10) Realta’ di anima umana e Fenomenismo

Filosofia: logica, gnoseologia...

Per anima umana intendiamo il principio vitale dell’uomo, il principio di tutte le sue operazioni

LEZIONE X


La realtà dell’anima umana e il Fenomenismo


 


Abbiamo visto l’origine della vita, l’origine dell’uomo, abbiamo conchiuso che nell’uomo ci deve essere un principio vitale, un’anima. Esaminiamo ora quest’anima e cominciamo con affermarne contro il fenomenismo, la realtà sostanziale.


1. – STATO DELLA QUESTIONE.


“Per anima umana intendiamo il principio vitale dell’uomo, il principio di tutte le sue operazioni. Affermarne la realtà sostanziale, vuol dire che esso è una sostanza, cioè – come dicemmo nella lezione VII – un ente che esiste da sè, in contrapposizione agli accidenti, i quali non esistono se non come modificazioni dì un soggetto.


Nega la sostanzialità dell’anima il Fenomenismo già preparato da Locke, apertamente proposto da Hume e oggi abbracciato da quanti direttamente o indirettamente hanno subito l’influenza della filosofia sensista: Stuart Mill, ecc. Inoltre gli idealisti, ed anche Bergson con la sua scuola, negano la sostanzialità dell’anima applicando la loro dottrina generale della realtà come puro divenire. Sono pure fenomenisti molti psicologi moderni (James, Wundt, Titchener, Ebbinghaus, ecc.) che cercano di costruire una psicologia senz’anima. Questo fenomenismo psicologico suole chiamarsi “Teoria dell’attualità dell’anima”. Secondo questa teoria l’anima non sarebbe altro che l’insieme dei nostri atti psichici, una collezione di fenomeni vitali, un’attività senza soggetto che la produca e la sostenga. L’io permanente e sostanziale che noi diciamo essere causa e soggetto di questi atti, non è per essi che una Illusione metafisica. “Le anime sono ormai fuori di moda” (James).


2. – DIMOSTRAZIONE


I. ARGOMENTO METAFISICO.


Possiamo brevemente premettere un argomento metafisico. I nostri atti psichici sono accidenti, dunque esiste l’anima come sostanza. La conclusione è evidente perchè l’accidente è appunto ciò che non può esistere se non come una modificazione di un soggetto sostanziale. Non meno chiara è la premessa, cioè che i nostri atti psichici sono accidenti, non sostanze perchè altrimenti non se ne spiegherebbe il sorgere, non se ne darebbe la ragione sufficiente.


Ma siccome gli avversari amano restare nel campo psicologico, veniamo senz’altro all’


II. ARGOMENTO PSICOLOGICO-SPERIMENTALE.


A) – La coscienza, nella riflessione o introspezione, ci rappresenta in modo assoluto ed evidente:


a) l’esistenza dell’io come di un soggetto al quale si attribuiscono i vari atti, dei quali esso è causa e come il substrato; b) la permanenza di questo io nel tempo, per cui allo stesso io si attribuiscono atti successivi; e) la distinzione dell’io dagli atti psichici che a lui si attribuiscono e che gli appartengono.


Orbene di questa esperienza volgare ed evidentissima, ammessa dagli stessi fenomenisti, benchè da loro dichiarata illusoria, bisogna dare una spiegazione.


La spiegazione è facile, supposta la realtà sostanziale dell’anima; essa allora è una sostanza distinta dagli atti psichici, causa che li produce, soggetto che li sostiene. Nella teoria fenomenista invece la spiegazione è impossibile; infatti:


1) La coscienza rappresenta l’io causa dei fenomeni. Il fenomenismo dice l’io essere gli stessi fenomeni dei quali non assegna la causa.


2) La coscienza rappresenta l’io permanente sotto i fenomeni. Il fenomenismo afferma l’io successivo e fluente come i fenomeni.


3) La coscienza rappresenta l’io distinto dai fenomeni. Il fenomenismo identifica l’io con la serie dei fenomeni.


B) – Certi processi psichici speciali sono assolutamente inintelligibili nel fenomenismo. Per esempio:


a) I giudizi. Il giudizio è un atto per cui affermiamo la convenienza fra un soggetto e un predicato. Come potremo avere il giudizio, se non c’è uno che conosca simultaneamente soggetto e predicato, li compari fra loro, ne percepisca la convenienza e la affermi? Per il fenomenista invece non c’è un io che conosce soggetto e predicato e pronuncia il giudizio, ma altrettanti io quanti sono gli atti, dei quali uno conosce il soggetto, l’altro il predicato, un terzo senza conoscere soggetto e predicato pronuncia il giudizio;


b) I raziocini. Molto più vale questo per ogni ragionamento, nel quale da verità già conosciute deduciamo come conseguenza altre verità;


c) La memoria. Il ricordare non ha senso senza la realtà dell’anima sostanziale. Come posso dire che io che parlo ora, sono quello stesso che ieri leggevo, passeggiavo? Secondo il fenomenismo io ieri non ero io, ma ero un altro io: contraddizione evidente.


Il James tenta di sfuggire alla forza dell’argomento immaginando che ogni pensiero riceva quasi in eredità tutto il contenuto dei suoi predecessori e tutto trasmetta al pensiero che segue: “Ogni pulsazione della coscienza conoscitiva, ogni pensiero muore per essere surrogato da un altro. Quest’ultimo fra le cose che conosce, conosce pure quello che l’ha preceduto, e trovandolo caldo, lo saluta dicendo: tu sei mio e fai parte come me di uno stesso Io. Ognuno dei pensieri che seguono, conoscendo e racchiudendo i pensieri che lo hanno preceduto, è il ricettacolo finale, e appropriandoseli, ne è anche il possessore definitivo. Ogni pensiero nasce quindi possessore e muore posseduto, trasmettendo tutto ciò che ha riconosciuto come suo al proprio successore”. (Principi di Psicologia)


Questa immaginazione poetica, ma non scientifica, non spiega l’identità dell’Io attestata dalla coscienza e non ha soddisfatto neppure il suo autore che nell’epilogo del Testo di psicologia ha abbandonato l’opinione difesa nei suoi Principi di Psicologia.


III. ARGOMENTO MORALE.


Nell’ordine pratico il fenomenismo negando la realtà dell’anima sostanziale, sopprime ogni idea di responsabilità e imputabilità. Parimenti non hanno senso i concetti di obbligazione e diritto che suppongono l’identità e permanenza dell’io.


Senza un soggetto agente, dove trovare l’autore responsabile delle azioni medesime? Dove trovare colui al quale deve imputarsi la buona o cattiva condotta, la osservanza o la violazione della legge? E senza un soggetto agente stabile, che permane identico ed immutato, a chi potrebbero applicarsi le sanzioni che accompagnano sempre l’obbedienza o la disobbedienza alle norme regolatrici della condotta morale? In una catena di fenomeni distinti ed evanescenti, che si succedono senza interruzione, dove troveremo più il vero autore di un delitto, il vero autore di un atto di eroismo? Al momento in cui crederemo di afferrarlo e di dargli la dovuta pena o il dovuto premio sarà sparito per sempre nel passato che non ritorna! Se l’io si identifica con i fenomeni psichici ed è soggetto alla loro fluttuazione, al loro continuo comporsi e scomporsi, non si può più legittimamente parlare di imputabilità e responsabilità, di merito e di demerito, di leggi e di sanzioni morali, i fenomenisti non vogliono certo arrivare a questo nichilismo etico; ma esso è la conseguenza logica e fatale dei loro principi.


3. – LE OBIEZIONI DEL FENOMENISMO


1) La introspezione non ci attesta altro che l’esistenza in noi di atti, di fenomeni o serie di fenomeni.


Rispondo: l’introspezione, come già dicemmo, ci attesta l’esistenza di fenomeni non in astratto, ma in concreto, cioè di un io sostanziale modificato dai fenomeni. Come con l’occhio non vediamo la bianchezza astratta, ma una cosa bianca, così con la coscienza non percepiamo un pensiero, un volere astratto, ma l’io pensante, l’io volente. E’ vero che l’io direttamente non l’intuisco se non come involto da fenomeni, ma da questo segue solo che direttamente non intuisco la natura dell’io, ne intuisco però l’esistenza come di un soggetto dei fenomeni. L’introspezione infatti non mi attesta qualcosa che non è altro che mutazione, ma qualcosa che è soggetta a continue mutazioni; in sè però permane sempre.


2) Gli avversari del “fantasma metafisico del “Ponima” (Taine) dicono che l’attestazione della coscienza di un io stabile e sussistente distinto dai fenomeni è un’illusione di ottica mentale. L’io non si distingue dai fenomeni se non come un tavolo dalle parti che lo compongono, una pianta dalle sue radici, foglie, fiori, ecc.


Rispondo che gratuitamente si dice illusoria la testimonianza chiara ed evidente della coscienza che – come più volte abbiamo detto – il filosofo deve spiegare, non può mai contraddire. Che se anche vi fosse illusione, vi deve pure essere un soggetto che si illude, che discerne l’apparenza illusoria dalla realtà vera, un io dunque distinto dai fenomeni. Nè reggono i paragoni addotti perchè l’Io rispetto ai fenomeni non è come il tavolo o l’albero rispetto alle sue parti, ma come l’albero rispetto ai suoi frutti dai quali evidentemente si distingue: il tutto e la somma delle parti sono una stessa cosa, ma non sono una stessa cosa la causa e la somma dei suoi effetti. Nè giova ricorrere al fenomeno patologico dello sdoppiamento della personalità, prima di tutto perchè si tratta proprio di un fenomeno patologico e inoltre perchè questo sdoppiamento importa la molteplicità non degli io, ma dei vari stati dell’io per cui in qualche momento o periodo della vita l’io non riconosce come suoi certi gruppi di idee, tendenze o azioni che invece riconosce senza difficoltà nel corso normale della sua esistenza.


3) Una difficoltà, forse la principale contro la sostanzialità dell’anima, deriva da un falso concetto della nostra dottrina. Si concepisce l’anima come qualche cosa di statico, rigido, immobile, soggetto amorfo e indifferente, e i fenomeni psichici che si succedono, come entità non solo distinte ma indipendenti e quasi separate dall’anima, press’a poco come le perle di una collana rispetto al filo in cui sono infilate: concezione inaccettabile perchè la vita è moto.


Ma non è questa la nostra concezione dell’anima: Sì, la vita è moto e l’anima che della vita è il centro e il focolare, non può conoscere l’immobilità e la rigidità; è essa che pensa, che vuole, che ama … e pensando, volendo, amando, continuamente si muta; ma si muta accidentalmente, non essenzialmente, perché è sempre la stessa anima, lo stesso io che pensa, che ama, che vuole: l’anima dunque è una sostanza accidentalmente modificata dai suoi atti.


(Continua)