Pagine cattoliche 

Trattato di Teologia morale

PARTE III

I DOVERI DELL'UOMO NEI SUOI RAPPORTI CON IL PROSSIMO

4. DIRITTI E DOVERI SOCIALI

È proprio della giustizia ordinare i nostri rapporti verso altri. Quest'ordinamento può essere duplice, perché duplice è il soggetto, da noi distinto, a cui i nostri rapporti vanno ordinati e regolati dalla giustizia: l'individuo e la comunità. Di questi ultimi resta ora a parlare.

Per ben intenderci occorrerà prima dire qualche cosa sulla natura e il fondamento della società (307), perché da erronee concezioni fondamentali verrebbe mutata anche la natura dei rapporti di cui intendiamo parlare.

I.  NATURA DELLA SOCIETÀ E SUOI ELEMENTI ESSENZIALI.

1.  Natura.

Sulla natura della società, gli autori cattolici, senza essere completamente d'accordo, sono tuttavia unanimi in ciò che è essenziale.

Essi negano alla società il carattere d'un essere esistente in sé e per sé e totalmente trascendente in rapporto agli individui. Essi però ammettono che la società non è semplicemente e solamente l'insieme degli individui, che ne costituiscono le membra.

Questa doppia affermazione è capitale. Ed è essa che divide radicalmente la posizione cattolica dai sistemi individualisti e totalitari: gli uni tolgono alla società ogni realtà propria, gli altri al contrario fanno della società un assoluto. Fra queste due concezioni, la dottrina cattolica occupa un posto di mezzo. Essa vede nella società un essere nuovo in rapporto agli individui; una realtà ontologicamente distinta, che ha la sua unità: un'unità d'ordine; e nello stesso tempo un essere essenzialmente relativo, perché egli non esiste che nelle persone e per le persone che lo compongono.

La società, avendo la funzione di promuovere il bene comune, ne porta con sé, incontestabilmente, le prerogative. Tutto quello che essa domanda a nome della sua missione, essa lo chiede in nome di un bene che trascende il bene proprio degli individui. Essa può dunque esigere che essi le sacrifichino i loro vantaggi personali. E tutto questo è un fatto normale, perché gli individui sono membri di un corpo sociale ed il bene del tutto ha la precedenza sul bene della parte.

D'altra parte se il destino dell'uomo comporta la ricerca di un bene strettamente individuale, avente valore assoluto e che reclama la piena disposizione di sé, la società non potrà che rispettare senza restrizione, e favorire, secondo i suoi propri mezzi, l'apporto degli individui per accedere a questo bene; in mancanza di questo, egli cesserebbe di servire il bene della natura umana. Tale è esattamente l'attitudine che essa deve adottare a riguardo del destino eterno e soprannaturale degli individui. In questo dominio la trascendenza della persona umana, vale a dire di ciascun individuo concreto, s'afferma rigorosamente e viene limitato il potere della società. Al contrario nel piano delle realizzazioni temporali, la prospettiva è diversa, la gerarchia dei valori giuoca in ordine inverso. E non è meno vero che in questo dominio l'attitudine della società è interamente dettata dai fini personalistici.

Infatti se il destino della persona umana comporta, oltre alla ricerca di un bene strettamente individuale, la prosecuzione di un bene essenzialmente sociale e comune a tutti gli uomini, favorire questo bene comune è servire la collettività degli individui, e così servire pure la persona individuale, che in quanto membro della società, partecipa al bene della collettività.

2.  Fine del vivere sociale.

La felicità della comunità e dei singoli uomini, in quanto sono membri di tale comunità, ecco lo scopo dell'organizzazione sociale. Soltanto con la collaborazione è possibile ottenere alcuni beni particolari necessari al pieno sviluppo dell'uomo.

Gli operatori del bene comune sono infatti tutti i membri della collettività, gli esseri intelligenti radunati in comunione di intenti ed in fusione di volontà, protesa al medesimo scopo: il suo raggiungimento mette in moto le energie fisiche e spirituali dei soggetti, i quali riversano nel tesoro comune il loro contributo.

L'impulso di solidarietà viene infatti stimolato dagli impellenti bisogni della vita umana, cui ciascuno intende soddisfare, collaborando per la sua parte alla creazione delle condizioni a ciò favorevoli. II bene che ne risulta è un effetto collettivo ed appartiene ad ogni singolo membro, che possiede il diritto inalienabile di sentirlo rifluire su se stesso nella misura, in cui ha concorso a crearlo.

"Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi che formano la comunità civile, osserva il Concilio ecumenico Vaticano II, sono consapevoli di non essere in grado, da soli, di costruire una vita capace di rispondere pienamente alle esigenze della natura umana e avvertono la necessità di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il bene comune.

Per questo essi costituiscono, secondo vari tipi istituzionali, una comunità politica.

La comunità politica esiste proprio in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova significato e piena giustificazione e dal quale ricava come corpo morale il diritto di provvedere a se stesso e il suo ordinamento giuridico, originario e proprio.

II bene comune si concreta nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione.

Ma nella comunità politica si riuniscono insieme uomini, numerosi e differenti, che legittimamente possono indirizzarsi verso decisioni diverse.

Affinché la comunità politica non venga rovinata dal divergere di ciascuno verso la propria opinione, è necessaria una autorità capace di dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, non in forma meccanica o dispotica, ma prima di tutto come forza morale che si appoggia sulla libertà e sulla coscienza del dovere e del compito assunto.

È dunque evidente che la comunità politica e l'autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all'ordine prestabilito da Dio, anche se la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini.

Ne segue parimenti che l'esercizio dell'autorità politica, sia da parte dell'autorità come tale, sia da parte degli organismi rappresentativi, deve sempre svolgersi nell'ambito della legge morale, per il conseguimento del bene comune, e di un bene comune concepito in forma dinamica, secondo le norme di un ordine giuridico già definito o da definire. Allora i cittadini sono obbligati in coscienza ad obbedire (308).

3.  Autorità (309).

Ma ogni concentrazione di tendenze, ogni confluenza di intenti, ogni abbinamento di sforzi non è possibile, senza un piano coordinatore delle menti direttrici ed un programma comune di lavoro. Nell'edilizia c'è l'architetto, che prepara il disegno, l'ingegnere che ne cura l'attuazione; ci sono in linea gerarchica gli operai che sotto questa direzione svolgono materialmente il lavoro. Così non appena sorge una società, conviene che vi sia un soggetto determinato, investito del potere e dei programmi da attuare.

Il potere, l'autorità rappresenta nella società un principio unitario ed obbligatorio. Principio unitario, perché i singoli non si possono altrimenti ridurre ad unità, principio obbligatorio, perché la società riposa sul dovere che hanno i sudditi di ubbidire.

" La convivenza fra gli esseri umani, osserva l'enc. Pacem in terris dell'11 aprile 1963, non può essere ordinata e feconda se in essa non è presente un'autorità che assicuri l’ordine e contribuisca all'attuazione del bene comune in grado sufficiente. Tale autorità, come insegna S. Paolo, deriva da Dio. L'autorità non è una forza incontrollata: è invece la facoltà di comandare secondo ragione. Trae quindi la virtù di obbligare dall'ordine morale; il quale si fonda in Dio, che ne è il primo principio e l'ultimo fine. L'autorità che si fonda solo o principalmente sulla minaccia o sul timore di pene o sulla promessa e attrattiva di premi, non muove efficacemente gli esseri umani all'attuazione del bene comune; e se anche, per ipotesi, li muovesse, ciò non sarebbe conforme alla loro dignità di persone, e cioè di esseri ragionevoli e liberi. L'autorità è, soprattutto, una forza morale; deve, quindi, in primo luogo, fare appello alla coscienza, al dovere cioè che ognuno deve portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti. Senonché gli esseri umani sono tutti uguali per dignità naturale: nessuno di essi può obbligare gli altri interiormente. Soltanto Dio lo può, perché Egli solo vede e giudica gli atteggiamenti che si assumono nel segreto del proprio spirito. L'autorità umana, pertanto, può obbligare moralmente soltanto se è in rapporto intrinseco con l'autorità di Dio, ed a una partecipazione di essa.

In tal modo è pure salvaguardata la dignità personale dei cittadini, giacché la loro obbedienza ai Poteri pubblici non è sudditanza di uomo a uomo, ma nel suo vero significato è un atto di omaggio a Dio creatore e provvido, il quale ha disposto che i rapporti della convivenza siano regolati secondo un ordine da Lui stesso stabilito; e rendendo omaggio a Dio, non ci si umilia, ma ci si eleva e ci si nobilita, giacché servire Deo regnare est " (310).

4.  Concetto sintetico della società.

Dopo quanto si è esposto non è difficile intenderci sul concetto di società che è un'unità di ordine, pur nelle inevitabili tensioni tra gli uomini, per il raggiungimento di un fine certo e comune, da raggiungersi con mezzi comuni. Ed è evidente che quattro sono gli elementi costitutivi, fine comune, pluralità di membri, mezzi necessari, unità sotto l'autorità. Tra questi è eminente l'elemento fine che poi determina la natura della società (spirituale o temporale, pubblica o privata, ecc.), il potere ossia il diritto ai mezzi, secondo la gerarchia dei beni, e le relazioni alle altre società. Dal fine dipende quindi lo stato giuridico della società. La società può essere libera o necessaria, secondo se i sudditi sono liberi di aderirvi oppure vi sono obbligati per naturale necessità o per positiva volontà di Dio; perfetta o imperfetta: la prima persegue un fine completo e fruisce di pieni diritti nel proprio ordine, l'altra un fine umano, incompleto e conseguentemente è limitata anche nei suoi diritti.

" Le modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie strutture e l'esercizio dei pubblici poteri possono variare, secondo l'indole dei diversi popoli e il progresso della storia; ma sempre devono mirare alla formazione di un uomo educato, pacifico e benefico verso tutti, per il vantaggio di tutta la famiglia umana " (311).

5.  Collaborazione di tutti alla vita pubblica.

"La società, legata verso i singoli da particolari obblighi, che si assommano particolarmente in obblighi di giustizia distributiva: dare a ciascuno il suo secondo la debita proporzione. È legata ancora da particolari diritti, che si assommano anche questi negli obblighi di giustizia legale dei cittadini verso la società.

È pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d'azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti.

Si ricordino perciò tutti i cittadini del diritto, che è anche dovere, di usare del proprio libero voto per la promozione del bene comune.

La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l'opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità.

Affinché la responsabile collaborazione dei cittadini, congiunta con la coscienza del dovere, possa ottenere felici risultati nella vita politica quotidiana, si richiede un ordinamento giuridico positivo, che organizzi una opportuna ripartizione delle funzioni e degli organi del potere, insieme ad una protezione efficace e indipendente dei diritti.

I diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e il loro esercizio devono essere riconosciuti, rispettati e promossi, non meno dei doveri ai quali ogni cittadino è tenuto. Tra questi ultimi non sarà inutile ricordare il dovere di apportare alla cosa pubblica le prestazioni, materiali e personali, richieste dal bene comune.

Si guardino i governanti dall'ostacolare i gruppi familiari, sociali o culturali, i corpi o istituti intermedi, ne li privino della loro legittima ed efficace azione, che al contrario devono volentieri e ordinatamente favorire.

Si guardino i cittadini dall'attribuire troppo potere all'autorità pubblica, né chiedano inopportunamente ad essa eccessivi vantaggi, col rischio di diminuire così la responsabilità delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali.

Ai tempi nostri, la complessità dei problemi obbliga i pubblici poteri ad intervenire più frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per determinare le condizioni più favorevoli che permettano ai cittadini e ai gruppi di perseguire più efficacemente, nella libertà, il bene completo dell'uomo".

"Dall'indole sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Infatti, principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio coi fratelli.

Dei vincoli sociali che sono necessari al perfezionamento dell'uomo, alcuni, come la famiglia e la comunità politica, sono più immediatamente rispondenti alla sua intima natura, altri procedono piuttosto dalla sua libera volontà.

In questo nostro tempo, per varie cause, si moltiplicano rapporti e interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di diritto pubblico e privato. Questo fatto, che viene chiamato socializzazione, sebbene non manchi di pericoli, tuttavia reca in sé molti vantaggi nel rafforzamento e accrescimento delle qualità della persona umana e per la tutela dei suoi diritti.

Ma se le persone umane, da tale vita sociale molto ricevono per assolvere alla propria vocazione, anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini del contesto sociale nel quale vivono, e fin dall'infanzia sono immersi, spesso sono sviati dal bene e spinti al male.

È certo che i perturbamenti, così frequenti nell'ordine sociale, provengono in parte dalla tensione che sorge dalle strutture economiche, politiche e sociali. Ma ancor più nascono dalla superbia e dall'egoismo umano, che pervertono anche l'ambiente sociale. Là dove l'ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l'uomo, dalla nascita incline al male, trova nuovi incitamenti al peccato, che non possono essere vinti senza grandi sforzi e senza l'aiuto della grazia " (312).

NOTE

307    LEONE XIII, Immortale Dei, 1 novembre 1885; Pio XI, Divini Redemptoris, 19 marzo 1937; Pio XII, Summi pontificatus, 20 ottobre 1939; V. CATHREIN, Filosofia morale, trad. it., Firenze 1929; L. TAPARELLI, Saggio teoretico di diritto naturale, Roma 1928; J. LECLERCQ, L'Etat ou la politique, Namur 1929 (3-1 ed., Louvain 1948); M. DEFOURNY, Aristote. Études sur la politique, Paris 1932; J. ESCHMANN, De societate in genere, in Angelicum, 11 (1934) 56-77; B. SCHWALM, La société et l'État, Paris 1937;

I. M. GUENECHEA, Principia iuris politici, Roma 1938, A, BRUCCULERI, Lo Stato e l'individuo, Roma 1938; D. DEL BO, Il bene emme, Firenze 1942; A. MESSINEO, Monismo sociale e persona umana, Roma 1943; P. PAVAN, La vita sociale nel documenti pontifici, Milano 1945, A. FANFANI, Summula sociale, Roma 1945; G. THILS, Teologia delle realtà terrene, 145 ss.; P. PALAZZINI, II perché della politica, in Civ. ital., 1 (1950) 45-49); ID,, Mete e limiti del convivere sociale, ib., 1 (1950) 124-130; L. STURZO, La società: sua natura e sue leggi, Bergamo 1949; J. V. LANGMEAD CASSERLY, Morals and man in the social sciences, London 1951; P. HAYOIT, L'individu et l'état, in Rev. dioc. de Tournai., 7 (1952) 193-211; J. MARITAIN, L'homme et l'état, Paris 1953, ID., Cristianesimo e democrazia., Milano 1955; R. MEHL, Per un'etica sociale cristiana, Roma 1968. Settimane sociali di Francia, Session 47e,, Socialisation et personne humaine, Lyon 1961; I. CALVEZ, La comunità politica, in La Chiesa nel mondo contemporaneo, Brescia 1966, p. 233 ss.; I. A. RIOS, Persona, struttura sociale e civiltà, ibid. 287 ss.; M. GIORDANO, Società umana, in Dizionario del Conc. Ecum. Vaticano II di S. Garofalo, 1854-1861.

308      Cost. past. Gaudium et spes, n. 74.

309      Cfr. H. BEUVE-MÉRY, La théorie des pouvoirs publics d'après françois de Vitoria et ses rapports avec le droit contemporain, Paris 1928; H. ROMMEN, Die Staatslehre des Franz Suarez S. J., Munchen 1926, F. X, ARNOLD. Die Staatlehre des Kardinals Bellarmin, Munchen 1934; A, MESSINEO, Monismo sociale e persona umana, Roma 1943, G. FESSARD, Autorité et bien comnmn, Paris 1944; G. CATTAUI DE MENASCE, Discorso sull’autorità, Roma 1970, J. WRIGHT, Coscienza e autorità - Tensione e armonia, Roma 1970.

310       Enc. Pacem in terris, n. 44-49: AAS 55 (1963) 269-271.

311        Cost. past. Gaudium et spes, n. 74.

312      Cost. past. Gaudium et spes, n. 75 e 25.


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