Pagine cattoliche 

San Leopoldo Mandic

29 aprile 1999
Santa Caterina da Siena

Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,
In una sera del novembre 1882, arriva a Udine (Italia), un adolescente accompagnato da suo padre. Si recano presso il convento dei Cappuccini; e siccome sono attesi, la porta si apre immediatamente per lasciarli entrare. Il Padre Guardiano va premurosamente incontro agli ospiti. Il suo sguardo si volge verso il giovane sedicenne, troppo basso per la sua età, magro e pallido. Veramente, il suo aspetto non è allettante, con quell’aria goffa che la timidezza e l’andatura pesante accentuano ancora di più. Per giunta, parla male: è balbuziente. Ma l’espressione del volto dai lineamenti regolari, illuminati da uno sguardo vivace e da un sorriso schietto, compensa vantaggiosamente tali difetti. Per di più, le poche parole che ha pronunciato hanno rivelato un giovane deciso: vuol farsi sacerdote nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.

Un apostolo di un metro e trentacinque

Viene da molto lontano, da Castelnovo d’Istria, in Dalmazia (oggi Hercegnovi, nel Montenegro). Nato il 12 maggio 1866, fu battezzato con il nome di Deodato. A seguito di un dissesto finanziario, la sua famiglia, un tempo nobile e ricca, è ridotta ad una condizione più modesta; ma tale cambiamento non ha assolutamente intaccato la fede, nè la fedeltà dei Mandic alla Chiesa romana.
Altero per natura e di temperamento vivace, il piccolo Deodato non smentisce il sangue dalmata che gli scorre nelle vene. L’atmosfera del seminario “serafico” in cui entra è buona. Ma i suoi compagni sono ragazzi robusti e ben piantati, e le allusioni alla statura bassa del nuovo arrivato – non supererà un metro e trentacinque – o alla sua pronuncia difettosa, lo feriscono profondamente. Allo stesso modo, si inalbera dolorosamente quando sorprende lo sguardo troppo compassionevole dei Padri addetti alla scuola. Qualche scatto di malumore, senza grande importanza, lo impegna in una lotta coraggiosa e perseverante per domare la propria suscettibilità, per moderare il proprio temperamento troppo focoso e per acquisire una pazienza abituale, una dolcezza conquistatrice. Da quando ha fatto la prima comunione, Deodato attinge frequentemente nell’Eucaristia la forza necessaria per correggere i propri difetti.
Consacrandosi a Dio nella vita religiosa, ha uno scopo preciso: adoperarsi per il ritorno all’unità cattolica degli Orientali separati dalla Chiesa Romana. L’idea è nata in lui nel corso della sua infanzia a Castelnovo. Questo porto sull’Adriatico è un importante centro commerciale, il punto d’incontro di uomini di razze e religioni differenti. In tale pluralità religiosa, la Chiesa cattolica conserva un posto discreto, ma la sua influenza non basta ad opporsi e a dominare gli eccessi della cupidigia, del lusso e della sensualità. Lo spettacolo penoso di tale miseria spirituale ha colpito Deodato. Col passare degli anni, Dio gli ha fatto capire sempre meglio quanto la vera fede mancasse a quelle popolazioni sradicate. Gli è nato nel cuore un desiderio, un progetto che, sotto l’impulso della grazia, è diventato una risoluzione precisa e ferma: salvare quelle anime abbandonate a se stesse, facendole entrare ne lla Chiesa cattolica. Con la riflessione, il suo orizzonte si è allargato, e al di là degli incontri di Castelnovo, ha scoperto tutti i paesi dell’Oriente conquistati dallo scisma e che vivono fuori dal vero ovile di Cristo. Lui, il piccolo Mandic, sarà il loro apostolo.

Seminare il buon grano

Il periodo di istruzione di Deodato a Udine dura appena diciotto mesi. Ammesso al noviziato nel convento di Bassano del Grappa, il 20 aprile 1884, prende ivi l’abito talare e riceve il nome di Fra Leopoldo. Finito il noviziato, studia filosofia a Padova, poi teologia a Venezia, dove, il 20 settembre 1890, viene ordinato sacerdote. Il suo desiderio di partire ben presto per le missioni si intensifica. Ma la sua salute si è risentita degli sforzi compiuti durante gli anni di studio, ed egli viene inizialmente mandato in vari conventi dell’Ordine perchè vi ricuperi le forze. È una grande delusione. Tuttavia, accetta con profondo spirito di fede, non intendendo regolare la propria vita secondo ispirazioni personali, ma secondo l’ubbidienza. Nella prospettiva delle future missioni, perfeziona le sue cognizioni di scienze sacre e di lingue orientali, quali il greco moderno, il croato, lo sloveno ed il serbo. Si occupa anche di var i lavori manuali per la manutenzione delle case in cui risiede.
Nel 1897, è nominato superiore del convento dei Cappuccini di Zara. Se ne rallegra, perchè Zara lo ravvicina all’Oriente. Molti marinai e commercianti di tutti i paesi balcanici e del Vicino Oriente frequentano quel porto dalmata. Subito dopo l’insediamento, Padre Leopoldo intraprende l’apostolato. Non appena è segnalato l’arrivo di un battello, corre ad augurare il benvenuto a quelli che giungono ed a far conoscenza con loro. Il pretesto è facile: uno straniero che sbarca è lieto di incontrare, quando scende a terra, un viso amico che gli dà informazioni utili e lo guida, se necessario, attraverso la città. Strada facendo, si parla di questo e di quello. Il Padre si informa sul paese d’origine dei suoi amici occasionali, sul loro mestiere, la famiglia, la religione. E quando gli pare opportuno, affronta con delicatezza e discrezione il tema che tanto gli sta a cuore: la conoscenza della vera religione e l&# 146;adesione alla fede cattolica. Il buon grano è seminato; germoglierà quando Dio vorrà.
Quest’apostolato discreto comincia a produrre qualche frutto, allorchè, due anni dopo il suo arrivo a Zara, i superiori mandano Padre Leopoldo a Thiene, dove è affidata ai Cappuccini la custodia di un santuario consacrato alla Santa Vergine. Il fatto di mettersi al servizio della Beata Vergine mitiga la pena risentita da Padre Leopoldo all’atto della partenza da Zara. Gli anni passano. Nel 1906, nuovo trasferimento, e il Padre si ritrova a Padova. Vi rimarrà ormai per quasi tutto il resto della vita. Nel 1922, tuttavia, parte per Fiume, onde confessare gli Slavi. La sua partenza suscita talmente tanto rincrescimento a Padova, che il vescovo interviene presso il provinciale dei Cappuccini. Padre Leopoldo viene richiamato: «Palesemente, Sant’Antonio di Padova ti vuole presso di sè», scrive il suo Superiore.

Quel che Dio vuole; come vuole

Questi diversi eventi, in particolare i trasferimenti successivi da un convento all’altro, sembrano smentire le intuizioni di gioventù di Padre Leopoldo: l’apostolato presso gli Orientali non sarebbe l’opera cui Dio lo chiama. Tuttavia, Padre Leopoldo è convinto che tale è la sua missione speciale. Si è ritrovata, dopo la sua morte, un’immagine della Santa Vergine, su cui egli ha scritto, in data 18 luglio 1937: «Ricordo solenne dell’evento del 1887. Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’appello che ho sentito per la prima volta dalla voce di Dio, che mi chiedeva di pregare e di promuovere il ritorno dei dissidenti orientali all’unità cattolica». Con il benestare del suo confessore, si è impegnato con un voto a compiere tale missione presso gli Orientali. Rinnoverà spesso tale promessa, e qualche mese prima della morte, scriverà ancora: &la quo;Non mi rimane alcun dubbio davanti a Dio... di esser stato scelto per la salvezza del popolo orientale, vale a dire dei dissidenti orientali. A causa di ciò, devo rispondere alla divina bontà di Nostro Signore Gesù Cristo che ha degnato scegliermi, affinchè, anche attraverso il mio ministero, si realizzi finalmente la divina promessa: Non vi sarà che un solo gregge ed un solo Pastore».
Ci vorranno anni ed anni a Padre Leopoldo per capire le modalità della sua missione. Ma non saranno le sue opinioni personali che gli permetteranno di scoprirle. In quanto uomo di fede, è persuaso che la rivelazione del disegno divino avrà luogo attraverso l’ubbidienza. I mezzi scelti da Dio gli saranno notificati a poco a poco dalla voce dei suoi superiori. Da un lato, sa che la pratica dell’ubbidienza è più efficace di qualsiasi predica. Per incoraggiare se stesso a ciò, copia di proprio pugno la famosa lettera di Sant’Ignazio su questa virtù, e la conserva sempre accanto a sè. Sarà l’apostolo della riconciliazione degli Orientali separati dall’unità cattolica attraverso la preghiera ed il sacrificio, come Santa Teresa di Gesù Bambino e della Sacra Sindone, proclamata patrona delle missioni, mentre non è mai uscita dal proprio convento.

Una sfida

Illuminato da tale vista di fede, scrive su un biglietto: «Sappi che più santamente adempirai ai tuoi doveri, e più efficace sarà la tua collaborazione alla salvezza dei popoli orientali». Questa raccomandazione vale per ogni cristiano. Nell’Enciclica Ut unum sint, del 25 maggio 1995, Papa Giovanni Paolo II scrive: «Cristo chiama tutti i suoi discepoli all’unità. L’ardente desiderio che mi anima è quello di rinnovare oggi quest’invito e di rinnovarlo risolutamente... Quelli che credono in Cristo, uniti sulla via tracciata dai martiri, non possono rimanere divisi. Se vogliono combattere veramente ed efficacemente la tendenza del mondo a render vano il mistero della Redenzione, devono professare insieme la verità della Croce. La Croce! La corrente anticristiana si propone di negarne il valore e di vuotarla del suo senso; rifiuta che l’uomo vi trovi le radici della sua nu ova vita e pretende che la Croce non possa aprire nè prospettive nè speranze: l’uomo, si dice, non è che un essere terrestre che deve vivere come se Dio non esistesse. Non sfugge a nessuno che tutto ciò costituisce una sfida per i credenti. Essi non possono non raccoglierla» (1-2).
Così il Papa esorta i cristiani ad attivarsi per ristabilire la comunione affinchè il mondo creda (Giov. 17, 21). Concretamente, l’apostolato accessibile a tutti in vista dell’unità, è quello della santificazione personale. «Non vi è ecumenismo nel senso autentico del termine senza conversione interiore, dice il Santo Padre... Ciascuno deve dunque convertirsi più radicalmente al Vangelo... Tale conversione del cuore e tale santità di vita, del pari che le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani, sono da considerare come l’anima di tutto il movimento ecumenico e possono esser chiamate a giusto titolo “ecumenismo spirituale” (id. 15; 21).
Padre Leopoldo è convinto che il ritorno dei dissidenti all’Unità avrà pur luogo un giorno o l’altro. Scrive al proprio direttore spirituale: «Quando noi sacerdoti celebriamo i sacri misteri con quest’intento, è Cristo stesso che prega per i nostri fratelli separati. Ora, sappiamo d’altro canto l’efficacia di questa preghiera di Cristo, che è sempre esaudita». Egli scopre un’altra garanzia di detto ritorno, nella devozione profonda degli Orientali per la Vergine Maria. Una Madre tanto buona non li può abbandonare. «O Beata Vergine, scrive, credo che tu abbia le massime premure per i dissidenti orientali. Ed io desidero collaborare di tutto cuore al tuo materno affetto». Tutti i fedeli sono chiamati anch’essi ad unirsi al santo Sacrificio della Messa ed a pregare la Santissima Vergine in vista della riunificazione dei cristiani.

«Qui e non in terra di missione!»

Un frate cappuccino ricorda un giorno a Padre Leopoldo che, in passato, parlava senza posa di andare nei paesi d’Oriente, «ed ora, aggiunge, non ne parli più. – Esatto, ribatte il Padre. Qualche tempo fa, davo la comunione ad un’eccellente persona. Dopo aver compiuto l’azione de grazia, venne ad affidarmi quest’incombenza: “Padre, Gesù mi ha ordinato di dirle questo: il suo Oriente è ciascuna delle anime che assiste qui con la confessione”. Dunque, vedi bene caro amico che Dio mi vuole qui e non in terra di missione». Un’altra volta, confida ad un confratello: «Poichè Dio non mi ha concesso il dono della parola per predicare, voglio consacrarmi a riportargli le anime attraverso il sacramento della penitenza».
Fin dall’inizio del sacerdozio, Padre Leopoldo si è dedicato al ministero della confessione; ma una volta a Padova, è la folla che lo assedia. Quest’apostolato corrisponde ad uno dei suoi desideri d’infanzia. All’età di otto anni, una delle sue sorelle l’aveva sgridato per una colpa non grave, e trascinato davanti al curato che l’aveva fatto inginocchiare in mezzo alla chiesa: «Ne fui, dirà più tardi, profondamente rattristato e pensai fra me e me: Perchè trattare tanto duramente un bambino per una colpa così lieve? Quando sarò grande, voglio farmi frate, diventare confessore e trattare le anime dei peccatori con molta bontà e misericordia». Questo suo desiderio si realizza pienamente a Padova.


Da dieci a quindici ore al giorno

Il ministero del sacramento della Riconciliazione è per lui una penitenza dura. Lo esercita in una stanzetta di pochi metri quadrati, senza aria nè luce, un forno d’estate, una ghiacciaia d’inverno. Vi rimane chiuso da dieci a quindici ore al giorno. «Come fai a resistere tanto a lungo nel confessionale?» gli chiede un giorno un confratello. «È la mia vita, capisci», risponde sorridendo. L’amore per le anime lo rende prigioniero volontario del confessionale, poichè sa che «morire in stato di peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati da Lui per sempre, per una nostra libera scelta», e che «le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, 1033; 1035).
Per procurare l’immenso beneficio del perdono di Dio a tutti coloro che si rivolgono a lui, Padre Leopoldo si mostra aperto e sorridente, prudente e modesto, consigliere spirituale comprensivo e paziente. L’esperienza gli insegna quanto sia importante mettere il penitente a proprio agio e ispirargli fiducia. Uno di essi ha riferito un fatto rivelatore: «Non mi ero confessato da anni. Finalmente, mi decisi e andai a trovare Padre Leopoldo. Ero molto inquieto, imbarazzato. Non appena entrato, egli si alzò e mi abbordò, tutto lieto, come fossi un amico atteso: “Prego, si accomodi”. Nel mio smarrimento, andai a sedermi sulla sua poltrona. Senza dir nulla, egli si inginocchiò per terra ed ascoltò la mia confessione. Quando essa fu terminata, e soltanto allora, mi accorsi della mia storditaggine e me ne volli scusare; ma lui, sorridendo: “Di nulla, di nulla, disse. Vada in pace”. Questo tratto di bontà rimase impresso n ella mia mente. Facendo così, mi aveva totalmente conquistato».

Il fermo proposito

Padre Leopoldo si preoccupa di suscitare nei penitenti le disposizioni volute per ricevere fruttuosamente il sacramento. Esso comporta «da una parte, gli atti dell’uomo che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall’altra parte, l’azione di Dio attraverso l’intervento della Chiesa» (CCC, 1448). Fra gli atti del penitente, la contrizione viene in primo luogo. È un dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire. La contrizione comporta l’odio per i disordini della vita passata ed un intenso orrore del peccato, secondo le seguenti parole: Liberatevi da tutte le colpe che avete commesso contro di me, formatevi un cuore e uno spirito nuovo (Ez. 18, 31). Essa include pure «il serio proposito di non commetter più peccati in avvenire. Se tal e disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento... Il fermo proposito di non peccare più deve fondarsi sulla grazia divina che il Signore non manca mai di dare a colui che fa del suo meglio per agire onestamente» (Giovanni Paolo II, 22 marzo 1996). Per ricevere l’assoluzione, non basta dunque l’intenzione di peccare meno, ma è indispensabile esser decisi a non commetter più peccati gravi.
Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta “perfetta”. Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale. La contrizione detta “imperfetta”, o “attrizione”, è anch’essa un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.
La confessione dei peccati al sacerdote costituisce il secondo atto essenziale del sacramento della Penitenza. È necessario che i penitenti enumerino, nella confessione, tutti i peccati mortali di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo (cattivi desideri volontari), perchè spesso questi peccati feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli commessi in faccia a tutti. Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita della grazia. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come Lui, e riceviamo un «accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano» (ved. CCC, 1496).


Piena salute spirituale

La soddisfazione sacramentale è il terzo degli atti del penitente. Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa per riparare le proprie colpe, vale a dire “soddisfare” in maniera adeguata. Questa soddisfazione si chiama anche “penitenza”. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, in privazioni volontarie, e soprattutto nella paziente accettazione della croce quotidiana. Inoltre, molti peccati recano offesa al prossimo ed esigono una riparazione quando ciò è possibile: per esempio, restituire le cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, ecc. (ved. CCC, 1451-1460).
Tali “penitenze” contribuiscono a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati una volta per sempre. Esse ci permettono di diventare i coeredi della sua risurrezione, dal momento che partecipiamo alle sue sofferenze (Rom. 8, 17). Ma la nostra unione alla Passione di Cristo attraverso la penitenza si realizza anche all’infuori dell’ambito sacramentale. Venne chiesto un giorno a Padre Leopoldo: «Padre, come capisce lei le parole del Signore: Che colui che vuol seguirmi, prenda tutti i giorni la sua croce? Dobbiamo per questo fare penitenze straordinarie? – Non è il caso di fare penitenze straordinarie, rispose. Basta che sopportiamo con pazienza le tribolazioni ordinarie della nostra misera vita: le incomprensioni, le ingratitudini, le umiliazioni, le sofferenze occasionate dai cambiamenti di stagione e dell’atmosfera in cui viviamo... Dio ha voluto tutto questo come mezzo per operare la nostra Redenzione. Ma perchè tali tribolazioni siano efficaci e facciano bene alla nostra anima, non bisogna sfuggirle con tutti i mezzi possibili... La preoccupazione eccessiva delle comodità, la ricerca costante degli agi, non ha niente a che vedere con lo spirito cristiano. Non è certamente questo prendere la propria croce e seguire Gesù. È piuttosto evitarla. E colui che soffre soltanto quel che non ha potuto evitare non avrà molti meriti». «L’amore di Gesù, non si stanca di ripetere, è un fuoco che viene alimentato con la legna del sacrificio e l’amore della croce; se non viene nutrito così, si spegne».
Durante l’inverno del 1941, i dolori allo stomaco che fanno soffrire Padre Leopoldo da molto tempo si fanno più acuti. Deve mettersi a letto. Il 30 luglio 1942, come sempre, si alza di buon mattino e passa un’ora in preghiera nella cappella dell’infermeria. Alle sei e mezzo, riveste i paramenti liturgici, ma è assalito da un malessere violento e sviene. Quando riprende i sensi, riceve l’Estrema unzione, poi ripete le pie invocazioni che gli suggerisce il Padre Superiore. Alle parole della Salve Regina: «O clemente, o pietosa, o dolce Vergine Maria», la sua anima spicca il volo verso il Cielo, dove viene accolta nella letizia infinita di tutta la Corte celeste. Leopoldo Mandic è stato beatificato il 2 maggio 1976 da Papa Paolo VI e canonizzato il 14 ottobre 1983 dal Santo Padre, Papa Giovanni Paolo II.
Possa egli, dall’alto dei Cieli, aiutarci a mettere in pratica, attraverso il Sacramento della Penitenza ricevuto frequentemente, l’esortazione dell’epistola agli Ebrei: Accostiamoci con fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare la grazia d’un aiuto opportuno (4, 16). Affidiamo alla sua efficace intercessione, come pure a quella di San Giuseppe, tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.
 

 Dom Antoine Marie osb.
Abbaye de Saint-Joseph de Clairval
F - 21150 Flavigny-sur-Ozerain

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