05) L’esistenzialismo

Filosofia: logica, gnoseologia...

Piu’ che un sistema. l’esistenzialismo e’ un atteggiamento di pensiero in cui possono incontrarsi filosofi assertori di concezioni molto diverse della realta’…
 

LEZIONE V


L’Esistenzialismo


 


L’idealismo aveva avuto il merito di rivendicare contro il positivismo materialista i diritti dello spirito soffocati dal materialismo; aveva però lasciate insoddisfatte altre esigenze del pensiero umano: la svalutazione dei problemi della scienza e della natura ridotta ad una astratta proiezione del soggetto, la soluzione inaccettabile dei problemi morali e religiosi, soprattutto l’annullamento della personalità dei singolo assorbita nell’anonimo soggetto universale, non potevano non provocare reazioni filosofiche. Tra queste filosofie reazionarie, dall’anti intellettualismo (filosofia dell’azione) di Bergson al fenomenologismo di Husserl, ha incontrato particolare favore l’esistenzialismo, l’ultima forma del pensiero occidentale alla quale sono arrivati parecchi filosofi contemporanei per vie diverse ed anche contrastanti.


1. – CENNI STORICI.


Il danese Soren Kierkegaard è considerato il padre della nuova dottrina; ad essa è condotto dalla meditazione di alcune tristi vicende della vita (il peccato del padre e la rottura del suo fidanzamento) che genera in lui quell’angoscia da cui lo salva la fede in Dio in uno sfondo di credenza protestante.
Attraverso il romanziere russo Dostojevskij ed il poeta filosofo Nietzsche, i temi esistenzialisti si evolvono in direzioni diverse e si diffondono nella coscienza europea, e da alcuni decenni l’esistenzialismo si afferma per opera della Kierkegaard-Renaissance tedesca. I suoi principali rappresentanti sono Heidegger e Jaspers, che fondano una sistemazione dell’esistenzialismo su basi kantiane, (risolvendo il primo l’angoscia nel porre il singolo di fronte al nulla e alla morte, il secondo nel suo sforzo di trascendersi verso la pienezza abbracciante dell’essere); mentre in Francia abbiamo coi Marcel un esistenzialismo orientato verso il realismo scolastico e il cattolicesimo, e in Russia il precipuo esponente dell’esistenzialismo Berdiaieff risente non poco dell’ortodossia russa.
In Italia accanto a pensatori di tendenza esistenzialista ma conciliante col realismo e col cattolicesimo, come Carlini, Guzzo, Bongioanni, vi sono altri come Paci, e specialmente Abbagnano, più fedeli alla corrente ufficiale tedesca atea e idealistica, per quanto l’A. cerchi di salvare la positività dell’essere oggettivo per sfuggire al nullismo metafisico dell’indirizzo tedesco e dare all’esistenzialismo una forma meno angosciosa e dolorante.


2. – LE CARATTERISTI CHE DELL’ESISTENZIALISMO.


La breve enumerazione che abbiamo fatta di filosofi esistenzialisti, i quali professano dottrine così diverse tra loro, ci mostra subito come l’esistenzialismo sia una filosofia ancora molto indeterminata; più che un sistema (l’esistenzialismo non vuole alcun sistema) è un atteggiamento di pensiero in cui possono incontrarsi filosofi assertori di concezioni così diverse della realtà e di cui cercheremo di cogliere ed esaminare alcune caratteristiche fondamentali.


1. La conoscenza.


Innanzi tutto osserviamo come esso si distingua dalle altre posizioni filosofiche; dallo scetticismo perché non rinuncia alla verità e dal positivismo perché afferma i diritti dello spirito; in particolare vuole differenziarsi dall’idealismo perché mentre questi afferma che l’essere è immanente al pensiero e la vera realtà è quella dello spirito universale, per l’esistenzialismo il pensiero è immanente all’essere e il vero autentico essere è quello del singolo; neppure vuole confondersi col realismo scolastico che è considerato come filosofia astratta delle essenze, dei concetti universali, nei quali la realtà continua e fluente viene per così dire divisa e solidificata, e perciò stessa falsata. La realtà non deve essere contemplata dal di fuori, bisogna penetrarla, viverla, realizzarla; per coglierla nella sua concretezza e singolarità, è necessario superare l’intellettualismo (utile alla vita pratica, ma non alla filosofia) e metterci in contatto immediato con essa, con una specie di intuizionismo (intuizione emozionante, rivelazione indiretta, consapevolezza prelogica).


2. L’uomo. 


Per gli esistenzialisti, al centro della realtà sta il singolo; l’esistenzialismo è perciò la filosofia del concreto, del contingente, del singolare, del questo-qui-ora, dell’io soggetto particolare (non soggetto universale) distinto dal tutto e non riducibile a un semplice momento di un processo in senso idealistico e insieme unico e irripetibile, che secondo gli esistenzialisti non è assumibile in un concetto universale, non è individuo di un genere come vorrebbe l’astratto intellettualismo.
Questo singolo è il singolare umano che solo propriamente esiste (le altre cose sono, ma non esistono) perché esistere non dice semplice attualità, ma exsistere, dice star fuori, emergere, sporgere dalla realtà che solo è, per trascendersi, tendere ad essere quello che ancora non è, aspirare a più essere. Il che naturalmente suppone la finitudine o limitazione del singolo (perché l’infinito non tende ad altro ma ha tutto in sé); donde il suo poter essere e le infinite possibilità di essere tra cui deve scegliere per attuare se stesso. Queste possibilità sono però per ciascun singolo limitate dalla situazione in cui ciascun uomo è inserito nella realtà (parenti, patria, epoca, ecc.) la quale determina il campo delle sue possibilità, del rischio e della scelta, ma insieme gli indica come egli deve esistere, staccandosi dalla situazione, riscattandosi nella libertà, accettando il rischio, e colla scelta e la decisione costituire e sviluppare la propria personalità.
Naturalmente, per questa esistenza autentica, il singolo trova difficoltà dal mondo nel quale è gettato e dal quale non può staccarsi, fra le contraddizioni della vita che non riesce a risolvere, donde quel senso di angoscia (o consapevolezza del suo dover essere e del perpetuo rischio nel dover decidere di sé) proprio dell’esistenzialismo, per cui molti – sono gli uomini ordinari – si perdono immergendosi nelle faccende e nel frastuono della vita quotidiana; essi non esistono, ma sono come le altre cose, non vivono ma si lasciano vivere dalla massa, dalla folla anonima (esistenza inautentica).
Invece il vero uomo – l’uomo di eccezione – vuole esistere, vuole vivere con impegno la sua vita, spiegare in pieno la propria personalità, pur conscio della sua finitudine e limitazione (peccato originale), fedele a se stesso, guardando sereno alla morte che infallibilmente l’aspetta e dà il suggello alla vita, ma che non vuole lo incolga senza che abbia attuato il suo destino, vissuto con impegno la sua vita, veramente esistito.


3. La natura e Dio. 


Al di là di questa esistenza personale spesso romanticamente descritta, direi che l’esistenzialismo sa ben poco. Esiste la natura – quell’Altro che ci preme e contro cui lotta la nostra esistenza -, ma rimane per noi un enigma: ne conosciamo le apparenze, ma in sé è un noumeno. Enigma ancora maggiore è Dio, ammesso da alcuni esistenzialisti (Marcel, Berdiaieff, Wust) come veramente trascendente e personale; altri invece lo risolvono panteisticamente nell’Assoluto, essere alogico, inconoscibile e irraggiungibile per cui la tendenza dell’esistente all’Assoluto è destinata allo scacco, al naufragio (Jaspers, e venature di panteismo nella religiosità di Lavelle); i più lo negano apertamente (Heidegger, Nietzsche, Abbagnano), per cui il termine dell’esistenza è il tragico nulla, e l’assoluta mondanità è il carattere della loro filosofia.
Questa diversità così profonda mostra come il problema di Dio rimanga estraneo all’esistenzialismo come tale; anche il problema dell’immortalità – con le relative conseguenze nell’ordine morale – rimane privo di fondamento e parimenti estraneo alla metafisica esistenzialista.


3. – CRITICA DELL’ESISTENZIALISMO.


1. L’esistenzialismo era nato come una reazione all’idealismo hegeliano e alla sua pretesa razionalità del reale, ma non seppe liberarsi dai presupposti idealistici e, con un ritorno a Kant, finì col rinnovare una posizione intermedia tra idealismo e realismo che è insostenibile.
L’esistenzialismo, infatti, afferma la pluralità degli io e la realtà dell’altro dall’io (contro l’idealismo che risolve l’oggetto e la pluralità dei soggetti nell’unità del Soggetto Universale), ma ribadendo l’asserzione della soggettività della verità, si riafferma l’irrazionalità della realtà in sé, opaca e inintelligibile, che riceve dal soggetto la sua razionalità e intelligibilità. Quindi, il mondo che conosciamo e in cui viviamo non è pura creazione del soggetto in senso idealistico, ma è costruzione del soggetto in senso kantiano, costituito da una realtà grezza, oscura e impenetrabile, su cui proiettiamo una struttura intelligibile. Si ritorna così alla posizione kantiana con la distinzione tra fenomeno e noumeno, posizione insostenibile perché il noumeno è il caput mortuum di Kant logicamente rigettato da Hegel: a Kant non ci si può fermare, ma sulla via del ritorno o ci si spinge oltre, al di là della rottura causata tra fenomeno e noumeno, fino al realismo (esistenzialismo francese), o si ricade nell’idealismo (esistenzialismo tedesco e italiano) fino a quelle estreme conseguenze per reazione alle quali era proprio sorto l’esistenzialismo.


2. Tra queste conseguenze è il relativismo: dal momento che viene a mancare ogni fondamento di verità assoluta (e filosofi esistenzialisti concedono che la loro filosofia non dà soluzione ad alcun problema, che esistere è vivere la propria problematicità) e la filosofia è la ricerca per la ricerca, senza termine di arrivo. Falsa è poi l’affermata irrazionalità del reale, perché se aveva errato l’idealismo affermando che tutto il reale è perfettamente razionale al pensiero umano, erra anche l’esistenzialismo affermando l’irrazionalità particolarmente dell’esistenza umana. Se infatti l’esistenza umana non può essere perfettamente interpretata dal pensiero umano, non ne segue che sia in sé irrazionale e mistero indecifrabile anche al pensiero divino; e rispetto allo stesso pensiero umano, se è vero che esso imperfettamente apprende la concreta realtà, non è vero che la deformi e la falsifichi; sarà cognizione imperfetta, ma vera; non sarà totale ed esauriente, ma oggettiva e fedele.


3. Da questi presupposti accettati dall’esistenzialismo segue il suo atteggiamento negativo o agnostico di fronte ai problemi religiosi e morali. Dio e il problema religioso esulano dall’esistenzialismo di Heidegger e dell’Abbagnano, e l’Essere Trascendente di Jaspers è modellato sul concetto spinoziano di sostanza; né è evidente cosa si debba dire del Dio di Kierkegaard, come non è più persuasivo è il suo cristianesimo.
Perché se alcuni filosofi esistenzialisti arrivano ad affermazioni positive nel problema di Dio e della religione, ciò è – come notammo – a dispetto della coerenza e in forza di un salto fideista.


4. Così, volendo l’esistenzialismo superare le posizioni idealiste, scettiche e agnostiche, vi rimane tuttavia per tanti capi impigliato e non sa neppure evitare il presunto difetto del realismo scolastico – respinto come filosofia astratta delle essenze -, poiché non è forse anche l’esistenzialismo una filosofia astratta dell’essenza del singolo, della persona, dell’io? non sono forse astratte le sue analisi dell’esistenza inautentica e autentica, dell’angoscia, della scelta, del salto e dello scacco?


5. Se dall’aspetto gnoseologico passiamo a considerare l’esistenzialismo sotto l’aspetto metafisico ci appare il suo contrasto con l’idealismo, ma insieme il suo errore analogo a quello idealista. L’idealismo è la filosofia dell’Assoluto, nel quale è spersonificato e vanificato il singolo, il contingente, l’io empirico; il suo errore non sta nell’affermazione dell’Assoluto ma nella negazione di ogni realtà fuori dell’Assoluto. L’esistenzialismo al contrario è la filosofia del contingente, del singolo, dell’io empirico con esclusione di ogni altra realtà; l’errore dell’esistenzialismo non sta nell’affermazione del contingente, ma nella negazione dell’Assoluto.
Il contingente (cioè l’esistenza umana con le sue miserie e i suoi dolori), considerato in sé solo, non può essere razionalmente spiegato, diviene problema senza soluzione, dramma davanti a cui l’esistenzialismo rimane muto a pre due opzioni: o si riduce ad una pura fenomenologia, (“tormentata e tormentosa fenomenologia della vita spirituale, fotografia della vita interiore” dice Marcel) descrizione vivace e realistica del singolo e della tragica sua sorte, ma senza spiegazione filosofica; oppure, esagerando il valore del singolo e idolatrandolo dopo averlo staccato da Dio, crea il superuomo di Nietzsche, dal cuore di bronzo, che guida masse di popoli come greggi a sacrificarsi per lui, la cui ultima tentazione è la compassione per i dolori umani.
L’esistenza umana infatti non si può spiegare se non nella visione integrale della realtà, che non è solo l’Assoluto idealistico, né solo il contingente esistenzialistico, ma è la coesistenza di ambedue i termini: il primo infinito, indipendente e perfetto, il secondo finito, e perciò soggetto a imperfezioni e miserie, ma insieme dipendente e condizionato dal primo così che il dolore e il male del secondo hanno nel primo la spiegazione e la redenzione.
A questa visione integrale ed armonica di tutta la realtà si preclude la via l’esistenzialista rigido, chiuso nella parziale visione del solo contingente. Vi si orientano, invece, quegli esistenzialisti meno rigidi nei quali il senso profondo della propria finitezza e insufficienza suscita l’anelito verso la trascendenza, verso Dio, quasi appello e invocazione che sono preludio alla preghiera e all’adorazione.


4. – IL SIGNIFICATO DELL’ESISTENZIALISMO.


Se l’esistenzialismo per i motivi esposti non può essere accettato nel complesso delle sue principali affermazioni, ha indubbiamente dei meriti nella storia del pensiero filosofico moderno. Contro il monismo idealistico ha riaffermato la personalità umana e ha difeso i diritti della persona di fronte allo sfruttamento della società; inoltre nella descrizione cruda e realistica della vita coi suoi rischi e scacchi, con le sue incertezze e le sue angosce, con le sue miserie e i suoi dolori, ha contribuito a far crollare i castelli fatati dell’idealismo per il quale tutto il reale è verità e bene; perciò l’esistenzialismo ha esercitato un fascino sulla tormentata anima moderna ed è divenuta la filosofia di moda. Se è la filosofia della disfatta è insieme la filosofia della ripresa, dell’azione, della riscossa e se per alcuni è rimasta filosofia esasperata e disperata, per altri è stata pungolo che guida al bene, capace di dischiudere nuove e salutari vie.


L’esistenzialismo – filosofia del naufragio, della morte, del nulla -, facendo sentire la vanità della realtà mondana e materiale, è un richiamo ai valori spirituali ed eterni. Mostrando l’uomo naturalmente misero, peccatore, spogliato di tutto, è un invito a rivestirsi della grazia celeste: allora il peccato si trasfigura nel perdono, l’angoscia lancinante nell’abbraccio amoroso del padre, le miserie dell’esilio nelle ricchezze della casa paterna. In questo senso non a torto l’esistenzialismo è stato definito la filosofia del figliuol prodigo dell’epoca contemporanea e ci auguriamo vere le parole dello Schubart di Riga: “La filosofia del tramonto e della dissoluzione della civiltà occidentale è una forma larvata di pentimento. Essa è la predica di penitenza della storia contemporanea. Secondo lo stile del tempo essa si serve di espressioni filosofico-critiche invece della forma teologico moralizzante che conosciamo dalla Bibbia. Ma il contenuto è lo stesso. Quando i tempi sono gravidi di nuove forze religiose sorgono sempre questi predicatori di penitenza, segno sicuro che nell’uomo si fa strada la coscienza della propria colpa ed impotenza. Disperazione, senso lancinante della miseria umana; tale è il motivo fondamentale della filosofia esistenziale (Heidegger, Jaspers … ). Contrito – e cosciente con orrore della sua ingenita corruzione -, l’uomo si sente spinto nel nulla oppure si getta nella polvere innanzi a Dio. Che l’uomo non sia degno di Dio, è la nuova convinzione affiorante nell’uomo occidentale, il quale ancora poco tempo fa proclamava che il pensiero di Dio non è degno dell’uomo. Si prepara il pentimento generale di un intero continente che in conclusione deve sfociare nel riconoscimento che la civiltà prometeica colle sue pene e le sue miserie di quattro secoli era una falsa strada“.


(Continua)


Bibliografia. 


C. FABRO, Introduzione all’esistenzialismo, Milano, Vita e Pensiero, 1943 – L’esistenzialismo, a cura di L. PELLOUX, Roma, Studium, 1943 – ZOCCOLETTI, La filosofia dell’esistenza secondo P. Marcel, Padova, Cedam, 1942 – KUIPER, Aspetti dell’esistenzialismo in “Atti della Pont. Accad. Rom. di S. Tomm.”, IX, Roma – LOMBARDI, vari articoli sull’esistenzialismo in “Civíltà Cattolica” 1944 – PAREYSON, Studi sull’esistenzialismo, Firenze, Sansoni, 1943.