e mi pare che dovresti capirlo, sol che rifletta che il danaro è uno stromento di produzione; come il cavallo o il mulino. Se un mugnaio domanda a Tizio in prestito i di lui cavalli per far girare il suo mulino, tutti i moralisti approvano che Tizio ne esiga un fitto. Ma i cavalli non bastano a muover la ruota; il mugnaio per comprar due buoi chiede in prestito 2000 fr.: Tizio acconsente agli stessi patti esigendone il prezzo di locazione. Ingiustizia, gridano in coro e moralisti e legislatori (pag. 194 -195). Or vedi che stranezza. Se do in affitto il cavallo, il molino, la sega, il mantice, posso esigere un fitto, se mi è chiesto ciò che val per tutto, il danaro, ogni fitto è vietato, e pure stromento di guadagno sono i primi, stromento di guadagno il secondo.
Scol. Si vede, sig. professore, che non siete pratico di botteghe e di officine, giacché non distinguete tra lo stromento e la materia intorno alla quale esso si adopera. Sicuramente, se per figura volete chiamare stromento, qualunque mezzo o causa o materia dell\’opera, anche il danaro, anche la materia prima, potrà chiamarsi stromento, giacché senza materia non si lavora, senza danaro non si negozia. Ma se non volete introdurre nella scienza le figure retoriche; biso­gna ben distinguere lo stromento con cui si lavora dalla materia intorno a cui si lavora. Quando il mugnaio vi chiedesse in prestito un bue per muovere la sua macchina, terminato il lavoro, vi restituisce il bue e ve ne paga il nolo perché il bue gli servì di stromento. Ma supponete che il bue gli fosse chiesto dal macellaio e pagato al suo giusto valore, osereste voi chiedere oltre il valore del bue an­che l\’affitto?
13. Prof. Oh questo no, giacché il bue in questo caso, non è stromento di lavoro.
Scol. Verissimo, sì; non è stromento di lavoro; ma ben è stromento di guadagno. Quando l\’avrà macellato e venduto ne otterrà tutto il prezzo che ha pagato a voi, più tutto il prezzo dell\’opera, degli stromenti, della bottega, che vi ha adoperati. Dunque è stro­mento di guadagno, tal quale appunto come se vi avesse chiesto in prestito il danaro valor del bue, e lo avesse comprato, macellato e venduto. Or voi, s\’egli compra il bue da voi; glielo date a giusto valore; se vi chiede il danaro per comprare il bue, volete che il danaro aumenti di valore.
Prof. O bella! Ma quel danaro non gli reca un frutto? E che giustizia è codesta che il frutto sia tutto suo, mentre il denaro era mio?
Scol. Che bel discorso! E il bue non gli reca frutto? E perché non ragionate allo stesso modo intorno al bue, come intorno al prezzo del bue? Anche il bue era vostro: anche macellando il bue egli ha guadagnato. Ma siccome il guadagno nasceva dalla fatica di quel pover uomo e non dalla fatica del bue vostro, il voler guadagnar voi di codesta fatica, avete capito che sarebbe un\’ingiustizia solenne. Or quanto peggiore sarà l\’ingiustizia, se invece del bue gli date il danaro! Quel pover uomo dovrà allora faticare prima intorno al danaro per comprare un bue con pericolo di toccar mala sorte: poi faticare nel macellarlo e venderlo: e per compenso della doppia fatica voi gli chiedete un affitto del denaro imprestato! Confessatelo, sig. professore, quando si tratta di distinguere la materia sulla quale si lavora dallo stromento con cui si lavora, noi altri poveri braccianti che sentiamo in mano il peso dello stromento e l\’agevolezza che reca nel lavorare quando è buono; sappiam discorrere (scusate sapete ma la verità è una) sappiam discorrere meglio di voialtri professori.
14. Prof. Povero arrogantello! Così sono tutti gl\’ignoranti, tanto più audaci a sputar sentenze quanto più ottusi a capir la mate­ria. Ma come vuoi paragonare il bue che gli vendo col danaro che gl\’impresto? quando gli vendo il bue, il macellaio me lo paga a danari sonanti; quando gl\’impresto il danaro mi dà un pezzo di carta forse crocesegnata perchè non saprà manco metterci la firma. E tu vuoi paragonar codesta carta al danaro sonante!
Scol. Se la carta non vi assicura il danaro o se del danaro stesso avete bisogno, certo la carta non è l\’equivalente: e in tali casi son sicuro che voi o non impresterete se il danaro vi è necessario; o l\’assicurerete con buone ipoteche o pegni o multe ecc., se lo credete in pericolo. Ma se niuno di questi ostacoli si presenti, che difficoltà trovate a valutar la carta come danaro? Oh davvero è ben oggi il momento di far difficoltà sopra codesta equivalenza! Oggi che voi altri economisti non cessate di vantare il valore del credito e le carte di banco e i mille segni di valore che vengono trafficati, non dico all\’uguale ma a maggiore del valor nominale. E non vedete che chiunque va a chiedere una cambiale confuta e condanna la vostra dottrina? Poniamo pure che il macellaio fosse un pover uomo; credete che non possa aver coscienza al par d\’un banchiere? E gli manchi pur la coscienza, il pegno che potete chiedergli non potrebbe equivalere al danaro? non può vendersi il pegno? non si vendono mille volte i crediti assicurati sopra una carta? Eh, caro signor professore, quando la Chiesa condannò, come dice il parroco, coloro, che per far gli usurai mettono innanzi codesta preferenza del danaro presente al futuro la Chiesa la sapea lunga, vedete; e conosceva l\’economia pratica meglio di certi speculativi che son gabbati non so se dalla sofisticheria o dall\’interesse.
15. Prof. Or senti qua una storiella, ché voi altri se non c\’è la parabola non capite niente. Siamo quattro individui e formiamo una società. Uno lavora, un altro dirige, il terzo somministra macchine e materia, io coopero con 50,000 fr. Al finir dell\’anno io ricevo come gli altri il mio dividendo in ragione del danaro contribuito. Mi obbligherai tu a prestar gratuitamente un tal servigio? (pag. 194.).
Scol. No davvero: siete socio, il danaro è vostro, dee fruttar per voi.
Prof. Bravo! or senti qua il resto. Spirata la società non voglio più correr rischio di perdere il mio capitale; e dico ai miei colleghi, volete i miei 50.000 fr.? non più socio ma creditore vi darò questa somma che fra tanto tempo mi restituirete: nell\’intervallo mi pagherete 2.000 fr. all\’anno. Chi lo crederebbe? La sapienza curiale mi condannerà come un malfattore (194 seg.).
Scol. E voi ne stupite? Mi meraviglio della vostra meraviglia: giacché come mai un professore par vostro non vede l\’assurdità della vostra pretesa? Riducetela in cifre, se così vi piace, e senti­rete com\’elle cantano. Nel primo caso supponiamo che l\’opera di ciascuno degli altri tre socii equivalesse a 30. Voi siete entrato in società contribuendo coi consigli, col capitale e col rischio che avete corso. Quanto volete calcolare questi tre mezzi di cooperazione? Pei consigli d\’un professore volete mettere meno di 3? sarebbe proprio buttarli nel fango. Il capitale mettiamolo 2, il rischio mettiamolo 2: totale 10. Nel primo caso dunque il trenta dei socii dovea moltiplicarsi pel vostro 10, e vi darà 300.
Nel secondo caso voi dite non voglio esser socio e però la prima cifra è 0. Vi darò la somma: e questa essendo data cesserà di esser vostra. Dunque anche la seconda cifra uguale a 0. Non voglio più correr rischio; dunque anche la terza cifra uguale a 0. Con codesti tre zeri moltiplicate il 30 dei nostri socii, e ditemi se troverete barba di matematico che riesca a trarne non dico i 300 che prima vi rende­va la somma, ma la meschinità di uno scudo o di un baiocco. Io non so come fate voi altri professori per oscurare delle materie che son così chiare.
Prof. Chiare eh? chiare per chi non capisce e scambia il dare in prestito col regalare. E non vedi che i miei 50,000 fr. dati in prestito sono il mezzo senza cui i miei socii nulla potrebbero guadagnare? E qual giustizia sarebbe che i miei danari guadagnas­sero in pro d\’altrui?
Scol. Voi trovate qui ingiustizia perché dite I MIEI danari. Ma codesta parola voi non potete usarla senza contraddirvi, avendo detto prima che non volete correr rischio. La roba, si sa, quando perisce senza colpa altrui perisce per conto del padrone. Dunque se senza colpa dei socii il negozio andasse male, il rischio e la perdita sarebbero a conto vostro. Or voi protestate di non voler più rischi: dunque: protestate che quella somma non è più vostra. E vorreste da roba non vostra e da fatiche non vostre ricavare frutto per voi! Vi confesso che non trovo che abbia tanto torto il Prou­dhon che questa volta nell\’accusarvi di furto si trova (strana cosa!) d\’accordo coi canonisti (5).
Prof. Si vede che non capisci l\’analisi del prestito. Vediamo se mi riesce di fartela capire. Quando tu impresti 50 m. fr. i tuoi socii possono trafficarli sei, otto, dieci volte e così ricavarne tesori, Donde germogliarono codesti tesori? Germogliarono da miei 50 m. fr. come il frumento germoglia dal campo coltivato.
Scol. Questo, a dirla, non mi pare vero, giacché il campo anche non lavorato avrebbe almeno gittato dell\’erba, laddove il danaro non trafficato sarebbe rimasto in puris naturalibus. Ma lasciamo codesto paragone, e seguitate.
Prof. 150 m. fr. trafficati dieci volte saran divenuti, suppongo, 500 m. Questa immensa utilità donde è risultata? Parte dall\’opera dei socii, parte dai miei 50.000 fr. ravvivati tante volte quante volte si negoziarono.
Scol. Oh perdonate: spesi che furono la prima volta, i 50 m. fr: finirono e i socii non ebbero che derrate.
Prof. Verissimo: ma quelle derrate equivalevano ai 50 m. fr. ed anche più, furono rivendute ed ecco di nuovo i miei 50 m. fr. in cassa. Si ripeté fino a dieci volte il negozio nel corso di un anno; e l\’immenso lucro nasceva dai miei 50 m. fr. E vorresti che io non partecipassi a tal lucro?
Scol. Siam sempre da capo signor professore: voi li chiamate vostri mentre ne avete ceduto l\’uso ad altrui.
Prof. L\’uso sì, come si cede l\’uso d\’uno stromento; ma la proprietà resta mia.
Scol. Se è vostra la proprietà torniamo da capo, correte rischio di perderla e periranno per conto vostro. Di qui non si scappa: o son vostri e periscono per voi, o son d\’altri e non possono fruttar per voi.
17. Prof. Or bene aggiustiamola in quest\’altro modo: non sieno, più miei dopo che li ho imprestati. Ma nell\’atto dell\’imprestarli io ho il diritto di farmi pagare tutte quelle utilità che in quel danaro si contengono come pianta nel seme. Or questa utilità è indefinita finché sta in mano dei socii. Dunque nell\’atto dell\’imprestito posso chiederne una parte che si aggiunga al capitale.
Scol. Questo mi sembra che provi un po\’ troppo; giacché proverebbe in sostanza che 50 m. fr. hanno nel momento del prestito un valore maggiore di 50 m. fr. e ne risulterebbe questa equazione curiosa 50 = 50 + n.
Prof. E che difficoltà ci trovi quando essi possono guadagnare quel di più?
Scol. Ci trovo questa difficoltà, che se possono guadagnarlo, possono anche perderlo, onde voi che pretendete nel guadagno do­vreste anche rassegnarvi alla perdita.
Prof. Oh questo no, perché il danaro per sé sempre è lucroso, ed è solo per colpa o disgrazia dei socii che il lucro cessa.
18. Scol. Oh bravo; dunque il danaro per sé sempre è lucroso: Dunque torniam da capo, il danaro ha sempre un valore maggiore della cifra che lo rappresenta: dunque ogni volta ch\’io do 50 scudi io do 50 + n. ossia più tutti i guadagni che con essi potrebbero farsi. Posta una sì curiosa dottrina sapete che cosa succederà? Torniamo al macellaio di cui vi parlava poc\’anzi. Egli vuol comprare da voi un bue e voi gliene chiedete 50 scudi: «50 scudi!» vi ri­sponde aprendo tanto d\’occhi il macellaio. «Ma sapete voi quanto guadagnerete con quei 50 scudi? Voi ne guadagnerete per lo meno in un anno altri 50: e continuando così ogni anno indefinitamente, voi avrete per prezzo di un bue migliaia di scudi». Come rispondereste voi, signor Boccardo?
Prof. La risposta è facile: come io guadagnerò coi 50 scudi, così tu guadagnerai le migliaia col tuo bue macellato: dunque il tuo bue equivale a migliaia di scudi al pari dei 50 scudi con cui l\’hai pagato, e il contratto è perfettamente giusto.
Scol. Bravo sig. Professore, il contratto è giustissimo. Ma non è ugualmente giusto il linguaggio. Invece di dirmi voglio 50 scudi del mio bue, voi avreste dovuto dirmi ne voglio 1000 ed io nel darvi 50 scudi avrei dovuto dirvi: «eccovi mille scudi». In tal guisa la vostra dottrina si ridurrà a quest\’altra formola algebrica 50 = 1000. Or vedete che teoria curiosa è la vostra.
19. Prof. Cioè diventa 1000 perché lo traffico.
Scol. Dite piuttosto perché lo potete trafficare. E siccome tutti i 50 scudi possono trafficarsi, chiunque dà o paga o impresta 50 scudi dà o paga o impresta 1000 scudi. Il che, come vedete, non è altro che cambiare il vocabolario chiamando 1000 il 50.
Prof. Tu mi fai trasecolaree, e quasi m\’indurresti a ritrattarmi e dire che i 50.000 fr. non hanno veruna utilità. Giacché da questo dilemma non si scappa: o i 50 m. fr. hanno l\’utilità nel traffico, ed è giusto che questa mi si paghi; o non è giusto che questa si paghi, e bisogna dire che non hanno utilità.
20. Scol. Scusate, l\’utilità l\’hanno pel valore di 50.000; ed appunto per questo possono comprar derrate in quantità equivalente, altrimenti chi mai vi vorrebbe dar delle derrate per caricarsi di un peso inutile? La vostra moneta ha la grande utilità di rappresentare e trasportare d\’una in altra mercanzia un valore di 50 m. fr.: e questa utilità appunto è quella che voi cedete quando date o imprestate il vostro capitale. Ma pretendere che per aver rappresentato una volta quel valore e averlo trasportato nelle derrate, la vostra moneta sia la produttrice di tutti i vantaggi seguenti, questo è come se un vetturale o un capitano di bastimento per aver trasportato i vostri 50.000 fr. da Roma a Londra pretendesse una parte in tutti i gua­dagni che voi farete appresso con quella moneta; dicendo che se egli non la trasportava, nulla avreste mai guadagnato. Insomma è un non comprendere l\’immensa differenza che passa tra il valore e la materia in cui s\’incorpora. Torniamo, per intenderci, al bue del macellaio. Perché vi ha egli ceduto i suoi 50 scudi, mentre voi cedevate il bue? perché l\’opera sua sapea trarre dalla carne macellata quel profitto ch\’egli non sapea trarre e che voi traete dalla moneta sonante. I valori erano uguali, ma il modo di maneggiarli era di­verso. Egli macellaio sa trinciar le carni, voi proprietario sapete aumentar le mandrie: le diverse abilità personali fanno sì che voi bramate quel valore in danaro, egli lo desidera in carni. Tutto il lucro che egli fa su quelle carni che gli vendeste nasce dall\’esser egli buon macellaio: tutto il lucro che voi fareste impiegando i 50 scudi nel vostro bestiame, nasce dall\’esser voi mandriano industre. Tutto ciò che si aggiunge ai 50 scudi, sia da voi, sia dal macellaio, tutto nasce, come vedete, dalla rispettiva industria personale. Quando dunque nell\’atto della compravendita egli vi chiedea parte dei frut­ti dei 50 scudi pagati, vi chiedea l\’industria vostra, non già il suo danaro: e voi chiedevate a lui l\’industria sua quando chiedevate il frutto delle carni ch\’egli avea pagate. Se volete rimanervi entrambi nei vostri diritti, riconoscete che avete ceduto entrambi un valore equivalente, e che tutto il soprappiù, si faccia con una o con mille permute, tutto è prodotto dell\’industria e della fortuna di chi ha saputo meglio lavorare intorno a quel valore concambiato. I 50 scudi sono un valor trasportabile. Li spendi nella compra di un bue? Avrai lo stesso valore in materia macellabile e mangiabile: e se la compra fu fatta con accortezza, avrai forse aggiunto tre scudi alla somma precedente. Ma dire per questo che la somma precedente equivaleva a 53 scudi è una vera ridicolezza: un macellaio meno accorto ci avrebbe perduti tre scudi, e così avremmo la somma di scudi 50=53= 47. Vuoi ora cambiar il bue in abiti o in pane, valori consumabili? Dovrai trasportare il 50 dalla materia carne nella materia abiti ecc.; ed a tal fine chiederai un nuovo trasporto ai tuoi compratori. Questo trasporto (che non è il primo già usato) trasferirà quel valore 50 negli abiti, nel pane ecc. colla giunta cresciutavi dalle tue fatiche: ma i primi 50 scudi già esaurirono nel primo trasporto tutta la loro virtù, uguale appunto a 50 e nulla più. Vi persuade questo mio discorso? Se vi persuade, capirete che non avete bisogno di cambiare il linguaggio umano trasformando i 50 in 1000, giacché il discorso si applica ai 50 scudi imprestati come ai 50 scudi pagati. Chi impresta il danaro, cede l\’uso di quel valore. Se per usarlo è necessario trasportarlo in altra sostanza, tocca al mutuatario aprir bene gli occhi per non prendere abbaglio e rovinarsi. E se sbaglia e si rovina, il mutuante ha salvi sem­pre i suoi diritti sul valore imprestato: ma non può pretendere che i suoi 50 scudi nell\’atto del prestito equivalessero a 52 1/2, giacché se equivalevano per sé, non erano 50 scudi ma 52 1/2: se equivalevano per l\’opera futura del mutuatario andavano soggetti o a crescere o perdersi.
Prof. Intanto però non puoi negare che se invece di consegnarti il mio fondo lo impiegassi in altro modo al 4% ne ricaverai 2000 fr.
Scol. Non lo nego: e in tal caso come vi dicea poc\’anzi, il mio parroco vi permetterebbe l\’interesse del lucro perduto; ma non mai perché sia lecito lucrare con un danaro che non è più vostro e colle fatiche del braccio e della testa altrui.
21. Interrompiamo qui lettor mio questo dialogo intrecciato finora col prof. Boccardo interprete di quella scienza economica che condanna, secondo il ministro piemontese, tutte le decrepite legislazioni e i teologi e i filosofi e i giuristi di altri tempi. Dalla breve conversazione avrete potuto intanto ricavare alcuni schiarimenti ai non po­chi equivochi sui quali codesta pretesa scienza appoggia la condanna. Ella pretende che ogni servigio si dee pagare. E questo che dei servigi costosi si può ammettere, applicarlo a qualsivoglia buon ufficio in cui non v\’abbia scapito di borsa, è tale inumanità da far vergogna ad un selvaggio.
Ella pretende che la condanna dell\’usura sia rigorismo dei canonisti e poi ci fa sapere che perfino gli antichissimi legislatori pagani la condannarono.
Pretende che il capitale merita di esser pagato perche è lavoro accumulato, mentre il capitale non è altro che un cumulo di pagamenti, un cumulo di guadagni.
Vorrebbe farsi pagare un compenso pel mantenimento di un capitale che non si consuma, per l\’uso di uno stromento che non si può adoprare senza perderlo, per un rischio che molte volte è un au­mento di sicurezza.
Confonde la materia che si consuma nel lavorarla, collo stromento mediante il quale si lavora senza consumarlo.
Confonde un contratto di società ove si ritiene la proprietà e si corre il rischio, col contratto di mutuo ove si rinunzia la proprietà e si scansa ogni pericolo: pretende serbare la proprietà e il lucro dei da­nari imprestati senza correrne i pericoli: le utilità che nascono dal­la capacità di chi amministra un valore, le attribuisce alla materia in cui quel valore si incorpora: finalmente riduce l\’abaco a dover dire 50 = 53.
Il peggio poi di tutte queste confusioni è che molte volte a tutti codesti equivochi si aggiunge il comprendere malamente le dottrine cattoliche, o, come direbbe il De Foresta, le decrepite legislazioni, attribuendo al cattolicismo dottrine più severe assai di quelle ch\’e­gli realmente professa (6).
22. Togliete di bocca alla scienza tutti codesti o errori o equivochi e vedrete che nel dire ad un cattolico: «Quando impresti il danaro che a te nulla frutterebbe lasciando altrui la proprietà e la fatica, tu senza ingiustizia nulla puoi lucrare»; il canonista o moralista catto­lico, altro non dice se non un semplicissimo assioma: ex nihilo nihil: giacché e qual altra potenza produttiva puoi tu trovare nel mutuo se non o la fatica o il danaro? La fatica non è tua, il danaro l\’hai ceduto. Dunque il tuo frutto scappa fuori ex nihilo, o piuttosto ex re aliena.
23. L\’unico titolo che ti rimane ad un qualche guadagno è il piacere che tu fai al tuo prossimo e il bisogno ch\’egli ha di ciò che a te (nell\’ipotesi cattolica) nulla serve. Ora lo stabilire che ogni piacere che tu fai al prossimo puoi legittimamente mercanteggiarlo, è tal dottrina che se può piacere all\’utilitario, mai non garberà al cattolico: è un negare ogni debito di carità positiva, riducendo questa virtù caratteristica del cristiano a non odiare il prossimo (7). Secondo codesta dottrina se tu sai che un viandante corre incontro ai masnadieri potrai farti pagare il manifestargli il suo pericolo: potrai vendere a peso d\’oro il canapo che porgi al naufrago per salvarsi; a peso d\’oro una commendatizia, a peso d\’oro una informazione, a peso d\’oro una ricetta contro le febbri o contro il contagio; e se chi riceve quel servigio si meraviglia d\’avarizia sì sordida, la tua risposta è pronta «chi mi obbligava a renderti un tal servigio? non ci hai tu fatto un guadagno immenso campando dal naufragio, dalla febbre o dagli assassini ? Preferiresti d\’aver serbati quei pochi scudi e perduta la vita»?
– Ma dunque l\’imprestare è un dovere?
Molte volte è un dovere di carità; quando poi non è dovere l\’imprestare, ben è dovere imprestando di non violar la giustizia. Non è sempre dovere il pregare: ma se preghi devi pregar con riverenza. Non è sempre dovere assistere un infermo, ma se l\’assisti, devi assisterlo con carità. Non è dovere il donare: ma se doni è colpa il ritogliere; non dovere il promettere, ma se prometti dovrai mantenere. Or allo stesso modo non è molte volte dovere l\’imprestare, ma quando impresti è dovere non pretender frutto dal danaro non più tuo o dalla fatica altrui.
24. Or se questa dottrina è vera, come va che i Governi permettono pure un interesse legale? Questo è quello che vorrebbe abo­lirsi dal ministro De Foresta, questo è quel che dal Boccardo dicesi una contraddizione. Se l\’usura è mala per sé, non può permettersi; se può permettersi non è mala per sé.
La lunghezza di questo articolo non ci consente di diffonderci in risposta pari al soggetto, e riserberemo più lunghi schiarimenti in altri articoli. Per ora basti in poche parole il rispondere che negli atti morali il carattere dell\’azione non si desume dalla materia ma dalle relazioni. L\’omicidio è reo per sé; e pure, comandato da un giudice per tutela dell\’ordine pubblico, diviene giustizia e perde il nome di omicidio. Così se la colpa di usura consiste nel ricevere in privato contratto un lucro in forza sola del mutuo (vi mutui); ricevere un tal lucro in forza di una tassa impostavi dal governo cam­bierà la rea natura di quell\’interesse, qualora il governo abbia giu­sta ragione d\’imporre quell\’onere alla borsa dei cittadini.
25. Hanno eglino i governi questa giusta ragione? Ci autorizza a crederlo lo stesso gridìo degli economisti intorno alla necessità dell\’interesse. Se non che costoro vorrebbero col De Foresta lasciar libero ai capitalisti ogni freno ed abolire così l\’intervento della ­legge nel tassar gl\’interessi. Ora sapete voi quale sarebbe la conseguenza di un tal provvedimento? I buoni cattolici, che dalla legge civile accettano secondo le risposte delle congregazioni romane un giusto titolo per lucrare nei prestiti; perduta codesta tassa sarebbero costretti a stringer la mano ed a ricorrere a quei soli elementi di lucro che in ogni tempo autorizzarono l\’interesse: danno emer­gente, lucro cessante ecc. Sicché la legge che si farebbe per animare il movimento dei capitali tenderebbe veramente a renderli inerti, nelle mani almeno dei veri e coscienziati cattolici.
Ma tanto basti per questo piccolo cenno a mostrare quanto sieno irragionevoli e temerarii quei mostri di scienza e di sperienza, sbucati fuori dalla foresta ministeriale del Piemonte.

Note

(1) Vedi Atti della Camera dei Senatori Fogl. 2, pag. 9, citati nel Cattolico 1 e 4 Dicembre. Il SAY (Corso completo T. III, c. XVII) usa a un dì presso lo stesso linguaggio contumelioso contro la Chiesa.

(2) Osservate in fatti come il BASTIAT nel suo Capital et rente trae tutta l\’evidenza in favor dell\’interesse dal presupporre che i tre possidenti del grano, della casa, della pialla, perdevano un lucro o un comodo: s\’il est démontré que le prêteur a renoncé à créer pour lui méme cet excédant des profìts, on comprend que la stipulation d\’une part de cet excédant, de profìts en fa­veur du prêteur est équitable et légitime (pag. 209). Se non che costoro più sol­leciti dell\’utile che del giusto, e incapaci d\’invocar le coscienze e di affidarvisi, dall\’essere frequentissimi i prestiti di capitali fruttiferi inferiscono: dunque sempre è fruttifero per natura il danaro (il che è appunto come se dall\’uso co­mune oggidì di andar tosati s\’inferisse esser naturale oggidì pei maschi l\’avere ­capelli corti). Laddove la Chiesa che dalle coscienze sa ottenere obbedienza se­guita a dire come sempre «il danaro per natura è sterile, ma oggi universalmente è fruttifero perché tutti lo impiegano, e sempre ne hanno la facoltà; e solo infruttifero è per chi non vuole o non può impiegarlo».

(3) Del buon governo della famiglia che va sotto nome di AGNOLO PANDOLFINI.

(4) Lo rinfaccia Proudhon a Bastiat (let. 3, gratuité du prix).

(5) L\’usure en soi est illicite, nous sommes à cet egard de l\’avis de l\’Égli­se… L\’intérêt je l\’appelle vol. BASTIAT, Gratuité du credit, let. 3. Proudhon a Bastiat.

(6) Gioverà qui ricordarla in poche parole giacché e ministri e professori si trovano che mostrano maggior zelo a combatter le dottrine della Chiesa che a studiarle e capirle. La Chiesa non ha mai condannata la sentenza dei teologi, ­dei canonisti, dei giuristi i quali tutti concordi permettono l\’interesse quando l\’imprestito del danaro produce o lucro cessante o danno emergente. Mai non ha condannato la sentenza assai divulgata (benché alcuni la rifiutino) che si possa prendere un interesse quando si giudica che il capitale corra qualche pericolo. E lo stesso dicasi di quell\’altro titolo della diuturnità del prestito, la quale agli occhi di molti inchiude essenzialmente un pericolo di danno emergente. Finalmente concedesi, secondo S. Alfonso De Liguori di revocare il pre­stito in certi casi impreveduti ecc. (V. compend. di DE LIGORIO pel NEYRAGUET tratt. de Contract. art. 5. n. 1) e di danno grave pel mutuante. A questi ti­toli che riguardano il contratto privato si aggiunge il titolo della pubblica legge intorno al quale da due secoli si è disputato, ma che oggi precariamente al­meno da tutti i cattolici si ammette dopo che la sacra Penitenzieria ripetuta­mente ha risposto non esse inquietandos dai confessori coloro che sopra tal titolo appoggiano il loro interesse, purché sieno pronti a sottoporsi al giudizio della Chiesa quando essa definisse altrimenti. Il solo titolo che la Chiesa esclude è quello appunto che viene invocato dal ministro de Foresta dopo gli economisti eterodossi, la pretesa fecondità naturale del danaro o del prestito (lucrum ex mutuo VI MUTUI).

(7) In fatti il citato Bastiat parlando della pialla, e supponendo che Giacomo abusi della necessità in cui si suppone Guglielmo, si contenta di dimostrare che questa non vien peggiorata con un usura eccessiva.